La responsabilità della struttura sanitaria

La giurisprudenza della Corte di Cassazione in tema di responsabilità sanitaria ha stabilito con le Sezioni Unite del 2001 n. 13533, il principio secondo cui, in materia di obbligazioni contrattuali, l’onere della prova dell’inadempimento incombe sul paziente che sostiene di essere stato danneggiato, il quale è tenuto a dimostrare l’inadempimento, mentre il medico/struttura sanitaria, solo dopo tale prova, è tenuto a giustificare l’inadempimento che gli viene attribuito.

Il principio di base è che è onere del paziente/attore provare il legame fra la condotta del sanitario/struttura sanitaria/convenuto e il danno.

Quando, ci riferisce della malattia, l’attore/paziente deve provare che l’aggravamento della malattia o l’insorgenza di nuove patologie sono attribuibili all’operato del sanitario.

La responsabilità sanitaria, dunque, è esclusa se, provato il legame di cui sopra fra la prestazione sanitaria e l’aggravamento della malattia o l’insorgenza di una nuova patologia, il medico o la struttura sanitaria, a loro volta, provino che la causa che ha scatenato l’aggravamento o la nuova patologia, è stata dovuta a una causa a lui/loro non imputabile, cioè imprevedibile e/o inevitabile.

Con un recente intervento sul FORO ITALIANO Enrico Scoditti, presidente di sezione della Cassazione ha fatto il punto sul tema. In sintesi l’opinione espressa è la seguente: la responsabilità della struttura sanitaria è disciplinata dalla legge Gelli- Bianco come responsabilità di tipo contrattuale, discendente dal cd. “contratto di spedalità” che si instaura con il paziente contestualmente alla sua accettazione in reparto.

Come noto, la natura contrattuale della responsabilità comporta, per il soggetto eventualmente danneggiato dall’attività sanitaria, una serie di “privilegi” in sede processuale, in relazione a vari profili, tra cui spicca per importanza quello relativo all’onere della prova dell’inadempimento: non sarà il paziente a dover provare specificamente l’errore sanitario, ma sarà la Struttura a dover dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

L’orientamento più diffuso della giurisprudenza però offre una chance di prova di esonero della responsabilità al medico, diversamente da quanto accade per la struttura sanitaria che se convenuta, insieme al sanitario spesso soccombe ugualmente, creando uno squilibrio nell’onere probatorio.

La responsabilità della struttura sanitaria è disciplinata dall’articolo 7 della L. 24/2017 (legge Gelli-Bianco) che sancisce:

  • al primo comma, la responsabilità contrattuale, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 c.c., della struttura sanitaria nell’adempimento della propria obbligazione;
  • al terzo comma, la responsabilità extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c., del singolo esercente la professione sanitaria, salvo che abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente;

L’applicazione degli articoli sopra richiamati comporta che in una controversia tra la struttura sanitaria ed il privato che asserisce di aver subito un danno, sarà il privato a dover provare la correlazione (cioè il nesso di causalità) fra la condotta del sanitario inadempiente ed il danno subito (cioè l’aggravamento o l’insorgenza di una nuova patologia).

Nel caso in cui venga provata dal danneggiato la correlazione tra danno e comportamento del sanitario, la responsabilità della struttura sanitaria e/o del singolo sanitario sarà esclusa soltanto se riesce a dimostrarsi che il danno è stato determinato dal verificarsi di una causa imprevedibile e/o inevitabile. L’imprevedibilità e/o l’inevitabilità dell’evento che esclude la responsabilità, naturalmente, dovrà valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata e, dunque, facendo riferimento alla diligenza professionale che ragionevolmente si richiede ad un sanitario nell’esercizio della sua professione.

Premesso ciò, da intendersi come regola generale, all’interno della questione sulla responsabilità della struttura sanitaria ed in relazione alla tipologia di prestazione svolta, la giurisprudenza della Corte di Cassazione distingue tra obbligazione di mezzi e obbligazione di risultato.

Le obbligazioni di mezzi sono quelle in cui un soggetto deve svolgere un’attività determinata senza però assicurare un esito positivo. Al contrario, le obbligazioni di risultato sono quelle in cui un soggetto è obbligato a compiere una certa attività, ottenendo un risultato necessariamente positivo.

La Corte di Cassazione pone la distinzione tra obbligazione di mezzi e di risultato con riferimento alle prestazioni routinarie e non routinarie:

  • se la prestazione è routinaria si ha un’obbligazione di risultato. In questo caso, infatti, l’aspettativa di guarigione è talmente elevata che l’obbligazione non consiste più nel prestare la propria attività con la dovuta esperta diligenza (ed è anche irrilevante provarlo), ma consiste proprio nella guarigione. Poiché nelle prestazioni routinarie, dunque, il rischio è praticamente prossimo allo zero, il risultato non può non essere conseguito, a meno che, come si è detto sopra, intervenga una causa esterna imprevedibile e/o inevitabile (art. 1218 c.c.), da valutarsi con riferimento alla diligenza professionale che ragionevolmente si richiede ad un sanitario nell’esercizio della sua professione (1176, comma 2, c.c.);
  • se la prestazione non è routinaria si ha un’obbligazione di mezzi. In questo caso, anche qualora il danneggiato provi la correlazione tra la condotta del sanitario ed il danno subito, al sanitario basterà provare il rispetto della diligenza professionale, e cioè delle linee guida e delle buone pratiche clinico assistenziali. Sarà poi il paziente a dover dimostrare che il danno è stato causato dalla condotta del sanitario che non ha previsto ed evitato una causa esterna che poteva prevedere ed evitare con l’ordinaria diligenza (cosiddetta diligenza del buon padre di famiglia stabilita dall’1176, comma 1, c.c.).

In conclusione, alla luce di quanto detto, nel corso di un giudizio contro una struttura sanitaria, il paziente che agisce per il risarcimento del danno deve provare l’evento, il danno ed il nesso causale fra la condotta del sanitario e l’evento dannoso. Provato ciò, la struttura sanitaria potrà difendersi come segue:

  • se l’intervento è routinario o di facile eseguibilità, la struttura sanitaria dovrà provare che, nonostante abbia agito con diligenza professionale consona alla professione svolta, il danno è derivato da una causa esterna dal carattere imprevedibile e/o inevitabile;
  • in alternativa, può provarsi che non si tratta di intervento routinario, ma di una prestazione sanitaria di particolare complessità e/o difficoltà. A questo punto l’obbligazione sarà da considerarsi di mezzi e non di risultato e, dunque, la struttura dovrà limitarsi a provare di aver agito secondo il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche-clinico assistenziali. Sarà il paziente a dover, in contrario, provare che, nonostante il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali, il comportamento del sanitario ha cagionato il danno per l’intervento di una causa che lo stesso sanitario avrebbe potuto prevedere ed evitare con l’ordinaria diligenza.

Ufficio Legale ACOP

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