L’autonomia differenziata è legge, ma quante criticità!

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Il provvedimento definisce procedure legislative e amministrative da seguire per giungere ad una intesa tra lo Stato e le Regioni che chiedono ulteriori autonomie.

La riforma sull’autonomia differenziata si fonda su passaggi molto discutibili, primo fra tutti quello che riguarda la possibilità di riconoscere ulteriori funzioni alle Regioni. La prevalenza del principio di autonomia su quello di solidarietà e quanto alla sanità, del concetto universalistico che regna sovrano nell’art. 32 della Costituzione italiana, consolida la frattura fra Nord e Sud; esaspera la differenziazione dei livelli essenziali delle prestazioni, facendo un distinguo che crea diseguaglianza nel paese.

Si avverte sempre di più, anche per mezzo della riforma sull’autonomia differenziata un’aria malsana, una ventata di delegittimazione del Parlamento che fa il paio con la riforma per il “premierato rinforzato”.

Nella chiave di lettura critica, mossa e promossa da molti Presidenti di Regione, anche di appartenenza alla maggioranza di Governo, emergono molti spunti dai quali e per i quali si può facilmente comprendere quali sono le differenze che si verranno inevitabilmente a creare.

Con la legge 18 ottobre 2001, n. 3 fu riformato il titolo V della Costituzione, che trasferiva molti poteri dallo Stato centrale alle Regioni, dando di fatto piena attuazione all’articolo 5 della Costituzione che riconosce le autonomie locali quali enti esponenziali preesistenti alla formazione della Repubblica. Si è verificata così una vera e propria riforma in senso federale dello Stato, riconoscendo alle Regioni l’autonomia legislativa, ovvero la possibilità di legiferare norme di rango primario in varie materie fra cui quella della tutela della salute.

Oggi, anche all’esito della pandemia, sarebbe stato necessario chiedersi se sia o meno corretto che la sanità sia in capo alle Regioni. Cioè, quale sia il livello di governo più adatto a prendere le decisioni in campo sanitario.

Il presupposto per gettare solide basi nella sanità è essenzialmente dato dalla constatazione del fallimento, in campo sanitario, della politica del regionalismo.

Il sistema della sanità pubblica non può non essere ripensato se non con un’adeguata interazione della sanità privata. L’ attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116 della Costituzione conduce al federalismo sanitario a geometria variabile, con il rischio che il diritto alla salute possa soltanto assumere una valenza locale.

Una geometria variabile che, stante la diversa organizzazione e strutturazione della sanità fra le varie regioni rischia di coinvolgere in negativo anche le strutture “ausiliarie” private, che potrebbero essere pregiudicate da un sistema regionale disomogeneo e differenziato che sprona all’emigrazione sanitaria e determina in generale riflessi sulla immagine dell’efficienza sanitaria di alcune regioni rispetto ad altre, travolgendo in questa sfiducia anche le strutture private accreditate.

Dunque al Parlamento residuerebbe solo la deliberazione dell’intesa già negoziata tra il Governo e una delle Regioni; peraltro il Governo può non tener conto dei rilievi formulati dalle Camere sullo schema di intesa. Sembra esservi l’implicita intenzione di ratificare le intese già precedentemente negoziate con alcune Regioni: “atti di iniziativa delle Regioni già presentati al Governo, di cui sia stato avviato il confronto congiunto tra il Governo e la Regione interessata”.

L’autonomia differenziata rischia di risolversi in un nulla di fatto, perchè non tiene conto dei vincoli di finanza pubblica; della sostenibilità economica-finanziaria; dei problemi dell’autonomia fiscale regionale.

Le dimissioni di alcuni fra i membri più esperti della Commissione che ha soltanto elencato in termini generici le funzioni connesse a diritti civili e sociali, le perplessità dell’ufficio di bilancio, del Parlamento e della Banca d’Italia confermano le perplessità sulla possibilità e sul costo globale di questa riforma, forse troppo affrettata.

Ora si parla di ricorso alla Corte Costituzionale, se possibile, da parte di alcuni coalizzati Presidenti di Regione e di referendum costituzionale.

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