Long Covid – La Sindrome Pasc

Molti pazienti hanno evidenziato come la pericolosità del Covid non si presenti solo durante la fase acuta della malattia. Sul lungo periodo, si riscontra l’insorgenza di sintomi correlati, rientranti nel cosiddetto Long Covid, tra cui l’avvento di una nuova malattia cardiaca: la sindrome di PASC (sequele post acute da Sars-CoV2).

Gli effetti vengono registrati anche fino a quattro mesi dopo la guarigione totale.

Sempre più numerosi i soggetti che lamentano malesseri in seguito all’esposizione al virus. Tra i sintomi più diffusi: stanchezza generalizzata, difficolta respiratorie, palpitazioni e aritmie di vario tipo.

Lo studio è stato effettuato dal American College of Cardiology, il quale ha pubblicato uno studio sull’omonimo giornale. Secondo gli studiosi infatti il Covid avrebbe degli effetti a lungo termine sul cuore e sulla maggior parte dei vasi sanguigni.

Gli esperti della società italiana di cardiologia hanno quindi posto l’attenzione sull’argomento. In questo modo è più facile delineare quali comportamenti adottare per godere di una buona ripresa.

Questa nuova patologia, Sindrome di PASC, va ad interessare tutto l’apparato cardiovascolare, comportando sintomi tra cui dolore toracico, mancanza di respiro, affanno e tachicardia.

Chi ne è affetto avrebbe anche una minore tolleranza verso l’esercizio fisico. Di conseguenza spesso si opta per una vita più sedentaria, contribuendo al peggioramento della malattia stessa.

I medici richiamano l’attenzione sull’opportunità di sottoporsi a un corretto iter diagnostico in presenza di sintomi cardiovascolari dopo il Covid, sostenendo necessario:

  • Esami di laboratorio di base, tra cui la troponina cardiaca;
  • Elettrocardiogramma;
  • Ecocardiogramma;
  • monitoraggio del ritmo ambulatoriale;
  • imaging del torace e/o test di funzionalità polmonare.

La diagnosi precoce diventa determinante per accorciare l’evoluzione della sindrome.

È importante non trascurare segni e sintomi cardiovascolari che compaiano e/o perdurino dopo 4 o più settimane dalla guarigione da Covid-19: il virus ha effetti negativi su cuore e vasi ed è essenziale individuare subito un’eventuale sofferenza cardiovascolare per poter intervenire al meglio.

Si parla di Pasc – Cvd quando dopo i test diagnostici si individua una vera e propria patologia cardiovascolare, oppure di Pasc -Cvs o sindrome Pasc cardiovascolare quando invece gli esami diagnostici standard non hanno identificato una malattia cardiovascolare specifica, ma sono presenti sintomi tipici come tachicardia, intolleranza all’esercizio, dolore toracico e mancanza di respiro.

Fino a poco tempo fa l’individuazione di tali sintomi nei soggetti colpiti non aveva portato a dei risultati concreti.

Per gli scienziati dell’American College of Cardiology però tutto sembra generato dal Long Covid. Gli studi non hanno ancora rivelato se sia possibile guarire dalla sindrome di PASC. I medici hanno però fornito delle indicazioni per alleviare la patologia e stare meglio. È indicato assumere liquidi e sali, per ridurre i sintomi come tachicardia, palpitazioni e/o ipotensione ortostatica; nei casi più gravi il medico può prescrivere beta-bloccanti, calcio-antagonisti non diidropiridinici, ivabradina, fludrocortisone e midodrina. Si raccomanda inoltre l’esercizio in posizione sdraiata o semi-sdraiata nella fase iniziale, per poi passare anche all’esercizio in posizione eretta, man mano che migliora la capacità di stare in piedi senza affanno. Anche la durata dell’esercizio dovrebbe essere inizialmente breve (da 5 a 10 minuti al giorno), con aumenti graduali con la capacità funzionale che migliora.

La sindrome n di PASC ha spinto tutti i più grandi istituti di ricerca ad approfondire gli studi sull’argomento, al fine di monitorare l’effetto delle cure.

Una ricerca pubblicata sull’European Journal of Neurology dal Centro di Ricerca Aldo Ravelli dell’Università degli Studi di Milano e dell’Ospedale San Paolo – in collaborazione con l’Istituto Auxologico Italiano Irccs – riguarda un nuovo sintomo del Long Covid simile a quello della chemioterapia.

Si tratta della cosiddetta nebbia cognitiva, una sorta di rallentamento o stanchezza mentale, che rende difficili anche azioni di tutti i giorni, come lavorare, guidare o fare la spesa.

La ricerca è stata condotta su 76 pazienti ricoverati all’Asst Santi Paolo e Carlo e sottoposti a diverse terapie con ossigeno, in base alla gravità della malattia. Secondo lo studio pubblicato su Nature, i sintomi sarebbero simili a quelli collaterali della chemioterapia o dell’Alzheimer.

Anche i pazienti che non hanno avuto le ospedalizzazioni, divenuti quindi positivi in forme lievi, continuano ad avere una sintomatologia molto compromettente per la loro attività, anche mesi dopo che si sono negativizzati, affrontando con difficoltà il ritorno alla vita normale.

Per il recupero delle normali funzionalità spesso è necessario un percorso riabilitativo.

Le modalità organizzative per la presa in carico dei pazienti affetti da questa sindrome, nonché le modalità di risposta già attuate sul territorio nazionale in termini di creazione di centri specifici di diagnosi e assistenza sembrano essere eterogenee, con ampie variazioni a livello regionale. Manca allo stato una rete nazionale di sorveglianza e un sito istituzionale informativo di riferimento sulla condizione. In questo contesto il Ministero della Salute ha lanciato recentemente un’iniziativa mirata ad incrementare le conoscenze e ad uniformare l’approccio al trattamento del Long-COVID a livello nazionale.

Le strutture sanitarie territoriali di indirizzo riabilitativo stanno intanto avviando percorsi diagnostici e protocolli terapeutici, coinvolgendo équipe multidisciplinari.

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