Sistema sanitario in crisi ma la scelta va al pubblico e al privato accreditato

Sono trascorsi più di venti anni da quando si parla della crisi del sistema sanitario. Crisi strutturale, dal momento che i tagli lineari, la mancanza del personale, l’allungamento delle liste di attesa e tutti i problemi correlati hanno fatto comprendere che manchi una strategia nazionale che possa reggere un sistema in caduta costante.

Eppure il paziente, anche quando ha le possibilità economiche o è coperto da assicurazioni di elezione, sceglie di rivolgersi al sistema sanitario nazionale, ivi comprese le strutture sanitarie accreditate che altro non sono che il braccio del sistema pubblico, anzi fanno parte di un unico insieme.

La spesa sanitaria pubblica non è cresciuta contestualmente ai bisogni della popolazione, a fronte di una più spiccata sensibilità alla prevenzione, alla diagnosi precoce, alla qualità di vita nonché a fronte di un imponente avanzamento tecnologico. Le diseguaglianze territoriali sono aumentate ed è aumentato il divario all’accesso alle cure. Di conseguenza si è creato un ingolfamento dei grandi ospedali, che sono stati investiti di volumi più elevati di attività.  

Nonostante la salute sia anche la rivendicazione di un diritto, le scelte sulla razionalizzazione delle risorse sanitarie non sono state prese da chi ha governato, ma la sanità pubblica e accreditata, fra mille difficoltà va avanti. Manca una strategia di insieme, nonostante nel sistema centrale esistano organismi di controllo, siano stati creati osservatori, non si è stati capaci di analizzare i punti chiave dell’assistenza sanitaria, in relazione alle potenzialità economiche delle regioni e ai loro bisogni.

La carenza di personale è mediata dal gettonismo, ma il gettonismo disturba. Eppure senza i gettonisti alcuni ospedali del territorio non potrebbero funzionare, ma nonostante il veto alle società interinali, ancora in molte regioni non si regolamentano i bandi. I pensionati sono tornati a fare turni, quando la legge sul lavoro, quantomeno, limiterebbe questa possibilità, se non altro per la paura che turni stancanti ad opera di medici “anziani” potrebbero comportare maggiori rischi.

Eppure molti ospedali oggi continuano a rimanere operativi anche grazie alle attività aggiuntive assicurate dai professionisti che si spostano occasionalmente da un ospedale ad un altro, coprendo prevalentemente i servizi ospedalieri o le specializzazioni più scomode, con un’attività lavorativa economicamente più remunerata, che grava sul bilancio regionale e di conseguenza su quello nazionale.

Ma perché non stabilizzare concretamente le risorse, come si è fatto con gli specializzandi e perché, quest’ultimi, una volta specializzati, emigrano altrove?

Forse razionalizzando le risorse e recuperando gli sprechi si riuscirebbe quantomeno a risparmiare, trasformando quel risparmio in una risorsa da reinvestire nel materiale umano professionale.

A complicare il quadro interviene una narrazione mediatica distorta che descrive gli ospedali come luoghi inefficienti, pericolosi, ostili, dove può consumarsi facilmente l’errore nei confronti dei pazienti e l’aggressività nei confronti dei sanitari.

Non è così! L’ospedale, la sanità pubblica e quella accreditata rimangono l’unico baluardo della sicurezza, della certezza della cura e dell’assistenza e devono essere salvaguardate con regole, ma con maggiore fiducia. Il contenzioso giudiziario è eccessivo e va limitato da regole ferree, non lasciando che solo la giurisdizione o la giurisprudenza decidano.

Il medico continuerà a cercare dimensioni culturali e sociali differenti per affermare la propria carriera secondo le sue più giuste aspettative.

È in questo spazio tra etica e organizzazione, tra ciò che la medicina chiede e ciò che l’ospedale con le sue risorse permette, che si gioca il futuro della cura del nostro Paese.

Il cittadino ancora predilige questa scelta, nonostante tutte le difficoltà. E’ indispensabile attuare un progetto culturale e politico di valore perché la sanità non sia un insieme di problemi da rincorrere e rattoppare, ma un organismo da sostenere, rinnovare e riprogettare riconoscendone la sua indispensabile dinamica natura.

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

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