I medici in servizio fino a 72 anni

Una storia scritta una seconda o addirittura una terza volta. Se andassimo a ritroso nel tempo si potrebbe ricostruire una vicenda che si ripete negli anni, senza la possibilità di trovare nuove soluzioni.

Si è fatto, di nuovo, ricorso allo strumento della proroga per trattenere i medici fino all’età dei 72 anni fino alla fine dell’anno. L’esclusione dalla deroga riguarda i docenti universitari delle facoltà di medicina e chirurgia e le cariche apicali, in caso di riassunzione, perché la misura riconosce anche ai pensionati di rientrare in servizio, senza avere incarichi dirigenziali.

Altra novità riguarda la ricetta dematerializzata che come preannunciato lo scorso anno diventa obbligatoria e totalmente sostitutiva di quella cartacea.

La misura principale mira, ancora una volta, a gestire la sempre crescente carenza di personale medico, semplificando la burocrazia, ma se gli scopi sono senz’altro quelli di garantire assistenza medica e continuità assistenziale, in realtà ci si interroga sul come e perché non si sia ancora trovato il modo di riformare strutturalmente il sistema, almeno dal punto di vista delle assunzioni e del miglioramento delle condizioni contrattuali, ancora troppo poco attrattive.

Gli emendamenti al decreto milleproroghe consentono alle regioni e provincie autonome di conferire incarichi semestrali di lavoro autonomo a dirigenti medici, veterinari, sanitari e operatori socio-sanitari collocati in quiescenza, anche se non più iscritti agli albi professionali, anche in deroga ai vincoli previsti dalla legislazione vigente in materia di spesa di persona. Inoltre le aziende sanitarie possono trattenere in servizio, su base volontaria: dirigenti medici e sanitari dipendenti che abbiano superato il limite dei 65 anni di età, prorogando il loro servizio fino al compimento dei 72 anni.

Le amministrazioni potranno riammettere in servizio, su richiesta, il personale sanitario andato in pensione a partire dal primo settembre 2023 e i professionisti che aderiscono dovranno scegliere tra il regime pensionistico già in godimento, o la retribuzione prevista per il nuovo incarico.

E’ chiaro che questa scelta innescherà problematiche dal punto di vista finanziario, dal momento che saranno necessarie misure e coperture finanziarie che invece la proroga non prevede, forse mirando alla compensazione con il sistema pensionistico.

Uno dei problemi più stringenti dell’ultimo periodo è rappresentato dallo spopolamento delle specialità di chirurgia di urgenza e di emergenza degli ospedali e dei pronto soccorso che richiedono elevati standard di prontezza operativa, sostenibilità professionale e continuità assistenziale e dove, pertanto, preoccupa un eventuale permanenza in servizio di professionisti certamente di grande esperienza ma, probabilmente, stanchi e giustamente affaticati e appesantiti da un sistema che negli ultimi anni non li ha agevolati.

Inoltre il timore di alcuni è che trattenendo in servizio i colleghi più anziani si possano, di fatto, bloccare le carriere degli altri e, soprattutto, non incrementare le nuove assunzioni.

Secondo il rapporto dell’OCSE alla fine del 2021 il totale delle risorse destinate al pensionamento era pari a poco più del 100 per cento del Pil totale dell’Ocse. Saranno importanti sistemi pensionistici solidi per proteggere gli standard di vita della popolazione che invecchia. Si dovrà, quindi, continuare a sviluppare e rafforzare un sistema che combini diversi tipi di regimi pensionistici che si integrino a vicenda e diversifichino i rischi.

L’Italia sta adottando delle soluzioni miste, ma poco chiare. In campo sanitario, con le norme in proroga si allunga l’età del pensionamento, da una parte e si prorogano i contratti degli assunti a causa della pandemia, dall’altra non si stabilizzano i contratti, anzi si vuole creare flessibilità; motivo per il quale le indagini statistiche possono contare solo su quella parte di assunti che raggiungeranno l’età del pensionamento molto tardi. Questo non contribuisce a quello svecchiamento del sistema che darebbe opportunità di lavoro ai giovani e limiterebbe la fuga dei cervelli, la quale determina una vera e propria migrazione a causa del lavoro.

a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

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