Danno da agonia

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

Il danno da agonia, detto anche danno tanatologico catastrofale-terminale consiste nel pregiudizio subito dalla vittima in ragione della sofferenza provata nell’avvertire consapevolmente l’ineluttabile appropinquarsi della fine della propria vita. E’ un danno risarcibile a prescindere dall’apprezzabilità dell’intervallo di tempo trascorso tra le lesioni e il decesso, rilevando solo l’intensità della sofferenza stessa.

E’ quanto, recentemente, ha stabilito nel merito una sentenza del Tribunale di Udine (n. 730/2023), sulla scorta di una recente giurisprudenza di legittimità, che in passato è stata ondivaga sulla risarcibilità di questo danno.

L’excursus giurisprudenziale riguardo alla risarcibilità della tipologia di danno enunciata ha subito notevoli cambiamenti di rotta da parte della giurisprudenza di legittimità, soprattutto, dal momento che si tratta di persona che alla fine delle sue sofferenze passa a miglior vita. Il tema riguarda la risarcibilità del danno da parte degli eredi e, dunque, fino a dove possa spingersi la quantificazione del danno.

Dottrina e giurisprudenza si sono a lungo interrogate sulla possibilità di risarcimento del cosiddetto danno tanatologico, quello direttamente collegato alla perdita del bene vita.

Inizialmente è emersa una linea maggioritaria espressa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 15350/2015, che, sostanzialmente, ha negato tale possibilità in quanto, in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente sarebbe costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente. Di conseguenza è stata esclusa la risarcibilità di tale pregiudizio da parte degli eredi.

In particolare, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si erano soffermate sul caso in cui il decesso avvenga immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni, in ragione (nel primo caso) dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero (nel secondo) della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

Differentemente avviene quando la persona deceduta abbia avuto una lucida cosciente percezione della sua condizione e dunque si sia realizzata una sofferenza derivante dalla cosciente attesa della morte nel tempo della permanenza in vita a seguito delle lesioni.

Solo nel 2021 con l’ordinanza n. 1179/2021 la Terza Sezione della Cassazione ha riconosciuto il diritto di richiesta di questo tipo di danno, ai parenti della vittima di un incidente stradale deceduta diverse ore dopo il sinistro. La causa della morte era stata individuata nello stato di shock emorragico per rottura della milza. Da qui discendeva la responsabilità, per gravi carenze amministrative, dell’ospedale che non aveva potuto eseguire l’esame ecografico, pur disponendo della strumentazione necessaria, per la mancanza di un medico reperibile in grado di provvedere.

Più precisamente la giurisprudenza di legittimità fino a quel momento aveva distinto nitidamente la sussistenza o meno di un apprezzabile lasso di tempo intercorrente tra la lesione per il riconoscimento del danno biologico terminale. Nel 2018 la Corte di Cassazione afferma l’esistenza di un danno risarcibile sulla base del tempo che si dispiega tra la lesione e il decesso, tempo nel quale la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, essendo in grado di percepire la sua situazione e in particolare l’imminenza della morte.  (Cass. n. 26727/2018).

Nel 2021, il Giudice di legittimità, attua un’ulteriore virata, ritenendo di escludere che il fattore temporale possa incidere sull’esistenza della risarcibilità del danno terminale ed escludendo che su di esso gravi la breve durata della lucida consapevolezza dell’approssimarsi della propria morte. Dunque, oggi, è sufficiente solo la dimostrazione dell’“an” e non del “quantum”, cioè se il paziente abbia la lucidità di rendersi conto che la sopravvivenza sia molto breve e non per quanto tempo, affichè sussista il riconoscimento agli eredi del danno da agonia.

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