Ecosostenibilità e impresa

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

La riforma costituzionale dell’art. 41 non si limita al riconoscimento della tutela dell’ambiente come interesse pubblico, ma modifica lo scopo d’impresa attraverso l’intervento legislativo, modificando l’idea stessa di attività economica privata.

La legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione, ha riconosciuto un espresso rilievo alla tutela dell’ambiente. Il nuovo comma 3 dell’art. 9 Cost., nel prevedere che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, detta un criterio generale di azione dei pubblici poteri improntato alla protezione dell’ambiente.

E’ fondamentale il richiamo riconosciuto allo sviluppo sostenibile, a livello internazionale, europeo e nazionale, ma se l’art. 9 della Costituzione è incentrato sul ruolo dei pubblici poteri nella tutela dell’ambiente, l’art. 41 allarga la prospettiva al ruolo dei privati. In particolare, il secondo comma prevede oggi che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno, oltre che alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, altresì “alla salute” e “all’ambiente”.

La modifica costituzionale è dovuta tanto ai recepimenti degli obiettivi dell’agenda 2030 stabiliti dall’ONU, tanto alle recenti politiche europee: si pensi al Green Deal, il piano ideato dalla Commissione europea nel 2019 per promuovere massicci investimenti pubblici, tra l’altro, nei settori dell’energia, della politica industriale e della mobilità, in un’ottica di transizione energetica.  Si pensi altresì al Next Generation Eu, ossia al piano da oltre 700 milioni di euro per ricostruire l’Europa post Covid-19, promuovendo una economia più verde, più digitale e più resiliente, nel cui ambito si inseriscono i vari recovery plans, tra i quali il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Ma la modifica dell’art. 41 Cost. potrebbe legittimare un cambiamento dello scopo dell’impresa: quest’ultimo non sarebbe più o, comunque non solo, la massimizzazione del profitto, ma la sostenibilità o la responsabilità sociale di impresa. Dunque il mutamento costituzionale potrebbe limitare la libera iniziativa economica?

Per il momento la proposta della Commissione europea riguarda una direttiva che chiederebbe una due diligence alle imprese in materia di sostenibilità, cioè, viene richiesto alle imprese che si affacciano al mercato di implementare sistemi e processi idonei a prevenire o a rimediare l’impatto negativo sui diritti umani e sull’ambiente causato dalla loro attività.

A livello europeo è stata adottata la strategia del Green Deal, il cui scopo primario consiste nel raggiungere la neutralità climatica dell’economia europea nel 2050, attraverso una transizione ecologica che necessita del contributo del settore finanziario.  In questo contesto, si avverte la necessità di garantire la veridicità delle informazioni sul reale grado di sostenibilità delle attività economiche da parte delle imprese, evitando i due fenomeni del greenwashing e del brownwashing.

Il primo consiste negli sforzi che le aziende compiono per presentare un’immagine ecologicamente responsabile sulla base di informazioni non veritiere sulla sostenibilità; il secondo riguarda le aziende che tendono a sottovalutare le loro performance o a non comunicare affatto i risultati ottenuti.   

Per far fronte a queste problematiche, l’Unione europea si è dotata di un sistema di classificazione comune, la tassonomia Ue, che intende elencare i criteri con cui le attività economiche possono essere riconosciute come sostenibili dal punto di vista ambientale.  In Italia, i criteri della tassonomia sono infatti già stati utilizzati per valutare l’accesso ai finanziamenti pubblici. Questi parametri richiedono, però, uno sforzo non indifferente in termini di costi di adeguamento, costi che pesano soprattutto nei casi delle piccole e medie imprese, meno dotate a livello organizzativo, con il rischio di incontrare maggiori difficoltà nel reperire credito e, dunque, affidamento dagli istituti bancari.

La normativa europea concede un lasso di tempo più dilatato alle imprese quotate in borse per le quali lo slittamento temporale è al 2026 (già esteso al 2028); mentre tutte le altre non quotate ne sarebbero del tutto esentate.

Emerge, in ogni caso, una considerazione: il costo per le imprese, ed in queste sono ovviamente incluse le strutture sanitarie, è troppo esoso e necessita di un bilanciamento fra la reputazione e il bilancio economico.

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