Diritto all’inclusione e diritto alla salute non possono dipendere dal budget stanziato dallo Stato

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Quando viene leso un diritto ci si rivolge al giudice per ottenere il riconoscimento delle proprie ragioni, ma quando in gioco c’è un diritto sovradimensionato, in quanto è garantito dalla massima fonte del diritto, la Costituzione, la questione diventa ancora più importante e merita un approfondimento.

Nei giorni scorsi, con tre distinte ordinanze, il Tar Calabria, Sezione di Catanzaro, ha riaffermato il principio secondo il quale il diritto all’inclusione non può essere negato dalle istituzioni scolastiche nemmeno per vincoli di bilancio.
Il caso riguardava tre giovanissimi studenti con grave disabilità che avevano ricevuto da parte di una scuola (secondaria di secondo grado) il rifiuto alla iscrizione per sovrannumero. Pertanto era stato adito il giudice amministrativo dalle rispettive famiglie con richiesta di sospensiva, onde consentire agli studenti di iniziare l’anno scolastico unitamente agli altri alunni regolarmente iscritti. Il TAR Calabria, dunque, ha sospeso il provvedimento adottato dalla scuola sancendo un principio importante: la regola discrezionale di non consentire l’iscrizione di non più di uno studente con disabilità per ogni classe e di non istituire, vista la numerosità delle richieste una terza classe per asserita insufficienza di fondi è illegittima.
Sospendendo i provvedimenti di diniego, il tribunale ha obbligato la scuola in questione ad iscrivere i minori disabili, invitando la dirigenza a formare un’altra classe.
Un principio di civiltà, più volte ribadito dalla Corte Costituzionale che la pubblica amministrazione non può disattendere perché vi sono diritti primari che non possono essere cancellati da esigenze di bilancio.

Lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, in special modo a coloro che hanno disabilità, l’inclusione nelle classi ordinarie con insegnanti di sostegno. La stessa Corte nella sentenza n. 80 del 2010 aveva sancito il principio secondo il quale il numero degli insegnanti di sostegno non è proporzionale al numero di unità di studenti con bisogni ed è lo Stato che deve adeguare il budget, non le esigenze che devono adeguarsi agli stanziamenti finanziari.

I diritti, a maggior ragione quelli sanciti dalla Costituzione, non possono essere bypassati dalla mancata o insufficiente assegnazione dei fondi necessari per assicurarli.

In sostanza, lo Stato deve parametrare i fondi finanziari riguardo ai diritti inalienabili, in relazione al fabbisogno e alla domanda dei cittadini, diversamente non deve e non può accadere che il governo stanzi i fondi aprioristicamente, rischiando di tagliare fuori i cittadini e i loro diritti per secondarie questioni finanziarie. Dunque, non è la ripartizione dei soldi fatta dalla politica che stabilisce quali siano i diritti inalienabili, ma il contrario. Sui bisogni secondari il Governo può adottare decisioni discrezionali, ma sui diritti di base che devono assolutamente essere uguali per tutti, come l’istruzione o la salute, questo non deve essere possibile.

A questo proposito non sarà peregrino fare lo stesso tipo di ragionamento sul diritto alla salute, altro diritto sancito dall’art. 32 della Costituzione, in quanto va da sé che sia obbligatorio garantire l’effettivo godimento del diritto alla salute, secondo i principi di universalità, equità e parità di accesso alle cure, propri del nostro sistema, in presenza di risorse pubbliche limitate e nel rispetto dei vincoli di bilancio.

Peraltro, la Corte costituzionale ha chiarito, già nel 2016, che “le esigenze della finanza pubblica non possono assumere, nel bilanciamento del legislatore, un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana” (C.C. n. 203/2016). In termini ancora più netti, la Corte ha anche aggiunto, sempre in materia di diritti sociali che: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione” (C.C. n. 275/2016).

Si tratta di un cambio di prospettiva radicale, poichè impone una rimeditazione delle scelte di razionalizzazione della spesa sanitaria, inizialmente fondate sui c.d. tagli lineari, a favore di scelte orientate prioritariamente all’esigenza di tutelare il nucleo irriducibile del diritto alla salute e, in definitiva, della stessa dignità umana.  Qualunque scelta organizzativa finalizzata alla riduzione dei costi per il bilancio dello Stato – taglio dei posti letto, chiusura di ospedali o di reparti, riduzioni dei budget di spesa in favore di erogatori privati, ecc. – che non sia tuttavia idonea a garantire quel nucleo irriducibile di tutela, secondo i principi di universalità, equità ed uguaglianza, deve ritenersi non proporzionata alla missione costituzionale che l’art. 32 affida alla Repubblica e, come tale, non conforme al principio di ragionevolezza cui l’azione amministrativa deve costantemente ispirarsi, anche nella erogazione del servizio pubblico.

La sfida di rendere effettivo ed inclusivo il diritto fondamentale alla salute, può essere vinta solo se la spesa pubblica viene resa produttiva e, ciò può avvenire soltanto attraverso una stretta collaborazione istituzionale tra amministrazione e giurisdizione.  
 

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