Rifiuti sanitari non pericolosi e reati ambientali contravvenzionali

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Sono rifiuti sanitari quelli che derivano da strutture pubbliche e private che svolgono attività medica e veterinaria di prevenzione, di diagnosi, di cura, di riabilitazione e di ricerca e sono regolamentati dal DPR n. 254/2003, art. 2.

Si distinguono in queste tipologie:

  1. rifiuti sanitari non pericolosi;
  2. rifiuti sanitari assimilati ai rifiuti urbani;
  3. rifiuti sanitari pericolosi non a rischio infettivo;
  4. rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo;
  5. rifiuti sanitari che richiedono particolari sistemi di smaltimento;
  6. rifiuti da esumazioni e da estumulazioni, nonché i rifiuti derivanti da altre attività cimiteriali, esclusi i rifiuti vegetali provenienti da aree cimiteriali;
  7. rifiuti speciali, prodotti al di fuori delle strutture sanitarie, che come rischio risultano analoghi ai rifiuti pericolosi a rischio infettivo.

Con il DPR n. 254 del 15 luglio 2003 è stato approvato il regolamento recante la disciplina della gestione dei rifiuti sanitari con lo scopo di garantire elevati livelli di tutela dell’ambiente e della salute pubblica, nonché un efficace sistema di controlli. Tale provvedimento mantiene le caratteristiche di specialità nell’ambito della regolamentazione dei rifiuti, rimanendo comunque inserito nel quadro più generale dei principi espressi prima dal D.lgs. n. 22/1997 e successivamente dal Decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche. Così, ad esempio, la classificazione del rifiuto viene effettuata con il consueto criterio dell’attribuzione dei codici CER e gli obblighi amministrativi di gestione dei rifiuti rimangono inalterati ove non diversamente specificato dal decreto.

Per tale motivo può essere interessante verificare che nel caso di rifiuto non pericoloso quando si incorre in taluni reati contravvenzionali come il deposito incontrollato e non temporaneo degli stessi il nuovo codice dell’ambiente permette l’estinzione del reato a fronte dell’esecuzione di alcune prescrizioni e a seguito del pagamento di una sanzione amministrativa.

La disciplina di cui agli articoli 318 bis e seguenti del D.lgs. 152/2006 si applica alle contravvenzioni previste dal Testo Unico dell’Ambiente punite con la sola pena dell’ammenda o con la pena alternativa dell’arresto e dell’ammenda.

Il tutto risulta dalla lettura del combinato disposto dell’art.318 quater e del 318 septies che contempla la possibilità dell’adempimento di alcune prescrizioni che dovranno essere emesse dagli organi deputati alla vigilanza e controllo nella loro funzione di polizia giudiziaria (ad esempio nuclei specializzati dei Carabinieri o di altre forze dell’ordine con la specifica delega alla vigilanza dell’ambiente, o similari con delega di funzioni).

A seguito dell’esecuzione delle suddette prescrizioni, eseguite alla perfezione e con il placet dell’organo di controllo e vigilanza si può essere ammessi al pagamento di un’ammenda pari ad un quarto del massimo previsto dalla legge, o comunque, all’oblazione, con l’effetto della dichiarazione di estinzione del reato.

Ovviamente la procedura estintiva non è possibile quando si tratti di rifiuti pericolosi, in quanto il danno o il pericolo di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche prodotte non sono assolutamente “trattabili”, anzi determinano aggravamenti delle fattispecie di reato fino al disastro ambientale.

Le conseguenze sono importanti anche in ambito di decreto legislativo 231/2001, essendo i reati ambientali reati presupposto, a pieno titolo, della responsabilità amministrativa dell’ente, per i quali il pubblico ministero è quasi costretto dalla legge a contestarli alla società.

Questa forme di minore antigiuridicità che consente l’estinzione del reato, seppur “a caro prezzo” rientra e si attaglia perfettamente ai processi di riforma avviati nel diritto sostanziale e ancor più in quello processuale, attraverso forme riparative che collimano con quelle della giustizia.

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