L’estensione della responsabilità colposa nell’infortunio mortale sul lavoro

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

La Corte Suprema di Cassazione si è espressa con un quid novis nell’ambito della responsabilità colposa nell’ambiente di lavoro. In particolare nel caso di un lavoratore investito mortalmente da un carico di tubolari di acciaio, incidente per il quale, oltre ai responsabili di azienda, titolare di una specifica ed espressa posizione di garanzia, è stato ritenuto responsabile anche il cosiddetto RLS, acronimo del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

Si tratta della sentenza della IV Sezione Penale della Corte di Cassazione, n. 38914/2023.

Si è ritenuto la necessità di sottolineare questa sorta di novità giurisprudenziale in quanto ciò che colpisce non è tanto lo stare in giudizio del RLS, ma il fatto che la Cassazione, per la prima volta, lo ritenga corresponsabile nelle sue relative funzioni di sindacalista.

La vicenda giudiziaria ha riguardato la tragica morte di un giovane lavoratore schiacciato da una grossa “balla” di tubi di acciaio che con un muletto stava posizionando su alcuni scaffali; così facendo la cascata di tubi gli è precipitata addosso, schiacciandolo mortalmente.

Non sono mancati precedenti giurisprudenziali nei quali il RLS era stato ritenuto responsabile, ma sempre perché ricopriva, nei casi specifici, la funzione di capo cantiere, o comunque di preposto con specifiche deleghe, ma è la prima volta che l’attenzione della Corte si incentra sulle omissioni di questa figura sindacale, riguardanti la sua specifica attività.

Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza non ha, di per sé, nell’ambito della sua funzione, dei veri e propri obblighi. Infatti, il D.Lgs. n. 81/2008 non prevede specifiche sanzioni nel caso di inadempimento dei suoi doveri.

Si ribadisce che il RLS non è titolare di una specifica posizione di garanzia.

La Corte di Cassazione ha affermato la sua responsabilità dal punto di vista della cooperazione colposa, cioè l’aver commesso una serie di negligenze e di inadempienze che insieme ad altre cause hanno concorso a causare l’evento morte.

Da questo concetto deriva la corresponsabilità colposa del rappresentante sindacale.

Dunque, al di là di una specifica posizione di garanzia che continua a non essere esistente in capo al RLS, nel caso che ci occupa egli risponde in concorso con il datore di lavoro, riguardo al reato di omicidio colposo derivante da infortunio sul lavoro. A tale proposito, si legge nella sentenza: “…è bene precisare che, nel caso di specie, viene in rilievo non se l’imputato, in tale sua veste, ricoprisse o meno una posizione di garanzia intesa come titolarità di un dovere di protezione e di controllo finalizzati ad impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire (art. 40 cpv. c.p.) – ma se egli abbia, con la sua condotta, contribuito causalmente alla verificazione dell’evento ai sensi dell’art. 113 c.p. E, sotto questo profilo, la sentenza impugnata ha illustrato adeguatamente i termini in cui si è realizzata la cooperazione colposa dello B.B. nel delitto di cui trattasi. Richiamati i compiti attribuiti dall’art. 50 al Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza, ha osservato come l’imputato non abbia in alcun modo ottemperato ai compiti che gli erano stati attribuiti per legge, consentendo che il C.C. fosse adibito a mansioni diverse rispetto a quelle contrattuali, senza aver ricevuto alcuna adeguata formazione e non sollecitando in alcun modo l’adozione da parte del responsabile dell’azienda di modelli organizzativi in grado di preservare la sicurezza dei lavoratori, nonostante le sollecitazioni in tal senso formulate dal D.D.”.

Da ciò si ricava l’osservazione che la catena delle responsabilità nel campo degli infortuni sul lavoro è destinata ad essere ampliata sempre di più!

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