Sedazione profonda ed esercizio abusivo della professione

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

E’ interessante dedicare un breve commento ad una recente sentenza della Terza Sezione della Corte di Cassazione Penale (n. 40874/2023) che ha sancito la sussistenza del reato di esercizio abusivo della professione, ex art. 348 del codice penale, per lo specialista gastroenterologo che nel corso di un esame endoscopico su un suo paziente abbia somministrato farmaci sedativi per i quali è prescritto il ricovero o la presenza di uno specialista anestesista-rianimatore.

La pronuncia non è isolata, ma merita attenzione per il fatto che solitamente si attribuisce il reato de quo a coloro che non hanno conseguito un’abilitazione professionale, ad esempio il semplice laureato (per uscire dal campo strettamente sanitario) anche in Facoltà quali giurisprudenza, o economia e commercio, o ingegneria o altro, che non abbia sostenuto l’esame di stato non può esercitare la professione di avvocato, né quella di commercialista o revisore, ingegnere o altro. Lo stesso dicasi, poi, per professioni che necessitano di lauree o specializzazioni esercitate da persone non in possesso di alcun titolo.

Dunque, questa specificazione, meglio sofisticazione, effettuata dalla giurisprudenza di legittimità pone un importante veto nell’ambito delle medesime professioni sanitarie, nelle quali una specializzazione non è sufficiente a somministrare alcuni tipi di farmacie, dunque, sostanzialmente distinguendo la specializzazione in anestesia e rianimazione dalle altre specializzazioni in medicina e chirurgia.

La pronuncia della Suprema Corte rappresenta un sugello delle linee guida elaborate dalla società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, che ha precisato, meglio imposto, per evitare errori nel delicato campo dell’uso di sostanze contenenti oppiacei o comunque derivati benzodiazepinici che portano il paziente alla sedazione profonda,  e, dunque, devono essere usati in sala operatoria, che le scelte devono essere di esclusivo appannaggio, anzi di esclusiva competenza del medico specialista in anestesia, il quale non solo decide il farmaco e il quantitativo, ma deve stabilire la tecnica, la preparazione, la procedura sulla base di un consenso informato, sempre formulato dal paziente o dai tutori se si tratti di minore o di persona con minorata capacità di intendere e volere.

Sempre e solo in capo a questo specialista deve sussistere la decisione di eseguire esami, indagini o visite supplementari, prima di eseguire procedure che richiedano la sua presenza sulla base di uno scrupoloso e attento studio della storia clinica del paziente, sulla sua età e su tutte le informazioni anamnestiche dal medesimo fornite.

Solo lo specialista in anestesia può ritenere indicata o meno il tipo di sedazione prescelta, anche per gli esami endoscopici e può decidere, se la situazione lo richiede, di posticipare la procedura.

Dunque, fermo restando che nel caso di anestesie locali, topiche, localizzate il medico di altra specializzazione possa effettuarle in ambulatorio, senza richiedere l’intervento dell’anestesista, i pazienti devono essere assolutamente selezionati.

La cautela dispiegata nelle motivazioni di questa ed altre sentenze conformi fa riflettere. Innanzitutto perché, al di là di errori e richieste risarcitorie scaturenti dall’atto medico, i reati si spostano dalla sfera della persona (come avviene nei casi di lesioni personali e omicidio, seppur nella forma colposa) a quella dei delitti commessi dai soggetti provati nei confronti della pubblica amministrazione, in quanto l’esercizio abusivo della professione è ricompreso fra questi. In secondo luogo bisogna riflettere sul fatto di come tutto questo si concili con la presa di coscienza del Governo attuale sullo  scudo penale nei confronti degli atti medici, dove, invece, questo tipo di reato non trova spazio.

Si dovranno fare nuovamente i conti con la paura dei medici di esercitare la professione e sulla tanto dibattuta medicina difensiva che non cura i pazienti.

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