Piano dell’OCSE per le professioni sanitarie

La problematica della carenza dei professionisti sanitari è uno dei mali dell’ultimo decennio che non riguarda solo gli ospedali e le strutture sanitarie, ma si estende all’assistenza territoriale ed alle cure di lungo degenza che registrano una domanda in crescita, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione.

L’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha emanato un nuovo rapporto, come avviene ogni anno, che punta alla flessibilità di accesso alle professioni sanitarie, dando lustro alla formazione, all’apprendistato, al riconoscimento di conoscenze acquisite nel percorso di studi. Uno dei punti su cui si basa lo studio internazionale mira ad integrare lo studio con l’esperienza sul campo. Alcuni esempi europei si possono notare in Spagna, dove i corsi si aggiornano in base alla pratica quotidiana con la presenza di tutor che seguono i tirocinanti; in Inghilterra, dove esiste un programma di apprendistato che consente ai maggiori di sedici anni di ottenere qualifiche già dalla minore età, frequentando corsi che spaziano dall’assistente di fisioterapia, all’operatore di ambulanza. In questo modo si riduce il percorso formativo dalla scuola al campo di azione delle future attività.

La formazione che comincia dalle base si integra con il mondo digitale e con l’uso di piattaforme dove praticare per continuare la formazione anche in questo campo ed acquisire le giuste competenze.

Come si diceva di sopra uno dei capitoli che mostra maggiori debolezze è l’assistenza a lungo termine. Questi compiti in Italia sono sopperiti da un grande sviluppo nella formazione che ha incrementato le figure degli operatori socio sanitari.

Il piano dell’OCSE propone di creare percorsi di carriera strutturati, dunque potenziare la formazione specialistica in geriatria e gestione della cronicità con programmi che consentono di aumentare il livello in progressione. In Germania, ad esempio, sono state abolite le tasse scolastiche per l’infermieristica.

Altra problematica riguarda il non riconoscimento formale di alcune figure di importanza fondamentale per i malati cronici, come i cargivers che svolgono una funzione fondamentale, ma senza alcun riconoscimento economico.

In Italia la sfida è grande: sarebbe necessaria una migliore ed ulteriore integrazione professionale fra le Università e le strutture, più percorsi di apprendistato e il riconoscimento sistemati degli operatori socio sanitari. Ma costruire carriere attrattive costa tanto in termini di investimento umano, ma soprattutto di investimento finanziario, al quale, però, occorre porre rimedio per mantenere un sistema così complesso, ma così unico, come il sistema sanitario italiano!

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