COMUNICATO 05 FEBBRAIO 2026
Da oltre due anni si parla del riconoscimento a livello normativo della figura dell’infermiere di famiglia e di comunità. Una figura professionale della quale si accenna come ad una delle chiavi del futuro, quale collegamento fra paziente e professionisti della sanità.
Si ricorda che una sperimentazione era iniziata nel 2024, nell’ambito di un progetto, in linea con l’attuazione degli interventi previsti dal Pnrr.
All’epoca la regione pilota era l’Emilia Romagna per un accordo stipulato fra la AUSL Emilia Romagna ed il colosso Eni, un progetto della durata di quattro anni e per il quale la società per azioni aveva stanziato un finanziamento superiore ai centomila euro.
L’obiettivo del progetto era nato con lo scopo di facilitare l’assistenza ai pazienti affetti da malattie croniche e degenerative, rafforzando il sistema assistenziale territoriale e promuovendo una maggiore accessibilità all’assistenza socio-sanitaria.
Si tratta di una figura di collegamento e di integrazione con il medico di famiglia e con gli altri protagonisti della sanità.
Questo nuovo professionista rappresenta, oggi, il riferimento per i pazienti del territorio, operando attraverso interventi diretti e indiretti che hanno come destinatari il paziente e la sua famiglia. La sua funzione nasce con scopi ben precisi, quali quelli di evitare visite in ambulatorio o allarmi che possano intasare inutilmente i pronto soccorso degli ospedali, dunque con una logica ben precisa.
Oggi, nel Lazio, a Roma in particolare, l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” IRCCS, ha avviato il primo Programma Formativo Regionale per l’infermiere di famiglia e comunità. E’ un programma pilota, rivolto a centoventi operatori del servizio sanitario regionale, organizzato dalla regione e dal centro permanente in sanità.
Secondo le linee di indirizzo del DRG 416/2024 che dava attuazione al DM 77/2022, la regione Lazio ha puntato a rafforzare la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità.
Anche la comunità scientifica pare credere molto a questa nuova figura professionale che è in linea con i bisogni di una popolazione sempre più anziana, figura che impedirebbe, se ben sviluppata, l’intasamento dei pronto soccorso e l’alleggerimento delle liste di attesa.
L’intervento dell’infermiere di famiglia si sviluppa solitamente in ambito ambulatoriale, in quello domiciliare per valutare i bisogni sanitari del singolo paziente e della famiglia, infine in un ambito, più allargato, di collegamento fra i bisogni dei pazienti e i vari professionisti e con attività di promozione e di programmazione della salute.
Si auspica che questa figura professionale possa definitivamente trovare una collocazione nel panorama sanitario nazionale, incrementando le competenze e la professionalità dell’infermiere che è stato e rimane un anello fondamentale della catena del servizio sanitario nazionale.
a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

