Degenza ospedaliera, Italia sopra la media: 7,2 giorni. La sfida è rafforzare la continuità tra ospedale e territorio

I dati OCSE collocano il nostro Paese tra quelli con permanenze ospedaliere più lunghe. Ma ridurre i giorni di ricovero non può essere un obiettivo in sé: servono appropriatezza, strutture intermedie e una rete territoriale capace di garantire continuità assistenziale.

La durata media della degenza ospedaliera in Italia si attesta a 7,2 giorni, un valore che colloca il nostro Paese nella fascia alta del confronto internazionale elaborato dall’OCSE. Il dato, riferito al 2022, evidenzia permanenze superiori a quelle registrate in numerosi sistemi sanitari comparabili e riporta al centro dell’attenzione il tema dell’organizzazione dell’assistenza e del rapporto tra ospedale e territorio.

Il confronto mostra differenze significative tra i diversi Paesi. Secondo i dati riportati, l’Italia si posiziona dietro a Giappone, Portogallo, Canada, Regno Unito, Germania e Lussemburgo, mentre presenta una durata della degenza superiore, tra gli altri, a Francia, Svezia, Finlandia, Polonia e Slovenia.

Il dato, tuttavia, deve essere interpretato con cautela. La durata media della degenza è considerata un indicatore dell’efficienza ospedaliera perché, a parità di condizioni, ricoveri più brevi possono ridurre il costo per dimissione e consentire il trasferimento dell’assistenza verso setting post-acuti meno onerosi. Ma il confronto risente di numerosi fattori: caratteristiche dei pazienti, complessità clinica, organizzazione dei servizi e, soprattutto, disponibilità di strutture intermedie, riabilitative, sociosanitarie e di assistenza domiciliare.

La questione, quindi, non è semplicemente dimettere prima, ma evitare le giornate di ricovero clinicamente non necessarie. Una permanenza ospedaliera prolungata può infatti essere determinata non soltanto dalle esigenze cliniche del paziente, ma anche dalla difficoltà di individuare una soluzione assistenziale adeguata dopo la fase acuta.

È proprio su questo terreno che emerge una delle principali sfide per il Servizio sanitario nazionale: costruire una filiera assistenziale realmente integrata, nella quale ospedale, riabilitazione, assistenza residenziale e semiresidenziale, specialistica ambulatoriale, cure domiciliari e medicina territoriale siano in grado di dialogare e garantire una presa in carico senza interruzioni.

In questa prospettiva, il dato OCSE assume un significato che va oltre la sola efficienza ospedaliera. La capacità di liberare tempestivamente posti letto per acuti dipende anche dall’esistenza, a valle dell’ospedale, di servizi in grado di accogliere in sicurezza i pazienti che non necessitano più del ricovero ma che hanno ancora bisogno di assistenza, riabilitazione o monitoraggio.

Rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio diventa quindi una condizione essenziale non solo per contenere le degenze inappropriate, ma anche per migliorare l’utilizzo delle risorse, aumentare la disponibilità dei posti letto e assicurare percorsi di cura più rispondenti alle esigenze dei pazienti.

In un sistema sanitario chiamato a confrontarsi con l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità e una crescente complessità assistenziale, la risposta non può dunque limitarsi alla riduzione dei tempi di ricovero. Occorre piuttosto costruire una rete capace di accompagnare il paziente prima, durante e dopo l’ospedale, valorizzando tutte le componenti pubbliche e private accreditate che concorrono alla continuità dell’assistenza.

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