Veneto sul fine vita

L’emergenza di legiferare, di regolamentare il tema del fine vita è di fondamentale importanza, a partire dai medici e dai familiari o caregivers che stanno a stretto contatto con il malato terminale. Anche al fine di chiarire il ruolo dell’idratazione e nutrizione artificiale, che per il 50% dei clinici costituiscono trattamenti medici e per l’altra metà terapie di supporto. L’attuale testo unificato del disegno di legge in materia di morte medicalmente assistita (“Modifica all’articolo 580 del Codice penale e ulteriori disposizioni esecutive della sentenza n. 242 della Corte costituzionale del 22 novembre 2019”) contiene secondo gli oncologi diverse criticità. La proposta normativa esclude il Servizio sanitario nazionale dalla fase attuativa della procedura e non viene indicato il soggetto chiamato ad assistere la persona, prescrivere o fornire i farmaci, o supervisionare questa delicatissima fase. Le spese per queste pratiche non devono essere a carico dei cittadini. 

Si tratta di regolamentare condizioni in linea con i criteri stabiliti dalla Corte Costituzionale, cioè grave sofferenza fisica o psicologica, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli riguardo a patologie irreversibili e con dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Gli emendamenti al disegno di legge prevedono che la verifica dei requisiti passi da un doppio vaglio: prima i comitati etici territoriali, con parere non vincolante entro 60 giorni, poi il Centro di coordinamento nazionale, con parere obbligatorio entro ulteriori 60 giorni, prorogabili di 30 giorni. Un percorso troppo lungo perché si può arrivare fino a cinque mesi, quando il paziente potrebbe non essere più in vita. 

Le disposizioni anticipate di trattamento sono fondamentali, ma ancora poco in uso, servirebbe maggiore consapevolezza e conoscenza, nonché semplificazione della procedura.

Incredibile che a supplire una carenza del legislatore nazionale debba intervenire, sempre più massivamente, il legislatore regionale.

Infatti, anche il Veneto, proprio il 2 settembre ha approvato in Consiglio regionale la legge di iniziativa popolare sull’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Dunque, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna, ora il Veneto si colloca in quinta posizione nazionale per l’approvazione di una legge che consentire con estremo scrupolo di dare maggiore dignità al fine vita.

Per la prima volta sull’argomento, fa riflettere che non si guardi ad appartenenze politiche, dal momento che la regione ha un governatore legato alla maggioranza di governo, segno che questa questione così importante non può appartenere a bieche discussioni partitiche, ma è una necessità per coloro che soffrono, ponendo sempre il giusto controllo e non trattandosi di eutanasia, sempre vietata nel territorio italiano.

Pertanto pur se si è parlato di frattura politica, ciò che è stato di primaria rilevanza è stata la salute del paziente. Lo stesso Presidente della Regione ha fatto presente che dal 2019 le richieste presentate in Veneto sono state 31 di cui solo 3 con parere favorevole.

Il Veneto non ha legalizzato l’eutanasia, questo resta un divieto, ma, come avvenuto nelle altre regioni citate, ha normato ciò che dal 2019 la Corte Costituzionale ha ribadito.

Le condizioni devono esserci tutte: la patologia deve essere irreversibile; le sofferenze fisiche o psicologiche devono essere giudicate intollerabili dalla persona; deve esserci dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; deve sussistere la piena capacità di assumere una decisione libera e consapevole. Non è sufficiente essere gravemente malati o essere disabili, o prossimi a morire.

L’accertamento spetta a una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, dopo il parere del comitato etico competente.

Pertanto la legge veneta norma la presa in carico del richiedente da parte della sanità regionale, l’esame clinico, la valutazione bioetica e la definizione delle modalità di assistenza. Attribuisce al medico somministratore delle cure palliative un compito centrale e questi viene segnalato dal Comitato bioetico regionale con il compito di dare informazioni adeguate sulle cure palliative.

La problematica che affligge il paese è sempre la medesima se una regione risolve parzialmente una problematica annosa e molto sentita, dall’altra ci sono ancora regioni nelle quali la cultura delle cure palliative non c’è o, comunque c’è scarsa informazione, anche senza dover parlare di fine vita, ma semplicemente di terapia del dolore e di non sofferenza nell’affrontare malattie molto penose.

Dunque pensare ancora oggi a differenze geografiche così diverse, anche per il fine vita non è molto dignitoso per chi soffre. L’augurio è quello di avere al più presto una legge nazionale.

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

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