Infezioni nosocomiali e onere probatorio della struttura

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Una recente pronuncia della Suprema Corte induce ad alcune riflessioni di natura giuridica sostanziale in tema di risarcimento del danno, ma soprattutto per quanto concerne l’onere probatorio.

L’idea è che a partire dalla dottrina a finire alla giurisprudenza in campo sanitario, dopo alcuni “fallimenti” legislativi ci si affidi sempre di più a standardizzare, organizzare, codificare linee guida del buon operatore, che sia da identificare nell’operatore sanitario (medico) o nella struttura (ospedale o altra struttura).

La sentenza della Corte Suprema, III Sezione Civile, n. 6386 del 3 marzo 202, che si vuole commentare riguarda il caso di una richiesta di risarcimento per danni per un’infezione contratta in ospedale da una signora deceduta e dovuta ad uno shock settico da stafilococco, da parte dei parenti nei confronti della struttura ospedaliera.

Nei due giudizi di merito, la richiesta di risarcimento da parte dei parenti veniva respinta per mancanza del nesso causale.
La sentenza di primo grado accertava il comportamento negligente e imperito dei medici, ritenendo, però, non sussistente il nesso causale tra l’operato negligente dei sanitari dell’ospedale e la morte della paziente. A tale proposito, gli appellanti chiedevano il riconoscimento del danno non patrimoniale conseguente alla morte della loro congiunta e la conseguente condanna della struttura sanitaria al risarcimento dei danni.
La Corte d’Appello confermava la sentenza di primo grado, sostenendo le considerazioni del CTU, secondo le quali non si poteva affermare che la prescrizione antibiotica, non mirata, avrebbe evitato l’infezione e il decesso della paziente.

Diversamente la Suprema Corte adita, ritiene la sentenza viziata nella motivazione, poiché è errato il criterio di giudizio utilizzato, cioè quello di certezza del rapporto causa-effetto e non il modello di ricostruzione del nesso causale fondato sul giudizio di probabilità logica.  

Inoltre, secondo la Suprema Corte, i giudici di merito hanno compiuto un errore di diritto effettuando “il giudizio controfattuale limitatamente al solo comportamento dei sanitari, senza considerare il dato, obiettivo, della contrazione della infezione in ambito nosocomiale”.
Pertanto, la Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello per nuovo giudizio, in quanto il giudice dovrà verificare se possa o meno ritenersi “più probabile che non” che l’infezione contratta in ospedale e causativa del decesso possa essere imputata alla struttura sanitaria per proprie carenze, autonome dalla responsabilità dei sanitari.

Secondo la Corte, infatti, il rapporto contrattuale tra il paziente e la struttura sanitaria o il medico non produce, di regola, effetti protettivi in favore dei terzi, perché, fatta eccezione per il circoscritto campo delle prestazioni sanitarie afferenti alla procreazione, il contratto ha efficacia limitata alle parti.
Conseguentemente, l’autonoma pretesa risarcitoria vantata dai congiunti del paziente per i danni ad essi derivati dall’inadempimento dell’obbligazione sanitaria, si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale.

Per quanto attiene alla sussistenza del nesso di causalità, in questo caso si assiste ad una inversione dell’onere probatorio secondo il quale la struttura deve allegare e dimostrare una vera e propria check list da cui si evince che ha adottato tutte le cautele e applicato tutti i protocolli necessari, affinchè l’infezione non potesse essere contratta.  

Nello specifico, la struttura dovrà dimostrare:
a) l’indicazione dei protocolli relativi alla disinfezione, disinfestazione e sterilizzazione di ambienti e materiali;
b) l’indicazione delle modalità di raccolta, lavaggio e disinfezione della biancheria;
c) l’indicazione delle forme di smaltimento dei rifiuti solidi e dei liquami;
d) le caratteristiche della mensa e degli strumenti di distribuzione di cibi e bevande;

e) le modalità di preparazione, conservazione ed uso dei disinfettanti;
f) la qualità dell’aria e degli impianti di condizionamento;
g) l’attivazione di un sistema di sorveglianza e di notifica;
h) l’indicazione dei criteri di controllo e di limitazione dell’accesso ai visitatori;
i) le procedure di controllo degli infortuni e delle malattie del personale e le profilassi vaccinali;

j) l’indicazione del rapporto numerico tra personale e degenti;
k) la sorveglianza basata sui dati microbiologici di laboratorio;
l) la redazione di un report da parte delle direzioni dei reparti da comunicare alle direzioni sanitarie al fine di monitorare i germi patogeni-sentinella;
m) l’indicazione dell’orario della effettiva esecuzione delle attività di prevenzione del rischio.

In sostanza, la decisione della Corte di Cassazione si pone in linea con il processo che si sta avviando, già dal 2001, con l’entrata in vigore del decreto legislativa 231/2001, relativo alla responsabilità amministrativa degli enti, avviando i termini di una sorta di colpa in organizzazione, con la predisposizione di presidi adeguati ad evitare ogni genere di rischio.

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