Il contratto fra paziente e struttura sanitaria ha efficacia ultra partes?

A cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Nell’immenso mare magnum della risarcibilità del danno da parte delle strutture sanitarie erga omnes, qualche buona notizia proviene dalla giurisprudenza di legittimità, molto spessa sbilanciata a favore del paziente o dei suoi eredi, frutto anche del condizionamento giuridico creato dalla legge attualmente in vigore.

Si vuole, a tal proposito segnalare il principio enunciato dalla sentenza n. 11320/2022, emanata dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione che ha ricordato che il rapporto contrattuale che si instaura tra il paziente e la struttura sanitaria ha efficacia ultra partes, solo nel caso in cui costituisce fonte di obbligazioni aventi ad oggetto prestazioni sanitarie afferenti alla procreazione. Viene in considerazione, in particolare, il contratto stipulato dalla gestante, avente ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza (Cass. n. 6735 del 2002; Cass. n. 14488 del 2004; Cass. n. 10741 del 2009; Cass. n. 2354 del 2010; Cass. n. 16754 del 2012; Cass. n. 10812 del 2019; Cass. n. 14615).

Il caso

Il caso riguarda la spettanza dell’azione contrattuale iure proprio alla moglie di un soggetto che, affetto da Morbo di Parkinson, si era allontanato dalla struttura sanitaria presso cui era ricoverato e non era stato mai più ritrovato.

La ricorrente aveva subito due giudizi di rigetto della domanda in primo e secondo grado.

La decisione della Corte

Il rapporto contrattuale tra il paziente e la struttura sanitaria o il medico non produce, di regola, effetti protettivi in favore dei terzi, perché, fatta eccezione per il circoscritto campo delle prestazioni sanitarie afferenti alla procreazione, trova applicazione il principio generale di cui all’art. 1372, comma 2, c.c., con la conseguenza che l’autonoma pretesa risarcitoria vantata dai congiunti del paziente per i danni ad essi derivati dall’inadempimento dell’obbligazione sanitaria, rilevante nei loro confronti come illecito aquiliano, si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale, con le conseguenti regole in tema di ripartizione dell’onere della prova. Pertanto il ricorso veniva rigettato con condanna alle spese da parte della ricorrente.

Un esempio rilevante sovrapponibile al principio espresso dalla sentenza concerne l’infortunio subìto dal lavoratore per inosservanza del dovere di sicurezza da parte del datore di lavoro (art. 2087 c.c.), in relazione alla quale non si dubita che l’azione contrattuale spetti unicamente al lavoratore infortunato, mentre i suoi congiunti, estranei al rapporto di lavoro, ove abbiano riportato iure proprio danni patrimoniali o non patrimoniali in seguito all’infortunio medesimo, sono legittimati ad agire in via extracontrattuale (tra le più recenti, cfr. Cass. n. 2 del 2020). All’orientamento in esame, progressivamente consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità, è stata data continuità, attraverso ulteriori rilievi, fondati sulla struttura e sui limiti del vincolo obbligatorio. Sotto il profilo strutturale, deve rilevarsi che la responsabilità contrattuale trova fondamento nel rapporto obbligatorio credito-debito. Pertanto, la prestazione deve corrispondere all’interesse specifico del creditore (art. 1174 c.c.) e non a quello di terzi, salvo che questi ultimi non siano portatori di un interesse assolutamente sovrapponibile a quello del primo; la circostanza che il contenuto della prestazione sia soggetto a criteri legali (oltre che contrattuali) di determinazione, costituiti in primo luogo dalla buona fede (art. 1175 c.c.) e dalla diligenza (art. 1176 c.c.), non vale a configurare obbligazioni ulteriori aventi ad oggetto prestazioni di salvaguardia dei terzi.

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