Il delitto di estorsione nel rapporto di lavoro subordinato

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Si ritiene interessante sottoporre all’attenzione del datore di lavoro il discrimen effettuato dalla Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza n. 7128/2024, depositata il 16 febbraio ultimo scorso, in tema di delitto di estorsione da parte del datore di lavoro nei confronti del lavoratore assunto o che stia per essere assunto.

Il reato di estorsione previsto e punito all’art. 629 c.p. recita: “ Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito…”.

In questo contesto delittuoso ci si è chiesto se e quando l’eventuale comportamento del datore di lavoro abbia rilevanza penale da ritenersi integrato il reato di estorsione. La seconda sezione penale della Corte di Cassazione, nella su citata sentenza, definisce innanzitutto il concetto di “opportunistica ricerca di lavoro”, dando evidenza alla differenza di rapporto fra il concetto economico di domanda di lavoro e l’effettivo rapporto di subordinazione già in essere.

La Cassazione, cioè, insiste su una prima differenza fra ciò che avviene nel rapporto di lavoro già in essere, cioè già contrattualizzato, rispetto a quello di ricerca del lavoro, cioè nel momento, per esempio, del colloquio di lavoro, sostanzialmente spostando temporalmente la possibilità di sussistenza del reato al solo momento in cui il rapporto di lavoro sia in essere.

In sostanza fino a quando esiste una “opportunistica ricerca di forza lavoro tra soggetti in attesa di occupazione” il delitto di estorsione non può essere commesso, poiché: la prospettazione da parte del (potenziale) datore di lavoro ad un aspirante dipendente dell’alternativa tra rinuncia, anche parziale, alla retribuzione o ad altre prestazioni e la perdita dell’opportunità lavorativa difetta, in primo luogo, del requisito della minaccia, non sussistendo prima della conclusione dell’accordo un diritto dell’aspirante lavoratore ad essere assunto a determinate condizioni, considerate altresì l’assenza di livelli minimi salariali (come dimostra l’esperienza contemporanea) e l’insussistenza a favore del lavoratore subordinato di un diritto soggettivo alla parità di trattamento (non essendo consentito alcun controllo di ragionevolezza da parte del giudice sugli atti di autonomia)”.

Per quanto possa apparire singolare il ragionamento ha una logica giuridica di tutto rispetto, in considerazione che il delitto di estorsione si realizza non solo in presenza dei requisiti di violenza o minaccia, ma essi devono essere finalizzati a procurare profitto per sé ed altri con danno altrui. Nel caso esaminato, relativo al momento antecedente all’assunzione manca totalmente l’elemento del danno altrui poiché è assente il rapporto di lavoro.

Del tutto diverso è il caso di chi, in corso di rapporto lavorativo, costringa o minacci al proprio dipendente di accettare condizioni, modifiche peggiorative del rapporto di lavoro prospettando il licenziamento o altre simili azioni, perché in questo caso tutti gli elementi del reato sono esistenti, in particolare: la minaccia di un male ingiusto, cioè l’esercizio attraverso costrizione o coercizione della volontà del dipendente; il profitto del datore di lavoro che si potrebbe identificare anche in un risparmio economico o in un miglioramento dei suoi ricavi; il danno per il dipendente che dovrebbe rinunciare ai suoi diritti per non perdere il posto di lavoro.

Dunque, secondo la sentenza: “il discrimine che segna il confine tra ipotesi opportunistica di ricerca di forza lavoro tra soggetti in attesa di occupazione e estorsione è l’esistenza di un rapporto di lavoro già in atto (anche se solo di fatto o non conforme ai tipi legali), rispetto al quale integra estorsione la pretesa di ottenere vantaggi patrimoniali da parte del datore di lavoro attraverso la modifica, in senso peggiorativo, dell’accordo concluso tra le parti”.

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