Le regioni in contrasto con il disegno di legge sulla riforma sanitaria

Il Disegno di legge 1825 sulla riforma sanitaria è all’esame del Senato con il titolo “Delega al Governo per l’adozione di misure in materia di riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e revisione del modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale”, ma crea non pochi problemi alle regioni che ne hanno chiesto il ritiro.

L’interpretazione che era stata data era quella di una riforma tecnica dell’organizzazione sanitaria attraverso l’attuazione del PNRR e dell’autonomia differenziata, ma il risultato è stato che le regioni rivendicano un coinvolgimento preventivo su una materia che tocca direttamente le competenze regionali in sanità e non un intervento ex post sul quale non hanno partecipato. L’obiettivo è fermare l’iter del disegno di legge e aprire una trattativa istituzionale prima di intervenire sulla programmazione sanitaria, sull’organizzazione dei servizi e sul rapporto tra Stato e autonomie regionali.  

Il testo del disegno di legge prevede l’intesa in Conferenza Stato-Regioni per l’adozione dei decreti delegati. Tuttavia, il centro della riforma resta statale. Il Governo si attribuisce il potere di ridefinire il SSN mediante decreti delegati attraverso la riorganizzazione delle reti assistenziali; la revisione degli standard territoriali; la nuova classificazione degli ospedali; la rimodulazione della medicina territoriale.

Da un punto di vista prettamente costituzionale questa riforma è in linea con l’art. 117, terzo comma della Cost. che attribuisce allo Stato la determinazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute, ma il rischio è alto per le regioni più fragili, in quanto non in grado di elevare gli standard a quelli previsti dal disegno, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia.

La proposta tenta di risolvere tutto attraverso la rete, ma ciò potrebbe determinare ancor più la dipendenza delle aree deboli dai poli più forti.

La riforma, infatti, parla di strutture e di ospedali di eccellenza ma questo non può e non deve diventare un criterio ordinatore del sistema.

Non può e non deve accadere che i territori forti concentrano alta specializzazione e ricerca, a discapito dei deboli, così come non può e non deve aumentare la mobilità sanitaria e così determinare la differenziazione dei diritti, a seconda del territorio. In questo modo il diritto alla salute non coincide più con la prossimità territoriale ma con la capacità di accesso alle reti assistenziali appropriate.

Dunque ci si pone il problema se il sistema sanitario evolva, come dice la Costituzione, verso un modello universalistico uniforme oppure verso un sistema di accesso differenziato regolato da reti di eccellenza e standard prestazionali.

Le regioni chiedono uno stop e di mettersi al tavolo in Conferenza stato regioni per riaprire un confronto.

Anche i medici di medicina generale non esprimono consenso in quanto l’impostazione della rigidità di presenza nelle case di comunità, o comunque, della scelta, indebolisce il rapporto fiduciario con i cittadini. Il medico di famiglia deve restare nel Servizio sanitario nazionale attraverso un modello convenzionato forte, capace di garantire prossimità, continuità assistenziale e libera scelta.

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

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