Per “infezioni nosocomiali”, o ospedaliere, che in realtà dovremmo chiamare Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA), intendiamo quelle infezioni contratte in ambito sanitario, soprattutto ospedaliero, non presenti al momento del primo ingresso del paziente e che insorgono ameno 48 ore dopo il ricovero ed entro i tre giorni dalla dimissione. Tali infezioni sarebbero causate dalla presenza di microrganismi patogeni presenti in ambiente ospedaliero. Le infezioni ospedaliere – nell’acronimo inglese H.C.A.I.: Health Care Acquired Infections – sono, dunque, per definizione, quelle infezioni che non erano presenti (quindi non erano manifeste clinicamente, né erano in incubazione) all’ingresso del paziente nell’ambiente di ricovero o di assistenza, ed insorgono durante il ricovero e la degenza o, più raramente, dopo le dimissioni del paziente.
La questione che si pone riguarda proprio la correlazione tra le infezioni nosocomiali e l’imputabilità del relativo danno alla struttura sanitaria. Ed invero, la giurisprudenza conferma la responsabilità contrattuale delle strutture sanitarie per infezioni nosocomiali chiarendo che Il paziente deve provare il nesso causale, mentre l’ospedale deve dimostrare di aver adottato tutti i protocolli di prevenzione, inclusi la sterilizzazione e il controllo ambientale. In questo contesto, rilevano i principi giuridici applicati per fornire la “prova liberatoria” che secondo le recenti pronunce in tema di responsabilità sanitaria per infezioni nosocomiali, graverebbe sulla struttura sanitaria l’onere di provare di aver adottato tutte le cautele previste dalle vigenti normative e dalle leges artis per prevenire le infezioni, attraverso la dimostrazione dell’applicazione nel caso concreto dei protocolli relativi a diversi incombenti: alla disinfezione, disinfestazione e sterilizzazione di ambienti e materiali, alle modalità di raccolta, lavaggio e disinfezione della biancheria, alle forme di smaltimento dei rifiuti solidi e dei liquami, alle caratteristiche della mensa e degli strumenti di distribuzione di cibi e bevande, alle modalità di preparazione, conservazione ed uso dei disinfettanti, alla qualità dell’aria e degli impianti di condizionamento, all’avvenuta attivazione di un sistema di sorveglianza e di notifica, ai criteri di controllo e di limitazione dell’accesso ai visitatori, alle procedure di controllo degli infortuni e della malattie del personale e delle profilassi vaccinali, al rapporto numerico tra personale e degenti, alla sorveglianza basata sui dati microbiologici di laboratorio, alla redazione di un report da parte delle direzioni dei reparti, da comunicarsi alle direzioni sanitarie al fine di monitorare i germi patogeni-sentinella, e all’orario delle effettiva esecuzione delle attività di prevenzione del rischio. (cfr. TRIBUNALE DI ROMA, Sentenza n. 4632/2026 del 26-03-2026). Inoltre, recentemente il Tribunale di Potenza ha osservato: “… In tema di responsabilità sanitaria per infezioni nosocomiali, la struttura ospedaliera risponde per omessa attivazione e applicazione dei protocolli di prevenzione delle infezioni ospedaliere e per la mancata effettuazione di indagini infettivologiche sugli operatori sanitari, qualora tali omissioni abbiano determinato, con elevato grado di probabilità, il verificarsi dell’evento letale. …” (cfr. TRIBUNALE DI POTENZA, Sentenza n. 1008/2026 del 14-04-2026). Pertanto, qualora la Struttura Sanitaria non riesca a dimostrare la perfetta applicazione di queste tutele, rischia di essere condannato al risarcimento dei danni al paziente poiché l’infezione viene considerata l’effetto di una carenza organizzativa della struttura stessa.
avv. Rossella Gravina

