Medici reperibili 7 giorni su 7

È entrato in vigore un provvedimento importante in ambito sanitario, che obbliga tutte le Regioni italiane a dotarsi di un’organizzazione sanitaria “territoriale” adeguata e consona entro gennaio del 2023. Chi non rispetterà tale normativa perderà il 2-3% del finanziamento integrativo del Fondo sanitario nazionale. La disposizione, nello specifico, prevede Case di Comunità (CdC) aperte 7 giorni su 7 per 24 ore con in servizio (a rotazione) 30-35 medici di medicina generale e pediatri e tra i 7 e gli 11 infermieri. A tali figure professionali si aggiunge la disponibilità anche di psicologi, ostetrici, assistenti sociali, tecnici della riabilitazione e qualsiasi specialista che possa essere utile a un cittadino che sta male, senza il bisogno di rivolgersi ai grandi centri ospedalieri.

L’intento è quello di rafforzare la medicina “di comunità”, e per questo si rivolge a Case di Comunità e Ospedali di Comunità. Le prime sono strutture polivalenti, distribuite in maniera piuttosto capillare su tutto il territorio, che garantiscono funzioni di assistenza sanitaria primaria (e attività di prevenzione) con lo scopo di alleggerire il sovraccarico dei pronto soccorso e fornire diagnosi più rapide. I secondi sono invece vere e proprie strutture sanitarie di ricovero breve, “per pazienti che hanno bisogno di interventi sanitari a bassa intensità clinica”. In pratica luoghi dove è possibile (teoricamente) avere qualsiasi tipo di assistenza sanitaria (per piccole patologie) senza dover intralciare il soccorso emergenziale.

Ma queste strutture esistono già? Il piano prevede che il nostro territorio ne ospiti circa 1300 – cioè una ogni 50 mila abitanti più o meno – entro il 2026, usufruendo dei fondi previsti dal Piano nazionale di riprese e resilienza. Affinché si arrivi davvero ad un’efficienza tale per cui il cittadino riceva 24 su 24 e 7 su 7 assistenza sanitaria di ogni tipo, è necessaria una cosa:che il personale ci sia. Le strutture dovranno avere, per forza di cose, un organico più numeroso, per evitare che un accavallamento di turni e orari generinol’ennesima situazione umanamente e lavorativamente insostenibile.

La sanità italiana è al collasso. La Simeu (Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza) ha dichiarato che solo nei Pronto Soccorso mancano circa 4.200 camici bianchi(i dati risalgono a novembre scorso). Cifre che potrebbero ulteriormente salire (nel 2022 sono già 600 quelli che si sono dimessi). Gravano sulla situazione turni sempre più massacranti, sempre più pazienti da gestire per ogni singolo medico e lavoro sempre più intenso,in cambio di compensi non adeguati.

E se la risposta agli enti sanitari che continuano a chiedere di poter assumere nuovo personale (come di fatto bisognerà fare in seguito al provvedimento), continuerà ad essere “non si può fare”, la misura sui medici sempre reperibili è destinata a diventare rapidamente lettera morta. Esiste infatti “un tetto di spesa” per il personale del Servizio sanitario, introdotto per la prima volta dalla legge Finanziaria del 2010 (191/2009). Fino a quanto non si interverrà su questo meccanismo non si potrà fare nulla per aumentare il personale.

In ogni caso, a prescindere dal denaro (che non c’è) il tempo a disposizione è veramente poco: anche se il 2023 sembra così lontano, in realtà i sei mesi che rimangono del 2022 sono davvero pochi per rivoluzionare un sistema, quello sanitario, che implode ormai da diversi anni.

Sebbene infatti questo decreto nasca con il migliore dei propositi e, almeno nella teoria, offra una soluzione definitiva all’annoso problema degli assembramenti presso il pronto soccorso, la Cgil non è convinta che sia del tutto attuabile. La Confederazione Generale italiana del Lavoro fa notare che il fondo sanitario è insufficiente a sostenere i costi previsti da questo progetto e che, in assenza di “un robusto piano di assunzioni e di stabilizzazioni tese all’abbattimento di un precariato ormai diffusissimo, tutto il processo di riorganizzazione rischia di entrare in crisi ancor prima dell’avvio”.

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