Comunicati

Il sostegno e l’importanza delle cure palliative

Lo scorso 26 maggio è stato dedicato alla “Giornata del Sollievo” promossa dal Ministero della Salute e dalla Fondazione Nazionale “Gigi Ghirotti” con la partecipazione ventennale della Conferenza delle Regioni e Provincie Autonome, presieduta dal Dott. Fedriga.

L’argomento suscita molto interesse e sensibilità, dal momento che le cure palliative sono figlie della legge n. 38 del 15 marzo 2010.

Sono state definite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come “…un approccio che migliora la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare problematiche associate a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza per mezzo di un’identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e di altre problematiche di natura fisica, psicologica, sociale e spirituale.”

L’attuazione della medicina territoriale, collegata al PNRR, permetterà anche di potenziare i servizi dedicati, intervenendo con terapie del dolore e cure palliative sempre più aggiornate e appropriate. Si potrà investire nelle case come primo luogo di cura e nella telemedicina. Potenziando l’assistenza domiciliare si potrà costituire la Rete delle cure Palliative con servizi e strutture in grado di garantire la presa in carico globale dell’assistito e del suo nucleo familiare, in ambito ospedaliero, ambulatoriale, domiciliare e in hospice.

Il Ministro della Salute ha sottolineato come sia importante la sinergia fra i territori, dando atto del fatto che in attuazione delle finalità della Legge 38, nel 2024, il Governo ha aumentato di 10 milioni di euro annui il Fondo vincolato per le cure palliative.   

E’ necessario consolidare le Reti di cure palliative dell’adulto e del bambino e, ad oggi, in gran parte delle Regioni, risultano attive specifiche unità domiciliari, con medici specialisti, anche se ancora oggi molti non vi fanno ricorso o non ne conoscono l’esistenza, specialmente nella fascia delle malattie terminali pediatriche. A tale proposito solo il 36% dei malati oncologici che avrebbero diritto alle cure palliative, le ha effettivamente ricevute, e le percentuali precipitano addirittura al 10% nel caso dei pazienti in età pediatrica.

Si riscontra ancora una carenza comunicativa in merito alla legge 38/2010: due italiani su 3 non ne conoscono l’esistenza.

La fase terminale è una condizione irreversibile in cui la malattia non risponde più alle terapie che hanno come scopo la guarigione ed è caratterizzata da una progressiva perdita di autonomia della persona e dal manifestarsi di disturbi (sintomi) sia fisici, ad esempio il dolore, che psichici. In queste condizioni, il controllo del dolore e degli altri disturbi, dei problemi psicologici, sociali e spirituali assume importanza primaria.

Lo scopo delle cure palliative non è quello di accelerare né di ritardare la morte, ma di preservare la migliore qualità della vita possibile fino alla fine.

Sono di grande sostegno per il malato, ma anche per tutta la famiglia e per i cargivers in generale, poiché il fenomeno palliativo, tranquillizzante, agisce con i farmaci per il malato, ma con la cura, il supporto psicologico, il sostegno di tutti gli operatori sanitari impegnati in questo lavoro per gli affetti del paziente.

Per questo è importante l’informazione e che la stessa arrivi in modo corretto. Ci sono diverse associazioni che lavorano in questo campo, pur se non tutte dotate di buone organizzazioni, ma sarebbe necessario intensificare la rete dal momento che vi è un ponderale aumento delle malattie oncologiche, neurologiche e cardiovascolari, fra le maggiori patologie che degenerano velocemente alla fase terminale.

Dunque, intensificare l’assistenza domiciliare e i posti letto in hospice è lo scopo che ci si deve prefiggere per una migliore attuazione della legge e per donare quel sollievo, “palliativo” di cui pazienti e familiari necessitano.

avv. Maria Antonella Mascaro

Prevenzione Incendi 2024 – controlli nelle strutture sanitarie

Per l’anno 2024 il piano dei controlli Prevenzione Incendi (previsto in totale nazionale di 9000) include le seguenti specifiche attività settoriali:

  • Strutture sanitarie che erogano prestazioni in regime di ricovero ospedaliero e/o residenziale a ciclo continuativo e/o diurno, case di riposo per anziani con oltre 25 posti letto;
  • Strutture sanitarie che erogano prestazioni di assistenza specialistica in regime ambulatoriale, ivi comprese quelle riabilitative, di diagnostica strumentale e di laboratorio, di superficie complessiva superiore a 500 m2.
  • Requisiti di sicurezza antincendio delle facciate degli edifici.

Per le predette strutture sanitarie, si ritiene opportuno, tenuto conto del piano pluriennale di progressivo adeguamento per le attività esistenti previsto dal D.L. 13 settembre 2012, n. 158 e s.m.i. (c.d. legge Balduzzi) e disciplinato dal D.M. 19 marzo 2015, che i controlli siano prioritariamente focalizzati sugli aspetti di accessibilità dei mezzi soccorso e di gestione della sicurezza antincendio (GSA) definiti nelle pertinenti regole tecniche o, comunque, rinvenibili nel D.M. 2 settembre 2021.

Per quanto attiene la GSA, si dovranno verificare (indicativamente):

  1. Predisposizione del piano di emergenza completo dei contenuti minimi;
  2. Indicazione nel piano di emergenza del numero di addetti al servizio antincendio necessario e adeguato per l’attuazione delle azioni previste nello stesso piano di emergenza, tenuto conto delle turnazioni o assenze prevedibili;
  3. Effettiva presenza, al momento della visita di controllo, del numero di addetti antincendio di cui al precedente punto;
  4. Verifica degli attestati di formazione, di idoneità tecnica (ove previsti) degli addetti antincendio designati;
  5. Indicazione nel piano di emergenza delle azioni che il personale addetto deve mettere in atto in caso di incendio a salvaguardia degli occupanti;
  6. Indicazione nel piano di emergenza delle procedure per l’esodo degli occupanti;

Inoltre, considerati gli eventi accaduti nel territorio nazionale, il piano dei controlli, analogamente allo scorso anno, dovrà prevedere anche il controllo dei requisiti di sicurezza antincendio delle facciate degli edifici le cui caratteristiche siano state riportate nei progetti di prevenzione incendi e/o nelle certificazioni agli atti di ciascun Comando e gli impianti di trattamento, smaltimento e/o compostaggio rifiuti e relativi depositi, ricompresi in qualsiasi delle attività di cui all’allegato I del DPR 151/2011.

Performance cliniche delle strutture calabresi, per fronteggiare la mobilità passiva e gli eventi avversi

Ottime le performance delle strutture ospedaliere private in Calabria. La presentazione del rapporto sulla qualità degli outcomes clinici attesta al 20,3% del totale regionale i ricoveri negli ospedali privati calabresi. Una tendenza importante che può contribuire in maniera rilevante all’abbattimento delle liste di attesa e alla riduzione dell’immigrazione sanitaria verso il Nord Italia.

Si è svolto ieri a Palazzo Santelli, nella cittadella regionale di Catanzaro, il meeting, organizzato da Acop Calabria, sul tema “Performance cliniche delle strutture private calabresi, per fronteggiare la mobilità passiva e gli eventi avversi” con la presentazione del “Rapporto sulla Qualità degli outcomes clinici negli ospedali privati della Regione Calabria”. Hanno partecipato all’incontro, il Presidente dell’Associazione Coordinamento Ospedalità Privata (Acop) Regione Calabria, avvocato Enzo Paolini, l’ingegner Filippo Castelli, responsabile Area Operation – Innogea Srl che ha relazionato sul Rapporto, e il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto.

“Abbattere le liste d’attesa e ridurre l’emigrazione sanitaria del Sud, fenomeno che porta tanti pazienti e famiglie di pazienti verso le strutture del Nord, e anche tanti soldi dei calabresi che potrebbero rimanere qui. – ha affermato il Presidente di Acop Calabria, avv. Enzo Paolini, commentando i dati del Rapporto –. Il sistema ottuso dei tetti di spesa nel Nord non esiste, mentre c’è qui, in Calabria, per cui, raggiunti determinati tetti, i calabresi devono andare fuori e la regione paga in aggiunta alle regioni del Nord. È un fenomeno che dobbiamo contrastare e il Rapporto che stiamo presentando oggi dimostra con evidenza statistica sia la buona performance della nostra regione, che inverte la tendenza, sia il buon contributo che a questa tendenza dà la sanità privata che eroga circa il 20,3% delle prestazioni. Questo dato è molto importante sia statisticamente sia economicamente perché contribuisce a tenere in Calabria e senza disagi famiglie e pazienti, e consente un’evidente disponibilità di risorse aggiuntive per fronteggiare altri problemi nell’ambito del servizio pubblico”.

Come riportato dal Rapporto presentato ieri a Palazzo Santelli, l’analisi dell’andamento del volume dei ricoveri nel periodo 2019-2022 è stata di fondamentale importanza per valutare la capacità del Sistema Sanitario Nazionale, nelle sue articolazioni regionali, di recuperare i livelli di offerta delle prestazioni sanitarie, dopo un periodo caratterizzato dalla improvvisa insorgenza di un fenomeno di particolare gravità come la pandemia da Covid 19.

Per i 52 indicatori di volume presi in considerazione dal Rapporto, i ricoveri presso le strutture private in Calabria costituiscono il 20,3% del totale regionale; il dato è coerente con quello relativo alla produzione totale delle strutture ospedaliere private, pari al 20%, riportato nel documento della Conferenza Stato Regioni sul riparto del Fondo Sanitario per l’anno 2023 (seduta del 9 novembre 2023).

Nel medesimo documento, la spesa ospedaliera sostenuta per il comparto privato accreditato è calcolata al 10,83% del totale della spesa ospedaliera regionale; il che conferma la capacità delle strutture ospedaliere private di sostenere alti livelli di produzione con ottimizzazione dei costi, contribuendo al miglioramento della performance complessiva del Sistema Sanitario Regionale.

Il comparto privato ha registrato un maggior recupero sul volume dei ricoveri rispetto ai valori prepandemici; sul totale dei 52 indicatori analizzati dal Rapporto, lo scarto registrato nel 2022 è del -12,5% nel comparto pubblico, mentre in quello privato è del -7,4%. Nelle aree cliniche di Ortopedia e Oncologia, ad esempio, i volumi registrati nell’anno 2022 dal privato sono addirittura superiori a quelli degli anni precedenti la pandemia.

Questi dati forniscono un risultato incontrovertibile: le strutture private possono contribuire al contenimento della migrazione sanitaria regionale aumentando i volumi delle prestazioni.

Il confronto con i dati nazionali dà evidenza che su 45 indicatori la Regione Calabria nel suo complesso (pubblico + privato) registra 22 esiti clinici migliori della media nazionale (il 49%), mentre nel comparto privato sui 28 indicatori per i quali è possibile effettuare il confronto, gli esiti migliori della media nazionale sono 20 (il 71%). Il che conferma la capacità delle strutture private di operare in un contesto di integrazione e di sussidiarietà, offrendo un contributo decisamente positivo alla performance complessiva del Servizio Sanitario Regionale.

Nel 2022 in Calabria sono migliorati, rispetto all’anno precedente, 12 indicatori su 26 nel comparto pubblico e 8 su 25 nel comparto privato.

In conclusione il presidente Occhiuto si è dichiarato compiaciuto dei risultati evidenziati dal rapporto, confermando che è solo l’inizio di un percorso di riorganizzazione ed efficientamento del servizio pubblico calabrese, nel quale la sanità accreditata a gestione privata è “il secondo fondamentale pilastro”, come dal medesimo ribadito.

Il Presidente si è dichiarato molto soddisfatto del rapporto con Acop, il che conferma la bontà della sua linea di ascoltare e valutare proposte e contributi delle aziende accreditate attraverso l’associazione rappresentativa di categoria.

Codice UDI per dispositivi medici

Il decreto del Ministero della Salute dell’11 maggio 2023 (G.U. n.166 del 18 luglio 2023), entrato in vigore il 19 luglio 2023, contiene le “Disposizioni relative alla registrazione e alla conservazione…” su supporto elettronico “…dell’identificativo unico del dispositivo (UDI) da parte delle istituzioni sanitarie e degli operatori sanitari”, la cui operatività decorre dal 15 gennaio 2024.

L’obbligo di registrazione e conservazione dei codici UDI riguarda tutti i dispositivi medici marcati CE ai sensi del Reg. UE 2017/745 (MDR):

– di classe III impiantabili che hanno fornito o che hanno ricevuto;

– di classe IIb impiantabili e di classe III diversi da quelli impiantabili che hanno ricevuto.

Per tutti gli altri dispositivi medici, il Ministero della Salute “incoraggia” gli operatori sanitari e le istituzioni sanitarie a procedere alla registrazione dei relativi codici UDI su base volontaria ma non c’è obbligo.

Sono state espresse preoccupazioni da parte di alcuni operatori sanitari in merito all’assenza di un codice UDI in una parte dei dispositivi acquistati. Si ricorda che, in virtù dei periodi transitori previsti dal nuovo Regolamento – e della successiva estensione degli stessi – sarà possibile trovare sul mercato sia dispositivi medici marcati CE ai sensi del MDR, in possesso quindi di codice UDI, sia dispositivi medici marcati CE ai sensi delle vecchie direttive MDD (c.d. legacy devices CE 93/42) per i quali l’obbligo non sussiste. Questi ultimi potranno essere reperibili sul mercato e acquistati regolarmente fino a tutto il 2027 e parzialmente il 2028.

Pertanto, nel caso di dispositivi che beneficiano dell’estensione dei periodi transitori e che sono quindi marcati CE ai sensi delle direttive MDD (CE 93/42), il professionista potrà continuare ad applicare il sistema di tracciabilità applicato in precedenza. Per esempio, nel caso di impianto dentale, registrare il numero di lotto, la data di scadenza e la marcatura CE (i dati sono già presenti nelle etichette adesive presenti nella confezione) sul diario clinico della cartella clinica intestata al paziente.

La registrazione deve avvenire in formato elettronico: è sufficiente registrare il codice UDI dei dispositivi forniti (impiantati) e ricevuti in un file debitamente archiviato e sottoposto a backup periodici.

Nonostante questo, molti fornitori di software di informatizzazione sanitaria stanno mettendo a disposizione sistemi automatizzati per la registrazione, verso i quali si suggerisce di propendere.

L’obbligo di registrazione e conservazione dei codici UDI riguarda esclusivamente i dispositivi medici marcati CE secondo Regolamento (UE) 2017/745. 

In caso di dubbio, il professionista può verificare se si tratti di dispositivo legacy (marcato CE ai sensi della Dir. 93/42/CE) o di dispositivo medico conforme a MDR consultando le informazioni riportate in etichetta e nelle istruzioni per l’uso oppure effettuando una ricerca nella banca dati del Ministero della Salute.

Domani, 22 maggio 2024, per il secondo anno consecutivo presso la sede della Cittadella Regionale della Calabria, come preannunciato ieri dal Presidente di Acop Calabria, nonché Vice Presidente di Acop, avv. Enzo Paolini, si svolgerà un Convegno nel corso del quale verranno presentati i dati degli outcomes clinici relativi agli ospedali e strutture private della Calabria.

Il Presidente della Regione ospita il Convegno per il secondo anno consecutivo che coincide anche con gli anni di costituzione della sede calabrese.

Lo studio, sviluppato e finanziato dal Gruppo Beah, si avvale della partecipazione di risorse interne ed esterne e punta a sottolineare come, in questi anni, la gestione delle strutture private convenzionate abbia portato esiti in continuo e costante miglioramento. Questa situazione si riflette in tutto il paese, ma è ancora più sentita in territori, come la Calabria, che anzicchè essere considerati fanalini di coda della sanità, hanno il grande potenziale di vantare strutture private accreditate che, senza alcun dubbio, costituiscono il vero appoggio di cui la sanità pubblica non può fare a meno.

Nel corso del meeting si analizzerà anche il decreto attuativo della Legge Gelli-Bianco, pubblicato nel marzo scorso, affrontando criticità e riflessi sugli adempimenti che potranno essere ottemperati dalle strutture sul tema assicurativo e autoritenzione, con chiarimenti sui fondi che devono essere costituiti e sul comitato di valutazione dei sinistri.

L’auspicio è quello di creare un sano dibattito fra le strutture presenti, in Calabria sempre molto numerose, attente e propositive in relazione alle iniziative di Acop, dirette alla diminuzione delle liste di attesa e ad evitare la migrazione al nord, dove, peraltro, il fenomeno dei medici a gettone continua ad imperversare.

L’avvocato Paolini interviene sulle liste d’attesa e la migrazione sanitaria

Questa mattina al notiziario Rai della Calabria è intervenuto il Presidente di Acop Calabria, nonché vice Presidente nazionale avv. Enzo Paolini, sul tema della razionalizzazione ed ottimizzazione dell’offerta sanitaria per dare una soluzione concreta al problema delle liste d’attesa e della migrazione sanitaria. Mercoledì 22 verrà presentato a Catanzaro, in occasione dell’assemblea regionale di Acop Calabria, il nuovo rapporto Innogea sulle performance ed esiti della sanità regionale, che evidenzia un notevole miglioramento della qualità delle prestazioni in termini di efficienza ed efficacia. Il Presidente Paolini ha sottolineato nel notiziario che questo studio rappresenta l’evidenza statistica che, attraverso l’importante contributo della sanità privata accreditata, si possono generare virtuosità nel servizio sanitario. La sanità privata infatti concorre, affiancando gli ospedali pubblici alla risposta in termini di salute dei cittadini. Il pubblico ed il privato sono assolutamente paritetici, formando le due gambe del servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è liberare le strutture dalla tenaglia dei tetti di spesa. Quando si esaurisce infatti la spesa sanitaria regionale, i pazienti sono costretti alla migrazione verso altre regioni, comportando la necessita di una spesa anche maggiore a carico della regione di provenienza. La soluzione sembra banale, ma si potrebbe consentire a minor costo la realizzazione delle stesse prestazioni evitando la migrazione al nord, semplicemente concedendo alle strutture di provenienza le stesse risorse che la regione è già costretta a pagare alle strutture fuori territorio regionale.

La Corte Costituzionale boccia la legge regionale del Piemonte sui tempi di restituzione al SSR

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 87/2024ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 8 della legge n. 6/2023 della Regione Piemonte, con la quale si decideva di prolungare oltre i dieci anni il periodo per la restituzione al servizio sanitario regionale delle somme destinate alla gestione sanitaria, che erano state sottratte e utilizzate per altri scopi. Si tratta di circa un miliardo e mezzo di euro strappato alla sanità piemontese, che si è, quindi, venuta a trovare in una situazione di squilibrio economico finanziario.

In sostanza, l’intervento normativo regionale modificava il contenuto delle intese raggiunte fra Stato e Regione riguardo alla restituzione delle risorse del SSR da parte dell’ente regionale, in assenza di alcuna modifica delle stesse intese, né di alcuna interlocuzione preventiva fra la Regione Piemonte e la Pubblica Amministrazione, in particolare il Ministero dell’Economia e Finanza e il Ministero della Salute, violando i principi costituzionali relativi ai rapporti fra Stato e regioni regolati tanti dall’art. 5, quanto dall’art. 120 della Costituzione.  

Inoltre va aggiunto che, anche per costante giurisprudenza, l’autonomia legislativa regionale incontra dei limiti quando incide sul superiore principio del contenimento delle spese, del disavanzo regionale e di ogni posta relativa alla finanza.

Dunque c’è violazione dei principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica di cui al terzo comma dell’art. 117 Cost.

La Regione Piemonte, nel prorogare all’anno 2032 il termine ultimo per la restituzione della parte rimanente della liquidità indebitamente sottratta al SSR, è, dunque, venuta meno, unilateralmente, come si legge nella sentenza “all’impegno di completare tale restituzione entro il decennio, in tal modo non solo autorizzando il perdurante impiego di somme, originariamente destinate al SSR, ad altre finalità, ma soprattutto violando il principio di definizione concordata degli obiettivi e delle misure di mantenimento dell’equilibrio finanziario del sistema sanitario regionale”.  

Da qui l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 della legge nella parte in cui prevedeva che: “A decorrere dall’esercizio 2023 e fino all’esercizio 2032 è garantito il trasferimento di cassa in favore della gestione sanitaria da prelevare dal conto di tesoreria della gestione ordinaria, per importi, riferiti a ciascun anno, pari a 93.000.000,00 negli esercizi dal 2023 al 2025 e a euro 92.000.000,00 negli esercizi dal 2026 al 2032, da destinare alla riduzione dei residui passivi verso le aziende sanitarie regionali al 31 dicembre 2015.”.

Si ritorna, dunque, a prevedere la restituzione suddetta dall’esercizio 2023 fino a quello relativo al 2026.

avv. Maria Antonella Mascaro

ISS: le liste d’attesa sono un problema peggiore del previsto

Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità prof. Rocco Bellantone in audizione in audizione alla Camera dei Deputati in merito alle proposte di legge sul finanziamento al Ssn ha dichiarato: “Temo che il fenomeno delle liste di attesa sia più cospicuo di quanto possa apparire”.

Secondo Bellantone, le misure mirate al contrasto delle liste d’attesa contenute nelle proposte di legge all’esame della Camera rischiano di essere insufficienti. “Che possa bastare l’acquisto di prestazioni intramoenia temo sia una visione ottimistica”, ha affermato.

“Nel momento in cui misureremo il problema, temo che troveremo una realtà molto più drammatica. Occorrerà agire in altra maniera, magari con l’acquisto di prestazioni dal privato”, ha aggiunto.

Il presidente dell’Iss ha inoltre detto che, per quanto sia auspicabile un aumento del finanziamento del servizio sanitario, ciò potrebbe non essere sufficiente. “Il servizio sanitario nazionale è come un acquedotto che porta acqua agli assetati, ma ha molte falle. Dare risorse senza eliminare gli sprechi e le inefficienze espone al rischio che le risorse vengano male utilizzate”, ha proseguito. “Se riducessimo o annullassimo i ricoveri impropri, che ammontano a oltre 2 milioni, per esempio, andremmo a risparmiare fino a 6 miliardi di euro”.

“Il fabbisogno del Servizio Sanitario Nazionale in termini di investimenti si attesta intorno al 7,5-8% del Pil. È questa la cifra a cui si arriva se sommiamo la spesa del fondo sanitario nazionale con quella out-of-pocket sostenuta dai cittadini”, ha detto il presidente della Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) Giovanni Migliore in audizione alla Camera sulle proposte di legge sul sostegno finanziario al SSN.

Migliore ha ricordato che, “a partire dal 2010, in quel periodo che è noto è il periodo della spending review”, la spesa sanitaria italiana ha cominciato a discostarsi “rispetto al finanziamento medio della sanità pubblica nelle altre nazioni europee”. 

In questo contesto, ha aggiunto Migliore, “la riforma del servizio sanitario, che ha dato vita alle aziende sanitarie, ha costituito il vantaggio competitivo rispetto gli altri servizi sanitari pubblici” e ha permesso “di assicurare sostenibilità e risultati di salute”. Questo modello, ha concluso, “è l’unico che consente di rispondere ai bisogni dei cittadini e ci offre l’opportunità di investire dove gli interventi sono necessari”.

La mancanza di comunicazione fra ospedale e medico di base

Partendo da uno studio effettuato dalla Federazione dei Medici Internisti Ospedalieri si è tratta la conclusione relativa alla mancanza di comunicazione fra ospedale e territorio, in quanto accade solo nel 15% dei casi che medico ospedaliero e medico di famiglia si consultino.

In sostanza da questo studio nasce la conclusione che tre ricoveri su dieci si sarebbero potuti evitare se le informazioni sul paziente fossero alle orecchie del medico ospedaliero. A ciò si aggiunga la mancanza dell’aggiornamento del fascicolo sanitario che potrebbe essere un facilitatore del medico di pronto soccorso o, comunque, dello specialista ospedaliero quando si presenta un paziente per un ricovero.

Questo blackout comunicativo fa sì che si potrebbero evitare più di due milioni di ricoveri all’anno per una spesa evitabile di sei miliardi all’anno, calcolando che il costo medio di un ricovero si aggira intorno ai tremila euro.

Lo studio definisce anche il ricovero improprio che rientra nel numero, cioè quel ricovero di natura sociale, che riguarda i pazienti che si sarebbero potuti assistere a casa se esistesse un efficiente servizio di assistenza domiciliare o una rete familiare in grado di accudirli.

Cifre iperboliche, per una fotografia della situazione ospedaliera molto poco edificante e assolutamente inefficiente. Ciò genera problemi che i finanziamenti di sette miliardi provenienti dal PNRR potrà risolvere in piccolissima parte.

Le soluzioni andrebbero ricercate innanzitutto in una totale, immediata e anche regolamentata comunicazione fra ospedale e medico di famiglia; in secondo luogo in un costante aggiornamento da parte di quest’ultimo del fascicolo sanitario personale e in un potenziamento del servizio di assistenza domiciliare, cui si potrebbe aggiungere l’aiuto della telemedicina.

La comunicazione potrebbe avvenire anche senza il mezzo della parola, ma attraverso la consultazione del fascicolo sanitario, se venisse aggiornato, in quanto questo strumento dovrebbe contenere tutta storia sanitaria del paziente, le eventuali patologie, le terapie che sta assumendo.

Il futuro, comunque, non è migliore, poiché la riforma della sanità territoriale è centrata sui maxi ambulatori aperti sette giorni su sette, ossia le case di comunità e gli ospedali di comunità che dovrebbero accudire i pazienti che possono essere dimessi ma non sono in grado di tornare a casa propria. Strutture che non riusciranno ad evitare il ripetersi di ricoveri ed accessi impropri ai pronto soccorso.

Secondo i medici internisti occorre prima di tutto un provvedimento, ancora mancante, che fornisca indicazioni precise su quali professionisti del territorio e con quale modalità debbano lavorare nelle nuove strutture, regole che disegnino il rapporto tra le strutture e l’ospedale, poi bisogna creare piattaforme informatiche comuni tra ospedale e strutture del territorio, cioè creare un unico sistema di informatizzazione.  

D’altronde se questo è lo schema europeo, se cioè sarà possibile vedere i dati sanitari di una persona da un paese all’altro della Comunità Europea, rendere possibile questa comunicazione telematica dall’Italia e per l’Italia, da medico a medico, dovrebbe essere molto più semplice.

avv. Maria Antonella Mascaro

Riforma della responsabilità medica: il quadro si delinea

Elaborato dalla commissione del Ministero della Giustizia guidata dal magistrato Adelchi D’Ippolito, doveva uscire ad aprile ma c’è stato un ritardo fisiologico di un mese. Ora sono disponibili le prime indiscrezioni sull’impianto, rilasciate dallo stesso D’Ippolito a un convegno tenuto all’Ordine degli Avvocati a Roma. Il testo, frutto di un lavoro faticoso, è ormai pronto per essere consegnato al Ministro Carlo Nordio, che istituì la commissione a fine marzo 2023.

Non introduce la depenalizzazione dell’atto medico ma ricordiamo che per tutto quest’anno vige lo scudo, introdotto dal decreto Milleproroghe, sulle cause penali per colpa lieve e per errori gravi avvenuti lavorando in condizioni di difficoltà per carenza di personale. Altra avvertenza: pur sottolineando che su 100 denunce a medici il 95-97% si conclude in un nulla di fatto, la Commissione rileva che anche le denunce “evaporate” creano un lungo e grave disagio ai medici interessati, spese, contenziosi civili. “Si è cercato un equilibrio tra la necessità di dare serenità al medico quando opera e la tutela giuridica piena del paziente”, premette D’Ippolito. Le norme intervengono “sia sul diritto sostanziale sia sul diritto processuale”.

Diritto penale – La Commissione ha proceduto ad una riforma dell’art. 590 sexies del Codice Penale, rifacendosi …al Codice Civile, in particolare all’articolo 2236 dove si prevede che, se la prestazione è complessa, il professionista sanitario risponde solo per dolo o colpa grave. “Abbiamo trasferito questo concetto e disposto che a un’area di maggiore complessità debba corrispondere area di maggiore scusabilità. Quindi è stato introdotto un art. 590 septies con il quale indichiamo parametri per valutare in quali situazioni possa sussistere la colpa grave e in quali no, posto che la demarcazione tra situazioni è spesso sottilissima da individuare”.

Procedura penale – Una seconda misura, sul procedimento, consente che quando questo si concluda con l’assoluzione del sanitario, per il quale è stato fonte di disagio e dolore, dei meccanismi processuali indichino al pubblico ministero di disporre l’immediata archiviazione. “Riteniamo anche di introdurre l’istituto della notizia criminis temeraria: la denuncia deve essere un momento di assunzione di responsabilità. Non va fatto un uso improprio del procedimento. Riteniamo che impedire usi impropri non violi l’articolo 24 della Costituzione – dice D’Ippolito – che garantisce possibilità ai cittadini di rivolgersi senza ostacoli al giudice”.

Rotazione dei CTU – “Riteniamo anche di intervenire sulla figura del consulente tecnico. Spesso risulta il vero giudice della controversia. Dunque, deve avere i requisiti dei giudici, tra cui assicurare la terzietà rispetto alle posizioni delle parti in causa. Pensiamo inoltre di introdurre la rotazione, un criterio di trasparenza in ogni atto della Pubblica Amministrazione, così da evitare che si formino squadre consulente-pubblico ministero dove il consulente – consapevole o no – possa correre il rischio di compiacere il Piemme e seguirne l’ipotesi accusatoria. Vogliamo un consulente autenticamente e sinceramente libero, in grado di dire al pubblico ministero che le risultanze possono essere di segno diverso all’ipotesi investigativa. La rotazione garantisce neutralità assoluta di parti animate dall’unico denominatore del desiderio assoluto della ricerca della verità”.

No ai ritardi – Infine, conclude D’Ippolito, “vogliamo accelerare i processi penali, e ci sono consulenti che ritardano il deposito di mesi e talora di anni, vorremmo creare un albo dove si individua il ritardo dopo la prima proroga come motivo di esclusione per le successive cause del consulente”. D’Ippolito ha sottolineato che il testo deve essere ancora condiviso dal ministro della Giustizia e dal Parlamento, “ma va nella direzione che il ministro Nordio indicò istituendo la nostra commissione ed è ovviamente aperto ad un confronto”.

Procreazione assistita: allo studio le nuove linee guida

La società si evolve e cambia in continuazione. Sempre più coppie fanno ricorso alla procreazione assistita, ma nel nostro paese alcune tecniche non sono ammesse e, in ogni caso, evolvendosi la società e aumentando la domanda, anche l’offerta necessita di regolamentazione costante.

Le ultime linee guida sono risalenti a nove anni fa, pertanto l’obiettivo del Governo è quello di ridurre i tempi di aggiornamento a tre anni e dare indicazioni sempre più chiare e trasparenti alle strutture autorizzate all’applicazione di tecniche di procreazione assistita per assicurare il rispetto delle normative dettate in questo campo.

In questi nove anni il diritto e la giurisprudenza non sono rimasti fermi, tutt’altro; proprio per questo motivo è necessario trarre spunto dai vari interventi per mettere in atto le linee guida.

Tanto per elencare quali sono state le fonti giuridiche e giurisprudenziali necessari ad elaborare le linee, si parte dalla direttiva 2004/23/CE  che contempla le prescrizioni tecniche per la donazione, l’approvvigionamento e il controllo di tessuti e cellule umani, per procedere con la recente  sentenza della Corte Costituzionale 161/2023 con la quale sono state rigettate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Roma in punto di revoca del consenso prestato alla PMA, in particolare nei casi di separazione o decesso del partner maschile; ancora: la sentenza della Corte Costituzionale 229/2015, con la quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della legge che prevede come reato la condotta di selezione degli embrioni nel caso in cui la selezione sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili e la successiva sentenza 96/2015 in cui non si consente il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili.

I principi cui attenersi riguardano sempre un ricorso graduato nell’utilizzo delle opzioni terapeutiche, passando sempre da tecniche meno invasive e tenendo in considerazione l’età anagrafica della donna e tutti i fattori fisiologici.

Entrano in campo, rispetto alla precedente versione i test genetici, cioè il cosiddetto test genetico preimpianto (PGT) e la previsione di procedere alla preservazione della fertilità, attraverso crioconservazione preventiva dei gameti nelle persone sane che hanno familiarità anamnestiche con patologie mediche, neoplastiche che possano compromettere la fertilità.

Nelle nuove linee è fortemente raccomandata una consulenza psicologica per tutte le coppie che vogliano accedere alla procreazione medicalmente assistita per una valutazione motivazionale, così come una particolare cura ed attenzione ai rischi e all’evoluzione di una eventuale gravidanza devono essere forniti dai centri specializzati cui la coppia si rivolge.

Dunque, un’attenta anamnesi che possa riguardare rischi diabetologici, patologie genetiche, peso corporeo, indice di massa corporea, in quanto se lo stesso e superiore al valore 30 (indice di un importante sovrappeso) ciò comporterebbe maggiori rischi chirurgici, cardiovascolari, rischio di aborto ecc.

Dunque i medici delle strutture specializzate dovranno porre molta attenzione e se per ragioni mediche riterranno di non procedere alla PMA, ciò avverrà esclusivamente per motivi di ordine medico e sarà obbligatorio rilasciare alla coppia motivazione scritta.

avv. Maria Antonella Mascaro

Salute sul lavoro di persone anziane

Pubblicato nella GU n.65 del 18.03.2024, il Decreto Legislativo 15 marzo 2024 n. 29 “Disposizioni in materia di politiche in favore delle persone anziane, in attuazione della delega di cui agli articoli 3, 4 e 5 della legge 23 marzo 2023, n. 33”.

Il Decreto Legislativo 15 marzo 2024 n. 29 reca disposizioni volte a promuovere la dignità e l’autonomia, l’inclusione sociale, l’invecchiamento attivo e la prevenzione della fragilità della popolazione anziana, anche attraverso l’accesso alla valutazione multidimensionale unificata, a strumenti di sanità preventiva e di telemedicina a domicilio, il contrasto all’isolamento e alla deprivazione relazionale e affettiva, la coabitazione solidale domiciliare per le persone anziane (senior cohousing) e la coabitazione intergenerazionale (cohousing intergenerazionale), lo sviluppo di forme di turismo del benessere e di turismo lento, nonché volte a riordinare, semplificare, coordinare e rendere più efficaci le attività di assistenza sociale, sanitaria e sociosanitaria per le persone anziane non autosufficienti, anche attraverso il coordinamento e il riordino delle risorse disponibili, e ad assicurare la sostenibilità economica e la flessibilità dei servizi di cura e assistenza a lungo termine per le persone anziane e per le persone anziane non autosufficienti.

Decreto Legislativo 15 marzo 2024 n. 29

Art. 2 Comma 1 lett. a) Definizioni e disposizioni di coordinamento

  1. «persona anziana»: la persona che ha compiuto 65 anni;

In particolare l’art. 5 del Decreto Legislativo 15 marzo 2024 n. 29 contiene le misure per la promozione della salute e dell’invecchiamento attivo delle persone anziane da attuare nei luoghi di lavoro.

Art. 5 Misure per la promozione della salute e dell’invecchiamento attivo delle persone anziane da attuare nei luoghi di lavoro

  1. Nei luoghi di lavoro, la promozione della salute, la cultura della prevenzione e l’invecchiamento sano e attivo della popolazione anziana sono garantiti dal datore di lavoro attraverso gli obblighi di valutazione dei fattori di rischio e di sorveglianza sanitaria previsti dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, tenendo conto del modello sulla promozione della salute nei luoghi di lavoro – Workplace Health Promotion (WHP) raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità e delle indicazioni contenute nel PNP, che prevedono l’attivazione di processi e interventi tesi a rendere il luogo di lavoro un ambiente adatto anche alle persone anziane attraverso idonei cambiamenti organizzativi.
  2. Il datore di lavoro adotta ogni iniziativa diretta a favorire le persone anziane nello svolgimento, anche parziale, della prestazione lavorativa in modalità agile, nel rispetto della disciplina prevista dai contratti collettivi nazionali di settore vigenti.

Spetta quindi al datore di lavoro, che deve adempiere agli obblighi di valutazione dei rischi e controllo sanitario (D.Lgs. 81/2008), l’obbligo di assicurare la promozione della salute, l’educazione preventiva e il mantenimento di uno stile di vita sano e attivo per gli anziani, tenendo conto del modello di promozione della salute nei luoghi di lavoro, noto come Workplace Health Promotion (WHP) e raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, coerentemente con le indicazioni contenute nel Piano Nazionale di Prevenzione (PNP).

Il datore di lavoro adotta tutte le misure necessarie per supportare gli anziani nel realizzare le loro attività lavorative, anche in parte, in modalità agile, rispettando i CCNL di settore in vigore.

In accordo al D.Lgs. 81/08 pertanto, con riferimento all’età dei lavoratori, i datori di lavoro hanno il preciso obbligo di valutare “tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi […] quelli connessi alle differenze di genere, all’età, alla provenienza da altri Paesi e quelli connessi alla specifica tipologia contrattuale attraverso cui viene resa la prestazione di lavoro”.

Il medico competente ha un ruolo importante, poiché collabora con il datore di lavoro e con l’RSPP alla valutazione dei rischi.

La valutazione dei rischi dovrà analizzare le specificità connesse con le differenti età dei lavoratori, indicando le misure di sicurezza (soprattutto di tipo organizzativo), che il datore di lavoro intende adottare per garantire e migliorare la salute e la sicurezza dei lavoratori, al fine di garantire l’inclusione di tutti i lavoratori, con l’attivazione di processi e interventi volti a rendere il luogo di lavoro un ambiente adatto anche alle persone anziane.

Lo spazio europeo dei dati sanitari

Il Parlamento Europeo ha dato il via libera definitivo all’accordo internazionale sull’istituzione di uno “spazio europeo dei dati sanitari”.  

Se ne era parlato nel corso di precedenti comunicati, mentre, qualche giorno fa il Parlamento Europeo ha votato positivamente.

L’accordo deve ancora essere formalmente approvato dal Consiglio d’Europa. Una volta pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’UE, entrerà in vigore dopo venti giorni. Il regolamento si applicherà due anni dopo, con alcune eccezioni.

Il fatto rivoluzionario e importante, determinato dall’accordo, riguarda innanzitutto, la possibilità di consentire ai pazienti di accedere ai loro dati sanitari in formato elettronico, anche da uno Stato membro diverso da quello in cui vivono. Così come può farlo il paziente di persona, potranno accedere ai dati e ai fascicoli dei medesimi, anche gli operatori sanitari attraverso il loro consenso (cosiddetto uso primario), anche da altri paesi dell’UE. Le cartelle cliniche elettroniche (EHR) includeranno resoconti sui pazienti, prescrizioni elettroniche, immagini mediche e risultati di laboratorio.

Il regolamento UE consentirà inoltre di trasferire i dati sanitari in modo sicuro agli operatori per mezzo della piattaforma MyHealth@EU, ciò accadrebbe quando i cittadini si trasferiscono in un altro Stato.

Si potrà scaricare la propria cartella sanitaria, o meglio, il fascicolo sanitario.

Inoltre, i dati sanitari quali: cartelle cliniche, sperimentazioni, rimborsi sulla sanità, dati genetici, informazioni sui registri sanitari, spese e finanziamenti, ricerca, statistiche ecc. potranno essere trattati a fini di interesse pubblico. Questa possibilità rientra nel cosiddetto uso secondario che ha la caratteristica dell’interesse pubblico e dunque saranno banditi scopi commerciali o pubblicitari per i quali è posto un veto di divulgazione. I dati, cioè, potrebbero essere utilizzati per trovare trattamenti per le malattie rare.

Le decisioni in materia di accesso saranno prese dagli organismi nazionali per l’accesso ai dati.

I cittadini ovviamente potranno esprimere la loro volontà sulla gestione dei dati sanitari e sulla loro utilizzazione, specialmente quella secondaria, ovviamente. Potranno rifiutare l’accesso ai propri dati sanitari da parte dei professionisti a fini di ricerca, ad eccezione di determinati scopi di interesse pubblico, politici o statistici.

I pazienti dovranno essere informati ogni volta che si accede ai loro dati e avranno il diritto di richiedere la correzione di quelli errati.


avv. Maria Antonella Mascaro

FSE e DSE: quali le loro differenze

Il FSE (fascicolo Sanitario Elettronico) è “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito, riferiti anche alle prestazioni erogate al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale”, che consente di avere sempre con sé la propria “storia clinica” da condividere con i vari operatori.

Il DSE (Dossier Sanitario Elettronico) è, invece, l’insieme di quei dati personali generati da singoli eventi clinici – presenti e passati – riguardanti un interessato e condivisi solo ed esclusivamente tra gli operatori appartenenti alla medesima struttura sanitaria. Il DSE – che contrariamente al FSE non trova specifica definizione nella normativa nazionale, ma unicamente in quella privacy – è, quindi, lo strumento che consente la ricostruzione della “storia clinica” dell’interessato presso una singola struttura sanitaria, con possibilità di condivisione delle informazioni solo tra gli operatori appartenenti alla stessa.

Grazie al D.L. 34/2020 – convertito poi in Legge – l’attivazione e l’alimentazione del FSE sono diventate automatiche, ovvero senza la necessità di acquisizione del consenso da parte dell’interessato (cd. consenso all’alimentazione). Quanto, invece, ai dati ed ai documenti relativi alle prestazioni sanitarie ricevute dall’interessato precedentemente alla pubblicazione del decreto, questi vanno ad alimentare il FSE nel solo caso in cui l’interessato non abbia espresso una volontà contraria.

Diverso, invece, il procedimento per la creazione del DSE, per cui continua a essere necessaria l’espressione del consenso da parte dell’interessato. A differenza del FSE, la costituzione del DSE rappresenta infatti un trattamento di dati personali specifico e ulteriore rispetto a quello effettuato dal singolo professionista sanitario con le informazioni acquisite in occasione della cura dell’evento clinico.

Si tratta, quindi, di un trattamento facoltativo, rispetto al quale l’interessato ha il diritto di scegliere liberamente se far confluire o meno nel dossier le informazioni cliniche che lo riguardano e se tali informazioni possano essere disponibili al solo professionista sanitario che le ha redatte, senza alcuna inclusione nello strumento. Sempre con riferimento al DSE è, altresì, importante ricordare che:

  • in assenza di uno specifico consenso, le informazioni relative a eventi sanitari pregressi non potranno confluire nello stesso;
    • l’eventuale mancato consenso al trattamento dei dati personali mediante il DSE non dovrà incidere negativamente e in alcun modo sulla possibilità dell’interessato di accedere alle cure mediche richieste;
    • il consenso prestato dall’interessato potrà essere revocato in qualsiasi momento. Così facendo, le informazioni presenti nel DSE saranno disponibili unicamente al professionista che le ha inserite.

Entrambi gli strumenti FSE e DSE possono essere consultati.

Tuttavia, se per il DSE non è necessario acquisire un ulteriore consenso dell’interessato per consentire l’accesso ai dati e alle informazioni ivi contenute da parte dei professionisti sanitari che, nel tempo, lo prenderanno in cura presso la medesima struttura sanitaria, per il FSE è, invece, necessario acquisire il cosiddetto consenso alla consultazione.

Previa acquisizione del predetto consenso, il FSE potrà quindi essere consultato:

  • da tutti gli esercenti le professioni sanitarie (pubblici o privati) che interverranno nel processo di cura dell’interessato e per finalità di diagnosi, cura e riabilitazione, profilassi internazionale e prevenzione. Attenzione che detto consenso dovrà, però, essere prestato disgiuntamente per le predette finalità;
  • dalle Regioni e dal Ministero della Salute per le sole finalità di governo e ricerca. In questo caso, però, tali soggetti potranno avere accesso ai soli metadati dei documenti contenuti nel FSE e non anche ai dati identificativi;

oltre che, ovviamente, dal singolo soggetto interessato, che mantiene il diritto di decidere, in qualsiasi momento, di revocare il consenso precedentemente prestato, senza che ciò vada a pregiudicare l’erogazione della prestazione sanitaria.

Inoltre, con riferimento ai dati e alle informazioni relativi a particolari prestazioni sanitarie (ad esempio, interruzione di gravidanza, violenza sessuale, uso di sostanze stupefacenti, stato di sieropositività) sarà necessario raccogliere un autonomo e specifico consenso non solo per l’inserimento delle predette informazioni all’interno del DSE, ma anche per la loro visibilità nel FSE.

Non è, invece, consentito l’accesso ai dati e alle informazioni contenute nel DSE e nel FSE a periti, compagnie di assicurazione, datori di lavoro, associazioni o organizzazioni scientifiche, organismi amministrativi anche operanti in ambito sanitario, nonché al personale medico nell’esercizio di attività medico-legale e, comunque, a tutti i soggetti non autorizzati.

Gli adempimenti da porre in essere per garantire un lecito trattamento di dati personali sono i medesimi.

Nello specifico:

  • fornire all’interessato un’idonea informativa sul trattamento dei dati personali, ottemperando così alle prescrizioni previste agli artt. 13 e 14 del Regolamento UE 2016/679;
  • individuare, istruire, formare e autorizzare coloro che saranno coinvolti, per conto del titolare, nel trattamento dei dati personali dell’interessato;
  • acquisire dall’interessato specifici e autonomi consensi, così come previsto nelle ipotesi elencate ai precedenti paragrafi;
  • garantire all’interessato i diritti riconosciuti dal Regolamento UE 2016/679, oltre che il diritto di prendere visione degli accessi effettuati al FSE/DSE e di oscuramento di alcuni dati e documenti ivi contenuti;
  • adottare tutte le misure di sicurezza tecniche e organizzative adeguate a mitigare i rischi (ad esempio, idonei sistemi di autenticazione e autorizzazione per gli autorizzati in funzione dei rispettivi ruoli, la tracciabilità degli accessi e delle operazioni effettuate, i sistemi di audit log per il controllo degli accessi e il rilevamento di eventuali anomalie, la cifratura e/o la separazione dei dati idonei a rilevare lo stato di salute e la vita sessuale dagli altri dati personali);
  • adottare un’idonea procedura per la gestione di eventuali violazioni (cosiddetto data breach).

Le soluzioni del Governo per la diminuzione delle liste di attesa

E’ in arrivo un nuovo decreto del Ministro della Salute con l’obiettivo di tagliare le liste di attesa con la collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità e di Agenas.

L’idea è di partire dall’appropriatezza prescrittiva che non è una vera e propria novità, poiché era stata tentata, dieci anni fa dal Ministro Lorenzin.

La collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità consiste nell’elaborazione di linee guida che aiutino i medici nelle prescrizioni. Questi dovranno indicare la diagnosi secondo i parametri internazionali della classificazione icd 9. La suddetta classificazione rappresenta i termini medici abitualmente utilizzati per definire la diagnosi di una patologia o malattia, di un evento traumatico e le cause dello stesso. Dunque, oltre a tutte le procedure di diagnosi e terapia, la codifica viene espressa convenzionalmente con dei codici numerici e alfa-numerici, in modo da tracciare bene tutte le prestazioni per aree diagnostiche grazie all’ampia disponibilità dei dati già raccolti, ma che risultano spesso incompleti.

Secondo il Ministro, che ha annunciato il decreto nel corso di un meeting sulla salute a Pescara: in base al numero di pazienti di ogni medico prescrittore si calcoleranno le ricette potenzialmente in attesa e nel caso di superamento del tetto di prescrizioni, il fenomeno verrà segnalato, in modo tale da consentire ad ogni Regione di intervenire in una determinata area raggiungendo anche il singolo medico per capire le ragioni delle troppe ricette, in tal modo riallineando il sistema. L’obiettivo, dunque, parte dal taglio delle prescrizioni, apparentemente sovrabbondanti, per una previsione che arrivi alla diminuzione delle prescrizioni di oltre il 20%.

Altro annuncio riguarda lo scudo penale per i medici, che il Governo mira a rendere stabile, e a non limitare solo a quest’anno.

A ciò si aggiunge un ulteriore tema che riguarderebbe la possibilità per le aziende ospedaliere di comprare pacchetti di prestazioni dai propri medici che svolgono la libera professione intramoenia.

Il Ministero della Salute ha richiesto al Mef, oltretutto, di valutare la fattibilità economica dello sblocco del tetto di spesa per il personale sanitario, ma sarà difficile trovare le risorse, considerato il momento di grande austerità che si sta attraversando.

avv. Maria Antonella Mascaro

La nuova proposta per l’accesso alla Facoltà di Medicina

Nel testo del provvedimento messo a punto dalla commissione istruzione del Senato, adottato all’unanimità, viene dato atto di novità risolutive dell’annosa questione dell’accesso alla Facoltà di Medicina.

Il provvedimento assegna al governo una delega di un anno per scrivere nel dettaglio la riforma.

Il testo punta a lasciare libera l’iscrizione ad un primo semestre che sarà propedeutico a tutte le facoltà di area biomedica. L’ammissione al secondo sarà subordinata al conseguimento di tutti i crediti formativi universitari stabiliti per gli esami del primo semestre che dovrebbero essere quattro. Resterà in vigore il numero programmato dal momento che, per il passaggio al secondo semestre, sarà necessario collocarsi in posizione utile nella graduatoria di merito nazionale.

Dunque, il numero chiuso non scompare ma si sposta in avanti di sei mesi.  Le nuove modalità di accesso avranno inizio a partire dall’anno accademico 2025-2026. Dunque, dunque, questo anno dovrebbe l’ultimo per l’accesso alla Facoltà di Medicina tramite test già modificati dal Mur.

La delega al governo parla di decreti legislativi da adottare entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge.

Il numero dei partecipanti ai test per le prove di quest’anno (28 maggio e 30 luglio) sono grandissimi: si sono iscritti oltre 71mila studenti, più di 61mila a medicina. A veterinaria gli iscritti sono 7.862.

Una nuova conquista, dunque, che mira a lasciare libera l’iscrizione ad un primo semestre che sarà propedeutico a tutte le facoltà di area biomedica. L’ammissione al secondo semestre, però, sarà subordinata al conseguimento di tutti i crediti formativi universitari stabiliti per gli esami del primo semestre che dovrebbero essere quattro.

Resta, quindi, in vigore il numero programmato dal momento che, per il passaggio al secondo semestre, sarà necessario collocarsi in posizione utile nella graduatoria di merito nazionale.

L’obiettivo per dare avvio al nuovo sistema, è previsto a partire dall’anno accademico 2025/2026.

Sulla base del grandissimo numero degli iscritti ai test non si può, ovviamente prevedere lo svolgimento delle lezioni e degli esami del primo semestre in presenza, dal momento che le strutture non ci sarebbero e non sarebbero pronte, pertanto le lezioni e gli esami, saranno per lo più a distanza in modalità telematica. Dunque, solo nel primo semestre, la formazione sarà prevalentemente a distanza con l’ausilio di tutor oltre che dei docenti delle materie interessate per il primo semestre valutativo.

In questo modo si supera il meccanismo cervellotico dei test e si applica una selezione a seguito di una valutazione degli studenti su base semestrale, dando al contempo agli stessi ragazzi la possibilità di valutarsi per capire quale sia il miglior percorso per loro da intraprendere.

I passi di come verrà strutturata la riforma saranno seguiti con molto interesse.

avv. Maria Antonella Mascaro

Impegnative non necessarie: costano 10 miliardi all’anno

Il ministro della Sanità Orazio Schillaci sta portando avanti un decreto per il taglio degli sprechi nel Sistema Sanitario Nazionale e per razionalizzare le risorse in risposta sia alla mancanza di medici e infermieri negli ospedali italiani, sia all’arrivo dell’autonomia differenziata, che verrà discussa in parlamento la prossima settimana e che introdurrà i nuovi livelli minimi di assistenza.

Nel decreto in arrivo saranno prese di mira anche le cosiddette impegnative non necessarie: prescrizioni per esami e medicinali fatte senza un effettivo bisogno e che costerebbero alla sanità nazionale 10 miliardi all’anno. Si tratta spesso del risultato della medicina difensiva, un approccio sempre più diffuso in Italia.

Prescrizioni non necessarie, che producono effetti sulle liste d’attesa.

I medici, minacciati da cause civili e ricorsi da parte dei pazienti e dei loro parenti, preferiscono prescrivere esami o terapie anche non necessarie dal punto di vista medico, ma che prevengono eventuali attacchi. In questo modo evitano di essere accusati di non aver fatto abbastanza per un paziente in caso di esiti avversi di una prestazione sanitaria. La Corte dei Conti ha già chiarito che non si possono applicare sanzioni ai medici iper-prescrittori, quindi il Governo deve trovare una soluzione diversa dall’introduzione di reati o sanzioni. Il Ministero, per risparmiare i 10 miliardi all’anno che le prescrizioni non necessarie fanno spendere al Sistema sanitario nazionale, sta pensando a un sistema che prevede una raccolta capillare dei dati sulle motivazioni delle ricette e standard rigidi nelle linee guida per i dottori che prescrivono esami e terapie. In questo modo le regioni potranno facilmente rilevare problematiche relative a singoli medici, che prescrivono più della media.

La diminuzione delle prescrizioni non necessarie potrebbe avere un effetto benefico sulle liste d’attesa, uno dei principali problemi del Sistema sanitario nazionale italiano.

Ciononostante, la causa principale dei tempi prolungati per la somministrazione di un esame rimane la mancanza di personale di cui soffre buona parte degli ospedali italiani. Una delle ragioni di questa carenza di personale sono gli stipendi bassi di medici e infermieri, bloccati dal tetto alla spesa.

Il Governo sta cercando di superare questa situazione tramite vari provvedimenti. Il primo, già approvato, è la riforma delle assunzioni degli specializzandi, ma il nuovo decreto dovrebbe agire direttamente sulle assunzioni dei medici professionisti. Il decreto dovrebbe muoversi in questa direzione modificando gradualmente il tetto di spesa, anche se la misura precisa che agirà in questo contesto non è stata ancora anticipata.

Si sa di più invece su un altro metodo per abbattere le liste d’attesa. Gli ospedali potranno acquistare prestazioni da parte di medici in libera professione, in caso di criticità per determinati esami o visite in cui le liste di attesa si fossero allungate a dismisura.

Rapporto tra i cittadini e il sistema salute in Italia.

L’ultimo Outlook Salute Italia, risultato di una ricerca condotta da Deloitte tra i cittadini italiani, evidenzia un momento di cambiamento per il sistema sanitario in Italia. L’Italia si lascia alle spalle la pandemia, con nuove aspettative ed esigenze in tema di salute. Insieme alla diffusione del digitale e agli impatti degli investimenti del PNRR, si consolidano alcuni trend ormai noti da tempo: minore ricorso ad alcune prestazioni e disparità tra regioni e per fascia di reddito in primis.

Alcune delle principali evidenze emerse:

Al SSN gli italiani riconoscono, su una scala da 1 a 10, un voto medio di 6,3 (in lieve calo rispetto all’edizione precedente), mentre alla Sanità Privata attribuiscono un voto medio di 7,1 (anche in questo caso in decrescita).
Tra le voci oggetto di valutazione, i tempi di attesa sono quelle con i voti meno positivi. In crescita l’accesso alle prestazioni sanitarie in farmacia, mentre la qualità del servizio 112 appare in calo nella percezione dei cittadini.

Si assiste a un decremento nell’accesso ad alcune delle principali prestazioni sanitarie. In negativo soprattutto il ricorso ai medici di famiglia e pediatra (-16 p.p. negli ultimi 3 anni), la diagnostica strumentale (-9 p.p.) le cure odontoiatriche (-8 p.p.) e gli esami di laboratorio (-7 p.p.).

La percentuale di chi accede alle principali prestazioni sanitarie aumenta con l’aumentare del reddito dei rispondenti.
È inoltre ancora del 32% la quota di italiani che dichiara di avere rinunciato a prestazioni sanitarie. Di questi, il 61% ammette di averlo fatto per motivi economici.

In crescita il privato, l’intramoenia e le farmacie.

La percentuale di chi dichiara di rivolgersi per le principali prestazioni principalmente al pubblico si è ridotta significativamente: cali più rilevanti negli esami di laboratorio (-24 p.p. rispetto al 2021) e nei piccoli interventi ambulatoriali (-22 p.p.).

Nell’ultimo anno, tra chi ha fatto ricorso a prestazioni sanitarie 1 su 2 si è rivolto anche ad una farmacia che, tra la fascia dei più giovani, risulta un punto di riferimento crescente in tema di accesso a prestazioni base.

Ulteriori evidenze: la trasformazione digitale e il ruolo delle assicurazioni

Gli italiani interagiscono sempre di più tramite il canale digitale con il Sistema Salute: 1 su 4 ha acquistato prodotti sanitari tramite e-commerce, il 76%dichiara di conoscere il Fascicolo Sanitario Elettronico e, di questi, il 44% lo ha utilizzato almeno una volta nel corso del 2022.

Si consolida infine la conoscenza delle assicurazioni sanitarie: il tasso di sottoscrizione delle polizze ritorna ai livelli pre-pandemici e il tasso di utilizzo aumenta rispetto allo scorso anno.

Nuovo decreto PNRR: novità per la sanità  

Il nuovo testo del PNRR è approdato la scorsa settimana con tutte le modifiche in commissione Bilancio.

Tra le novità che interessano la sanità vi è quella per cui vengono dirottati circa 1,2 miliardi, inizialmente destinati all’ammodernamento degli ospedali, dal Piano nazionale complementare ai fondi per l’edilizia sanitaria. A tal fine, i fondi sull’edilizia sanitaria vengono incrementati di una somma pari a 39 milioni. Una misura contestata dalle Regioni.

Per la diminuzione delle liste d’attesa e per valorizzare le professionalità, gli enti del Ssn,fino al 31 dicembre del 2025, possono assumere a tempo indeterminato, il personale del ruolo sanitario e del ruolo sociosanitario, anche qualora non più in servizio, che sia stato reclutato a tempo determinato con procedure concorsuali e che abbia maturato al 31 dicembre 2023 alle dipendenze di un ente del Servizio sanitario nazionale almeno diciotto mesi di servizio, anche non continuativi, di cui almeno sei mesi nel periodo intercorrente tra il 31 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2024, secondo criteri di priorità definiti da ciascuna regione.

In tema di fascicolo sanitario elettronico, Agenas avvia le attività relative alla raccolta e alla gestione dei dati utili, garantendo che gli interessati non siano direttamente identificabili. 

Quanto al green pass internazionale, come annunciato, l’Italia non aderisce alla rete green pass dell’Oms.

I dati personali relativi alla salute, pseudonomizzati, sono trattati, dal Ministero della Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), dall’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), nonché relativamente ai propri assistiti, dalle regioni e dalle province autonome, nel rispetto delle finalità istituzionali di ciascuno, secondo le modalità individuate con decreto del Ministro della Salute, adottato previo parere del Garante per la protezione dei dati personali.

Viene superato il limite pari al 50% della spesa sostenuta nel 2009, per assumere medici e professionisti sanitari e sociosanitari con contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, ovvero mediante convenzioni o con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nonché nelle ipotesi di reclutamento di personale mediante contratti di formazione lavoro, o altri rapporti formativi, o con contratti di somministrazione di lavoro.

Le aziende e gli enti del Ssn, nonché le strutture sanitarie private accreditate, nei limiti delle proprie disponibilità di bilancio e nei limiti di spesa per il personale previsti dalla disciplina vigente, potranno assumere, fino al 31 dicembre 2026, con contratto di lavoro subordinato a tempo determinato con orario a tempo parziale in ragione delle esigenze formative, medici veterinari, odontoiatri, biologi, chimici, farmacisti, fisici e psicologi a partire dal secondo anno di formazione specialistica, regolarmente iscritti.

Vengono salvaguardate le graduatorie di chi ha sostenuto la prova di ammissione alla Facoltà di Medicina e Chrurgia per l’immatricolazione nell’anno accademico 2023/2024.

Le regioni potranno organizzare i servizi consultoriali e avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità.

avv. Maria Antonella Mascaro

AGENAS presenta i dati sull’accesso in Pronto Soccorso

Nel 2023 si sono registrati 18,27 milioni di accessi negli ospedali sede di Pronto Soccorso e di Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione di primo e secondo livello (DEA I e DEA II) con un incremento, rispetto al 2022, del 6%. La prevalenza degli accessi è caratterizzata da codici triage – dopo valutazione medica – bianchi e verdi (68% dei casi). Di questi circa 4 milioni si possono ritenere impropri (accesi in codice bianco e verde alla visita medica, con l’esclusione dei traumi; giunti in PS in modo autonomo o inviati dal medico di famiglia, nei giorni feriali e festivi e in orari diurni, con dimissione al domicilio o a strutture ambulatoriali).

I dati sull’accessibilità della Rete di emergenza-urgenza indicano come la copertura del servizio entro 30 minuti sia pari al 94%, quota che raggiunge il 99% entro i 45 minuti. Lo studio presentato da AGENAS indica come la popolazione non in grado di raggiungere le strutture di PS entro 30 minuti (3,4 milioni pari al 5,8% della popolazione) potrebbe essere decisamente ridotta con la corretta implementazione del DM 77/2022, che individua la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale (SSN), attraverso la presa in carico dei pazienti all’interno delle nuove strutture previste dal PNRR, ovemai riuscissero a decollare.

Il problema, tuttavia, rimane sempre lo stesso, cioè la realizzazione di edilizia sanitaria che resterà vuota per l’impossibilità di recere altri fondi per il finanziamento del personale che dovrà avviarla.

Confrontando gli accessi con il DM 70/2015 sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera, si può affermare che circa il 75% delle strutture di PS registrano un numero di accessi al di sotto degli standard. In particolare, nel 29% dei casi si individuano meno di 15.000 accessi annui. I DEA di primo livello registrano una performance migliore.

L’afflusso maggiore di accessi in PS si riscontra il lunedì nella fascia oraria 08:00 – 12:00.

Rapporto Benessere Equo e Sostenibile

E’ stato pubblicato dall’Istat il nuovo rapporto BES 2023 che ha rilevato una maggiore speranza di vita, ma un peggioramento del benessere psicologico nella popolazione, specialmente nei giovani e un aumento dell’obesità.

In sintesi, nel 2023 la speranza di vita vede un innalzamento dell’età superiore agli 83 anni e risulta in aumento rispetto al 2022, ma rapportandola al livello di buona salute, la percentuale si abbassa e si avvicina ai 60 anni. Tale riduzione ha riportato l’indicatore quasi al livello del 2019, ridimensionando l’incremento che si era verificato tra il 2020 e il 2022 a causa della pandemia.

L’indicatore di salute mentale, nel 2023, è stabile rispetto agli anni precedenti, ma denota un preoccupante peggioramento del benessere psicologico soprattutto tra i più giovani, in particolare le ragazze.

L’indicatore è tristemente in linea con quanto più volte denunciato nei comunicati riguardanti l’aumento dei disturbi alimentari e con la concessione dei “bonus psicologo” che è stata rinnovata dal Governo già per due volte.

Una piaga sociale, questa, che si aggiunge ad altri due pericolosi indicatori in crescita: la quota di fumatori tra le persone di 14 anni e più, in crescita costante a partire dal 2020 e la quota di popolazione di 14 anni e più che ha comportamenti a rischio nel consumo di bevande alcoliche, stabile rispetto all’anno precedente.

Il rapporto BES prende in considerazioni svariati altri indicatori, ad esempio: la mortalità evitabile della popolazione di 0-74 anni, in riduzione rispetto al 2020. Va evidenziato che nel 2020 e nel 2021 l’indicatore ha comunque subito un importante incremento, in controtendenza con la riduzione di lungo periodo osservata per tutto il periodo 2005-2019, sul quale ha certamente pesato la mortalità attribuibile al COVID-19.

L’indicatore differisce, peraltro, a seconda del livello di istruzione della popolazione: più alto fra le persone meno istruite. Anche la mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso delle persone dai 65 anni e più, conferma il dato che vede la mortalità aumentare al diminuire del livello di istruzione. Chi ha un titolo di studio basso ha una mortalità 1,2 volte superiore di chi ha conseguito un titolo universitario, indipendentemente dal sesso.

La mortalità per incidente stradale dei giovani è in crescita rispetto al 2020/22, dove però è incisiva, in quegli anni, la restrizione dovuta al Covid 19.

La mortalità infantile sale.

Lo stile di vita migliora leggermente: la quota di persone di 14 anni e più sedentarie, in deciso miglioramento rispetto al 2022. Stabile il numero di persone in eccesso di peso tra la popolazione di 18 anni e più, sebbene l’indicatore abbia subito un peggioramento relativamente alla componente dell’obesità, che si conferma in aumento nel medio e lungo periodo.

Riguardo allo stile sano di vita è ancora bassa la percentuale di popolazione che consuma quotidianamente frutta e verdura.

avv. Maria Antonella Mascaro

Liste d’attesa insostenibili per 9 intervistati su 10

Gli italiani sono sempre più attenti nella gestione della propria salute, ma si dicono insoddisfatti del Servizio sanitario nazionale, con circa il 90% che considera i tempi di attesa per le visite come il principale problema. L’attesa per la prima visita, gli esami diagnostici e le liste d’attesa per interventi chirurgici sono le principali fonti di frustrazione. Inoltre, la difficoltà nel reperire uno specialista e trovare medici competenti è un’altra preoccupazione diffusa. Sono alcuni dei dati emersi da un’indagine condotta su un campione rappresentativo del Paese, dall’EngageMinds HUB, il Centro di ricerca dell’Università Cattolica di Cremona. Tuttavia, c’è una nota positiva: più della metà degli italiani si sente in buona salute.

Nello specifico, dalla survey è emerso che per l’88% degli italiani si aspetta troppo per una prima visita, per l’85% per esami diagnostici specifici o per esami di controllo e per l’84% per interventi chirurgici. Inoltre, quasi 7 italiani su 10 considerano difficile reperire uno specialista, mentre 5 su 10 lamentano di non riuscire a trovare sempre medici competenti. In generale, l’indagine ha evidenziato che solo il 49% degli italiani ripone piena fiducia nel Sistema sanitario nazionale, mentre il 51% non si fida. Quasi 8 italiani su 10 sono critici sulla qualità del sistema sanitario regionale, che salgano a 9 su 10 se si guarda a quello nazionale, che sembra non stare al passo con le richieste dei cittadini.

L’indagine, inoltre, evidenzia una spaccatura tra gli italiani per quanto riguarda la percezione della competenza dei medici: sono più critiche le donne (55%), coloro che si identificano politicamente a destra (59%) e chi ha scarsa fiducia nel Servizio sanitario nazionale (54%). Le donne, in particolare, manifestano maggiormente il disagio per i tempi di prenotazione per la prima visita (90%). Questo disagio è anche più pronunciato tra coloro che vivono nel Sud Italia e nelle Isole (90%), tra gli over 59 (94%) e tra gli italiani affetti da una malattia cronica (95%). 

Ma non manca qualche dato positivo. La maggioranza degli italiani (6 su 10) riferisce di godere di un buono stato di salute, mentre poco più del 20% gode di una salute molto buona e quasi il 20% dichiara uno stato di salute non ottimale. In generale, il 67% ritiene di essere in grado di gestire la propria salute in modo efficace. Tuttavia, dalla survey è emerso che solo 4 persone su 10 si rivolgono al medico quando rilevano sintomi che ritengono inusuali o variazioni nel proprio stato di salute. I più abituali a confidarsi con i medici sono gli anziani (68%), e chi ha alta fiducia nel Servizio Sanitario nazionale (73%) e nella ricerca scientifica (65%); mentre il 47% degli italiani non condivide con i medici di famiglia le preoccupazioni sullo stato di salute.

Infine, dalla survey è emerso che 7 italiani su 10 ritengono che il Governo debba investire più risorse nel Sistema sanitario pubblico, mentre solo 2 connazionali su 10  preferiscono orientarsi verso il privato. Inoltre, oltre 8 italiani su 10 nutrono dubbi sull’effettivo impatto del Pnrr in tema di riforme da attuare in ambito sanitario. “Gli italiani appaiono divisi tra chi guarda di buon grado la sanità privata (tendenzialmente tra i più giovani) e chi invece auspica maggiori investimenti e rilancio della sanità pubblica. In generale quello su cui si dovrebbe investire è anche la promozione di un engagement consapevole dei cittadini nella loro fruizione del sistema sanitario nazionale, volto a valorizzarne la dimensione di bene comune, e quindi di corresponsabilità dei fruitori stessi nella sua efficienza e sostenibilità”.

Commissione nazionale per aggiornamento dei Livelli di assistenza essenziali

Affinché i livelli essenziali di assistenza possano essere aggiornati in modo continuo, sistematico, basandosi su regole chiare e criteri scientificamente validi, la Legge di stabilità del 2016 ha previsto l’istituzione della Commissione nazionale per l’aggiornamento dei LEA e la promozione dell’appropriatezza nel Servizio sanitario nazionale, nominata e presieduta dal Ministro della salute, con la partecipazione delle Regioni, dell’Istituto superiore di sanità, dall’Agenzia italiana del farmaco, del Ministero dell’economia e finanza e dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

La Commissione si è insediata per la prima volta nel 2020 presso il Ministero della Salute, con il compito di provvedere all’aggiornamento continuo del contenuto dei LEA e con l’obiettivo di creare un Servizio sanitario nazionale che sia sempre al passo con le innovazioni tecnologiche e scientifiche e con le esigenze dei cittadini. Ha una durata triennale, dopodicchè viene rinnovata con decreto del Ministro della Salute.

Il Ministro della Salute incarica, Orazio Schillaci, ha firmato nella scorsa settimana il decreto contenente la composizione della Commissione nazionale per l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e la promozione dell’appropriatezza nel Servizio sanitario nazionale. Questa, come in passato, durerà in carica tre anni e sarà presieduta dallo stesso Schillaci.

Oltre ai componenti effettivi e i supplenti, alle riunioni della Commissione potranno partecipare, per fornire il proprio contributo tecnico scientifico, rappresentanti del Consiglio superiore di sanità, delle società scientifiche, delle Federazioni dei medici ed esperti esterni competenti nelle specifiche materie trattate, che interverranno per mezzo di una stipula di convenzioni.

La Commissione si avvale di una segreteria tecnico-scientifica operante presso la ex Direzione generale della programmazione sanitaria del Ministero della salute, che può avvalersi di personale messo a disposizione e dunque comandato, da Iss, Aifa, Agenas, Regioni, enti del Servizio sanitario nazionale ed altri enti rappresentati nell’ambito della Commissione, nel numero massimo di cinque persone, cui si possono aggiungere ulteriori  cinque esperti chiamati ad operare fra gli istituti di ricerca, le società scientifiche e le strutture pubbliche o private, nonché di esperti, nel numero massimo di cinque.

La partecipazione alla Commissione funge come carica onorifica, non è pertanto retribuita, se non per un rimborso spese.

avv. Maria Antonella Mascaro

Corte dei Conti: Ancora divari territoriali nei servizi

Gli effetti negativi della pandemia sull’erogazione dei servizi sanitari si protraggono anche nel biennio 2022-2023 e appaiono ancora ben lontani dall’essere recuperati, come dimostrano i dati Agenas sul rispetto dei tempi di attesa e sui volumi delle prestazioni erogate che, in molte regioni, non avevano ancora recuperato nel 2022 i livelli di attività del 2019. La spesa privata al di fuori del Servizio sanitario nazionale risulta elevata e in crescita nel 2022 sul 2021, oltreché molto superiore agli altri paesi UE.

È quanto afferma la Corte dei conti nella Relazione, approvata con deliberazione n. 4/SEZAUT/2024/FRG, che la Sezione delle autonomie ha presentato al Parlamento sulla gestione finanziaria 2022-2023 dei Servizi Sanitari Regionali. Dopo l’impennata causata dall’emergenza sanitaria del 2020, che ha determinato un’elevata crescita della spesa (6,1%) rispetto ai valori ante emergenza (poco più dell’1%), la crescita si ridimensiona e la spesa si riduce in rapporto al Pil. Nel triennio 2022- 2024 è stimata una riduzione dal 6,7 al 6,4%, attestandosi quindi sul valore del 2019. Nel confronto internazionale, la spesa sanitaria pubblica italiana (circa 131 miliardi nel 2022) è cresciuta nel periodo 2016-2022 meno della variazione del Pil in volume. L’inverso è avvenuto invece in Francia, Germania e Regno Unito.

Permangono diffuse disuguaglianze territoriali che penalizzano prevalentemente le regioni del Mezzogiorno, come evidenziano sia i risultati degli indicatori per il monitoraggio dei LEA relativi al 2021, sia le condizioni di salute misurate dagli indicatori di Benessere Equo e Solidale (BES 2023): la speranza di vita senza limitazioni nelle attività a 65 anni, pari a 10 anni a livello nazionale, scende a 8,3 nel Mezzogiorno e a 7,8 nelle Isole, mentre nel Nord sale a 11 anni.

I divari nei servizi sanitari alimentano anche un’elevata mobilità sanitaria interregionale verso le Regioni che registrano le migliori performance nella valutazione dei LEA, di cui, nel biennio 2022/2023, ha beneficiato soprattutto l’Emilia-Romagna.

I risultati di gestione dei Servizi sanitari regionali, valutati dal Tavolo per la verifica degli adempimenti regionali, evidenziano, al IV trimestre 2022, un risultato d’esercizio in disavanzo per 1,4 miliardi di euro, in peggioramento quindi rispetto a quello accertato per il 2021 (1,1 mld).

L’indebitamento verso fornitori registra un aumento del 24% sul 2019, attestandosi intorno ai 17,5 mld nel 2021, nonostante l’impatto positivo della fatturazione elettronica obbligatoria che, per i debiti più recenti, ha prodotto un miglioramento generalizzato nel rispetto dei tempi medi di pagamento. Contribuisce ad elevare il debito la quota risalente di debito non scaduto, per il quale sono stati previsti termini di dilazione più ampi e permangono criticità per i tempi di pagamento degli Enti della Calabria. Destano attenzione anche i risultati emersi per gli Enti del Molise e della Sardegna, anche se in miglioramento sugli anni precedenti.

Sul versante risorse umane, la dotazione di personale 2022 degli enti sanitari (697.000 unità) ha superato, dopo un decennio di costante riduzione, le 690.000 unità riferite al 2008. La spesa per i redditi del personale riferita allo stesso 2008 è stata superata, in termini nominali, solo a partire dal 2021. Permangono cruciali carenze nella dotazione organica in alcune aree sensibili del SSN, come i servizi di emergenza e urgenza delle aziende ospedaliere; ciò ha provocato il ricorso a prestazioni di personale basate su contratti di lavoro autonomo o sull’esternalizzazione di servizi.

La spesa in investimenti fissi lordi per la sanità, in termini di competenza, ha avuto storicamente livelli modesti, con un picco di 5 miliardi nel 2008 (pari al 9,8% degli investimenti pubblici totali) fino a un minimo 2019 di 3,3. Con la pandemia del 2020 gli investimenti in sanità sono cresciuti di circa il 100% (più di 6,2 miliardi, pari al 14,6% di quelli totali pubblici), per stabilizzarsi nel 2021 e nel 2022 attorno alla soglia dei 5 miliardi (l’8,4% del totale nel 2022). Va tuttavia sottolineato un iniziale fenomeno di riequilibrio territoriale: rispetto al 2019, nel 2022 la crescita degli investimenti degli Enti del SSN nel Mezzogiorno, (+49,8%) è stata più dinamica di quella dell’intero comparto a livello nazionale (+35,9%) e l’incidenza della quota degli stessi sul totale nazionale è cresciuta di circa 3 punti, dal 26,6 al 29,3%.

La povertà della collettività coincide con la povertà del sistema sanitario

La debolezza della salutedell’individuo e della collettività coincide con quella del sistema sanitario pubblico. Gli enti nazionali che rilevano le statistiche riportano indicatori di spesa per le famiglie molto alti, comunque innalzatisi, nel corso degli ultimi dieci anni, sempre di più. Tutto questo ha ancora più rilevanza se si considera l’impoverimento delle famiglie, in alcune delle quali si registrano casi di povertà assoluta.

Secondo le statistiche ISTAT sulla povertà, tra il 2021 e il 2022 il rapporto tra le famiglie con spesa sotto la soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti è aumentato di circa un punto percentuale. Il Nord Est ha registrato l’incremento più significativo, seguito dal Sud e dalle Isole, anche se il fenomeno della povertà assoluta è diffuso su tutto il territorio nazionale.

Le stime Istat per l’anno 2023 documentano un ulteriore aumento del dato.  Ciò non può non andare ad incidere sulla spesa sanitaria relativa alle famiglie, con la conseguenza, sempre più evidente e cruciale della rinuncia da parte delle stesse alle cure e dunque il peggioramento della salute e la riduzione dell’aspettativa di vita delle persone più povere.

Secondo i dati forniti dal Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) 2022, realizzato in collaborazione tra Istat e Cnel la percentuale di persone che rinunciano a prestazioni sanitarie nel 2022 si è attestata intorno a più di quattro milioni di persone che, secondo la definizione ISTAT, hanno rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per uno o più motivi: problemi economici, difficoltà di accesso alle strutture perché lontane e lunghi tempi di attesa.

Questi fenomeni sono molto più frequenti nelle Regioni del Mezzogiorno, dove peraltro i Livelli Essenziali di Assistenza sono insufficienti ed inadeguati; pertanto la scarsità dell’offerta dei servizi sanitari associata alla minore capacità di spesa delle famiglie condiziona negativamente lo stato di salute e l’aspettativa di vita alla nascita, un indicatore che vede tutte le Regioni del Mezzogiorno al di sotto della media nazionale.

Dall’analisi dei dati e delle osservazioni effettuate si conclude che lo status di povertà assoluta, che coinvolge oggi più di due milioni di famiglie, richiede urgenti politiche di contrasto alla povertà, non solo per garantire un tenore di vita dignitoso a tutte le persone, ma anche per diminuire le diseguaglianze sociali nell’accesso alle cure e l’impossibilità, diseguaglianze che sono anche territoriali. Questo andamento che si concretizza nel rimediare ai bisogni di salute con risorse proprie rischia di compromettere la salute e la vita dei più poveri, in particolare nel Mezzogiorno, dove l’impatto sanitario, economico e sociale senza precedenti rischia di peggiorare ulteriormente con l’autonomia differenziata.

avv. Maria Antonella Mascaro

L’analisi della Fondazione Gimbe sulla spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie italiane.

Nel 2022 la spesa sanitaria, la cosiddetta ‘out of pocket’, ammonta a quasi 37 miliardi di euro. Oltre 25,2 milioni di famiglie in media hanno speso per la salute 1.362 euro, oltre 64 euro in più rispetto al 2021 che salgono a 100 euro per il Centro sud. Inoltre, 4,2 milioni di famiglie hanno limitato le spese per la salute, in particolare al Sud. E più di 1,9 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie per ragioni economiche. È a rischio la salute di oltre 2,1 milioni di famiglie indigenti.

La valutazione delle menomazioni psicofisiche dal punto di vista medico legale

La Corte di Cassazione (ed in particolare la III Sezione Civile, sentenza n. 1174/2021 Pres. Travaglino, Rel. Vincenti) ha messo in risalto contrasti nei parametri di valutazione medico legale, in ordine al grado di invalidità permanente, soprattutto in merito al rischio di creare disparità di trattamento nella liquidazione di danni, non solo all’interno del medesimo ufficio giudiziario ma, anche, da parte del medesimo magistrato, in contrasto con il comune senso di giustizia e rispetto a quanto stabilito dal diritto.

Questo uno dei motivi per il quale il prossimo 13 aprile la SIMLA (Società Italiana di Medicina Legale) ha organizzato una conferenza (“Consensus Conference”) con l’obiettivo di discutere in ordine al diritto delle vittime dei sinistri a un integrale e uniforme risarcimento del danno non patrimoniale effettivamente subito e di razionalizzare i costi gravanti sul sistema assicurativo e sui consumatori. Il focus si concentrerà prevalentemente sulle menomazioni all’integrità psico-fisica comprese tra dieci e cento punti di invalidità permanente.

Un consesso di oltre sessanta esperti in medicina legale fra medici, magistrati, avvocati e professori andrà a comporre un comitato tecnico scientifico al fine di perfezionare le conoscenze in tema di accertamento medico-legale delle lesioni macropermanenti.

Ai lavori della “Consensus Conference” è chiamata a partecipare ACOP, unitamente a INPS, INAIL, ANIA, IVASS, CODACONS, FEDERSANITA’ e al Tribunale dei Diritti del Malato.

La conferenza è così presentata dalla Prof.ssa Paola Frati, Coordinatore della Sezione Dipartimentale di Medicina Legale dell’Università Sapienza di Roma.

L’obiettivo chiaro è quello, attraverso la partecipazione di tutte le parti in causa e degli stakeholders, di creare linee guida uguali per tutti nella valutazione del danno biologico, che molto spesso, chiamato con nomi diversi, tende a doppiarsi, triplicarsi ecc.

Pertanto, individuare la misura percentuale delle menomazioni dell’integrità psicofisica comprese tra 10 e 100 punti di invalidità in maniera scientificamente conclusiva, appare essere il punto di partenza.

Unitamente al perseguimento e alla pubblicazione delle buone pratiche cliniche sarà necessario attribuire un parametro unitario nella valutazione di un danno dalle multi sfaccettature e nomenclature, anche in considerazione dell’applicazione giusta dell’art. 138 del Codice delle Assicurazioni.

Lo scopo finale è che dai lavori degli esperti venga fuori un “metodo” di valutazione che venga validato nelle opportune sedi istituzionali e tolga discrezionalità, creando certezza.

avv. Maria Antonella Mascaro

Annuario Statistico del SSN

Torna a crescere il numero delle unità di personale del Servizio Sanitario Nazionale, che nel 2022 sono pari a 625.282 (+1,3% rispetto al 2021). Cambia anche la composizione di medici di medicina generale e di pediatri di libera scelta: sono in crescita i medici di medicina generale con meno di 6 anni di anzianità di laurea (+65,5% rispetto al 2021) e i pediatri di libera scelta con meno di 2 anni di anzianità di specializzazione (+70% rispetto al 2021).

Sono solo alcuni dei dati statistici, relativi all’anno 2022, presenti all’interno dell’ultima edizione dell’Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale, realizzato dall’Ufficio di Statistica del Ministero della Salute.

La pubblicazione presenta i dati statistici sulle strutture della rete di offerta sanitaria e sui servizi connessi, sulle caratteristiche organizzative, sui fattori produttivi e i dati sull’attività di assistenza territoriale e ospedaliera. A partire dall’anno 2020, include anche un focus specifico relativo ai posti letto e alle strutture dedicate all’assistenza dei pazienti Covid-19.

Le informazioni vengono elaborate sulla base dei flussi informativi rilevati in base al D.M. 5 dicembre 2006 “Variazione dei modelli di rilevazione dei dati delle attività gestionali delle strutture sanitarie”, che disciplina la trasmissione dei dati da Regioni e Province autonome al Ministero della Salute.

Strutture della rete di offerta

Le strutture di ricovero pubbliche e private accreditate hanno una numerosità pressoché stabile nel corso del periodo 2016-2022 e sono così ripartite:

  • 996 strutture dedicate ad assistenza ospedaliera
  • 9.085 strutture che erogano assistenza specialistica ambulatoriale (+2,3% rispetto al 2021)
  • 11.171 strutture che erogano assistenza territoriale residenziale o semiresidenziale
  • 6.922 strutture che erogano altra assistenza territoriale;
  • 1.180 istituti dedicati ad assistenza riabilitativa.

Strutture sanitarie territoriali

Nel 2022 sono state censite 8.045 strutture residenziali, 3.126 strutture di tipo semiresidenziale, 6.922 strutture di altro tipo (come centri di salute mentale, consultori, stabilimenti idrotermali).

Con riferimento alle strutture residenziali e semiresidenziali sono stati censiti 326.355 posti, pari a 553 posti per 100.000 abitanti. Di questi il 70% sono stati dedicati all’assistenza agli anziani, l’11,7% all’assistenza psichiatrica, il 16,9%all’assistenza ai disabili psichici e fisici, 1,1% ai pazienti terminali e 0.3% all’assistenza di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza.

Nel 2022 sono state rilevate 1.180 strutture riabilitative con 14.577 posti per l’attività di tipo residenziale e 13.301 per l’attività di tipo semiresidenziale. Nel complesso in Italia sono presenti 47 posti in strutture riabilitative ogni 100.000 abitanti.

Strutture di ricovero e cura

Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 203.800 posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,8% nelle strutture private accreditate, 11.906 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (89,1%) e di 8.253 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (76,9%).

A livello nazionale sono disponibili 3,8 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,2 ogni 1.000 abitanti. Particolare interesse ha rivestito di recente l’area dell’emergenza: il 53,8% degli ospedali pubblici risulta dotato nel 2022 di un dipartimento di emergenza.

Nel complesso, nel 2022 sono state effettuate nelle strutture pubbliche e private accreditate poco meno di 39 milioni di giornate di degenza e un ammontare totale di ricoveri per acuti in regime ordinario di circa 5.306.000.

Dagli indicatori emerge un andamento costante della degenza media (pari nei reparti pubblici a 7,7 giorni) e del tasso di utilizzo, sia nei reparti per acuti che in quelli dedicati all’attività di riabilitazione e lungodegenza, osservando la stessa tendenza tra istituti pubblici e istituti privati accreditati.

Pronto soccorso

Nel 2022 si registrano 17.208.251 accessi nei pronto soccorso (292 accessi ogni 1000 abitanti) e 1.318.953 accessi nei pronto soccorso pediatrici (143 accessi ogni 1000 abitanti fino a 18 anni).

Focus Covid

Continua a diminuire l’allocazione di posti letto di degenza ordinaria destinata a pazienti affetti dal virus Covid-19.

Nelle strutture pubbliche e private accreditate la percentuale di reparti covid si attesta al 10% del totale.

Al loro interno sono presenti 23.342 posti letto, che rappresentano l’11,5% sul totale dei posti letto di degenza ordinaria. L’andamento mensile dei posti letto Covid-19 effettivamente utilizzati mostra un andamento decrescente nella prima metà del 2022, per poi stabilizzarsi nella seconda metà del 2022. Il massimo differenziale tra il 2021 e il 2022 lo abbiamo nel mese di Aprile, con uno scarto di 13.973 posti letto.

Puglia: Regione virtuosa ma in dissenso sui LEA

La Puglia, nel mese scorso, ha approvato una delibera con la quale ha sostanzialmente azzerato il debito sanitario, coprendo gli ultimi trentanove milioni di euro di sbilancio nel settore sanitario pubblico per il 2023, creati dal deficit storico iniziale cui si sono aggiunte le spese durante la pandemia, l’inflazione alle stelle, i rinnovi contrattuali e la non facile situazione economica internazionale. Pertanto la regione si è presentata al tavolo congiunto del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia e Finanza, con i conti in ordine, senza effettuare tagli ai servizi.

La Puglia “sanitaria” ha tutti gli indicatori in miglioramento e l’obiettivo raggiunto dell’azzeramento del debito sanitario la mette al riparo dall’aumento automatico delle tasse e delle accise, pur se gli scarsi finanziamenti pubblici, a livello centrale, devono far sì che non cali l’attenzione, in quanto la il sistema sanitario è sempre in bilico.

In considerazione del suo carattere e della caparbietà dimostrata in questo settore, la Regione ha manifestato un chiaro dissenso in merito alla decisione del Governo di rinviare l’entrata in vigore dei nuovi tariffari riguardo ai livelli essenziali di assistenza, che, per l’appunto è stata posposta a gennaio 2025.

Laddove, a causa della diversità non solo geografica del nostro paese, ma specialmente in ordine alle velocità differenziate, in virtù delle quali si assiste ad un paese frammentato dove ci sono regioni molto virtuose dal punto di vista sanitario, altre molto meno, alcune ancora commissariate, la Puglia alza la testa e parla, attraverso dichiarazioni del suo Presidente e dell’assessore alla sanità di emanare una legge autonoma, una legge regionale, con la quale recepire il nuovo prontuario e consentire così ai cittadini pugliesi di poter usufruire delle nuove prestazioni sanitarie previste dai nuovi Lea.

In sostanza in un campo nel quale molte regioni, anche quelle più pronte, hanno tirato un sospiro di sollievo nel vedere rinviato il provvedimento che avrebbe determinato l’entrata in vigore del nuovo tariffario, non si comprende fino in fondo la presa di posizione della Puglia.

Le criticità sottese all’applicazione del nuovo nomenclatore sono tante: una fra tutte, ad esempio, è stata rappresentata dalla difficoltà di conciliare il passaggio da un tariffario all’altro in relazione alle liste di attesa sulle prenotazioni, oltre che l’implementazione dei software presso i CUP e gli uffici competenti, anche dal punto di vista contabile, oltre che da quello delle liste di attesa per le prenotazioni.

La scelta del Governo è sembrata sensata per evitare il caos che si sarebbe determinato, inevitabilmente.

Ora valutare se una legge regionale possa derogare ad un provvedimento del Governo, è certamente possibile, in virtù della materia “gestione salute” che può riguardare il decentramento e l’autonomia differenziata, ma quanto sia opportuno farlo non è dato sapere, in considerazione del fatto che potrebbero essere messi a rischio posti di lavoro che questa regione, in particolare, ha tenuto strenuamente a salvaguardare.

“Non ho mai espresso nessun assenso al rinvio dell’entrata in vigore dei nuovi LEA in nessun contesto, né regionale, né nazionale. Anzi, nel corso delle consultazioni svoltesi al Ministero della Salute, ho evidenziato che la Puglia, con i suoi sistemi informatici, era già pronta a partire. Peraltro, come sostengo da tempo, se il Governo nazionale, nella sua totale autonomia, avesse voluto far partire il prontuario con i nuovi LEA avrebbe potuto farlo anche subito e, in seguito, modificare eventualmente le tariffe”.

È quanto dichiara l’assessore alla Salute della Regione Puglia, Rocco Palese, che aggiunge: “Non è mio costume, né mia intenzione, fare polemiche su temi così importanti, ma tengo a ribadire che su questo argomento non ho votato sì alla proroga in nessun contesto nazionale o regionale. Peraltro insieme al Presidente Emiliano e a tutto il Governo regionale stiamo valutando anche la possibilità di poter procedere con un provvedimento legislativo autonomo della Regione Puglia per recepire il nuovo prontuario e consentire così ai cittadini pugliesi di poter usufruire delle nuove prestazioni sanitarie previste dai nuovi LEA. Su argomenti così delicati come il diritto alla salute ed alla cura dei cittadini questo Governo regionale ha sempre agito all’insegna del confronto non solo con la maggioranza, ma con tutto il Consiglio regionale, avendo come unico obiettivo l’interesse dei cittadini”.

avv. Maria Antonella Mascaro

AI generativa: un’assistente per rispondere alle esigenze di salute pubblica

Un’assistente virtuale evoluta, alimentata dall’ intelligenza artificiale generativa, in grado di promuovere la salute digitale e supportare gli utenti nelle principali esigenze di salute pubblica.

Lo ha lanciato l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), in occasione della Giornata Mondiale della Salute (7 aprile), incentrata sul tema “La mia salute, il mio diritto”.

Sarah – questo il nome dell’assistente virtuale – è un prototipo di un promotore di digital health, in grado di generare una risposta empatica al suo interlocutore grazie, anche, alla spinta degli algoritmi di AI generativa su cui si basa.

Tecnicamente è stato definito uno “smart resource assisstant for health” (assistente di risorse intelligenti per la salute). In pratica rappresenta un’evoluzione degli avatar tradizionali basati su AI, grazie all’utilizzo di nuovi modelli linguistici e tecnologie avanzate.  Il progetto mira all’apprendimento continuo e allo sviluppo di un servizio che possa ispirare informazioni affidabili, responsabili e accessibili.

Le sue funzioni, infatti, permettono di fornire suggerimenti e accedere a informazioni aggiornate 24 ore al giorno, in otto lingue diverse (inglese, francese, russo, spagnolo, portoghese, hindi, cinese e arabo), in merito ai principali problemi di salute, tra cui: tabagismo, salute mentale, stile di vita alimentare e attività fisica.

Inoltre, Sarah – si legge in una nota dell’Organizzazione mondiale della sanità – ha la capacità di supportare le persone nello sviluppo di una migliore comprensione dei fattori di rischio per alcune delle principali cause di morte, tra cui cancro, malattie cardiache o polmonari e diabete.

Utilizzarlo è molto semplice, basta andare sulla pagina web dedicata al servizio e cliccare sul pulsante “Speak to Sarah” a quel punto una volta abilitato l’accesso a fotocamera e microfono del vostro computer, si potrà iniziare la conversazione.

“Il futuro della salute è digitale e aiutare i paesi a sfruttare il potere delle tecnologie digitali per la salute è una priorità per l’Oms”, ha affermato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Sarah ci offre un’idea di come l’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata in futuro per migliorare l’accesso alle informazioni sanitarie in modo più interattivo. Invito la comunità di ricerca ad aiutarci a continuare a esplorare come questa tecnologia potrebbe ridurre le disuguaglianze e aiutare le persone ad accedere a informazioni sanitarie aggiornate e affidabili”.

Sarah, sottolinea l’Oms, è ora alimentata dall’intelligenza artificiale generativa anziché da un algoritmo o uno script preimpostato che la aiuta a fornire risposte più accurate in tempo reale; impegnarsi in conversazioni dinamiche e personalizzate su larga scala che rispecchino in modo più accurato le interazioni umane e forniscano risposte sfumate ed empatiche agli utenti in un ambiente privo di giudizi.

La tecnologia è supportata dall’intelligenza artificiale biologica sviluppata da un’azienda neozelandese (Soul Machines) con la collaborazione di una società creativa sudafricana (Rooftop).

L’Oms, a questo proposito, sostiene che la ricerca continui su questa nuova tecnologia per esplorare i potenziali benefici per la salute pubblica e per comprendere meglio le sfide. Sebbene l’intelligenza artificiale abbia un enorme potenziale per rafforzare la salute pubblica, solleva anche importanti preoccupazioni etiche, tra cui accesso equo, privacy, sicurezza e accuratezza, protezione dei dati e pregiudizi.

Ecco perché, nelle condizioni di utilizzo della piattaforma Sarah, è specificato che le risposte fornite dall’assistente virtuale potrebbero non essere sempre accurate, dato che si basano su modelli e probabilità presenti nei dati disponibili.

Liste di attesa: in arrivo un piano per diminuirle

Non c’è giorno dalla fine della pandemia che le pagine di quotidiani non parlino dell’annoso problema delle liste di attesa che stanno mettendo a rischio la tenuta del nostro sistema sanitario.

Il Governo sta per varare un piano di circa seicentomila euro all’anno per salvare il servizio sanitario nazionale e diminuire le liste di attesa. I fondi investiti compenseranno il lavoro aggiuntivo dei professionisti sanitari e aiuteranno ad acquisire prestazioni dalle strutture private nel caso in cui gli ospedali pubblici non fossero in grado di far fronte autonomamente.

I finanziamenti per questo piano non verranno distribuiti direttamente alle Regioni, ma saranno assegnati direttamente dal Ministero della Salute alle singole Aziende Sanitarie Locali, sulla base di un attento monitoraggio delle situazioni in cui le file per esami come radiografie, TAC o ricoveri risultino particolarmente lunghe. Si prevede inoltre di facilitare i calendari delle prenotazioni di ospedali pubblici e strutture private convenzionate, consentendo ai CUP di indirizzare le richieste dei cittadini dove c’è disponibilità di posti.

Un’altra novità riguarderà la cosiddetta “appropriatezza prescrittiva”.  Si è sempre parlato che anche in virtù della medicina difensiva si prescrivano esami spesso superflui e molto costosi, pertanto l’appropriatezza è una dimensione della qualità dell’assistenza sanitaria.

Attualmente i medici prescrivono esami e visite in più per tutelarsi, anche quando questi non sono necessari, a volte, però l’iperprescrizione contribuisce ad allungare ancora di più le liste d’attesa. Così il Ministero ha pensato di affidare all’Istituto superiore di Sanità il compito di definire le linee guida sui percorsi di cura in cui saranno definite le prestazioni da prescrivere per evitare sprechi.

Il piano sulle liste d’attesa verrà sviluppato tramite un decreto legge che dovrebbe essere emanato prima delle elezioni europee di giugno.  

Le lunghe liste d’attesa sono particolarmente concentrate in alcune regioni del Paese, soprattutto nel Sud, e di conseguenza i pazienti si spostano principalmente da luoghi come Campania, Calabria e Sicilia verso ospedali situati in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, generando un flusso di denaro che nel 2022 ha superato i 2,7 miliardi di euro solo per i ricoveri.

avv. Maria Antonella Mascaro

Tariffario per la specialistica ambulatoriale rinviato al 2025

La Regione Lombardia e la Regione Abruzzo hanno già diramato ai Direttori Generali delle ASL la nota di rinvio dell’entrata in vigore del nuovo Nomenclatore tariffario dell’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica di cui al D.M. 23 giugno 2023.

La comunicazione è stata diramata a seguito dell’incontro della Commissione Salute con il Capo di Gabinetto del Ministro della Salute avvenuto ieri, nel quale è stata concertata una proroga dell’entrata in vigore dei nuovi Nomenclatori al 1° gennaio 2025.

La finalità di anticipare la notizia è quella di consentire la sospensione delle attività di implementazione dei tariffari, ad oggi concertate con gli Enti Erogatori, nelle more dell’imminente ufficializzazione di quanto determinato attraverso specifico Decreto Ministeriale.

“Tale importante decisione dimostra una presa di coscienza da parte del Ministro della Salute Schillaci e del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, e consente di salvare non soltanto gli Ospedali pubblici, ma anche le strutture sanitarie private convenzionate, i laboratori e poliambulatori privati convenzionati, le cliniche private e gli Ospedali autorizzati convenzionati, capillarmente distribuiti su tutto il territorio nazionale, nonché i 40.000 lavoratori a rischio perdita dei propri posti di lavoro” scrive in una nota L’UAP (Unione Ambulatori Privati).

“La sanità italiana, soprattutto quella delle Regioni del Sud Italia, in piano di rientro, può trarre un sospiro di sollievo perché la decisione rappresenta una vittoria per la tutela della salute delle fasce più deboli e dei malati cronici e consente di continuare ad offrire sul territorio un servizio di qualità”.

Effettivamente le criticità sottese all’applicazione del nuovo Nomenclatore sono tante e di grande complessità. Uno dei nodi da sciogliere è ad esempio la difficile conciliazione tra il cut-off date di passaggio da un tariffario all’altro e le liste d’attesa sulle prenotazioni imposte dalle regioni anche con 12 mesi di anticipo.

La difficoltà poi dell’implementazione software presso gli uffici competenti per la ricezione delle contabilità nel passaggio di tariffa ha generato la decisione di procedere al rinvio dell’applicazione.

Il suicidio assistito. Italia verso una normativa certa?

In questi anni sono stati sempre seguiti i progressi, a volte le regressioni nei confronti di questo argomento, così spinoso e difficile da attuare nel nostro paese.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 2019 che ha sostanzialmente risolto il caso Cappato, non è, ad oggi, intervenuta una vera e propria regolamentazione in merito al suicidio assistito. Infatti, nel nostro paese, i casi molto gravi, che necessitano del consenso e dell’autodeterminazione da parte di coloro che volessero accedere ad una scelta così complicata, ma liberatoria di una situazione senza futuro di guarigione, cioè irreversibile, non hanno, ancora, un protocollo certo, una normativa tale da regolamentare procedure così complesse, di tal che, spesso, ci si trova di fronte a disparità di trattamento evidenti.

Anche se con provvedimenti in bozza il Ministero della Salute ha ben presente la problematica e sta cercando di regolamentare l’istituzione di Comitati etici territoriali che saranno fondamentali per esprimersi sugli aspetti etici, riguardo alle condizioni e modalità della procedura.

In applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 e del parere espresso dal Comitato Nazionale di Bioetica del 24 febbraio 2023, i Comitati etici territoriali saranno gli organismi competenti a rilasciare il parere in merito al suicidio assistito. La bozza che lo prevede è stata inviata anche alla Conferenza Stato-Regioni per la sua approvazione.

I Comitati dovranno esprimersi, come su accennato, tanto sulle condizioni a ricorrere alle procedure e modalità di esecuzione, quanto sulla capacità di autodeterminazione del paziente e sul carattere libero e informato della sua scelta. La composizione dei Comitati etici sarà integrata, a seconda dei casi, da esperti esterni che verranno estrapolati da appositi elenchi predisposti mediante bando regionale.

Il Comitato etico rilascerà il parere sul suicidio assistito, solo dopo aver consultato il medico di famiglia, i familiari o fiduciari, o l’amministratore di sostegno del richiedente, quando è previsto.

Successivamente il Centro di Coordinamento dei Comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche sui medicinali svolgerà la sua funzione di indirizzo sulle questioni proposte dalla Corte Costituzionale, avvalendosi, se è il caso dell’integrazione di esperti.

Ancora non vi sono disposizioni precise, soprattutto sui tempi delle procedure, in considerazione del fatto che il fattore temporale è dirimente in casi così gravi.

avv. Maria Antonella Mascaro

Farmacie 2.0

Altro passo in avanti importante per la “farmacia dei servizi”, che grazie al  disegno di legge Semplificazioni, atteso tra oggi e domani in Consiglio dei ministri, riceverà un’ulteriore spinta in direzione della trasformazione delle farmacie di comunità in piccoli centri sanitari polivalenti del territorio, raggiungibili agevolmente non solo per il canonico approvvigionamento dei farmaci necessari alle proprie terapie, ma anche per prenotare altre prestazioni e servizi del Ssn, cambiare il medico di famiglia, sottoporre i bambini a test pediatrici, ricevere servizi di telemedicina e assistenza domiciliare, fare un vaccino o un tampone.

Si tratta di servizi che, almeno in parte, molte farmacie già assicurano, con grande soddisfazione dei cittadini che possono fruirne, ma il percorso va rafforzato e completato e sembra appunto che il governo abbia tutte le intenzioni di farlo, riconoscendo il ruolo di erogatori di servizi sanitari delle farmacie al punto di ammetterle ai meccanismi del rimborso delle prestazioni (prescritte ovviamente con ricetta) in regime di Ssn.

L’ultima bozza del nuovo ddl Semplificazioni propone appunto un allargamento delle prestazioni erogabili in farmacia, che vanno da tutti i vaccini compresi nel Piano vaccinale nazionale riservati ai cittadini con più di 12 anni, passando per i test diagnostici, la telemedicina e i servizi di sportello come la scelta del medico di famiglia o del pediatra, fino ad arrivare all’effettuazione di test diagnostici, come quelli per il contrasto all’antibiotico-resistenza, di grandissima utilità per gli stessi mmg e pediatri di libera scelta per “mirare” le prescrizioni di farmaci per i loro pazienti. Prevista anche – con una modifica a quanto disposto dal decreto legislativo n.153/2009, genesi della “farmacia dei servizi” – la possibilità per le farmacie di dispensare per conto delle Asl farmaci e dispositivi medici necessari al trattamento dei pazienti in assistenza domiciliare, residenziale e semi-residenziale.

Insomma, si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma e di passo che sarà sancito da un’insegna nuova: “Farmacia dei servizi”, appunto, per chiarire subito e inequivocabilmente che – varcando la soglia della farmacia – c’è sempre il preziosissimo farmaco, ma anche qualcosa di molto, molto di più che – tradotto – altro non è che la possibilità per i cittadini di accedere più agevolmente a importanti servizi e prestazioni del Ssn, senza più essere costretti a girare come le palline impazzite di un flipper. In quest’ottica, disposizione importante,  i titolari di farmacia – oltre alla iconica croce verde e all’insegna “Farmacia dei servizi” – sono tenuti a fornire “idonea informazione sulla esatta identificazione dei soggetti titolari di farmacia che offrono i servizi”.

Più in dettaglio, in ambito di vaccinazioni (oggi le farmacie possono erogare alle persone maggiorenni solo quelli antiflu  e nati.Covid) nella bozza del ddl Semplificazioni è contemplata  “la somministrazione presso le farmacie, da parte di farmacisti opportunamente formati a seguito del superamento di specifico corso abilitante e di successivi aggiornamenti annuali, organizzati dall’Istituto superiore di sanità, di vaccini individuati dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale nei confronti dei soggetti di età non inferiore a dodici anni, nonché l’effettuazione di test diagnostici che prevedono il prelevamento del campione biologico a livello nasale, salivare o orofaringeo, da effettuare in aree, locali o strutture, anche esterne, dotate di apprestamenti idonei sotto il profilo igienico-sanitario e atti a garantire la tutela della riservatezza”.  Le aree, i locali o le strutture esterne alla farmacia, si legge nella bozza del provvedimento,  “devono essere compresi nella circoscrizione farmaceutica prevista nella pianta organica di pertinenza della farmacia stessa”.

Nuove regole per l’assunzione di personale sanitario straniero

La possibilità di assumere personale sanitario straniero era stata concessa in proroga anche nell’ultimo cosiddetto decreto bollette che ha previsto questa opzione fino al 31 dicembre 2025.

Ora arriva una regolamentazione dei modi di assunzione. La misura si era resa necessaria ed è tuttora fondamentale, in considerazione dei gravi e ben noti problemi in ordine alla carenza del personale sanitario, non facilmente reperibile sul mercato del lavoro, soprattutto in alcune regioni dove è stato necessario assumere personale straniero, rivelatosi una preziosa fonte di lavoro. Il governo e le regioni hanno stretto accordi con vari paesi europei ed extraeuropei: Albania, India, Cuba e molti altri.

La disciplina delle assunzioni temporanee doveva essere approvata in sede di Conferenza Stato Regioni. A distanza di circa un anno la bozza di intesa è stata inviata dal Ministero della Salute alla Stato Regioni.

In sostanza le Regioni dovranno individuare le qualifiche professionali sanitarie necessarie al fine di esercitare l’attività lavorativa territoriale e farne richiesta. Ogni regione dovrà nominare una Commissione di esperti formata da un rappresentante per provincia e da un rappresentante indicato dalle Università se presenti nel territorio o da un ateneo di riferimento.

La Commissione dovrà verificare il possesso dei requisiti da parte dei candidati che devono essere iscritti egli elenchi speciali straordinari prima di effettuare la richiesta.

L’iter di valutazione dei requisiti si deve completare entro sessanta giorni dalla presentazione della richiesta di iscrizione, cui seguirà un provvedimento di accoglimento o di diniego alla medesima negli elenchi speciali straordinari. Gli Ordini provinciali provvederanno ad iscrivere gli interessati nei suddetti elenchi, entro i successivi trenta giorni.

Di conseguenza gli interessati potranno esercitare attività lavorativa per la qualifica professionale richiesta presso le strutture sanitarie e socio sanitarie pubbliche e private accreditate.

Dunque, l’iscrizione agli elenchi speciali funzionerà come condicio sine qua non al fine di esercitare attività lavorativa professionale e, di conseguenza, si seguiranno le regole del procedimento disciplinare ordinario nel caso in cui l’iscritto non si attenesse agli obblighi comportamentali, etici, di aggiornamento cui si è tenuti per lo svolgimento delle professioni.

I requisiti per l’iscrizione ai suddetti elenchi speciali riguardano il titolo di studio e l’eventuale specializzazione, la residenza in Italia e la conoscenza della lingua italiana.

L’obbligo di iscrizione agli elenchi speciali straordinari decorre dall’emanazione dei provvedimenti attuativi regionali e provinciali che dovranno essere assunti entro tre mesi dall’adozione dell’intesa.

Ovviamente nel regolamentare una consuetudine ci si è basati su una semplificazione procedurale, fatta di pochi, ma basilari requisiti, che qui si è voluto riassumere. Sono ricompresi anche tutti coloro che hanno assunto lo status di rifugiato politico o di altro istituto di protezione umanitaria, ma serve soprattutto a spiegare che da un modello necessario e necessitato per la contingenza dovuta alla pandemia, si è passati ad una regulation che ha basi semplici ma solide, nel senso che non si è cercato di rendere l’iter burocratico per l’iscrizione agli elenchi speciali troppo ampolloso e difficile, ma di regolamentarlo in modo da permettere a chi è realmente interessato e ha bisogno di lavorare in modo professionale possa realizzare in tempi non troppo lunghi questo bisogno. Di contro avvantaggiare un reperimento di manodopera professionale seguendo le regole, ma consentendo l’assunzione e, dunque, la contrattualizzazione in modo celere.

La Corte dei conti stronca il dl Pnrr: “Taglia i fondi alla Sanità, dubbi sulle coperture”

La Corte dei conti boccia almeno in parte il dl Pnrr così come modulato dal Governo Meloni. In particolare, le critiche si concentrano sulla riduzione dei fondi destinati alla Sanità – ovvero almeno 1,2 miliardi in meno – e mette in discussione la parte organizzativa, che nella sostanza accentra tutta la gestione su Palazzo Chigi, attraverso le prefetture. Lo fa nella memoria sul decreto Pnrr, depositata in commissione Bilancio alla Camera.

La rimodulazione dei fondi per la sanità prevista dal dl Pnrr “riducono l’ammontare complessivo delle risorse destinabili a investimenti in sanità,incidono sui programmi di investimento regionali già avviati e comportano il rinvio dell’attuazione del progetto a quando saranno disponibili spazi finanziari adeguati”. 

“Di particolare rilievo appaiono gli interventi finanziari sul fronte della sanità. Le norme proposte sono destinate a riflettersi sulla dinamica della spesa per investimenti del settore in misura significativa”, evidenzia la Magistratura contabile. Il riferimento è alla norma, contenuta nel decreto, che dispone che gli investimenti destinati alla realizzazione del programma ‘Verso un ospedale sicuro e sostenibile’, “già finanziati con il Pnc”, vengano “posti a carico del Fondo” ex art.20. “Si tratta di 1.266 milioni”, si aggiunge.

“Al riguardo non si può non osservare come, oltre a ridurre l’ammontare complessivo delle risorse destinabili ad investimenti in sanità (l’aver attribuito il finanziamento del programma al Fondo ex art. 20 incide sulle disponibilità per ulteriori accordi di programma) e aincidere su programmi di investimento regionali già avviati, lo spostamento comporta il rinvio dell’attuazione del progetto a quando saranno disponibili spazi finanziari adeguati”, osserva la Corte dei Conti, aggiungendo che “pur previste a legislazione vigente, tali risorse non sono già scontate nel tendenziale e quindi richiederanno apposita copertura. Un allungamento dei tempi che dovrebbe essere valutato alla luce dello stato di attuazione dei progetti attivati e che potrebbero registrare fabbisogni difficilmente rinviabili”.

La Corte dei Conti rileva anche come “la norma preveda una ulteriore riduzione dell’ammontare delle risorse destinate ad investimenti, ponendo a carico dell’articolo 20 anche il finanziamento dei maggiori costi dovuti ad incrementi dei prezzi dei progetti che erano a carico del Pnc e che non hanno avuto accesso finora al Fondo opere indifferibili. Anche in questo caso, pur essendo prevista una procedura di selezione accurata (la richiesta regionale, corredata di perizia suppletiva di variante relativa ai maggiori costi e del quadro generale delle distinte fonti di finanziamento destinate agli investimenti interessati è inserita nei Contratti Istituzionali di Sviluppo) le risorse utilizzabili, allo stato non quantificate – osserva la Corte dei Conti – ridurranno ancora i fondi destinati ad accordi e, non essendo già scontate nel tendenziale, dovranno trovare spazi adeguati e apposito finanziamento”.

“L’istituzione delle nuove cabine presso le Prefetture – e degli eventuali nuclei specifici di personale non meglio definiti – è auspicabile sia accompagnata da una chiara e puntuale ridefinizione del perimetro di operatività di ciascuno degli strumenti destinati in vario modo al supporto degli enti locali”, ha detto inoltre la Corte dei conti, evidenziando il rischio di un”ingorgo” organizzativo.

Dalla UE la creazione di uno spazio europeo dei dati sanitari

E’ stato presentato un disegno di legge dal Parlamento Europeo in accordo con il Consiglio d’Europa per la creazione di uno spazio dei dati sanitari, cosiddetto European Health Data Space (EHDS), al fine di facilitare l’accesso ai dati sanitari personali e di promuovere una condivisione sicura dal punto di vista della privacy e finalizzato all’interesse pubblico.

Dunque, i cittadini europei potranno accedere ai propri dati sanitari da qualsiasi paese europeo. Ciò riguarderà anche cartelle cliniche, prescrizioni, immagini di esami diagnostici e di laboratorio.

Questa normativa è di grande evoluzione nel sistema sanitario dal momento che permetterà la condivisione dei dati sanitari, in special modo per scopi di ricerca e di cura, ad esempio sui tumori e sulle malattie rare, consentendo attraverso stringenti chiavi di accesso di poter condividere notizie e di eseguire approfondimenti e studi da un paese all’altro appartenente alla Unione Europea. Il sistema permetterà una comunicazione molto veloce che non dovrà essere asservita alla difficoltà di inviare il materiale diagnostico via mail o via corriere, diminuendo notevolmente i tempi per lo studio e/o il parere su eventi morbosi che necessitano di risposte immediate.

Ciascun paese dovrà istituire servizi nazionali di accesso ai dati sanitari basati sulla piattaforma MyHealth@EU.  

La legge deve anche delineare norme sulla qualità dei dati, sulla sicurezza e sull’interoperabilità dei sistemi che saranno monitorati dalle autorità nazionali di vigilanza del mercato.

In questo ambito sarà vietata ogni forma di uso dei dati a scopo pubblicitario o per la promozione di coperture rischi da parte di compagnie di assicurazioni.

Il paziente dovrà essere informato per ogni eventuale accesso ai propri dati, dovendo dare o negare il consenso . Il medesimo potrà chiedere correzione dei dati errati.

avv. Maria Antonella Mascaro

Nuovo Nomenclatore di specialistica ambulatoriale. Nessun abbattimento delle liste di attesa

“Le Regioni del Nord Italia più virtuose, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, che non sono in Piano di rientro – osserva l’Unione ambulatori e poliambulatori – hanno già approvato i propri nomenclatori tariffari, che prevedono tariffe più vantaggiose. Ci si chiede il motivo per cui non possano essere adottati i medesimi nomenclatori anche nelle Regioni del Sud Italia, che sono in Piano di rientro”.

Benché la tutela della Salute pubblica sia una priorità più volte ricordata dal Governo in carica e benché, soprattutto, essa sia un bene costituzionalmente garantito (art. 32 Cost.), purtroppo la revisione del Nuovo Nomenclatore Tariffario in materia di prestazioni mediche incide pesantemente sulla possibilità per l’utenza, specie quella più bisognosa, di accedere a molte prestazioni mediche che, in regime di convenzionamento, vengono giornalmente erogate dalle Strutture private.

Ci si augura che il confronto, attualmente aperto, tra il Governo e le principali Associazioni di categoria, possa portare ad un saggio ripensamento da parte della politica.

La revisione al ribasso dei rimborsi, infatti, arrecherà un danno alle Strutture private, amplierà il debito delle
Strutture pubbliche e metterà a rischio la qualità delle cure offerte ai pazienti.

A tale proposito, preme ricordare che ai sensi del D.lgs. 502/1992, le Strutture pubbliche e le strutture private concorrono su un piano paritario per assicurare ai cittadini un’offerta in grado di dare concretezza al diritto alla salute.

Le strutture private sono alleate delle strutture pubbliche, capaci di garantire rapidamente le prestazioni, sia da un punto di vista di qualità dell’esecuzione che di consegna dei risultati.

In più i laboratori e ambulatori privati convenzionati garantiscono quella “medicina di prossimità e di territorio” in grado di venire incontro alle esigenze diffuse della popolazione che avverte sempre di più la necessità di effettuare controlli e analisi, con la certezza di una risposta rapida e puntuale.

Basti sul punto fare un esempio delle conseguenze del Nuovo Tariffario in concreto: mentre un pap test prima veniva rimborsato alla Struttura convenzionata 11 euro, oggi si prevede un rimborso pari a 5 euro
nei quali far rientrare la copertura del costo dell’ostetrica, del medico che referta l’esame, dei materiali d’uso e le generali spese della struttura.

Inutile dire che, a queste condizioni, i prezzi non potranno che aumentare e, considerati gli attuali tempi di attesa per effettuare tale essenziale esame, che si rivela fondamentale come forma di prevenzione di gravissime patologie, è concreto il rischio che molte donne omettano di sottoporvisi.

Procedura di infrazione per l’Italia per il trattamento delle acque reflue

La Commissione Europea ha intrapreso una procedura di infrazione contro l’Italia per non aver rispettato gli obblighi di raccolta e trattamento delle acque reflue urbane. In sostanza il nostro paese non avrebbe rispettato gli standard di raccolta e trattamento stabiliti dalla direttiva per le acque reflue urbane (direttiva 1991/271/CEE).

La raccolta e il trattamento delle acque reflue urbane prima del loro scarico nell’ambiente sono di fondamentale importanza per la salute dei cittadini, in quanto se non si seguono gli indicatori precisati e riassunti nella direttiva europea il rischio è quello di inquinare laghi, fiumi, suolo, acque costiere e acque sotterranee, incidendo in modo rilevante sulla salute dell’uomo.

Pertanto sul punto la Commissione ritiene che gli sforzi delle autorità italiane siano stati insufficienti e ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia Europea.

Dunque, ancora una volta l’Italia rischia una procedura di infrazione, che può innescare l’applicazione di sanzioni pecuniarie importanti.

Inoltre la Commissione Europea ha costantemente richiamato l’Italia e questa volta ha inviato una lettera di costituzione in mora per il mancato rispetto della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 10.11.2020 (C-644/18) relativa alla qualità dell’aria.

La sentenza della Corte di giustizia afferma che l’Italia ha violato gli obblighi previsti dalla direttiva europea sulla qualità dell’aria (2008/50/CE). La direttiva UE sulla qualità dell’aria obbliga gli Stati membri a mantenere concentrazioni di agenti inquinanti al di sotto di alcuni valori limite. Se i limiti sono superati, gli Stati devono provvedere ad adottare misure per far sì che il periodo di superamento dei valori cessi il prima possibile.

Le misure adottate dall’Italia in conseguenza della sentenza non sono state idonee, tanto da determinare il superamento di limiti giornalieri in alcune zone del paese e di limiti annuali in altre. Pertanto la procedura prevede che dopo la lettera di costituzione in mora da parte della Commissione Europea, l’Italia disponga di due mesi per rispondere e provvedere in conformità. In caso contrario ancora una volta l’Italia potrebbe essere deferita alla Corte di Giustizia, rischiando ingenti sanzioni pecuniarie.

avv. Maria Antonella Mascaro

Ministero della Salute – atto di indirizzo 2024

Pubblicato l’atto di indirizzo 2024, con il quale il Ministero della Salute individua le linee di indirizzo politiche, oltre ai compiti delle singole direzioni generali.

I punti cardine delineati dal Ministero per il potenziamento delle risorse finanziarie, umane, digitali, strumentali, strutturali e tecnologiche del sistema sanitario, rafforzare l’assistenza sanitaria, riducendo le asimmetrie geografiche e raggiungendo un assetto complessivo più omogeneo sul territorio nazionale, in termini di proporzioni tra i macro-livelli di assistenza (prevenzione, territoriale, ospedaliera), sono:

Rafforzamento del territorio, attraverso:

  • La riorganizzazione della medicina territoriale, attivando due importanti strumenti strategici di prossimità, quali le Case della comunità e l’Ospedale di comunità, previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr);
  • Il potenziamento l’assistenza domiciliare, promovendo gli investimenti finalizzati alla diffusione di soluzioni di telemedicina;
  • L’attivazione delle Centrali Operative Territoriali (Cot) con la funzione di coordinamento della presa in carico della persona;

Edilizia sanitaria. Nuovo slancio agli investimenti per il miglioramento del patrimonio sanitario pubblico.

Farmacie dei servizi.

Digitalizzazione. Nell’ambito del Pnrr sono previsti interventi di:

  • potenziamento della digitalizzazione di 280 strutture sanitarie sedi di Dipartimenti di Emergenza e Accettazione (Dea) di I e II livello;
  • rafforzamento dell’infrastruttura tecnologica e degli strumenti per la raccolta, l’elaborazione, l’analisi dei dati e la simulazione.

Riorganizzazione dei processi di gestione delle liste d’attesa. Introduzione di modelli e standard per il monitoraggio sistemico e strutturato a livello nazionale del percorso del paziente, dal momento della presa in carico della domanda, all’inserimento in lista d’attesa, all’accesso al ricovero, fino alla sua dimissione.

Programma Nazionale Equità nella salute. In sette Regioni del Mezzogiorno – Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia – saranno rafforzate e migliorate la qualità dei servizi sanitari, per rendere più equo l’accesso anche per le quote di popolazione che risentono maggiormente delle barriere di accesso al sistema.

La programmazione degli obiettivi sarà predisposta nel Piano sanitario nazionale 2025-2027, che prevederà diverse macroaree di intervento, tra cui maggiormente significative saranno il rafforzamento del sistema di prevenzione; l’implementazione il sistema di sorveglianza epidemiologica e della prevenzione e contrasto alle emergenze sanitarie; La riduzione delle disuguaglianze tra le regioni nell’erogazione delle prestazioni sanitarie e dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), promuovendo una più stretta integrazione tra ospedale e territorio; l’innovazione tecnologica nel campo dei dispositivi medici, attraverso un adeguamento delle dotazioni infrastrutturali degli enti del SSN; l’implementazione del Fascicolo sanitario elettronico, incentivando la diffusione e lo sviluppo della Telemedicina.

Lo stop ai gettonisti fermato dal Tar

La Giunta Regionale della Lombardia, lo scorso dicembre, aveva approvato una delibera, immediatamente esecutiva e proposta dall’assessore al Welfare, Guido Bertolaso, con la quale si stabiliva lo stop ai gettonisti: professionisti medici e sanitari, di cui si parla da tempo, che attraverso la mediazione di società cooperative, vengono reclutati dove è necessario, soprattutto al nord, per effettuare turni retribuiti con pagamenti molto elevati.

Il fenomeno “gettone” è uno dei tanti fattori della desertificazione del pubblico impiego nella sanità, in quanti molti medici, in virtù di questa opportunità economica molto vantaggiosa, hanno abbandonato posti di lavoro.

Dunque questa delibera aveva deciso l’impossibilità di porre in essere nuovi contratti per medici e infermieri, limitatamente al territorio lombardo, che prestavano la propria opera tramite cooperative, contrattualizzate dalle strutture sanitarie pubbliche, che venivano remunerati in proporzione alle singole presenze per la copertura dei servizi sanitari.

Nella sostanza un provvedimento che andava a riequilibrare un modello iniquo, un doveroso segno di rispetto verso tutto il personale che lavora negli ospedali con stipendi purtroppo inadeguati, ma regolamentati dai contratti collettivi di lavoro. Doveva o, comunque, poteva essere l’esempio da seguire anche per altre regioni.

Contestualmente allo stop ai gettonisti, secondo la delibera si sarebbe proceduto al reclutamento di personale medico con incarico libero professionale, mentre i contratti in essere sarebbero stati portati a scadenza naturale.

La delibera è stata impugnata dinanzi al Tribunale amministrativo della Lombardia che ha sospeso, in via cautelare, la delibera limitatamente alle parti in cui si dispone che non siano ulteriormente autorizzati nuovi contratti di esternalizzazione di servizi sanitari.

Si tratta di un provvedimento di sospensiva in via cautelare con rinvio per la trattazione del merito del ricorso all’udienza del 24 ottobre 2024.

Secondo tale pronuncia, il giudice amministrativo lombardo ha sospeso in via cautelare la Dgr XII/1514 del 13 dicembre 2023: “limitatamente alle parti in cui si dispone che non siano ulteriormente autorizzati nuovi contratti di esternalizzazione di servizi sanitari core”.   

In sostanza l’ordinanza rappresenta un parziale stop alla misura decisa della Regione Lombardia, dal momento che consente nuovamente di poter attivare nuovi contratti di esternalizzazione, come avviene attualmente.

Sarà interessante seguire il prosieguo per restare aggiornati su questa divisiva questione.

  avv. Maria Antonella Mascaro

Rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero (SDO) – Anno 2021

Pubblicato dal Ministero della Salute il Rapporto SDO relativo all’anno 2021, interessato dalla pandemia di COVID-19. In quest’anno il volume di attività erogata dagli ospedali italiani ha registrato una ripresa, pur non ritornando ai livelli pre-pandemici: in particolare, si sono registrate 7.318.874 dimissioni complessive, con un aumento del +7,4% rispetto all’anno 2020 (che aveva però visto una riduzione di circa il 20% rispetto al 2019).

Il Rapporto fotografa ogni anno l’attività di ricovero e cura per acuti degli ospedali italiani, pubblici e privati. La fonte dei dati è il Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS), lo stesso che consente di monitorare e verificare – secondo le dimensioni dell’equità, dell’efficacia e della appropriatezza – che tutti i cittadini italiani ricevano le cure e le prestazioni rientranti nei Livelli essenziali di assistenza (LEA).

Nel Rapporto si evidenzia l’aumento delle dimissioni ospedaliere nel 2021, sia nei reparti per acuti che di riabilitazione, in entrambi i regimi di ricovero (ordinario e diurno). Fa eccezione l’attività di lungodegenza.

In particolare:

  • l’attività per acuti in regime ordinario (dimissioni +6,1%, giornate +5,0%)
  • l’attività per acuti in regime diurno (dimissioni +18,4%, accessi +15,7%)
  • l’attività di riabilitazione in regime ordinario (dimissioni +1,3%, giornate -0,4%)
  • l’attività di riabilitazione in regime diurno (dimissioni +21,7%, accessi +38,0%)
  • lungodegenza (dimissioni -8,4%, giornate -10,3%).

Rispetto al 2020, nel 2021 aumenta il tasso di ospedalizzazione totale (acuti, riabilitazione e lungodegenza, in regime ordinario e diurno), standardizzato per età e sesso, passando da 99,0 a 107,8 per 1.000 abitanti. In particolare, il tasso di ospedalizzazione per acuti passa da 94,5 a 103,3 per 1.000 abitanti, con una discreta variabilità regionale.

Mobilità interregionale

Dopo la flessione generalizzata della mobilità rilevata nel 2020 per effetto della pandemia, nel 2021 aumenta la percentuale dei ricoveri in mobilità per ciascun tipo di attività e regime, tendendo ai valori pre-pandemici, senza però superarli:

  • 7,8% per l’attività per acuti in regime ordinario (7,2% nel 2020 e 8,3% nel 2019) e 9,7% in regime diurno (9,3% nel 2020 e 9,5% nel 2019);
  • 14,6% per l’attività di riabilitazione in regime ordinario (13,1% nel 2020 e 15,9% nel 2019) e al 10,9% in regime diurno (11,0% nel 2020 e 10,8% nel 2019);
  • 5,6% per lungodegenza (4,7% nel 2020 e 5,9% nel 2019).

Trend della remunerazione teorica

Analizzando il trend della remunerazione teorica delle prestazioni di ricovero ospedaliero a carico del SSN negli anni 2010-2021, si registra complessivamente una graduale riduzione: si passa da 30,9 miliardi di euro nel 2010 a 26,3 miliardi di euro nel 2021 (24,2 mld di euro nel 2020 e 28,4 mld di euro nel 2019). Per l’anno 2021 si registra un aumento rispetto al 2020, pur senza tornare ai livelli pre-pandemici. In particolare, nel 2021 la remunerazione complessiva si attesta a circa 24,5 miliardi di euro per l’attività per acuti (di cui circa 22,5 in regime ordinario e 2,0 in regime diurno), circa 1,6 mld di euro per l’attività di riabilitazione (di cui circa 1,5 mld di euro in regime ordinario e 72,5 mln di euro in regime diurno), e circa 237,2 mln di euro per l’attività di lungodegenza, per un totale di circa 26,3 mld di euro (in aumento del 8,6% rispetto al 2020, quando la remunerazione teorica si era fermata a 24,2 mld di euro nel 2020, ma inferiore ai 28,4 mld del 2019).

Si evidenzia che la remunerazione teorica delle prestazioni di ricovero ospedaliero poste a carico del SSN è stimata sulla base dell’ipotesi che ogni ricovero sia remunerato in ogni Regione secondo i valori delle tariffe di riferimento nazionali ex DM 18/10/2012, e che la casistica sia raggruppata secondo il sistema di classificazione DRG versione 24.

L’interpretazione dei dati contenuti nel Rapporto SDO 2021 deve comunque continuare a tenere conto delle condizioni straordinarie legate all’evento pandemico, dei provvedimenti emergenziali emanati per fronteggiare gli aspetti organizzativi ad esso connessi e del loro impatto sul ricorso all’ospedale.

Dalla Lombardia un modello organizzativo per rimediare alle liste di attesa

I cittadini italiani sembrano arrendersi dinanzi alla grossa problematica delle liste di attesa che affligge il nostro paese da tanti anni, ma che la pandemia ha contribuito ad esasperare definitivamente.

A questo proposito la regione Lombardia, attraverso il coordinamento lodigiano per il diritto alla salute ha messo in piedi un servizio per contestare le liste di attesa e, sostanzialmente “costringere” le Asl a fissare appuntamenti a breve, o, comunque, nei limiti temporali richiesti dal medico di base. Ad esempio se il medico di famiglia nella ricetta stabilisce il controllo di un post-operatorio dopo un mese, capita di sovente che questo venga fissato per il richiedente dopo sei mesi o, addirittura, oltre questo tempo.

Per ovviare a questi inconvenienti che sono stati frutto di una serie di ricorsi amministrativi da parte di associazioni di categoria, la regione Lombardia ha istituito già circa 30 sportelli ai quali i cittadini possono rivolgersi per contestare e quindi riprogrammare l’appuntamento se lo avessero avuto molto tempo dopo quello richiesto dal medico, oppure direttamente per ottenerlo nei tempi prescritti dal medico di base. I tempi da questi prescritti nella ricetta rappresentano un diritto inderogabile del cittadino.

In sostanza questo modello lodigiano prevede che le aziende socio sanitarie territoriali annullino le prenotazioni posticipate di svariati mesi, a volte anche di anni, rispetto alla richiesta, e operino il ripristino delle visite e degli esami nei tempi prescritti.

Tutto rigua rda i livelli essenziali di assistenza introdotti con la riforma del titolo V della Costituzione per il fatto che gli stessi LEA contribuiscono a far sì che il diritto alla salute sia diritto fondamentale e interesse della collettività.

Operativamente per rivolgersi ai 30 sportelli è sufficiente presentare la ricetta del medico o l’appuntamento da contestare. Lo sportello analizza le eventuali inadempienze denunciate dal paziente, prepara una sorta di denuncia/vertenza individuale, invia la richiesta alla direzione dell’azienda socio sanitaria territoriale competente e ricomincia l’iter. Se effettivamente non si trova il posto per inserire la visita di controllo, o, comunque, la prestazione richiesta, ci si rivolge al privato accreditato e, da ultimo, al privato che deve erogare la prestazione al prezzo del ticket dovuto.

La regione Lombardia ha avviato una rete di contatti con i comitati di salute in Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo, Molise, Marche, Umbria e Liguria.

Una buona iniziativa, un modello, che si spera possa essere attuato e seguito in tutta Italia, pur se il territorio non è il medesimo e varia da regione a regione, da nord a sud, ma servirebbe ad attuare con forza l’art. 32 della Costituzione, specie nella parte, molto spesso trascurata, nella quale pubblico e privato accreditato e non devono essere considerati un tutt’uno e devono concorrere alla salvaguardia del bene superiore che è la salute del cittadino.

avv. Maria Antonella Mascaro

Dopo il Covid, la migrazione sanitaria è tornata a crescere

La Fondazione GIMBE ha pubblicato l’ultimo report sulla mobilità sanitaria, elaborando i flussi dei pazienti trasmessi dalle Regioni al Ministero per definire le capacità attrattive sia delle strutture pubbliche, sia di quelle private suddividendole per Regione, per tipologie di prestazione erogata in mobilità. Inoltre, sono stati elaborati i dati economici aggregati per definire la mobilità attiva, quella passiva e i saldi tra le Regioni.

Il report fotografa l’anno 2021, esponendo un valore di mobilità sanitaria corrispondente a € 4.247,29 milioni, dato molto più elevato rispetto all’anno precedente (€ 3.330,47 milioni), che risentiva della riduzione degli spostamenti dei pazienti da una Regione all’altra a causa dell’emergenza pandemica, che ha costretto i cittadini nelle proprie abitazioni.

MOBILITÀ ATTIVA

– Lombardia (18,7%) Emilia-Romagna (17,4%) Veneto (12,7%) raccolgono quasi la metà della mobilità attiva, un ulteriore 25,6% viene attratto da Lazio (9,5%), Piemonte (6,8%), Toscana (4,9%) e Campania (4,4%). Il rimanente 25,6% della mobilità attiva si distribuisce nelle altre 14 Regioni e Province autonome. “I dati della mobilità attiva – ha commentato il Presidente della fondazione — documentano una forte capacità attrattiva delle grandi Regioni del Nord e, con la sola eccezione del Lazio, quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud”.

MOBILITÀ PASSIVA – Tre Regioni espongono un maggior indice di migrazione sanitaria, generando debiti per oltre € 300 milioni ciascuna: in testa Lazio (12%), Lombardia (10,9%) e Campania (9,3%), che insieme sommano quasi un terzo della mobilità passiva. Il restante 67,9% della mobilità passiva si distribuisce nelle rimanenti 18 Regioni e Province autonome. “I dati della mobilità passiva – ha concluso Cartabellotta — documentano differenze più sfumate tra Nord e Sud. In particolare, se quasi tutte le Regioni meridionali hanno elevati indici di fuga, questi sono rilevanti anche in 4 grandi Regioni del Nord che presentano un’elevata mobilità attiva. Una conseguenza della cosiddetta mobilità di prossimità, determinata da pazienti che preferiscono spostarsi in Regioni vicine con elevata qualità dei servizi sanitari”.

Aumento di costi e stralcio delle case di comunità

Le case di comunità sono le strutture che avrebbero dovute essere costruite con i finanziamenti del PNRR, in sostanza si tratta di luoghi fisici, di prossimità e di facile individuazione al quale il paziente può accedere per poter entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria. Deve trattarsi di una struttura facilmente riconoscibile e raggiungibile dalla popolazione di riferimento, per l’accesso, l’accoglienza e l’orientamento dell’assistito. 

La dinamica dei costi tra ideazione dei progetti effettuati nel 2021 e loro messa in opera attraverso predisposizione di bandi con la spinta dell’inflazione che ha portato ad un aumento notevoli dei costi ha determinato un notevole ritardo nell’avanzamento delle gare d’appalto e nella loro aggiudicazione tali da diminuire la previsione del numero di case di comunità.

Dopo l’esplosione dei costi il nostro paese ha dovuto richiedere la riduzione del numero di case di comunità territoriale. Infatti, la richiesta di revisione del PNRR presentata dall’Italia e approvata dalla Commissione europea, lo scorso dicembre, ha ridotto il numero di case di comunità da 1350 a 1038, tutte da aprire entro metà giugno del 2026.

Dalla relazione semestrale al Parlamento si comprende molto bene che il rialzo dei prezzi ha riguardato dati che comprendevano il territorio di undici regioni, cioè più dell’80% del territorio nazionale destinatario della creazione delle case di comunità.

Gli aumenti dei costi superano in media il 30% per infrastrutture sanitarie quali le case e gli ospedali di comunità, e per gli interventi antisismici nelle strutture ospedaliere; mentre per le centrali operative territoriali l’aumento si attesta intorno al 25%.

Aumenti che hanno spinto il ministero della Salute a ridurre il numero di strutture da edificare con i fondi del PNRR provenienti dall’Unione Europea.

Anche se il Ministro della Salute vorrebbe fare finanziare quelle stralciate ricorrendo ad altri fondi.

avv. Maria Antonella Mascaro

Dipendente stressato – risarcimento del danno anche in assenza di mobbing

Il dipendente che subisce il clima teso con i colleghi ha diritto al risarcimento del danno causato dallo stress subito, anche in assenza di mobbing.

A stabilirlo è la Corte di Cassazione, sezione lavoro, con l’ordinanza 16.02.2024, n. 4279, che potrebbe costituire un precedente di grande rilievo per tutte quelle vertenze e cause intentate da dipendenti o ex dipendenti ai datori di lavoro in tema di stress e disagio psicosociale in ambiente di lavoro.

La vicenda riguarda una lavoratrice impiegata nel pubblico impiego, ma la questione può essere estesa a ogni datore di lavoro; la Suprema Corte ha infatti stabilito che “in una causa avviata dal lavoratore per lamentare un danno da dequalificazione professionale, il lavoratore ha l’onere di allegare le mansioni effettivamente svolte, nonché il comparto di appartenenza e il proprio livello di inquadramento, mentre è dovere del giudice porre a raffronto tali dati con la contrattazione applicabile, per verificare la fondatezza o meno dell’assunto secondo cui l’attività non sarebbe stata coerente con l’inquadramento formale. Di più. In caso di accertata insussistenza dell’ipotesi di mobbing in ambito lavorativo, il giudice del merito deve comunque accertare se, sulla base dei medesimi fatti allegati a sostegno della domanda, sussista un’ipotesi di responsabilità del datore di lavoro per non avere adottato tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, erano possibili e necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore; su quest’ultimo grava l’onere della prova della sussistenza del danno e del nesso causale tra l’ambiente di lavoro e il danno, mentre grava sul datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le misure necessarie”.

È, quindi, “illegittimo che il datore di lavoro consenta, anche colposamente, il mantenersi di un ambiente stressogeno fonte di danno alla salute dei lavoratori, lungo la falsariga della responsabilità colposa del datore di lavoro che indebitamente tolleri l’esistenza di una condizione di lavoro lesiva della salute, cioè nociva, ancora secondo il paradigma di cui all’art. 2087 c.c.”.

È importante sottolineare che la Cassazione non ha ancora chiuso in maniera definitiva la causa, bocciando la decisione di merito e invitando i giudici a celebrare un altro appello con il quale riconoscere il ristoro alla lavoratrice; è tuttavia necessario porre una riflessione sulla gestione dello stress in ambiente di lavoro e comprendere come stabilire in maniera oggettiva e chiara i parametri per rendere conoscibili a tutto il personale le condizioni di lavoro in un determinato ambiente.

Ed è in questo contesto che la valutazione stress lavoro correlato, obbligatoria in ogni ambiente di lavoro, assume rilievo non soltanto come obbligo normativo, ma anche come opportunità per il datore di lavoro, che può dimostrare concretamente la buona gestione della propria attività.

Dal 2017 arriva il decreto attuativo della legge Gelli Bianco

Il testo del nuovo decreto con firma e timbri del Ministro della Salute, del Made in Italy e dell’Economia e Finanza è depositato.

Alcune novità, alcuni chiarimenti, ma certamente il decreto non metterà tutti d’accordo.

Ciò che maggiormente si aspettava era una regolamentazione sulle coperture assicurative delle strutture sanitarie, coperture che rimangono alternative alla autoritenzione del rischio.

Nel testo, oltre al dettaglio dei massimali minimi di garanzia per strutture e operatori sanitari, è prevista la variazione in aumento o diminuzione del premio a seconda se il sinistro si verifichi o meno, con riferimento alla tipologia e al numero di sinistri chiusi con accoglimento della richiesta.

La compagnia di assicurazione prescelta deve coprire vari tipi di rischi: nei confronti della struttura sanitaria contraente per i rischi derivanti dalla sua attività, dunque per la responsabilità contrattuale, per i danni cagionati a terzi dai prestatori d’opera e dal personale operante a qualunque titolo. La copertura assicurativa dovrà includere anche la responsabilità extracontrattuale degli esercenti la professione sanitaria per prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria. 

L’esercente la professione sanitaria potrà essere garantito anche aderendo a convenzioni o polizze collettive per il tramite delle strutture sanitarie, dei sindacati o delle rappresentanze istituzionali delle professioni sanitarie.

Il premio varierà, a scadenza polizza, a seconda del verificarsi o meno di sinistri, con specifico riferimento alla tipologia e al numero di sinistri chiusi con accoglimento della richiesta.

Quanto ai massimali minimi di garanzia per le strutture sanitarie, si deve operare una distinzione a seconda che si tratti di: a) strutture ambulatoriali  per le quali sono previsti massimali non inferiori a 1 milione di euro per sinistro e massimale per ciascun anno non inferiore al triplo; b) strutture che non svolgono attività chirurgica, ortopedica, anestesiologica e parto, comprese le strutture residenziali e semiresidenziali, nonché strutture ambulatoriali che eseguono prestazioni erogabili solo in ambulatori protetti, ossia ambulatori situati nell’ambito di istituti di ricovero e cura o attività odontoiatrica e per le strutture sociosanitarie per le quali il  massimale diventa non inferiore a 2 milioni di euro per sinistro e per ogni anno non inferiore al triplo; c) strutture che svolgono anche attività chirurgica, ortopedica, anestesiologica e parto con massimale non inferiore a 5 milioni di euro per sinistro e per ogni anno non inferiore al triplo.

Invece, per le professioni sanitarie che non svolgono attività chirurgica, ortopedica, anestesiologica e parto, il massimale non sarà inferiore a 1 milione di euro per sinistro e per ciascun anno non inferiore al triplo; per le professioni sanitarie che svolgono attività chirurgica, ortopedica, anestesiologica e parto il massimale non inferiore a 2 milioni di euro per sinistro e per ciascun anno non inferiore al triplo.

Il massimale minimo di garanzia delle coperture assicurative relative ai contratti assicurativi obbligatori per la responsabilità civile verso i prestatori d’opera è pari a 2 milioni di euro per sinistro e per anno.

Tutti i massimali possono essere rideterminati annualmente con decreto del Ministro delle Imprese, di concerto con il Ministro della Salute, in relazione all’andamento del Fondo di garanzia per danni derivanti da responsabilità sanitaria.

La garanzia assicurativa è prestata nella forma “claims made”, formula checonsente alla polizza di coprire e proteggere dai danni di cui si è venuti a conoscenza nel periodo di vigenza contrattuale, anche se accaduti precedentemente. Prevista anche l’ultrattività della polizza, sostanzialmente secondo i canoni delle polizze per la responsabilità civile professionale.

L’assicuratore non può recedere antecedentemente alla prima scadenza della polizza.

Le strutture, come si accennava, possono scegliere, dunque non sono obbligate dalla legge a stipulare una polizza con una compagnia di assicurazione, l’autoritenzione.

Devono, però, costituire due fondi: un fondo rischi e un fondo riserva sinistri.

Con il primo devono sostanzialmente accantonare somme “di rischio” che dipenderanno dalle dimensioni della struttura, dal numero di sinistri previsti e dal tipo e quantità di prestazioni erogate. Il secondo, cioè il fondo riserva, invece, riguarda le somme necessarie a far fronte alle richieste di risarcimento presentate negli anni precedenti e non ancora liquidate.

Dunque un fondo sulla previsione ed uno sul concreto.

Per verificare la congruità, la previsione e quant’altro relativo all’area del rischio, le strutture devono prevedere, oltre al collegio sindacale, dove è costituito, un comitato di valutazione rischi e comunque la struttura dovrà garantire la presenza di competenze svolte da un medico legale, da un loss adjuster, da un avvocato e da un risk management.

Gli assicuratori potranno adeguare i contratti in due anni di tempo.

I temi affrontati e pluriannunciati porteranno uno scompiglio nel mondo sanitario e, ad ogni modo non era facile conciliare le richieste delle varie parti in causa, pur se gli anni necessari ad approvare un decreto attuativo sono stati circa otto, un tempo notevole per dare risposte che rimangono incomplete.

avv. Maria Antonella Mascaro

Report ANAC sui gettonisti

Nel mese di settembre 2023, Anac ha avviato un’analisi sugli affidamenti pubblici riguardanti il servizio di fornitura di personale medico ed infermieristico, al fine di verificare la diffusione del fenomeno dei cosiddetti “gettonisti” nell’approvvigionamento da parte delle strutture riconducibili al Sistema Sanitario Nazionale durante il periodo 2019-2023.

Per il personale medico i dati evidenziano come il fenomeno sia esploso a seguito dell’emergenza sanitaria iniziata nel 2020. Volendo osservare il fenomeno non solo dal punto di vista di evoluzione nel tempo del valore economico degli affidamenti, ma anche da quello della loro distribuzione all’interno delle procedure di scelta del contraente si osserva una netta prevalenza dei contratti derivanti da procedure negoziate per affidamenti sotto soglia e da affidamenti diretti.

Per quanto riguarda il personale infermieristico a differenza del caso del personale medico, il fenomeno era già rilevante nel periodo pre-pandemico. Anche per questi contratti si osserva il maggior ricorso, in termini numerici, agli affidamenti diretti o alle procedure negoziate senza previa pubblicazione del bando.

Estendendo l’analisi ai più generici servizi di fornitura di personale, si delinea un mercato che vale complessivamente nel periodo considerato 1,7 miliardi di euro.

Dall’analisi territoriale della spesa effettivamente sostenuta dalle stazioni appaltanti nell’intero periodo 2019-2023, emerge in primis che tutte le Regioni risultano coinvolte in tale processo di approvvigionamento con differenze significative tra Regione e Regione. 

Dal lato dell’offerta si rileva come la quota più rilevante del mercato sia ripartita tra pochi operatori economici, ad esempio per i contratti di servizio di fornitura di personale medico solo cinque operatori economici (cooperative o società tra professionisti) si sono assicurati il 64% del valore dei bandi complessivamente aggiudicati, a fronte di 25 soggetti economici che gestiscono il restante 36%. Per i contratti per il servizio di fornitura di personale infermieristico, il grado di concentrazione del mercato su pochi operatori economici è ancora più significativo: due soli operatori rappresentano il 63% del valore dei bandi aggiudicati, a fronte di 30 operatori che si spartiscono il 37% del valore del mercato.

Soglia di attenzione in Italia per Dengue, ma nessuna emergenza

Da diverse settimane si legge di una situazione di emergenza geograficamente lontana dal nostro paese.  La situazione di emergenza si trova in America Latina, in particolare in Brasile il virus Dengue ha già provocato più di cento morti nelle prime settimane del 2024 e con un aumento di quasi il 300% rispetto al 2023.

In Italia ad oggi non ci sono pazienti ammalati di Dengue, dunque la situazione appare tranquilla ma sotto monitoraggio e controllo da parte del Ministero della Salute che, due settimane fa, su disposizione del direttore generale della prevenzione, aveva innalzato il livello di allerta e vigilanza degli uffici sanitari marittimi, aerei e di frontiera per i controlli al personale di navigazione marittima ed aerea, specialmente ei confronti di vettori provenienti dai paesi a rischio dengue.

Come misura preventiva sono iniziate le vaccinazioni contro la malattia presso l’ospedale Spallanzani di Roma per chi deve espatriare nelle zone in cui il virus è presente.

La vaccinazione e le visita infettivologica per le malattie cosiddette del “viaggiatore” sono a carico del paziente e sono precedute da una richiesta del medico di famiglia.

Sul sito del Ministero della Salute viene spiegato che la Dengue è una malattia virale trasmessa da zanzare del genere aedes, infettate dal virus Dengue, di cui esistono quattro variazioni. La malattia è molto nota nelle zone tropicali e subtropicali, ma ci sono stati focolai anche in Europa. L’anno passato anche due in Italia, immediatamente isolati.

Molto spesso si presenta in forma asintomatica, oppure con febbre anche leggera, tuttavia alcune forme sono letali. La malattia è endemica in oltre cento paesi presenti in Africa, in America e nel sud e sud est dell’Asia.

E’ considerata in tutto il mondo la più importante malattia virale trasmessa dalla zanzara all’uomo ed in aumento negli ultimi decenni.

Dunque avere presidi di prevenzione così importanti come quelli creati in Italia è molto rassicurante, in quanto la diffusione dei virus per via aerea può essere molto veloce.

avv. Maria Antonella Mascaro

Autonomia differenziata: ce n’era bisogno?

L’Autonomia Differenziata: la domanda è: serve? Basterebbe seguire quanto si fa già in Europa:

(A) definire standard uniformi per spingere verso la riduzione delle diseguaglianze per la “Grande Convergenza tra Paesi”, mettendo ordine innanzitutto nel caos burocratico-normativo, giurisprudenziale, normativo-disciplinare accumulato in oltre mezzo secolo, senza aver mai razionalizzato né semplificato;

(B) partendo – per definire i LEP – dagli esiti delle politiche pubbliche in primis dai livelli di povertà, sanitari, educativi, gender, infantili, di vulnerabilità (dove siamo stati bacchettati dalla Commissione UE negli ultimi mesi e anni) con un report comparativo annuale sulle prestazioni regionali, per fotografare criticità e soluzioni possibili.

(C) Definendo un quadro di indicatori di qualità da applicare ad un gruppo di “Regioni/Comuni pilota” che la UE già offre e potrebbe essere utilizzato per fotografare scostamenti di qualità ed efficacia delle prestazioni offerte, per migliorarle verso l’omogeneità che è il cuore di una cittadinanza attiva non riducibile alla negoziazione contrattata tra Nord e Sud distorte peraltro da amministrazioni di destra e sinistra. 

(D) Analisi e calcoli da affidare ad una Agenzia Indipendente, magari nominata dal Presidente della Repubblica che duri in carica 7 anni e sottratta ad influenze politico-ideologiche.

La necessità di assicurare la compatibilità con gli equilibri di bilancio trasforma i Lep, da livelli di servizio “assoluti”, garantiti costituzionalmente, a livelli di servizio minimi “relativi”. Per capirsi, si immagini che ci siano solo due regioni, A e B, e che per A si identifichi un Lep che implica un costo pari a 10 mentre per B un costo pari a 20. Il totale delle risorse necessarie a finanziare i Lep “effettivi” (in base a un approccio bottom-up) sarebbe dunque di 30 e i coefficienti impliciti di assegnazione delle risorse (basati sui Lep) diventerebbero un terzo per A e due terzi  per B. Ma se le risorse compatibili con gli equilibri di bilancio sono soltanto 20 (invece di 30, quelle che servirebbero per garantire i livelli “assoluti” di servizio), i coefficienti relativi possono soltanto diventare criteri di riparto, assegnando alla regione A un terzo dei 20 (6,7) e alla regione B due terzi di 20 (13,3). In questo senso, i Lep diventano livelli di servizio minimi “relativi” date le risorse a disposizione (solo 20).

Dal punto di vista finanziario, quindi, questa legge non dà alcuna autonomia alle regioni, in quanto è lo stato a stabilire la dimensione dei fondi per ciascuna regione.

Posto che la loro quantificazione finanziaria verrà stabilita nei prossimi due anni, il provvedimento continua a non risolvere alcune contraddizioni di fondo su come i Lep devono essere definiti in pratica. Ad esempio, l’articolo 9 al terzo comma garantisce l’invarianza finanziaria per le regioni che non partecipano ad alcuna intesa. Questo di fatto tutelerebbe la spesa storica delle regioni, che non chiedono l’autonomia. Anche un eventuale aumento delle risorse dedicate al finanziamento dei Lep delle funzioni devolute non può “pregiudicare l’entità e la proporzionalità delle risorse da destinare a ciascuna delle altre regioni”. Quindi se si aumentano le risorse necessarie a soddisfare i Lep delle regioni che hanno chiesto la devoluzione delle funzioni, l’aumento non può violare la proporzione in cui erano ripartite le risorse prima delle intese. Ciò vuol dire che bisogna anche aumentare le disponibilità delle regioni che non chiedono l’autonomia. Si certifica di fatto che la distribuzione delle risorse dopo le intese non può discostarsi dal criterio della spesa storica. La stima di fabbisogno e costo standard per soddisfare i Lep dovrebbe determinare una allocazione di risorse che consenta a un cittadino residente in Calabria di avere accesso agli stessi servizi di un cittadino residente in Piemonte. Le proporzioni con cui è attualmente distribuita la spesa consentono di arrivare a questo risultato? Se sì, allora di fatto ciò equivarrebbe a dire che i Lep sono già garantiti ovunque sul territorio nazionale, cioè si cambierebbe tutto per non cambiare niente. In caso contrario, il provvedimento legislativo andrebbe riscritto per risolvere le contraddizioni che ne impediscono l’attuazione.

Come cambia l’accesso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia

E’ un dato di fatto ormai che anche la politica si è fatta una ragione di come le cose debbano cambiare. Limitare l’accesso alla Facoltà di Medicina non è che uno dei tanti problemi che affliggono la sanità italiana, ma occorre che un nuovo imput sia dato.

Il bando relativo ai test di accesso alla Facoltà di Medicina è stato dichiarato illegittimo dal TAR del Lazio con la sentenza n. 863 del 17 gennaio 2024. La motivazione risiede nel meccanismo di selezione introdotto dall’amministrazione che non consente una selezione degli aspiranti sulla base del merito. I ricorsi contro il MIUR sono stati oltre tremila, presentati da coloro che non avevano superato il cosiddetto Toc-Med 2023, il test individuale on line erogato da una piattaforma informatizzata gestita da un’organizzazione senza fine di lucro. I quesiti erano selezionati casualmente e, quindi, diversi per tutti.

Pertanto, per l’accesso alla facoltà di Medicina nel 2024, si è deciso di tornare al test cartaceo, pur se si tratterà di una misura temporanea, in attesa di una riforma complessiva, la cui approvazione dovrebbe arrivare entro il 2025.

Nonostante i test siano stati dichiarati illegittimi, le graduatorie risultate dalla prova sono state confermate, lasciando circa mille posti non assegnati, bloccando le successive immatricolazioni per scorrimento. Si pone, infatti, anche il problema che i test erano stati effettuati, perché la legge lo consentiva, anche dagli iscritti alla quarta classe degli istituti superiori di secondo grado e non soltanto da quelli frequentanti la quinta. Su questo tema il MIUR non è ancora intervenuto, limitandosi a rinviare i test previsti per febbraio e a cambiare il sistema usato nel 2023.

Al momento, in attesa del decreto, secondo fonti giornalistiche accreditate i test per il 2024 saranno somministrati in due date il 28 maggio e il 30 luglio, con possibilità di ripetere il test due volte.

Le università, dopo l’emanazione del decreto, avranno due mesi di tempo per organizzare i test, che dovrebbero ricalcare le modalità tradizionali: 60 quesiti a risposta multipla in cento minuti, di cui 4 relativi alle competenze di lettura e conoscenze acquisite negli studi, 5 di ragionamento logico e problemi, 23 di biologia, 15 di chimica e 13 di fisica e matematica. Il punteggio sarà assegnato con i seguenti criteri: una risposta giusta vale 1,5 punti; una sbagliata ne fa perdere 0,4, ogni risposta omessa varrà 0.

Al momento sembra che possano concorrere solo gli studenti e le studentesse di quinta superiore, mentre nulla è ancora stabilito per le quarte classi. La banca dati dei quesiti sarà resa pubblica e accessibile per consentire a candidati e candidate di esercitarsi e avere dimestichezza con le domande, oltre ad essere integrata con ulteriori 3.500 quesiti messi a disposizione dall’organizzazione, almeno venti giorni prima della prova.

avv. Maria Antonella Mascaro

Scudo penale e carenza di organico nel pronto-soccorso

Il ministro della salute Orazio Schillaci è intervenuto ieri in audizione in commissione affari sociali alla Camera nel corso dell’indagine conoscitiva sulla situazione della medicina dell’emergenza-urgenza e dei pronto soccorso in Italia.

Il ministro si è soffermato su alcuni argomenti, focalizzando l’attenzione su:

Rendere strutturale lo scudo penale per i lavoratori della sanità, ad ora limitato al 2024, anche per accorciare i tempi delle liste di attesa; abolire il tetto di spesa per le assunzioni, in modo da contrastare la carenza di operatori sanitari, che si traduce in una mancanza di 4.500 medici e di 10 mila infermieri. Situazione ancora più critica per alcune specializzazioni, come la medicina d’emergenza e urgenza; nel 2023 sono stati assegnati solo 245 contratti, pari al 29% delle risorse stanziate a livello nazionale. Entro la fine dell’anno anche la riforma delle professioni sanitarie e dell’assistenza territoriale. 

Nel corso dell’audizione, Schillaci ha annunciato alcuni dei provvedimenti attesi per il 2024, partendo da una possibile proroga dello scudo penale, la misura inserita nel Milleproroghe che cerca di porre un freno alla medicina difensiva limitando la responsabilità del professionista sanitario per morti o lesioni personali ai soli casi di colpa grave in situazioni di comprovata carenza di personale. “Un provvedimento”, le parole di Schillaci, “che non riguarda solo i medici e gli operatori sanitari, ma riguarda soprattutto le cittadine e i cittadini, perché avere dei medici che operano in maggiore tranquillità, quando nel 98% dei casi poi la denuncia finisce in nulla di fatto, spero serva a migliorare l’appropriatezza prescrittiva, che pesa moltissimo su quello che è, insieme al pronto soccorso, l’altro grande problema della sanità italiana, ovvero le liste d’attesa”. L’obiettivo del governo, quindi, è quello di estendere l’efficacia della misura: “un provvedimento fondamentale anche per per avere una diminuzione del fenomeno della cosiddetta medicina difensiva, valutata addirittura in 10 miliardi di euro l’anno nel nostro paese. Anche per questo non possiamo fermarci a questo provvedimento preso fino al 2024, ma è necessario renderlo strutturale”.

Tra i temi cardine del discorso del ministro, anche la ormai cronica carenza di personale che attanaglia il sistema sanitario nazionale: “stimiamo che manchino 4500 medici e 10.000 infermieri”. Numeri che, legati all’emergenza causata dalla pandemia, hanno causato una “esplosione del fenomeno dei medici gettonisti”. Il ministro ha, quindi, ricordato le nuove norme che permettono l’utilizzo di gettonisti solo in casi di stretta necessità. Per contrastare il fenomeno e rendere più appropriati gli organici nella sanità, la ricetta del governo prevede: “abolizione del tetto si spesa per le assunzioni, aumento delle indennità di specificità e valorizzazione degli specializzandi”.

La marijuana per curare i disturbi alimentari e la mancanza di appetito nei pazienti oncologici

Da diverso tempo si è dimostrata una particolare attenzione ai disturbi alimentari, tanto è vero che anche il governo ha stabilito nel decreto milleproroghe di incrementare il Fondo Nazionale per i disturbi alimentari con uno stanziamento di dieci milioni di euro per le annualità del 2023 e del 2024.

Ma, nel caso specifico, per studiare le inappetenze di alcuni disturbi alimentari è in atto uno studio proveniente da un gruppo di ricerca della Washington State University, che ha testato l’effetto e l’origine della cosiddetta “fame chimica”, cioè il desiderio di mangiare, soprattutto “la voglia di dolce” dopo aver fumato marijuana.

Lo sprigionamento di questo bisogno albergherebbe in alcuni neuroni che si trovano nell’ipotalamo, alla base del cervello, nella parte che controlla il comportamento alimentare. In sostanza questi neuroni verrebbero attivati dal consumo della sostanza psicotropa, stimolando l’appetito.

La sperimentazione è avvenuta sulle cavie da laboratorio che, respirando cannabis, avrebbero risposto con iperattivismo e voglia di nutrirsi più spesso non per quantità ma per distanza di tempo; cioè mangiavano, non di più, ma più spesso.

Solitamente l’idea che si ha della marijuana è quella di un effetto sedativo, tanto è vero che viene usata nella terapia del dolore per i pazienti terminali, in sostanza per alleviare le loro sofferenze.

I ricercatori hanno, poi, bloccato l’attività delle cellule nervose, utilizzando degli inibitori. In questo caso, il senso di fame, nelle cavie, si attenuava ma non scompariva del tutto, dimostrando che anche altre aree del cervello venivano coinvolte.

Pertanto il gruppo di studio confida che venga tratto qualche beneficio per il trattamento dei disturbi alimentari, in particolare per l’anoressia e, al contrario, per l’obesità, ovviamente dosando, per uso terapeutico, la somministrazione del cannabinoide. Gli stessi benefici si potrebbero sfruttare per evitare e ridurre l’astenia e l’inappetenza dei malati oncologici, sottoposti a chemioterapia.

avv. Maria Antonella Mascaro

RIVOLUZIONARE L’ASSISTENZA SANITARIA IN AFRICA: IL RUOLO DELLA TELEMEDICINA

In un mondo costantemente connesso, la telemedicina non è una novità tecnologica, ma una rivoluzione in piena espansione, in particolare nel continente africano. Immaginiamo la città di Lagos, in Nigeria, come il cuore pulsante di questa rivoluzione sanitaria, dove l’innovazione ridefinisce il concetto stesso di assistenza medica.

Ma la telemedicina non è solo tecnologia. È un ponte che supera le barriere geografiche, abbattendo i muri che separano le persone dall’accesso alle cure mediche. In Africa, la sfida è grande, ma la determinazione di riscrivere le regole del gioco è ancora più forte. Qui, non si segue un copione prefissato, ma si scrive una nuova storia, con l’obiettivo di mettere l’espertise medica nelle mani di ogni africano, dando loro il potere di gestire la propria salute.

La telemedicina diventa un catalizzatore per l’empowerment delle comunità e la democratizzazione dell’assistenza sanitaria, garantendo l’accesso alle risorse mediche anche nelle aree più remote. Il percorso non è isolato, ma una collaborazione dinamica tra sostenitori della telemedicina, esperti sanitari e innovatori tecnologici.

I problemi che si incontrano lungo il cammino non sono ostacoli insormontabili, ma opportunità per crescere e migliorare. Il divario digitale, ad esempio, pone le sue sfide, ma la soluzione non risiede solo nelle consultazioni virtuali, ma in una vera e propria rivoluzione culturale che coinvolge anche coloro che non sono nati nell’era digitale. Millennials e la Gen Z, con la loro naturale predisposizione verso la tecnologia, sono i veri protagonisti di questo cambiamento.

Per superare gli ostacoli e favorire l’adozione di soluzioni digitali per la salute in Africa, i leader nel settore sanitario devono adottare un approccio multifattoriale. È fondamentale promuovere l’alfabetizzazione digitale tra professionisti e pazienti, attraverso programmi di formazione che li rendano capaci di utilizzare efficacemente gli strumenti digitali. Inoltre, è essenziale coinvolgere attivamente medici e pazienti nella progettazione e nel feedback delle soluzioni digitali, per garantire che la tecnologia risponda alle reali esigenze del mondo sanitario.

Le partnership e la collaborazione sono altrettanto cruciali. In un continente come l’Africa, dove le risorse possono essere limitate, è importante cercare la cooperazione con aziende tecnologiche, startup e governi locali. Queste collaborazioni possono fornire l’infrastruttura, il finanziamento e l’esperienza necessari per espandere rapidamente l’accesso all’assistenza sanitaria digitale. Le collaborazioni internazionali, poi, possono favorire la condivisione di conoscenze e l’adozione di esperienze da regioni più avanzate digitalmente.

Immaginiamo una madre a Lagos che gestisce la salute del proprio figlio attraverso la telemedicina: non è solo una questione di comodità, ma di fiducia e di umanizzazione del contatto virtuale. Guardando al futuro, con un continente ricco di giovani tra i 18 e i 25 anni, la telemedicina non è difficile da promuovere. Questi individui digitalmente competenti sono pronti e desiderosi di abbracciare tecnologie che promettono efficienza e un’esperienza sanitaria migliore.

Per costruttori di ecosistemi, fondatori, influenzatori, regolatori e funzionari aperti alle novità, ecco la proposta: cavalcare l’onda, accogliere il cambiamento e supportare i pionieri che stanno ridefinendo l’assistenza sanitaria. Il potere di modellare un’Africa più sana e connessa non è un sogno lontano; è nelle nostre mani.

Che fine ha fatto l’infermiere di famiglia

Si è più volte parlato del riconoscimento a livello normativo della figura dell’infermiere di famiglia. Una sperimentazione era iniziata all’inizio dell’anno appena trascorso nell’ambito di un progetto sperimentale, in linea con l’attuazione degli interventi previsti dal Pnrr.

Il progetto era iniziato in Emilia Romagna per un accordo stipulato fra la AUSL Emilia Romagna e l’Eni, un progetto della durata di quattro anni e per il quale il colosso energetico ha stanziato un finanziamento superiore ai centomila euro.

L’obiettivo del progetto è nato con lo scopo di facilitare l’assistenza ai pazienti affetti da malattie croniche e degenerative, rafforzando il sistema assistenziale territoriale e promuovendo una maggiore accessibilità all’assistenza socio-sanitaria.

Si tratta di una figura di collegamento e di integrazione con il medico di famiglia.

Questo nuovo professionista dovrebbe rappresentare il riferimento per i pazienti del territorio, operando attraverso interventi diretti e indiretti che hanno come destinatari il paziente e la sua famiglia. La sua funzione nasce con scopi ben precisi, quali quelli di evitare visite in ambulatorio o allarmi che possano intasare inutilmente i pronto soccorso degli ospedali, dunque con una logica ben precisa. 

Dal momento che il Pnrr ha stanziato diversi aiuti in merito a queste nuove figure professionali sarebbe stato auspicabile che, anche facendo a meno di aiuti e finanziamenti privati, i professionisti potessero svilupparsi in ogni territorio regionale e locale, specialmente in quelli più disagiati dal punto di vista della cura e assistenza sanitaria, anche perché, in particolare questa figura professionale appare strategica di fronte ai nuovi bisogni assistenziali di una popolazione sempre più anziana affetta da patologie croniche e degenerative.

Recentemente la FNOPI, Federazione Nazionale Ordini e Professioni Infermieristica, è stata audita, per il tramite di un suo consigliere nazionale, alla decima Commissione Sanità al Senato, in relazione allo schema di un decreto legislativo che riguarda disposizioni in relazione alle cure delle persone anziane.

Al fine di rendere il Servizio Sanitario Nazionale efficiente è di fondamentale importanza creare, dare lavoro, a figure professionali come quella dell’infermiere di comunità che deve essere un elemento di una vera e propria equipe multiprofessionale che comprenda anche operatori socio sanitari e medici, ognuno secondo le proprie competenze, in un percorso che aiuti i pazienti, i suoi familiari e caregiver.

In sostanza, anche attraverso l’impiego di queste figure professionali si dovrebbe ridisegnare un nuovo modello organizzativo che renderebbe la sanità del territorio più funzionale, moderna, efficiente.

Nella realtà sembra che l’esempio della Emilia Romagna sia, ad oggi, rimasto unico.

avv. Maria Antonella Mascaro

Entro fine mese la riorganizzazione del Ministero della Salute

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha confermato che si è arrivati alla stretta finale per le nomine e la riorganizzazione delle Direzioni Generali del Ministero.

“Ci sono due direzioni generali dedicate una alla sicurezza alimentare e l’altra alla sanità animale. Sono state inserite in un nuovo Dipartimento che si chiama ‘One Health’ che vedrà insieme la salute umana, la salute animale e la salute ambientale”. Ma soprattutto conferma che “entro fine mese identificheremo i responsabili delle Direzioni generali e dei Dipartimenti”. Sono quattro i posti in lizza per le direzioni dei Dipartimenti e il totonomi si va consolidando. Alla guida del Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del SSN dovrebbe andare Francesco Saverio Mennini docente di Economia sanitaria all’università Tor Vergata di Roma. Al Dipartimento della salute umana, della salute animale e dell’ecosistema (One Health) e dei rapporti internazionali si consolida la previsione di Giovanni Leonardi attuale segretario generale del Ministero della Salute. Altrettanto “solido” appare il nome di Giuseppe Celotto attuale Dg del Personale e del Bilancio quale designato alla Direzione del Dipartimento dell’amministrazione generale, delle risorse umane e del bilancio. C’è invece qualche incertezza per il Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie, dove da tempo si parla di Francesco Vaia, attuale titolare della Direzione Generale della Prevenzione. È peraltro anche vero che non ci sono candidate per gli altri dipartimenti. Si starebbe dunque facendo avanti anche il nome di Anna Teresa Palamara che oggi dirige la Direzione Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. Sempre per il Dipartimento Prevenzione c’è una terza ipotesi, affidare l’interim della prevenzione a Leonardi lasciando soli tre Direttori di dipartimento.

Le nuove cariche fanno seguito al riordino del Ministero della Salute disposto lo scorso ottobre dalla presidenza del Consiglio con due decreti, uno sulla riorganizzazione del Ministero in 4 Dipartimenti e 12 Direzioni generali e un secondo sugli uffici di diretta collaborazione. Il primo decreto, in particolare, mantiene il numero di quattro Dipartimenti originali ma modificando alcune denominazioni (ad esempio, da “Sanità pubblica veterinaria e sicurezza degli alimenti” si passa a “One Health”) ed istituisce due nuove Direzioni generali (le Direzioni sono articolazioni dei Dipartimenti): la Dg Emergenze Sanitarie e la Dg sui corretti stili di vita. È invece soppressa la Dg Relazioni europee ed internazionali che diventa ufficio di seconda fascia del Dipartimento Salute Umana-animale-one health. e dei Sistemi informativi. Ed è soppressa pure la Dg dei sistemi informativi le cui funzioni sono rilevate dall’Unità di missione di livello dirigenziale generale per l’attuazione degli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che dovrebbe rimanere operativa almeno fino a tutto il 2026.

L’urgenza di una regolamentazione per gli stati vegetativi

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata mondiale degli stati vegetativi che è stata istituita nel 2010 dall’allora Ministro della Salute, ma costantemente si ritorna sul tema in quanto, anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019, che ha sostanzialmente modificato l’articolo del codice penale dedicato all’istigazione al suicidio, riconoscendo una sorta di diritto al suicidio assistito, solo in presenza di determinati requisiti, le cose non sono andate molto avanti.

Nel 2023, circa quindicimila italiani si sono rivolti all’Associazione Luca Coscioni per ricevere informazioni sul fine vita.  Il dato particolare è che migliaia di richieste riguardavano l’eutanasia, che nel nostro paese non è permessa, o il suicidio assistito, che, come si ricordava di sopra, è concesso in particolarissimi casi. Ancora domande sull’interruzione di terapie e sedazione palliativa profonda, nonché richieste su come accedere alle procedure italiane o contatti con le strutture svizzere per il percorso di morte volontaria medicalmente assistita.

Ad ogni modo è sempre e solo la giurisprudenza a dare qualche piccola risposta, ferma alla sentenza del 2019 che detta condizioni e modalità di esecuzione per il suicidio assistito, affinchè siano “verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”. Ma i tempi di risposta degli accertamenti da parte del Servizio sanitario nazionale sono infiniti e questo tipo di paziente non ha il tempo di aspettare.

La legge sul biotestamento approvata nel 2017 è stata un primissimo passo di civiltà, ma successivamente alla sentenza della Corte Costituzionale il progetto di legge in materia di suicidio assistito è passato alla Camera dei Deputati, poi al Senato, dove ha avuto una brusca interruzione per la fine della legislatura e probabilmente la sua ripresa non è fra le priorità del neo parlamento. L’associazione Luca Coscioni ha promosso una raccolta di firme in tutte le regioni per sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare da portare nei Consigli Regionali per garantire che il percorso di suicidio assistito e i controlli pubblici avvengano in tempi brevi e in tempi certi, ma come sempre nelle modalità territoriali ci sono tempistiche differenti.

Nel frattempo la manovra di bilancio 2023 ha accelerato l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, in modo da allargare l’acceso al 90% dei pazienti bisognosi, entro il 2028.

Un monito è pervenuto anche dal Comitato Nazionale di Bioetica che ha sollecitato la politica, a mezzo di un parere pubblicato ad inizio anno, al fine di inserire le cure palliative in modo compiuto nei livelli essenziali di assistenza.

Attualmente, nonostante le cose siano migliorate, si assiste sempre ad un paese a diverse velocità. Secondo il rapporto Ocse (datato 2022) si fa presente che nei paesi dell’area europea la percentuale di coloro che ricevono cure palliative è del 40%, scendendo al 35% in Italia. Il rapporto Agenas, fermo a dati del 2022 su 2021, è, tutto sommato, abbastanza positivo, ma con una consueta differenziazione fra territori che quasi non rispondono, rispetto a territori molto reattivi. Ciò è dovuto sempre alla differenziazione dei modelli organizzativi che, però, in alcune regioni funzionano molto meglio in modo cosiddetto misto, cioè con affidamento pubblico misto alla sanità privata accreditata.

In ogni caso, la situazione sembra essere in miglioramento, dopo l’approvazione del DM 77/2022, secondo il quale le Regioni hanno l’obbligo di redigere un piano di potenziamento delle cure palliative.

I dati non sono ancora completi, ma certamente in miglioramento, almeno ci sono buoni segnali per l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, anche se ancora molti passi devono essere fatti per le cure palliative pediatriche.

avv. Maria Antonella Mascaro

Reti di prossimità – PNRR

La nuova Sanità territoriale, su cui il Pnrr investe quasi metà dei 15 miliardi stanziati per la missione Salute, rischia il grande flop.

Il rischio è che le nuove strutture immaginate per non intasare più i pronto soccorso e dove gli italiani dovranno trovare attrezzature diagnostiche (dalle ecg agli holter) prime cure e prevenzione (come i vaccini) rischiano di restare vuote: non solo vanno trovati i fondi per portarci le attrezzature, ma va cercato soprattutto il personale – infermieri e medici – che ci deve lavorare dentro e che è sempre più merce rara da trovare.

Il nodo più intricato di tutti da sciogliere è quello dei medici di famiglia, che oggi sono sempre di meno – nel 2025 saranno solo 36mila, 10mila in meno rispetto a 20 anni fa – e in gran parte troppo isolati nei loro studi rispetto al resto del Servizio sanitario. Il ministro della Salute Orazio Schillaci potrebbe riportare in pista parte di quella riforma che prevedeva di vincolare i medici di famiglia a dedicare 18 ore a settimana (oltre alle 20 ore per i propri studi) alle attività extra da spendere proprio nelle nuove Case di comunità o nel distretto magari per fare cure domiciliari nelle nuove Uca (le Unità di continuità assistenziale).

Il nuovo Governo non dovrebbe prevedere però nessun incentivo economico – attraverso il nuovo Acn (l’accordo collettivo nazionale) della medicina generale – per quei medici che decideranno di dedicare del tempo alle attività fuori allo studio, a cominciare proprio dalle nuove Case di comunità. I medici di famiglia che invece non vorranno scegliere questa opzione – presumibilmente i più “anziani” – potranno restare con la convenzione continuando a seguire i propri pazienti nei loro studi come hanno fatto finora rinunciando però agli incentivi.

C’è anche un’altra misura che potrebbe segnare una altra svolta per questi camici bianchi: anche per il pressing delle Regioni che lo hanno ribadito al ministro Schillaci praticamente all’unanimità, potrebbe arrivare la possibilità per i medici di famiglia di essere assunti come dipendenti (oggi sono liberi professionisti che hanno una convenzione con il Ssn). La misura riguarderà però solo i nuovi, i giovani generalisti che potrebbero essere impiegati appunto nelle Case di comunità come dipendenti veri e propri lavorando tutte e 38 le ore nelle nuove strutture: si parla di circa 2-3mila nuovi camici bianchi necessari anche per garantire l’apertura h24. Al momento la maggioranza delle sigle sindacali dei medici di famiglia si dicono nettamente contrarie a questa possibilità, ma la partita sarà affrontata dal ministro in un incontro previsto già entro fine mese.

Il nodo principale riguarda ifondi con i quali assumer di medici. In realtà nella manovra del 2022 il precedente Governo ha vincolato dei fondi – 91 milioni per il primo anno e poi a crescere fino a 1 miliardo l’anno dal 2026 – per le assunzioni nelle case e negli ospedali di comunità oltre che nelle Cot. Risorse da attingere però dal Fondo sanitario nazionale – la torta complessiva che sostiene il Ssn – che sarebbero sufficienti ad assumere circa 33mila operatori (20mila infermieri, circa 3mila medici e altro personale sanitario e amministrativo), ma a cui le Regioni non vogliono rinunciare visto le enormi difficoltà che hanno a chiudere i bilanci per la sanità.

Proprio su questa partita il ministro Schillaci si confronterà nei prossimi giorni con il collega dell’Economia Giancarlo Giorgetti: trovare nuovi fondi per il Ssn è cruciale, in particolare per medici e infermieri travolti dallo tsunami della pandemia, anche per portare in porto la nuova Sanità territoriale che altrimenti rischia di essere solo una enorme scatola vuota.

Cup solidale concorrente spietato del Servizio Sanitario Nazionale

Prenota il tuo esame, analisi o visita medica. Trova facilmente la prestazione sanitaria di cui hai bisogno. Compara in tempo reale disponibilità e costi di ogni strutturaoprofessionista, evitando file ed attese”. Sono le frasi “slogan” che si leggono su internet se si ricerca una prestazione, senza attendere le lunghe lista di attesa dei Cup (centro unico di prenotazione), da sempre appannaggio del caro amato sistema sanitario nazionale.

Il cup solidale, creato per la prima volta nel 2017 da una start up fiorentina, oggi spopola sul web e garantisce prestazioni sanitarie di ogni tipo da una visita medica specialistica, ad esami diagnostici con macchinari di ultima generazione, fino alle recentissime applicazioni di telemedicina, in tempi brevissimi.

E’ diventato il portale web più popolare e fra i più cliccati: in sostanza si può ricercare la prestazione o il medico di cui si ha bisogno e prenotare immediatamente. Il sito confronta le diverse offerte proposte dalle strutture del territorio prescelto, fra le strutture private e private convenzionate. Nel sito si fa presente che la prestazione è fornita anche dal Servizio Sanitario Nazionale, comunque attraverso pagamento di ticket che differisce, a seconda della Regione in cui viene richiesta la prestazione e comunque si evidenzia la differenza tempistica, dal momento che le liste di attesa della sanità pubblica sono piuttosto lunghe. La prenotazione avviene direttamente in pochissimi passaggi e ovviamente l’offerta è ampia, soprattutto se il territorio è grande. Ad esempio nelle città metropolitana l’offerta è maggiore e i prezzi maggiormente livellati verso l’alto, mentre nei piccoli centri si possono trovare dei veri e propri affari e ovviamente minore offerta.

Si spazia da una visita ortopedica a meno di quaranta euro, ad una visita cardiologica con elettrocardiogramma a circa trenta euro in alcuni luoghi, rispetto ad altre con prezzi che possono fino a decuplicare quegli importi.

Una vera e propria mercificazione della sanità, come, peraltro, già da alcuni anni, avviene per i coupon di alcuni siti che offrono prestazioni sanitarie o screening di analisi cliniche a pochi euro, senza alcuna sanzione, pur essendo vigenti normative che negano o limitano la pubblicità via web di alcune professioni!

avv. Maria Antonella Mascaro

La sanità pubblica toscana perde personale

Fp Cgil ha dichiarato che nel 2024 ci sarà una riduzione del personale sanitario di oltre 200 lavoratori, che andrà a colpire la Usl Toscana Centro, Careggi e Ispro. Questo il risultato dell’analisi dei piani triennali del fabbisogno del personale approvati in Usl Toscana Centro, Aou Careggi e Ispro.

Le figure professionali in fortissima flessione saranno infermieri, Oss, amministrativi, tecnici e altre professionalità tra interinali e somministrati non rinnovati. Una riduzione di personale che rischia di mettere a dura prova il servizio sanitario in tutta la Toscana.

La perdita dei 200 posti di lavoro sarebbe a causa blocco delle assunzioni e dei vincoli imposti dal governo alle aziende sanitarie. “Si mette a dura prova il servizio – dicono dalla Fp Cgil – e si aprono le porte ai privati. Va aperto subito un confronto con le aziende”.

Il motivo risiede nel fatto che, per raggiungere gli obiettivi di riduzioni dei costi sul personale imposti dalla normativa nazionale, molte aziende non rinnoveranno il personale a tempo determinato o il personale assunto tramite contratti di somministrazione. “In altri casi si ridurrà anche il personale a tempo indeterminato non garantendo il turn over” I sindacati si dicono preoccupati per gli effetti che tali tagli avranno sulla qualità dei servizi e sui carichi di lavoro di chi lavora in sanità.

L’uscita dei lavoratori con contratti a tempo determinato o di somministrazione, non andrà ad influire sui numeri dell’organico stabilmente assunto, ma gli effetti si “vedranno sui servizi” offerti e sui “carichi di lavoro” del personale che resta. “Tutto ciò perché la Regione è sottoposta ai piani di rientro e di rispetto dei tetti di spesa nazionale – così Branciamore della FP CGiL–. Esiste una norma assurda che prevede che il personale deve diminuire dell’1,4% rispetto alla spesa del 2004. La Toscana era stata una delle poche Regioni che durante il Covid aveva assunto a tempo indeterminato per rafforzare e aumentare gli organici. Ora la Regione è costretta a tornare indietro per rispettare il tetto imposto”.

Quasi un paradosso, che rischia di avere pesanti effetti sull’offerta e sulla capacità di risposta ai bisogni dei cittadini. Perché “in un momento dove la sanità nella nostra provincia, pur restando tra le migliori d’Italia, ha difficoltà a dare sempre risposte tempestive, un’ulteriore riduzione di personale indebolisce i servizi sanitari pubblici e apre le porte alla sanità privata, che è pronta a intercettare la domanda di salute dei cittadini che non trovano risposta nel sistema pubblico”. «Un’ingiustizia che farà aumentare il divario tra chi può permettersi di curarsi accedendo al privato e chi no», accusa la Cgil chiedendo un «confronto con le aziende sanitarie e ospedaliere su come garantire servizi di qualità e condizioni di lavoro eque e sicure». Lo stesso che rivendica il segretario regionale dell’Anaao Gerardo Anastasio. «La Toscana deve rientrare di circa 100 milioni – dice –. Un obbligo che, temiamo, vada a compromettere gravemente il sistema sanitario toscano. Occorre quindi rivedere l’organizzazione e impiegare meglio il personale».

Denuncia europea per la carenza di farmaci

Il GPUE, Groupement Pharmaceutique de l’Union Européenne (o PGEU nel suo acronimo inglese) è l’organizzazione che raggruppa le Associazioni nazionali farmaceutiche (sia Ordini che Sindacati) dei Paesi membri dell’Unione Europea e ha come preciso compito quello di tutelare e dar voce alla professione dei farmacisti, dunque, voce accreditata in ambito professionale, nonché per la raccolta dei dati relativi all’approvvigionamento dei farmaci, a livello europeo.

Secondo un report di questo gruppo internazionale, nel 2023, la situazione riguardante la carenza dei farmaci, sempre denunciata nel corso della pandemia e successivamente ad essa, è, addirittura, peggiorata.

I farmaci mancanti spaziano dagli antibiotici: ad esempio, per svariato tempo era carente il principio attivo della azitromicina, cui è succeduta la carenza di amoxicillina, fino ai farmaci per il sistema cardiovascolare, per quello respiratorio e per quelli relativi alle cure antitumorali e ai vaccini.

La professione del farmacista, nel 2023, è stata dedicata, per gran parte dell’orario settimanale lavorativo, ad occuparsi delle carenze di medicinali.

Secondo lo studio del PGEU la situazione è molto peggiorata e fra tutti i paesi coinvolti nell’indagine, anche l’Italia ha risposto in senso positivo riguardo al report e cioè confermando le gravi mancanze di farmaci nell’ultimo anno.

A che cosa è finalizzato questo studio: certamente ad una modifica della normativa europea, ma, soprattutto ad un maggior riconoscimento della professionalità del farmacista. La fatica nel trovare soluzioni per i pazienti, considerata la situazione di carenza del farmaco, è una problematica in aumento e non in remissione. Persistono gravi differenze fra i paesi dell’Unione Europea in ordine alle opzioni che i farmacisti possono proporre, in alternativa al farmaco prescritto. Non in molti paesi europei è consentito al farmacista proporre una soluzione alternativa di combinazione o sostituzione del farmaco, nel caso in cui quello prescritto sia mancante o, non immediatamente disponibile.

Ad esempio, per intendersi, il tempo che si perde nel reperimento del farmaco prescritto o nel contattare il medico prescrittore per proporre un’alternativa, potrebbe essere impiegato per fornire la soluzione alternativa, prontamente reperibile.

Si ricorda, per esempio, che in Italia, la legislazione relativa alle preparazioni galeniche è molto restrittiva. Queste non possono sostituire quasi mai il farmaco vero e proprio, senza considerare, altro aspetto di non scarso rilievo, che solo poche farmacie sono dotate di laboratori interni, per lo più, dedicati a preparazioni che riguardano alcune branche specifiche della medicina, come la dermatologia e poche altre specializzazioni.

Dunque, secondo questo report è necessaria una riforma della legislazione farmaceutica dell’Unione Europea per costruire una rete di approvvigionamento del farmaco, per assicurare la prevenzione e per il monitoraggio delle carenze. Solo attraverso la creazione di questi rapporti fra paesi dell’Unione si può prevedere e prevenire la carenza dei farmaci e realizzare una distribuzione più equa delle risorse.

avv. Maria Antonella Mascaro

L’Università di Bari boccia la laurea conseguita in Romania

I titoli di studio abilitanti conseguiti in un Paese dell’Unione europea consentono, per il principio della libertà di stabilimento, di operare su tutto il territorio.

La questione è delicata in Puglia, dove il Nucleo degli ispettori della sanità sta approfondendo un caso che riguarda i dentisti: almeno otto professionisti, laureati in una Università della Romania, che esercitano regolarmente in studi privati pugliesi.

«La norma generale – spiega il presidente dell’Ordine dei medici di Bari e della Fnomceo, Filippo Anelli – prevede che in questi casi si chieda il riconoscimento del titolo al ministero della Salute. Essendo la Romania nell’Unione europea, teoricamente potrebbero anche lavorare attraverso il meccanismo della mobilità intraeuropea dei professionisti, semplicemente comunicando il trasferimento in Italia». Significa che l’odontoiatra laureato a Galati, come nel caso di cui stiamo parlando, non deve nemmeno essere iscritto all’Ordine dei medici italiano. Il ministero, una volta completato il riconoscimento, si limita a darne comunicazione all’Ordine territoriale competente.

Questo ovviamente complica i controlli: l’iscrizione a un Ordine professionale è anche a garanzia del pubblico, che può immediatamente verificare le credenziali di un medico o di un odontoiatra.

Chi non supera il test di ammissione all’università può (legittimamente) decidere di iscriversi altrove, conseguire la laurea e poi tornare in Italia. Anche in Romania il corso di laurea dura sei anni e per ottenere l’abilitazione è richiesto un tirocinio, che poi consente l’iscrizione all’Ordine.

Il fatto stesso che il titolo di studio sia emesso da una Università di un Paese della Ue sulla base di parametri accettati su tutto il territorio garantisce che la preparazione sia sufficiente a esercitare.

Ma non sempre è così. Infatti, negli ultimi anni, l’Università di Bari ha più volte respinto le richieste di laureati in Romania (proprio in odontoiatria) di riconoscere l’equipollenza del titolo di studio con la laurea italiana.

Sono due procedimenti diversi. Il riconoscimento ministeriale serve semplicemente a poter effettuare le prestazioni sanitarie in regime di libero stabilimento, il riconoscimento accademico trasforma il titolo di studio estero in un titolo di studio italiano con valore legale. E in un recente caso di diniego della «trascrizione» della laurea rumena, l’Università di Bari «ha reputato non convalidabile il titolo ottenuto presso l’università Iasi (Romania) a causa delle notevoli difformità esistenti nel percorso formativo dell’ateneo rumeno rispetto a quello dell’Università degli studi di Bari». Dalla comparazione dei programmi di studio è infatti emersa la mancanza di alcuni insegnamenti specifici ritenuti imprescindibili in Italia.

La questione specifica (il caso degli otto odontoiatri) potrebbe essere oggetto di una segnalazione alla Procura. Gli ispettori del Nirs guidati dall’avvocato Antonio La Scala hanno approfondito il tema, acquisendo testimonianze che riguardano il ruolo di uno o più «facilitatori». Persone che girano sul territorio e cercano ragazzi interessati a laurearsi in Romania, a cui propongono soluzioni «chiavi in mano».

Riscatto pensionistico: rincaro per i giovani della sanità

La questione del riscatto ai fini pensionistici è problematica annosa in tutte le professioni, ma dal 2024 per i giovani precari della sanità andare in pensione sarà più caro.

Ciò che interessa solitamente è la possibilità degli anni di riscatto relativi alla laurea che ogni anno diventa più gravoso. Una circolare emanata dall’INPS proprio negli scorsi giorni ha chiarito alcuni passaggi. Il riscatto degli anni di laurea costerà intorno ai seimila euro per ogni anno che si vorrà riscattare, cioè per considerare il percorso di studi come periodo di contribuzione. Il costo è maggiorato di circa quattrocento euro per ogni anno, all’esito della rivalutazione dovuta all’inflazione.

La circolare n. 14 del 19.1.2024 emanata dall’INPS ha fornito indicazioni in campo di riscatto, di prosecuzione volontaria ai fini pensionistici e di ricongiunzione. Quest’ultimo istituto permette a chi ha più posizioni assicurative aperte (ad esempio Casse private ed INPS) di effettuare una riunione delle varie posizioni contributive sotto un’unica gestione. La legge (D.lgs n. 184/1997) permette il riscatto della laurea e dei relativi anni anche a coloro che non hanno alcuna posizione contributiva, che, cioè, non abbiano iniziato a lavorare; per comprendersi: studenti o inoccupati.

Il riscatto da parte di costoro non determina un’automatica iscrizione ad una gestione previdenziale, ma permette all’INPS di accantonare le somme raccolte nel Fondo Pensione dei lavoratori dipendenti, con una piccola rivalutazione a partire dalla data della domanda.

Ovviamente si può presentare domanda di trasferimento solo dopo acquisita l’iscrizione in una gestione previdenziale.

Secondo quanto indicato nella circolare INPS non esisterebbero preclusioni neanche per il flusso verso le Casse private per quanto concerne i trasferimenti delle somme contributive, anche se, solitamente, è conosciuta da tutti la difficoltà di effettuare questi “travasi”.

Il trasferimento, su richiesta del contribuente dovrebbe avvenire ad opera dell’Ente, pertanto una volta effettuata la domanda è la Cassa previdenziale prescelta ad effettuare controlli, fare valutazioni e richiedere all’altro ente o istituto le somme versate dal contribuente.

Il trasferimento è possibile anche verso i Fondi di previdenza dell’Unione Europea.

avv. Maria Antonella Mascaro

Aggiornamenti sul Covid

Oggi, il pericolo di vita è scampato, anche se non per tutti, ma si vuole continuare a dare qualche aggiornamento sul Covid, pur se per cercare notizie in merito al virus nelle rassegne stampa o, comunque, nel mondo mediatico, è sempre più faticoso. Da una parte è bello sfogliare le pagine di un giornale, accendere la televisione e non vedere, o sentire, o leggere notizie che hanno rabbuiato la nostra vita per oltre due anni, ma ignorare il fatto che il virus è ancora fortemente presente nel nostro paese e nel mondo sarebbe negare l’evidenza.

Secondo i dati ufficiali, elaborati dal Ministero della Salute, la discesa del Covid prosegue con un calo dei nuovi casi di circa il 40%. Nella scorsa settimana sono stati registrati più di 5.000 nuovi casi positivi; sono decedute circa 200 persone, meno rispetto alla settimana precedente; i tamponi effettuati sono stati circa 160.000 e il tasso di positività è sceso al 3,6%, quando la settimana prima era a 5,3%. Ridotta anche l’occupazione dei posti letto nei reparti dal 6% al 4.3% e in terapia intensiva dall’1,9% all’1,4%.

I tassi di ospedalizzazione e di mortalità sono elevati nelle fasce di età alte, cioè si parla di popolazione anziana, oltre gli 80 anni.

Il noto indice di trasmissibilità, cosiddetto Rt, è sotto soglia e registra una diminuzione rispetto alla settimana precedente.

Secondo una stima territoriale l’incidenza più alta si trova in Puglia, la più bassa in Sicilia.

C’è anche una percentuale di reinfezione che è un dato interessante perché seppur in diminuzione è oltre il 40%. Quanto alla variante predominante viene indicata dai dati in quella JN.1.

A questa breve carrellata positiva sulle recenti notizie del virus deve, però, aggiungersi un dato non molto confortante che colloca l’Italia e anche la Germania fra i paesi che non hanno riportato i dati riguardanti le vaccinazioni effettuate nella popolazione over 60.

A elaborare e divulgare i dati è il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC). L’ECDC riporta che a gennaio 2024 sono oltre 19 milioni i vaccinati over 60, ma in assenza dei dati dell’Italia e della Germania.

In questo interessante rapporto emerge che solo la Danimarca ha raggiunto una copertura vaccinale per la fascia di età over 60, dell’80%; tutti gli altri paesi sono al di sotto e Italia e Germania non hanno inviato i loro dati.

In Italia le campagne vaccinali degli ultimi tempi sono andate quasi deserte, merito, anche, di disinformazione e del fatto che dei vaccini, come si diceva sopra non si parla quasi più, debolmente consigliati ai fragili e alla popolazione anziana.

Oggi, forse, è difficile immaginare nuovamente lo scenario vissuto tre o quattro anni fa, come qualcosa che possa ripetersi o rifare, ma non ci si deve dimenticare che quelle misure e la vaccinazione ci hanno portato ad esserci oggi e a far sì che l’Italia sia stato indicato come uno dei paesi maggiormente virtuoso.

Importante averne sempre traccia nella memoria, anche per affrontare il presente e il futuro.

avv. Maria Antonella Mascaro

Enpam rinvia il contributo 4%

Enpam, con un comunicato apparso oggi sul sito istituzionale, ha rinviato al 30 giugno di quest’anno il termine per versare il nuovo contributo del 4 per cento a carico degli specialisti che esercitano in strutture private accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale.

Resta invece fissato al 31 marzo il consueto termine per il pagamento del contributo del 2 per cento, che invece è a carico delle strutture sanitarie.

La decisione del CdA della fondazione di rinviare è stata assunta a seguito del provvedimento del Tar del Lazio di sospensione dell’obbligo, diramato nei recenti comunicati di Acop.

L’ordinanza cautelare n. 58 del 2024, che ha sospeso il contributo in capo alle strutture sanitarie come sostituto d’imposta, non ha ravvisato lesioni economiche per ENPAM a seguito del provvedimento di sospensione, in quanto la fondazione è titolare del credito verso i medici, che devono e possono versare il contributo in prima persona entro il 31 di marzo, in luogo delle strutture sanitarie.

Ciononostante, il Consiglio di amministrazione dell’ente di previdenza dei medici e degli odontoiatri, pur potendo pretendere il pagamento dai medici e dagli odontoiatri entro il 31 di marzo, ha deciso di rinviare comunque la scadenza a giugno per non penalizzare i professionisti, in attesa di conoscere le determinazioni del Tar nel merito.

In ogni caso Enpam ha già annunciato lo studio di misure per alleggerire il peso del nuovo contributo del 4 per cento.

Italia-Africa: un ponte per una crescita comune

Oggi a Roma vertice Italia-Africa a Palazzo Madama, di fronte ai rappresentanti delle principali istituzioni mondiali (dall’Onu al Fmi), dei vertici europei e di 46 Stati africani.

La premier Giorgia Meloni ha puntato a spiegare la logica alla base del “piano Mattei” per l’Africa, evidenziando le risorse ed elencando le cinque priorità su cui concentrare l’azione.

Il vertice si colloca nella scia di iniziative simili promosse già negli anni passati, come le “Conferenze Ministeriali Italia-Africa” del 2016 e 2018 e poi di nuovo, nel 2021 “Incontri con l’Africa” a cui i rappresentanti delle Organizzazioni della società civile erano stati chiamati a partecipare, a dimostrazione del fatto che rafforzare le relazioni tra Italia e Africa è sempre stato centrale per il nostro Paese e lo è sempre stato unendo le prospettive di molteplici attori”.

“Le risorse previste dal Piano Mattei, diventato legge, se saranno rese davvero disponibili, sono cospicue (3 miliardi dal Fondo per il clima, 7-800 milioni dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono)”. Per tale ragione si auspica che “il Piano non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti”.
Gli “interventi strategici di medio e lungo periodo” saranno focalizzati su istruzione e formazione, sanità, agricoltura, acqua ed energia. E dovranno essere finalizzati ad “aiutare il continente a crescere e prosperare partendo dalle sue immense risorse”, ha esordito Meloni. Un Piano “non calato dall’alto” ma che si baserà su una “piattaforma programmatica condivisa”, fuori da “un’impostazione predatoria o caritatevole”. E che dovrà vedere l’impegno dell’Italia con “tutto il sistema-Paese, a partire dalla cooperazione allo sviluppo e dal settore privato”. 

Quanto al finanziamento, ha detto, si potrà “contare su una dotazione iniziale di oltre 5,5 miliardi di euro: 3 miliardi sono destinati dal fondo italiano per il clima e il resto dal fondo cooperazione e sviluppo”. Con l’intenzione di coinvolgere “le istituzioni finanziarie internazionali, le banche multilaterali di sviluppo, l’Unione Europea e altri stati donatori” e creare “entro l’anno un nuovo strumento finanziario per agevolare insieme a Cassa depositi e prestiti gli investimenti del settore privato”. I primi progetti riguardano alcune nazioni africane “nel quadrante sub-sahariano e in quello nordafricano con l’obiettivo di estendere progressivamente” l’iniziativa “seguendo una logica incrementale”, ha puntualizzato. 

ISTRUZIONE E FORMAZIONE. Il capitolo “istruzione e formazione è decisivo”, ha sottolineato Meloni ricordando che “qualsiasi investimento per portare ricchezza ha bisogno di un’adeguata istruzione e formazione per costruire ponti, ferrovie e impianti fotovoltaici, strade, scuole, ospedali”. La premier ha citato un progetto in Marocco “dove puntiamo a organizzare un centro d’eccellenza per la formazione professionale sul tema delle rinnovabili”. Il Piano promuoverà lo scambio, la formazione e l’aggiornamento dei docenti, nuovi corsi di professionali, l’adeguamento dei curricula ispirandosi al ‘modello’ italiano di Pmi. Un progetto in Tunisia per la “riqualificazione infrastrutturale delle scuole nel 2024”.

SALUTE. Si vogliono rafforzare i sistemi sanitari. In questo ambito la prima nazione che sarà coinvolta è la Costa d’Avorio, “dove il nostro obiettivo – ha spiegato – è migliorare l’accessibilità e la qualità dei servizi primari con un’attenzione ai più piccoli, alle loro mamme, alle persone più fragili”. Tra le iniziative che verranno messe in cantiere, secondo quanto riferito, lo sviluppo di strategie e sistemi di prevenzione e contenimento delle minacce alla salute, in particolare pandemie e disastri naturali. 

AGRICOLTURA. “Non siamo impegnati solamente sulla food security, non solo food safety: la sfida non è solo garantire cibo per tutti ma cibo di qualità per tutti. Ed è fondamentale in questo il ruolo della ricerca che non deve servire per produrre cibo in laboratorio e andare verso un mondo in cui chi è ricco mangia cibo naturale e chi è povero mangia cibo sintetico con effetti sulla salute che non possiamo prevedere: il mondo che vogliamo è un mondo che viene mantenuto il legame millenario tra uomo e terra e la ricerca garantisce quel legame”, ha osservato Meloni, la quale ha evidenziato l’importanza di cogliere le possibilità che offrono le tecnologie “in termini di osservazione terrestre e raccolta dei dati per avere informazioni su fenomeni come la deforestazione, sugli sprechi dell’acqua e lo stato di salute delle agricolture”.

Aggiornamenti sugli emendamenti al decreto milleproroghe

Si spazia su diversi argomenti per quanto concerne gli emendamenti proposti dalla maggioranza al decreto milleproroghe che dovrà passare il vaglio delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera dei deputati nei prossimi giorni.

Una elencazione riassuntiva per dare il quadro della vastità delle materie contemplate.

Un argomento del quale ci si è occupati recentemente è la richiesta, nell’ambito dell’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza di finanziare il Fondo per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, per 10 milioni di euro per l’anno 2024.

Per quanto attiene al personale sanitario fino al 31 dicembre 2024 si potrà assumere a tempo indeterminato il personale del ruolo sanitario e sociosanitario che era stato assunto a tempo determinato senza il requisito, prima presente, di aver lavorato almeno sei mesi tra il 31 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2022. Le aree sanitarie attivate nell’ambito regionale territoriale durante l’emergenza della pandemia continuano ad essere operative in proroga fino alla fine del 2024.

Riguardo all’età pensionabile dei medici e degli infermieri (altro argomento dibattuto) non si tratterebbe di imposizione, ma di una possibilità per gli infermieri di fare domanda di autorizzazione di trattenimento in servizio fino ai 70 anni e per i medici fino ai 72, al fine di fronteggiare le gravi carenze del personale del Sistema Sanitario Nazionale fino al 31 dicembre 2025.

Potranno trattenersi fino ai 70 anni anche i ricercatori universitari di area medica e chirurgica. Negli emendamenti è presente anche la possibilità per i professionisti cittadini ucraini, residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022, esercitare le attività sanitarie, a seconda delle qualifiche conseguite all’estero, sul territorio nazionale, presso strutture sanitarie o sociosanitarie pubbliche o private.  

Ugualmente dicasi per l’esercizio temporaneo dell’attività lavorativa in deroga in base ad una qualifica professionale conseguita all’estero.

Fino al 31 dicembre 2026, agli esercenti le professioni sanitarie dipendenti dalle aziende ed enti del Servizio sanitario nazionale, al di fuori dell’orario di lavoro, è data la possibilità di svolgere attività libero professionale, senza incompatibilità.

Ancora in proroga fino al 31 dicembre 2024 le sanzioni per il mancato rispetto dell’obbligo vaccinale.

Altra importante novità riguarda lo scudo penale per i medici, secondo cui l’omicidio colposo e le lesioni personale colpose commesse nell’esercizio di una professione sanitaria e che trovano causa nella situazione di emergenza, sono punibili solo nei casi di colpa grave, anche per gli anni 2024 e 2025. Nelle more della revisione della disciplina sulla responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie, la limitazione della punibilità ai soli casi di colpa grave, continua ad applicarsi fino al 31 dicembre 2024 per omicidio colposo e lesioni personale colpose, commesse nell’esercizio di una professione sanitaria, in considerazione della contingente situazione di grave carenza di personale.

Altri importanti emendamenti riguardano il vaccino anti pneumococco che potrà essere somministrato nelle farmacie, come avviene già per quello antinfluenzali e per quello anti-Covid. Ancora, fondi per l’assistenza dei piccoli pazienti oncologici e proroga per i contratti relativi ai farmaci innovativi.

Nelle more dell’aggiornamento dei Lea, si prevede un rifinanziamento di un milione di euro al fine di consentire l’accesso e il potenziamento dei test di Next-Generation Sequencing di profilazione genomica dei tumori per i quali sono disponibili farmaci prescrivibili.

Esteso fino al 2026 lo screening nazionale gratuito per l’eliminazione del virus Hcv. Estensione anche per lo screening mammografico di prevenzione del tumore al seno, per donne comprese nella fascia di età dai 45 ai 74 anni.  

Innovativa l’istituzione da parte di Agenas di un osservatorio permanente sulle terapie digitali, al fine di monitorare tempestivamente gli sviluppi scientifici e tecnologici delle terapie digitale, cioè gli interventi terapeutici mediati da software.

Come si può notare ambiti fra i più disparati (e non sono neanche tutti), alcuni dei quali, va detto, non sarebbero argomenti da trattare in regime di prorogatio, ma necessiterebbero di una vera e propria previsione normativa!

avv. Maria Antonella Mascaro

Annullate le selezioni per Direttori Generali in Calabria

Una decisione improvvisa ha scosso il panorama sanitario in Calabria, con l’annuncio da parte della Regione dell’annullamento delle selezioni in corso per nominare i direttori generali dell’Asp di Vibo Valentia, del Gom di Reggio Calabria e dell’ospedale Annunziata di Cosenza.

Queste procedure facevano parte di una strategia più ampia per stabilizzare la leadership delle aziende sanitarie calabresi, precedentemente gestite da commissari straordinari. L’intento di fornire stabilità attraverso la nomina dei direttori generali è stato improvvisamente disatteso con una breve nota inviata ai candidati poco prima dei colloqui, senza fornire ulteriori spiegazioni.

Il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha dichiarato che la decisione è stata presa per tutelare i candidati, in particolare a causa dell’insediamento della Commissione prefettizia nella Asp vibonese, il cui prolungamento oltre il termine noto ha suggerito l’eliminazione di questa sede dalle scelte dei potenziali direttori generali.

Occhiuto ha sottolineato che l’annullamento della procedura selettiva è stato deciso per evitare eventuali ricorsi che avrebbero potuto inficiare la procedura anche per le nomine nelle altre sedi messe a bando. La struttura commissariale, ringraziando la Commissione valutatrice, ha annunciato che nei prossimi giorni si ripartirà con nuovi avvisi di selezione separati, al fine di giungere quanto prima alla stabilità degli assetti di governance del sistema sanitario regionale. La mossa ha generato incertezza e attesa nella comunità sanitaria calabrese, mentre si attendono ulteriori sviluppi nelle prossime ore. 

Il consigliere regionale Ernesto Alecci ha sollevato pesanti critiche sulla decisione di Occhiuto. Ha infatti dichiarato che questa decisione, anziché portare stabilità al settore sanitario, evidenzia la mancanza di visione e programmazione da parte della struttura commissariale guidata da Occhiuto. Il consigliere ha rimarcato come il Presidente abbia spesso sottolineato l’urgenza di reclutare risorse umane qualificate per rivitalizzare la sanità calabrese, ma l’annullamento delle selezioni rappresenta un passo indietro dopo mesi di attesa.

La sensazione di Alecci è che manchi un piano programmatico chiaro e che la struttura commissariale sembri navigare a vista.

“Proprio il presidente, infatti, più volte da quando è alla guida della Sanità calabrese – prosegue – ha sottolineato la necessità di non perdere tempo e di dare stabilità ad un comparto “in coma”, attraverso il reclutamento delle migliori risorse umane, capaci di spendere sui territori in maniera efficiente ed efficace le grandi risorse economiche attualmente disponibili. Ebbene, il procedimento in questione, dopo mesi di attesa (era stato avviato l’estate scorsa) doveva portare finalmente alla nomina di nuovi direttori, per dare stabilità a quel percorso di rinnovamento e ristrutturazione di cui la Sanità ha fortemente bisogno, e, invece, ci troviamo al punto di partenza, avendo atteso mesi per un altro nulla di fatto”. “La sensazione – aggiunge Alecci – è che non ci sia un vero piano programmatico alla base delle azioni della struttura commissariale, che si “navighi a vista”. Anche la grande protagonista di questo nuovo corso, la famigerata “Azienda Zero”, dopo la sua istituzione, è stata già più volte riorganizzata e non ha ancora avviato nessuna azione di rilievo. Così, a più di 2 anni dal commissariamento Occhiuto, si registrano ancora gravi carenze sia per quanto riguarda le strutture ospedaliere che la medicina territoriale”. 

“Come abbiamo più volte evidenziato, i nostri ospedali, nonostante i grandi sacrifici del personale, continuano ad utilizzare macchinari obsoleti, a non garantire i livelli essenziali di assistenza, le liste d’attesa aumentano, la migrazione sanitaria è sempre più preoccupante – conclude il consigliere dem –. Ci troviamo quasi alla soglia di metà mandato per questa legislatura ed al netto dei tanti proclami non si registra nessun cambio di marcia per la sanità calabrese”.

Stop ai gettonisti in Lombardia

Nonostante il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, nel decreto “Bollette” dello scorso maggio 2023 abbia deciso di vietare in maniera graduale il ricorso ai cosiddetti “medici a gettone”, la verità sta nel fatto che queste figure tamponano le difficili situazioni degli ospedali e delle strutture sanitarie a causa dell’annosa carenza di personale sanitario.

La regione capofila che vieta i gettonisti e le cooperative interinali deputate agli ingaggi è la Lombardia, dove è stato indetto un bando pubblico, dunque, per “assumere”, o forse sarebbe più corretto dire, ingaggiare liberi professionisti da assegnare ai Pronto Soccorso e alle relative sale operatorie. Un controllo pubblico, dunque, che, seppur stabilito a livello decentrato – si ricorda che la sanità è materia anche delegata alle regioni – in qualche modo regolamenta la situazione, sfuggita di mano al governo centrale, e fa sì che non ci siano sovraccosti per la sanità pubblica e privata accreditata.

Va, comunque, ricordato che il fenomeno dei gettonisti perdurerà ancora per tutto il 2025 e forse oltre.

In Lombardia è stata prodotta una delibera regionale nello scorso dicembre, in virtù della quale l’Agenzia regionale per l’emergenza e urgenza ha pubblicato un bando per reclutare i medici che potranno lavorare con contratti libero professionali. Le candidature si sono chiuse il 20 gennaio e la domanda è rivolta a tutti i medici specialisti in anestesia, rianimazione, terapia intensiva e del dolore, specialisti in medicina d’emergenza e urgenza, medici in formazione specialistica in tutte le discipline e medici non specialisti.

Quanto ai compensi, anch’essi vengono regolamentati, a seconda dell’anzianità, dell’esperienza e della specializzazione, oscillando dai quaranta agli ottanta euro lordi.

Lo si deve ammettere: compensi del tutto diversi da quelli destinati attualmente ai gettonisti, di cui si è spesso parlato e che a volte superano i centoventi/centocinquanta euro all’ora. Infatti il dubbio è relativo alla risposta al bando o a futuri bandi di tal fatta.

E’ certamente un inizio necessario per evitare ulteriori aggravi di spesa al sistema sanitario nazionale.

Il fenomeno dei gettonisti nasce sia dai tagli del passato sulle assunzioni, sia dal tetto di spesa sul personale sanitario che perdura da circa venti anni. In pratica per assumere non si può spendere più di quanto si sia speso, fatto avvenuto nel corso di questi anni; motivo per il quale la scomparsa definitiva dei gettonisti non avverrà a breve.

Si cerca di adottare una soluzione nazionale che dovrebbe condurre, dopo la fine di tutti i nuovi affidamenti annuali e secondo le linee guida che il Ministero della Salute sta per esplicitare, a “stabilizzare” i medici professionisti con compensi che si aggirano intono ai settanta/ottanta euro lordi all’ora.

avv. Maria Antonella Mascaro

Richiesto un incontro urgente in Regione Lazio

La sede regionale Acop Lazio, in rappresentanza del comparto privato accreditato, ha richiesto un incontro urgente in Regione che possa portare ad una celere soluzione delle questioni che maggiormente preoccupano gli operatori privati accreditati. In gioco c’è la stessa sostenibilità del servizio sanitario da sempre garantito all’utenza.

Gli argomenti posti all’attenzione dell’Ente regione sono:

  • Le preoccupanti novità introdotte dalla DGR n. 977 del 28 dicembre 2023;
  • I rimborsi degli oneri incrementali sostenuti dalle strutture sanitarie per il rinnovo del CCNL del comparto della sanità ospedaliera;
  • I ristori degli anni 2021 e 2022 e azioni di recupero avviate dalle Aziende Sanitarie.

In assenza di interventi riparatori, tutte le strutture sanitarie associate Acop saranno costrette a tutelare i propri interessi e diritti, affidandosi alle competenti Autorità Giudiziarie per la risoluzione delle criticità.

In allegato il testo della comunicazione.

I disturbi alimentari in bilico come malattie sociali

Si parla continuamente e molto insistentemente delle malattie relative ai disturbi alimentari quali: anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata e disturbo evitante/restrittivo, oltre che night eating syndrome, oggi più che mai evidenziati anche da logoranti programmi televisivi che fanno prendere coscienza, anche a chi ancora non ne avesse, della diffusione di queste vere e proprie malattie sociali che devastano la popolazione giovane, ma sono appannaggio anche dell’età adulta.

Le notizie meno conosciute riguardano, invece, il fatto che la legge di Bilancio del dicembre 2021 aveva istituito il Fondo per il contrasto dei Disturbi della Nutrizione ed Alimentazione con un finanziamento di venticinque milioni in due anni, dunque per il 2022 e per il 2023, che, diversamente, quest’anno il Governo non rifinanzierà.

La contraddizione è in termini, poiché in Senato, nel marzo 2023 è stato presentato un disegno di legge, a firma del Senatore Baldoni (appartenente al partito di maggioranza) che propone interventi legislativi importanti in un settore, quello dei disturbi alimentari, che colpisce un’alta percentuale degli adolescenti e che nel suo esordio, all’articolo 1, riconosce l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa, il disturbo da alimentazione incontrollata e il disturbo evitante/restrittivo come malattie sociali, oltre a definire perimetri molto ampi in tema di allargamento e dunque di finanziamenti pubblici per la cura di queste malattie, che, ottenendo la qualifica di malattie sociali, sarebbero totalmente a carico del servizio sanitario nazionale.

Al 31 dicembre 2021 la mappatura effettuata dalla Fondazione Veronesi prendeva in considerazione 91 strutture su tutto il territorio nazionale: 48 centri al Nord (di cui 16 in Emilia Romagna), 14 al Centro Italia e 29 tra Sud e Isole. In queste strutture lavorano circa mille professionisti, tutti formati e aggiornati: soprattutto psicologi, psichiatri o neuropsichiatri infantili, infermieri e dietisti. Sono inoltre presenti gli educatori professionali, i medici di area internistica, i pediatri, i medici specialisti in nutrizione clinica e scienza dell’alimentazione, i tecnici della riabilitazione psichiatrica, gli assistenti sociali e, non ultimi, i fisioterapisti e gli operatori della riabilitazione motoria. Il censimento, in continua evoluzione, consente anche di conoscere informazioni relative all’utenza assistita. Risultano in carico ai Centri censiti oltre 8.000 utenti. Poco meno di 3.000 sono in carico da più di 5 anni e soltanto nell’ultimo anno di riferimento (2020) hanno effettuato una prima visita circa 4.700 pazienti. L’utenza in carico è prevalentemente di genere femminile 90% rispetto al 10% di maschi. Il 59% degli utenti hanno tra i 13 e 25 anni di età, il 6% hanno meno di 12 anni. Rispetto alle più frequenti diagnosi l’anoressia nervosa è rappresentata nel 42,3% dei casi, la bulimia nervosa nel 18,2% e il disturbo di binge eating nel 14,6%.

Queste elaborazioni risultano già notevolmente datate in quanto risalenti a più di due anni fa. Il fenomeno non è in remissione ma in evoluzione.

Il disegno di legge citato considera i disturbi alimentari talmente importanti da prevedere l’introduzione nel codice penale del reato di istigazione a pratiche idonee a provocare un disturbo del comportamento alimentare con la previsione di una reclusione fino a 2 anni di reclusione per gli istigatori, con un aggravamento del reato fino a quattro anni di reclusione se la vittima è una persona in difesa minorata, o un minore di quattordici anni quattordici o una persona priva della capacità di intendere e volere.

Nel disegno di legge sarebbe previsto, dunque, un piano di intervento a vari livelli: statale, regionale e territoriale, anche in relazione al monitoraggio di siti, canali social che diffondono fra i minori e gli adolescenti comportamenti alimentari scorretti, pericolosi in quanto possono istigare condotte alimentari che portano ai disturbi.

Dunque è giusto che imperversi una polemica come quella di questi giorni sul mancato rifinanziamento del Fondo dedicato ai disturbi alimentari in aumento, tanto è vero che ciò ha provocato un intervento del Ministro della Salute, che rispondendo ieri alla Camera nel corso del question time ha annunciato un rifinanziamento del Fondo per il contrasto dei Disturbi della Nutrizione ed Alimentazione per circa 10 milioni di euro attraverso un emendamento da inserire nel decreto milleproroghe in discussione proprio alla Camera dei Deputati.

avv. Maria Antonella Mascaro

I principali provvedimenti in ambito sanitario all’esame del Parlamento

Di seguito elencati i provvedimenti, di maggior interesse per i nostri associati, che il Parlamento è chiamato ad analizzare in materia sanitaria.

Iniziativa governativa:

DL Milleproroghe 215/2023 (A.C. 1633), che riguarderà:

▪ Proroga esenzione emissione fatturazione elettronica per operatori sanitari (art. 3, comma 3)

▪ Proroga approvazione bilancio 2024 per Ordini professioni sanitarie (art. 4, comma 1)

▪ Proroga assunzione carichi provvisori o di sostituzione per specializzandi e laureati 31 dicembre 2024 (art. 4, comma 2)

▪ Proroga validità iscrizione a elenco per incarichi di direttore generale 31 dicembre 2024 (art. 4, comma 3)

▪ Proroga validità iscrizione a elenco per incarichi di direttore generale 31 dicembre 2024 (art. 4, comma 3)

▪ Proroga assunzione medici senza specializzazione 31 dicembre 2024 (art. 4, comma 5)

▪ Proroga incarichi a personale in quiescenza 31 dicembre 2024 (art. 4, comma 6)

▪ Proroga incentivi riorganizzazione della rete dei laboratori 31 dicembre 2024 (art. 4, comma 8)

▪ Proroga sperimentazione remunerazione farmacia dei servizi 2024 (art. 4, comma 7)

▪ Proroga di termini in materia di università e ricerca (art.6)

▪ Proroga convenzione con Sogei per sistema tessera sanitaria 31 dicembre 2024 (art. 12, comma 12)

▪ Proroga attività della Cabina di regia per LEP (art. 15)

Ddl Deleghe per la semplificazione dei procedimenti amministrativi e misure in materia farmaceutica e sanitaria (A.C. 1640), che riguarderà:

▪ Semplificazione e accelerazione dei procedimenti per le persone con disabilità (Art. 3)

▪ Semplificazione e accelerazione dei procedimenti nei settori farmaceutico e sanitario (art. 4)

▪ Dematerializzazione delle ricette mediche per la prescrizione farmaci (art. 7)

▪ Misure di semplificazione dell’assistenza farmaceutica dei pazienti cronici (art. 8)

▪ Disposizioni in materia di contrasto alla carenza dei medicinali (art. 9)

Iniziativa parlamentare

Sen. Cantù (Lega) Sen. Zampa (PD)

Ddl Potenziamento medicina territoriale e assistenza primaria (A.S. 227; A.S.726), che riguarderà:

▪ Rete di medicina territoriale “Salute Globale” (One Health) di promozione della salute, prevenzione e continuità di assistenza e cura;

▪ Modifica alla disciplina dei rapporti per l’erogazione delle prestazioni assistenziali;

▪ Misure straordinarie relative alla missione 6 PNRR per sopperire carenza medici convenzionati.

Sen. Bucalo (FdI) Sen. Marti (Lega)

Ddl Accesso ai corsi di laurea magistrale in medicina e chirurgia (A.S. 915 , A.S. 942 e A.S. 916), che riguarderà:

▪ Eliminazione procedura di ammissione al corso di laurea in medicina e chirurgia previo superamento di apposite prove di cultura generale (art. 1)

▪ Liberalizzazione corso propedeutico nel primo semestre di studio (art. 2 comma 1, 2 e 3)

▪ Regolamentazione materie, esami, e modalità di erogazione del corso propedeutico (art. 2 comma 4, 5 e 6)

▪ Prova di selezione nazionale (art. 2 comma 7, 8, 9 e 10)

▪ Copertura posti vacanti (art. 2 comma 11)

Lo scudo penale per i medici

Il Ministro della salute ritorna a parlare di depenalizzazione dell’atto medico. Lo aveva fatto già dai primi mesi dello scorso anno rilasciando interviste alle più importanti testate giornalistiche italiane, lo fa nuovamente oggi in maniera più incisiva, ma nonostante l’istituzione di una Commissione per lo studio e l’approfondimento delle problematiche relative alla colpa professionale medica, che è stata istituita con decreto del Ministro e si è insediata nell’aprile scorso, ancora gli annunci non si sono concretizzati.

L’obiettivo consiste nell’individuare un punto di equilibrio tra la tutela del paziente e la serenità del medico nella prestazione della sua opera.

Dunque scudo penale perché si tratterebbe di depenalizzare i reati colposi commessi nell’esercizio dell’attività professionale del medico, senza intaccare la responsabilità civile, ma fino a quasi escludere la colpa (se non quella grave).

In Italia le circa quarantamila denunce presentate contro medici e strutture sanitarie, nel 97% dei casi, in ambito penale, terminano con il proscioglimento o l’assoluzione nel merito del medico. Questo, però, comporta costi giganteschi per lo Stato e, dunque, per i cittadini.

Il problema degli errori medici esiste, ma si tratta molto spesso di infezioni correlate all’assistenza sanitaria che si trasformano in decessi nell’1% dei casi. Queste sono stime, non dati certi, diversamente dai costi che sono facilmente individuabili.

A tale fine esercita un ruolo centrale l’Osservatorio Nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza in sanità, istituito presso l’Agenas dalla Legge Gelli Bianco. Questo organismo contribuisce a potenziare la capacità del sistema sanitario di garantire sicurezza delle cure attraverso la raccolta di dati sugli eventi avversi, sulle cause ed entità del contenzioso, sulla definizione ed elaborazione di linee guida, nonché sullo scambio di buone pratiche.

Da questa fonte si dovrebbe attingere la condivisione e la promozione di conoscenze e di esperienze per avere una fotografia chiara sulla sicurezza delle cure nelle strutture sanitarie, individuare disfunzioni e indicare gli strumenti per imparare dall’errore e cercare di impedirlo.

L’Italia rischia di rimanere indietro rispetto ai paesi europei in ordine alla responsabilità sanitaria. In linea con le recenti riforme processuali e con l’introduzione di forme di mediazione obbligatoria si potrebbe ridurre l’ingente contenzioso creato da denunce, spesso pretestuose o mal consigliate, anche per impedire che i medici abbiano “paura” di prestare la propria, doverosa, opera professionale.

A tal proposito la legge Gelli Bianco, a distanza di sei anni dalla sua introduzione, conserva tutta la sua validità, ma ha bisogno di una revisione per rispondere alle istanze e alle criticità ancora esistenti.  

avv. Maria Antonella Mascaro

La crisi del SSN

Da oltre un decennio il nostro Servizio sanitario nazionale è sfiancato da un’opera di logoramento che ha provocato una crisi senza precedenti nel settore del personale sanitario, provocando la “grande crisi”: dal blocco delle assunzioni alla mancata programmazione della formazione dei medici, dalla decrescita dei salari di medici e infermieri alla fuga all’estero dei professionisti.

Il lungo assedio al SSN, metafora che ben illustra la situazione in atto da oltre un decennio, si sta realizzando da tempo con una specifica strategia. Un assedio è finalizzato a conquistare la città, con la fame e con la sete, tramite l’interruzione della fornitura di acqua e di alimenti. Nel caso specifico non si è trattato solo di interrompere il finanziamento del SSN, poiché non ci si cura con le banconote, ma di interrompere miratamente la fornitura di quanto indispensabile e acquisibile con i finanziamenti. Non si è interrotto o ridotto l’acquisto di attrezzature sanitarie, anch’esse rilevanti per il funzionamento delle attività. Il nostro paese ha una abbondanza di tecnologie (Tc, Rm, Pet, Sale ibride, Robot chirurgici ecc.), come si evidenzia dal confronto con altri paesi europei; una risorsa spesso non ben distribuita e non pienamente utilizzata.

L’assedio ha pertanto progressivamente ridotto, e spesso interrotto il rifornimento di cibo e acqua, cioè del capitale umano: medici e infermieri.

La crisi del personale sanitario è un problema comune a molti paesi europei.  Hans Kluge, direttore dal WHO Europa, in occasione della 73° sessione del Comitato regionale ha definito la carenza di personale sanitario e assistenziale, una “crisi tremenda”, una vera e propria “bomba a orologeria”. Una bomba la cui intensità è, per l’Italia, assai più rilevante e la tempistica della esplosione ormai prossima; un ordigno per il quale non si intravedono approssimarsi artificieri per disinnescarlo.

La crisi del personale sanitario si inserisce infatti in uno scenario nazionale che risulta complesso sotto più profili.

  • Il primo fattore è rappresentato dall’andamento demografico,che non appare roseo, poiché la percentuale di popolazione di età 0 – 14 risulta fra i più bassi (12,9%) e pertanto la popolazione in età lavorativa, al netto della migrazione, si ridurrà ulteriormente fino a raggiungere, nel 2030, l’indice di dipendenza degli anziani più elevato fra i paesi europei.
  • Il secondo fattore consiste nella riduzione della presenza statale in molti settori produttivi e di servizio, con un rapporto di dipendenti pubblici/popolazione pari a 5,5 x 100 abitanti (Germania 6.1, Spagna 7.3, UK 8.1, Francia 8.3). Un salasso attuato negli anni che ha colpito la Scuola, l’Università, gli Enti locali, i Centri di ricerca pubblica, i Musei statali, le Biblioteche, le Sovrintendenze e Servizi sociali e, in misura rilevante, il Servizio sanitario nazionale.
  • L’ulteriore, terzo fattore, riguarda la decrescita dei salari. Il salario medio annuale, nel corso dell’ultimo trentennio (1990 – 2020) è diminuito in Italia del 2.9%. Unico paese europeo con il segno negativo, mentre si è assistito in Europa a una crescita generalizzata: Spagna + 6.2, Portogallo + 13.7, Austria + 24.9, Grecia + 30.5, Francia: + 31.1, Germania: + 33.7, Danimarca: + 38.7, Svezia + 63.0.

Questo insieme di problematiche avrebbe doverosamente suggerito una pianificazione del capitale umano (o forza lavoro, per usare un termine più brutale) della sanità particolarmente accurato, lungimirante e per un ampio arco temporale, in considerazione dell’alta qualificazione della forza lavoro occupata in quest’ambito, dell’onere rilevante per la formazione, stimato, per un medico per qualificarsi a fini occupazionali, intorno ai 200.000 €, nonché della rilevanza costituzionale del diritto alla salute che, attraverso il servizio sanitario, si concretizza.

Infine l’esperienza pandemica avrebbe dovuto disvelare la rilevanza di un adeguato servizio sanitario pubblico, e quindi imporre congrue riforme e i necessari finanziamenti, tenuto conto, come ha scritto la Commissione istituita dal WHO Europa e presieduta dal Senatore Mario Monti, che “… la pandemia ha rivelato che investimenti sanitari inadeguati, soprattutto nei sistemi sanitari pubblici, possono costituire di per sé una fonte di rischio macro-critico, non solo per il Paese in questione, ma per il mondo”.

I due maggiori comparti di personale del SSN sono rappersentati da 102.491 medici, con età media 50,9 anni, che rappresentano il 22.9% del personale (51,2%  donne) e  da 264.768 unità di personale infermieristico, che rappresentano il 59.2% della forza lavoro, con una età media del 46,9 (77,8% donne).

I medici in Italia non sono pochi rispetto alla popolazione (4.0 x 1.000 abitanti) in linea con la media europea (EU 27). Un confronto con la media di quattro paesi per più aspetti “prossimi” evidenzia un numero di medici per 1.000 abitanti in Italia del 4,06, a fronte di una media di 3,58 di Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna; in numeri assoluti in Italia + 28.981 medici. Il risultato, tuttavia, cambia se il rapporto viene effettuato rispetto alla popolazione over 75; in tal caso mancano in Italia 17.189 medici.

Situazione in realtà assai più critica per gli infermieri. La media europea di infermieri rispetto alla popolazione è di 8.3 x 1.000 abitanti, mentre in Italia ci si attesta a 6.3!  Ciò comporta che la ratio infermieri/medici è bassissima: Italia 1.6; EU 2.2.  Se utilizziamo il confronto fatto con i quattro paesi sopra individuati (Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna) mancano in Italia 237.282 infermieri; se il confronto viene attuato rispetto alla popolazione over 75 (criterio assai rilevante specie per il personale infermieristico) mancano all’Italia 350.074 unità di personale!

Industria 4.0: Credito d’Imposta al 40%, cancellata la proroga a giugno

Un’importante novità, in tema di Industria 4.0, doveva essere inserita nel Decreto Milleproroghe 2024, sottoscritto nel corso del Consiglio dei Ministri del 28 Dicembre 2023.

All’art. 9, comma 1, della bozza si leggeva infatti: “Il termine del 30 novembre 2023, di cui all’articolo 1, commi 1055 e 1057, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, relativi a crediti di imposta per investimenti in beni strumentali, è differito al 30 giugno 2024”.

Questa proroga avrebbe avuto effetto sui beni 4.0 per i quali, entro il 31 dicembre 2022, gli imprenditori avevano pagato un anticipo pari ad almeno il 20% del valore e che avrebbero dovuto essere consegnati entro il 30 novembre per poter godere del Credito d’Imposta al 40%. In assenza di tale consegna, infatti, il beneficio fiscale sarebbe sceso dal 40% al 20%. Tutto questo stando alla bozza, approvata e diffusa dopo il Consiglio dei Ministri, dettata dalla presa d’atto del fatto che, complice la prevista la riduzione delle aliquote, molti investimenti erano stati iniziati nel 2022, creando un accumulo di ordini che molti fornitori (malgrado una proroga già concessa da giugno 2023 a novembre 2023) non sono stati in grado di soddisfare entro i termini previsti.

Ma la proroga è scomparsa…

A differenza di quanto annunciato e di quanto scritto sulla bozza diffusa dal Consiglio dei Ministri, il Decreto Legge n 215 del 30 dicembre 2023, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 303 del 30/12/2023 non contiene la proroga. Una cancellazione arrivata senza giustificazioni ufficiali e, complice il periodo festivo, senza nessuna rimostranza delle associazioni di categoria.

Allo stato attuale, quindi, rimane in vigore la normativa già nota e che (anche alla luce di una serie di modifiche/integrazioni successive) è la seguente: “Alle  imprese che effettuano investimenti in beni strumentali nuovi indicati nell’allegato A annesso alla legge 11 dicembre 2016, n. 232, a decorrere dal 1° gennaio 2022 e fino al 31  dicembre  2022, ovvero entro il 30 novembre 2023, a condizione che entro la data del 31 dicembre 2022 il relativo ordine risulti accettato  dal  venditore  e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20  per cento del costo di acquisizione, il credito d’imposta e’ riconosciuto nella misura del 40 per cento del costo, per la quota di investimenti fino a 2,5 milioni di euro, nella misura del 20 per cento del  costo, per la quota di investimenti superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, e nella misura del 10 per cento del costo, per la quota di investimenti superiori a 10 milioni di euro e fino al limite massimo di costi complessivamente ammissibili pari a  20  milioni  di euro.”

In estrema sintesi, quindi, tutti i beni 4.0 per i quali sia stato pagato un anticipo pari ad almeno il 20% entro il 31/12/2022 potranno godere di un credito d’imposta pari al 40%, solo se consegna sia avvenuta entro il 30 novembre 2023.

Auricolari per il cuore

Una ricerca dell’Imperial College di Londra sta sperimentando l’invenzione di un dispositivo, grande poco più di un auricolare, che sarebbe in grado di rilevare e analizzare il battito cardiaco ventiquattro ore su ventiquattro. Lo studio è rivoluzionario in quanto l’auricolare dovrebbe e potenzialmente potrebbe, in futuro, sostituire il tradizionale elettrocardiogramma con due misurazioni su tre.

Si chiama hearables e potrebbe essere commercializzato entro due anni, anche se il costo è attualmente piuttosto alto, aggirandosi intorno alle quattrocento sterline.

I ricercatori hanno testato gli auricolari confrontandoli con un elettrocardiogramma tradizionale con due elettrodi sul petto. I risultati hanno fornito una lettura del battito cardiaco veloce e lento del tutto simile a quella dell’ECG per forma e per grandezza. La diversità, rispetto al tradizionale elettrocardiogramma albergherebbe nella forma e nella profondità delle onde che non sono simili a quelle dell’elettrocardiogramma toracico e dunque si perverrebbe ad una lettura meno veritiera della situazione cardiaca del paziente.

Questo aspetto diventa molto importante, specialmente nei casi di fibrillazione atriale, un’aritmia molto diffusa a causa della quale l’attività elettrica degli atri è completamente disorganizzatae non corrisponde a un’attività meccanica efficace. La variabilità della conduzione atrioventricolare fa sì che i ventricoli si contraggano in maniera irregolare. La contrazione irregolare e rapida delle camere cardiache determina una riduzione del volume di sangue, determinando, così, un alterato apporto di sangue agli organi.

I pazienti affetti da questa aritmia evidenziano nel tracciato ECG una serie di piccole onde all’inizio della lettura, piuttosto che una singola onda più grande.  A tal fine gli studiosi stanno lavorando per rendere il dispositivo più sensibile. Addirittura la ricerca si sta sviluppando affinchè gli auricolari possano essere utilizzati anche per monitorare il cervello, rilevando i livelli di sonno e di stress, fattori che influenzano l’attività cardiaca.

Tecnicamente gli auricolari sono collegati a un algoritmo che interpreta la lettura dell’elettrocardiogramma e può avvisare i pazienti se devono consultare uno specialista.   

Ovviamente gli elettrodi attaccati al torace o al collo danno una lettura più precisa del tracciato, in quanto per gli auricolari il movimento della testa potrebbe far spostare il dispositivo, ma gli studiosi stanno affinando la tecnica per adattarli in modo più aderente all’orecchio, in quanto più comodi e discreti di un elettrodo.

Se e quando verranno perfezionati e commercializzati se ne potrebbe fare uso anche mettendoli a disposizione del servizio sanitario nazionale.

avv. Maria Antonella Mascaro

I flussi migratori dei pazienti

Inizia il nuovo anno ed è tempo di bilanci su più fronti. Quelli relativi al mondo sanitario non sono rassicuranti. Quelli, poi, relativi a quali regioni offrano le cure migliori ancor meno, se si analizzano i continui fenomeni migratori di pazienti.

Agenas, Agenzia nazionale per i servizi territoriali, ha stilato un nuovo report che individua una notevole flusso, in partenza, di italiani del sud che fanno, letteralmente, i bagagli per andare a curarsi a nord dello stivale, proprio come avveniva prima della pandemia. Le regioni più ambite sono, come sempre: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto; quelle in fuga: Calabria, Sicilia e Campania, oltre che Basilicata e Puglia.

I dati non sono confortanti, la maggior parte delle persone si sposta per cure oncologiche e si prediligono le strutture private accreditate piuttosto che quelle pubbliche.

Ciò che cambia e peggiora è il fatto che con i flussi migratori di pazienti si incrementano i flussi finanziari che arricchiscono sempre più le regioni del nord a scapito dei costi subìti da quelle del sud.

I dati di Agenas sottolineano, infatti, che insieme ai pazienti si sposta un flusso di denaro che solo per i ricoveri nel 2022 ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro annuali, sceso nel 2020, anno di comparsa del Covid a circa due miliardi.

Questo flusso finanziario si traduce in notevoli incassi per le regioni del nord e di contro in ingentissimi esborsi per quelle del sud. Tanto per fare qualche  esempio (sempre citando la stessa fonte): nel 2022 Emilia-Romagna e Lombardia hanno registrato un saldo positivo rispettivamente di 337 milioni, la prima e 362 milioni, la seconda; di contro la Campania paga 204 milioni per i ricoveri dei suoi cittadini al di fuori della Regione e la Calabria ha un saldo negativo di 136 milioni.

Tradotto in altri termini le regioni del nord si arricchiscono a scapito di quelle del sud e, sempre per fare qualche esempio: Campania, Sicilia e Puglia spendono per ogni paziente in fuga al nord oltre 40 euro, cifra si incrementa, attestandosi intorno ai 140 euro, pro capite per la Calabria e circa 120 euro per la Basilicata.

In controtendenza c’è anche un esodo verso il centro, in particolare verso il Molise, ma ciò è dovuto al gran numero di utenti provenienti da ogni parte di Italia (anche d’Europa) verso il Neuromed, centro di eccellenza nel campo della neurologia e neurochirurgia, collegato all’Università “La Sapienza”.

E’ triste valutare che la mobilità sanitaria in relazione alle cure sia una problematica annosa e datata e che molte regioni che devono effettuare un piano di rientro sia state costrette a non potere effettuare nuove assunzioni e potenziare le strutture ospedaliere, ma sicuramente un miglioramento dal punto di vista dei modelli organizzativi servirebbe, così come non va dimenticato che chi è maggiormente in grado di farlo sono le strutture private e private accreditate, dove, sì, c’è l’interesse dell’imprenditore al profitto, ma dove coesiste un interesse più alto che è quello di curare e di migliorare la qualità e il numero delle prestazioni.

Solo in questo modo il sud può tornare ad essere attrattivo per i suoi malati e magari anche per un’inversione di tendenza di flussi migratori dal nord verso il sud.

avv. Maria Antonella Mascaro

LEGGE BILANCIO 2024 – Sottofinanziato il Fondo Sanitario, nulla per la Non Autosufficienza

Nella seduta di venerdì 29 dicembre 2023 l’Assemblea (della Camera dei Deputati) con 200 voti favorevoli e 112 contrari ha approvato il disegno di legge “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2024 e bilancio pluriennale per il triennio 2024-2026”.

Per la Sanità

Il livello del Fondo Sanitario Nazionale (“FSN” che in realtà si chiama “Fabbisogno Sanitario Nazionale) viene incrementato (3 miliardi nel 2024, 4 miliardi nel 2025, 4,2 miliardi a decorrere dal 2026).

Ma questo incremento in realtà non è effettivo: sono risorse “già spese”, erose dall’inflazione, o a favore della sanità privata. Gran parte (circa 2,3 mld anno) è vincolata al rinnovo dei CCNL (dipendenti SSN e convenzionati) e dell’ACN (per medici di medicina generale e pediatri di libera scelta). Si rinnovano doverosamente i contratti ma non vi sono risorse per gli indispensabili piani di assunzioni nel SSN – neanche di fronte ad una drammatica carenza di personale – né vi alcuna programmazione futura su questo.

C’è poi da considerare che l’altra quota degli incrementi del FSN è destinata un modello privato-prestazionale (tipico dei sistemi assicurativi):

I privati accreditati possono erogare prestazioni alle Asl per ridurre le liste attesa, con un aumento della spesa a carico del FSN (comma 232)

Aumento delle tariffe per lavoro aggiuntivo (super straordinario) per medici e personale sanitario (commi 218-222). Anche qui si incentiva il superlavoro extraorario, invece di assunzioni, che sono indispensabili anche per non sovraccaricare operatori che svolgono attività delicate.

Alla fine, viste le numerose, variegate destinazioni vincolate dell’incremento FSN 2024-2026, è evidente che il FSN resta largamente sottodimensionato.

Assolutamente preoccupante resta l’andamento dell’incremento FSN in rapporto al PIL nominale: nel 2024 resterebbe in linea ma crolla nel 2025 e 2026. Così non vi è nessuna copertura dell’Inflazione per il SSN e nessuna quota di investimento in caso di aumento della ricchezza nazionale.

Resta dunque il gravissimo sottofinanziamento del FSN, sapendo:

che nella Nadef è confermato il crollo del rapporto spesa sanitaria/PIL al 6,1% nel 2026.

che l’incremento FSN non copre la spesa per assumere personale, nemmeno quello aggiuntivo previsto per attuare il PNRR e gli standard del DM 77/2022: a regime mancano oltre 2,5 mld anno (per assunzioni Case comunità, ADI, Ospedali Comunità).

che il FSN resta lontanissimo dal finanziamento di Paesi del G7

La Legge di Bilancio 2024 non prevede alcun incremento del finanziamento per le politiche sulla non autosufficienza. Nemmeno a sostegno dei decreti legislativi che devono attuare la legge 33/2023 “Deleghe al Governo in materia di politiche a favore delle persone anziane” (la Riforma prevista dal PNRR).

Grande delusione dunque per chi si attendeva risorse per attuare la nuova legge 33/2023. O a chi addirittura come il Patto N.A. – confidando incautamente sulle promesse di questo Governo – vagheggiava addirittura un “Patto di legislatura per la non autosufficienza“.

Ad oggi Il fondo non autosufficienza (nel 2024 pari a 913,6 milioni) è distribuito ad una platea ridotta: poche migliaia di destinatari (il 50% con gravissime disabilità). Se fosse distribuito a tutte le persone in condizione di non autosufficienza, ciascuna riceverebbe 70 centesimi al giorno. Ad oggi l’unica misura nazionale per la NA è un trasferimento monetario: l’indennità di accompagnamento (527 euro/mese), che però non prevede né la presa in carico da parte del servizio pubblico della persona né il Piano di Assistenza Individuale, nel quale l’indennità dovrebbe essere solo una delle tante componenti dell’assistenza.

Covid ed influenza: testa a testa

Le passate festività hanno fatto sì che oltre un milione di italiani siano rimasti a letto a causa del Covid o dell’influenza. L’infezione da Sars-Cov-2 incalza sugli italiani con numeri più alti di ammalati e con una risalita dei ricoveri e dei decessi.  Ecco perché soprattutto per i più anziani e per i soggetti fragili è importante vaccinarsi e per questo motivo in molte città sono stati attivati open day, ancora poco frequentati.

Dunque il pericolo Covid è tutt’altro che scampato. Certo si può affermare che per molti è diventato un’influenza, ma anziani e fragili con patologie pregresse sono ancora a rischio vita.

Eppure i medici di base che in piena pandemia vaccinavano e si procuravano scorte per entrambi i vaccini, oggi si rivelano quasi contrari al vaccino, se non per le persone anziane e per i soggetti fragili.

Perchè?

Eppure le statistiche stimano che il 55% delle patologie acute che arrivano alla loro osservazione riguarda Sars-Cov-2 contro il quale stanno crescendo notevolmente anche le richieste di vaccino. Un po’ meno del 40% riguarda invece l’influenza, il rimanente le altre infezioni che circolano. La minore incidenza dell’influenza è legata probabilmente al fatto che contro il virus stagionale c’è stata una maggiore adesione alla vaccinazione. Specialmente il virus H1n1 è in costante crescita e anche il Covid è molto più contagioso ma più buono, anche se non troppo. Soprattutto questi ultimi casi sono sottostimati, perché il tampone non viene eseguito. Infatti per quanto concerne il Covid i sintomi generalmente lievi e prevalentemente a carico delle alte vie respiratorie sono rinite, tosse stizzosa, faringite, laringite, febbricola, che caratterizzano la maggior parte dei soggetti colpiti dalle ultime subvarianti di Omicron, attualmente in circolazione mantengono alta l’allerta nel caso dei soggetti più fragili. Sintomi tra l’altro facilmente confondibili con quelli dell’influenza. Un mix questo che comincia a preoccupare, anche a fronte della scarsa adesione alla vaccinazione. I bollettini sul Covid raccontano di una situazione negli ospedali ampiamente sotto controllo ma con ricoveri in crescita e i morti, quasi tutte persone molto anziane, nel mese di novembre sono stati circa mille.

Di fronte a una campagna vaccinale che continua ad andare al rilento si segnalano l’organizzazione di svariati open day, anche in questo scorcio di feste e programmati per tutto il mese di gennaio che prevede anche per chi vuole la cosomministrazione dei due vaccini.  

Metà dei medici pronti a lasciare. Cambiare le condizioni di lavoro e di carriera

Stando ai dati emersi durante il sondaggio per il Fadoi il 46% degli intervistati pensa di abbandonare la professione di medico. Tra l’altro sono le dichiarazioni per il 70% di medici con esperienze decennali che oggi sventolano la bandiera bianca. Una scelta sofferta che coinvolte quasi la metà dei camici bianchi, decisione che rappresenta un fatto storico. Tra le motivazioni, quella dei carichi di lavoro eccessivi, lo stress che ne deriva e, guardando al futuro, l’eventualità di possibili tagli alle pensioni. Addirittura il sondaggio rivela che un terzo dei medici non sceglierebbe più, tornando indietro nel tempo, la professione sanitaria. A questo dato si aggiunge che il 12 per cento, volentieri cambierebbe mestiere. Cifre da tracollo di un Sistema sanitario nazionale che nel passato era fiore all’occhiello in Europa. Oggi appare tutto più difficile, anche la sfida di ridurre le liste di attesa sembra impossibile. Convince, infatti, solo un medico su dieci, la possibilità di pagare di più gli straordinari per abbattere le liste. Una sfiducia quindi che attraversa l’intera categoria. Il Fadoi spiega, che solo il 9,8% pensa che gli straordinari meglio retribuiti possano risolvere il problema delle liste di attesa, problema che per il 41,2% si affronta assumendo personale.

Per la Federazione dei medici internisti ospedalieri, il dato più allarmante è la mancanza di prospettiva che si traduce in una crisi del quotidiano, tale da far dire al 46.15% dei medici di aver pensato di gettare la spugna, “L’indagine rivela”, sottolinea Francesco Dentali, presidente del Fadoi, “forse a sorpresa per chi non conosce a fondo la realtà medica, che per continuare a tenere legati i medici al servizio pubblico non sono tanto le più alte retribuzioni, che pur andrebbero almeno avvicinate a quelle europee, quanto piuttosto il miglioramento delle condizioni di lavoro e di carriera, oltre che la garanzia del rispetto dei diritti pensionistici acquisiti”. “Preoccupa quel 40% che pensa di lasciare il servizio pubblico, ma sono gli stessi medici nelle loro risposte a indicare la via della rinascita: un Sistema sanitario nazionale che torni a garantire a tutti il diritto alla salute, apponendo le esigenze assistenziali davanti a quelle economiche, indicate da oltre il 70% dei medici come elemento che ancora li lega al pubblico”.

Tra le preoccupazioni del 57,14% dei medici oggi al lavoro, è l’ipotesi di una decurtazione della pensione, mentre per il 30,95% la causa sarebbero gli eccessivi carichi di lavoro, mentre la bassa retribuzione motiva solo il 2,38% e la voglia di chiudere la carriera all’estero il 9,53%. Anche chi non è in età di pensione nel 38,71% dei casi sta pensando di lasciare il servizio pubblico. Il 21,82 % per andare nel privato, il 4,55% all’estero, mentre un preoccupante 12,33% di scoraggiati pensa di cambiare del tutto attività.

Malgrado gli spiragli positivi il Sistema sanitario nazionale è in forte crisi. Nell’elencare i problemi il primo resta quello della drammatica carenza di medici e infermieri. Una criticità che se rapportato alla intensità di cura medio-alta dei reparti di medicina interna, ancora classificati come reparti a bassa intensità di cura. C’è poi la mancata valorizzazione del medico di medicina interna. La scarsa o mancata integrazione tra ospedale e servizi territoriali è indicata da un altro 9,27%, mentre per il 7,27% l’elemento di maggiore criticità è la carenza di posti letto nei reparti di medicina.

Infine, per una larga rappresentanza di intervistati è possibile coinvolgere gli specializzandi a copertura dei vuoti in pianta organica con solo il 21,25% che pensa possano mettere a rischio la qualità dell’assistenza. Per il 56,36% è utile purché svolgano le loro attività affiancati da un tutor, mentre per il 22,39% servono, ma sarebbe utile semplificare la burocrazia che ancora vincola il loro utilizzo negli ospedali al parere delle Università.

Il non detto sul virus

Viene quasi da domandarsi: “chi ha paura del Covid se del Covid non si parla”.

Eppure il virus circola, non ha mai smesso di farlo: si attenua nel periodo estivo perché “ucciso” dalle alte temperature, ma si riacutizza d’inverno insieme all’arrivo del freddo e con la proliferazione di altri virus. Ma se fino all’anno scorso ci trovavamo nell’era dei virologi ed immunologi “attori protagonisti” (alcuni sono entrati nel mondo della politica grazie all’enorme popolarità); entravano impetuosamente e quotidianamente nelle case degli italiani, questi ultimi in attesa dei tristi bollettini giornalieri, oggi si legge, al più, qualche blanda intervista tesa a calmare le acque, senza alcun tipo di allarmismo.

In ogni caso non vi è persona che non abbia un amico, un parente, un familiare che in modo occulto o palese non sia positivo al virus Covid, che continua a circolare liberamente senza porre alcun tipo di freno o di accortezza; quest’ultima lasciata alla sensibilità personale.

Solo da un’attenta lettura di specifica informazione sanitaria si legge dell’emanazione di una nuova circolare del Ministero della Salute (15.12.2023), in particolare dal direttore della Prevenzione Sanitaria del dicastero, che reintroduce (blandamente) i test in ospedale e Rsa in caso di quadro compatibile con i sintomi relativi al Covid.

In particolare si legge: “Per le persone che presentano sintomi con quadro clinico compatibile con Covid-19 è indicata l’effettuazione di test diagnostici per Sars-CoV-2, virus influenzali, Virus respiratorio sinciziale (Vrs), Rhinovirus, virus parainfluenzali, Adenovirus, Metapneumovirus, Bocavirus e altri coronavirus umani diversi dal Sars-CoV-2, come indicato dagli organismi internazionali,Who/Ecdc”.

Ancora si ribadisce l’importanza di rafforzare il sistema di sorveglianza RespiVirNet soprattutto nelle Regioni che non hanno raggiunto la copertura della popolazione prevista la scorsa stagione; di attivare la sorveglianza virologica nelle Regioni in cui non è ancora presente e che venga implementata nelle Regioni in cui è presente.

In sostanza una sorta di piccolissima stretta sulla sorveglianza del virus che, in questa stagione, si associa, si confonde o si sovrappone con altre sindromi influenzali.  

Forse la mancanza di campagne vaccinali, la carenza dell’approvvigionamento vaccini stessi, la scomparsa dalla scena massmediatica dei virologi e il calo del numero di persone che sono favorevoli alla vaccinazione stanno sovvertendo le teorie di qualche anno fa, dimenticando che, proprio i vaccini e le relative campagne, a molti, la maggior parte, hanno salvato la vita?

E oggi, in punta di piedi, si emanano microcircolari che danno solo sbiaditi consigli e languide indicazioni!

avv. Maria Antonella Mascaro

Whistleblowing, da oggi obbligo anche nelle piccole e medie imprese

Scatta la nuova disciplina del whistleblowing anche per le aziende private tra i 50 e i 249 dipendenti. Da domenica 17 dicembre 2023, in base al decreto legislativo N.24 del 10 marzo 2023 che tutela chi denuncia irregolarità sul luogo di lavoro, il ruolo attivo dei whistleblower sarà esteso anche alle aziende private di piccola-media dimensione, che dovranno pertanto attivare un canale interno per la trasmissione e gestione delle segnalazioni. 

Per il settore privato, l’istituto del whistleblowing è una novità assoluta. Il decreto, che ha recepito la direttiva europea, prevede che chi denuncia usi inizialmente i canali interni alla propria organizzazione. Dallo scorso lunedì le imprese sono tenute ad avere in funzione, pertanto, un canale digitale interno al fine di raccogliere le denunce e la documentazione del segnalante, assicurando piena riservatezza sulla sua identità.

Ad Anac si ricorre in un secondo momento, se il whistleblower ha già segnalato l’illecito tramite canale interno, e non ha ricevuto alcun riscontro. O quando abbia fondato motivo di ritenere che la segnalazione interna presenti rischi, anche di ritorsione, così alti, da sconsigliarne l’utilizzo. Oppure, quando vi è fondato motivo di ritenere che l’illecito che si intende segnalare possa costituire un pericolo imminente per l’interesse pubblico. Anac raccoglie le segnalazioni, e le sottopone ad un attento vaglio, proprio per verificare l’effettiva ritorsività delle misure adottate e, solo in questo caso, interviene. Esiste pertanto una valutazione accurata caso per caso. Dove non si ravvisano comportamenti ritorsivi, e quindi emerge un appello strumentale alle garanzie del whistleblowing, la protezione del segnalante viene meno.

Sulla base di tali indicazioni è evidente come non sia sufficiente valutare ed attuare unicamente l’aspetto tecnico, ovvero semplicemente dotarsi di una piattaforma di gestione delle segnalazioni che garantisca conformità alla normativa, ma che occorra strutturare una completa procedura interna, funzionale e controllata.

  • garanzie adeguate sulla riservatezza delle informazioni ricevute e sulla protezione dell’identità dei segnalatori e di tutte le altre persone coinvolte;
  • la corretta applicazione del principio della minimizzazione del trattamento dei dati (ovvero trattare i dati esclusivamente per le finalità relative all’attività di indagine da svolgere);
  • il rispetto dei principi di data retention con individuazione dei periodi di conservazione dei dati proporzionati a ciascun singolo caso di segnalazione;
  • l’individuazione dei ruoli attribuiti ai vari attori coinvolti nella procedura anche dal punto di vista del cd. organigramma privacy (individuazione della figura interna destinataria delle segnalazioni, ODV o altra funzione assimilabile al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e Trasparenza – RPCT del settore pubblico, cioè colui che ha la responsabilità di garantire e controllare che il sistema delle segnalazioni rispetti il principio di imparzialità, e rispetti l’anonimato del segnalante);
  • gestione dei rapporti interni e individuazione dei relativi compiti, ad esempio tra ODV, RPCT e DPO;
  • gestione dei rapporti esterni e individuazione dei relativi compiti affidati ai responsabili dei trattamenti ex art. 28 GDPR;
  • misure organizzative e tecniche di sicurezza basate su un’adeguata valutazione dei rischi;
  • valutazione d’impatto ai sensi dell’art. 35 GDPR.

Del resto, quand’anche l’applicativo scelto certifichi di operare del tutto in maniera conforme, magari facendo anche riferimento a certificazioni di settore come la ISO 37001:2016, è sul piano operativo integrato e sulla base di una procedura interna stabilita, che l’impianto deve tenere dall’origine sino al termine del processo di segnalazione.

Decreti semplificazioni per la dispensazione e commercializzazione dei farmaci

Sarà compito del Governo, su delega del Parlamento, con il decreto semplificazioni, adottare uno o più decreti legislativi per accelerare il procedimento in materia farmaceutica e sanitaria. Ciò dovrebbe agevolare il lavoro di medici di famiglia e farmacisti ma soprattutto dei malati cronici, anche se sono previsti diversi adempimenti da parte loro, nonché un’attività di doppio controllo dell’assistito da parte del medico prima e del farmacista, poi.

Oltre alla ricetta dematerializzata, già in uso e obbligatoria, il medico di famiglia prescriverà nella ricetta elettronica ripetibile, sulla base del protocollo terapeutico individuale, la posologia e il numero di confezioni dispensabili nell’arco temporale massimo di dodici mesi.

Vi sono anche misure per ridurre la carenza di farmaci; ad esempio l’interruzione di una confezione di un medicinale dovrà essere comunicata dall’azienda produttrice all’Aifa, almeno due mesi prima dell’interruzione.

Alcune delle misure più significative prevedono che il Governo adotti entro il 31 agosto 2024 uno o più decreti legislativi per la semplificazione dei procedimenti amministrativi in materia farmaceutica e sanitaria.

Si dovrà prevedere una disciplina per la preparazione, la produzione, la prescrizione e l’utilizzo di medicinali allergeni e di radiofarmaci per esigenze speciali, in caso di assenza o mancanza del farmaco corrispondente in commercio, con la previsione di un tariffario e di domande per autorizzazione all’immissione in commercio.

Insieme ad una serie di adempimenti dovrà essere implementata la piattaforma informatizzata al fine della semplificazione dei procedimenti autorizzativi, nonché del punto di accesso unico ai servizi di sanità digitale al fascicolo sanitario elettronico e a tutti i servizi digitali fra cui la telemedicina. Inoltre si dovrà continuamente aggiornare il flusso del sistema informativo per il monitoraggio dell’assistenza domiciliare.

In tal modo dovrà essere prevista la possibilità dell’accesso alle informazioni utili alla valutazione, alla presa in carico e all’assistenza, da parte del personale sanitario, socio-sanitario e sociale, nonché del personale che opera in ambito sanitario, sociosanitario e sociale, che si occupa del monitoraggio, della cura e dell’assistenza, nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati personali.

Si potrà avere la ripetibilità illimitata delle prescrizioni farmaceutiche, terapeutiche, riabilitative e di presidi a favore dei pazienti cronici e per patologie invalidanti e l’introduzione a carattere permanente delle prescrizioni farmaceutiche digitali.

Il medico prescrittore procederà alla generazione in formato elettronico sia delle prescrizioni a carico, sia di quelle non a carico del Ssn, riportando almeno i dati relativi al codice fiscale del paziente, la prestazione e la data della prescrizione, nonché le informazioni necessarie per la verifica della ripetibilità e non ripetibilità dell’erogazione dei farmaci prescritti. A sua volta il farmacista dovrà annotare sulla ricetta il nome, il cognome e gli estremi di un documento di riconoscimento dell’acquirente, avendo obbligo di conservazione per due anni della documentazione.

In caso di malattie croniche, il medico prescrittore dovrà indicare nella ricetta dematerializzata ripetibile, sulla base del protocollo terapeutico individuale, la posologia e il numero di confezioni dispensabili nell’arco temporale massimo di dodici mesi; potrà, anche, sospendere, in ogni momento, la ripetibilità della prescrizione ovvero modificare la terapia.

Al momento della dispensazione, il farmacista informerà il paziente in ordine alle corrette modalità di assunzione dei medicinali prescritti e gli consegnerà un numero di confezioni sufficiente a coprire trenta giorni di terapia, in relazione alla posologia indicata, ma qualora rilevi difficoltà da parte dell’assistito nella corretta assunzione dei medicinali prescritti, dovrà segnalare le criticità al medico prescrittore per le valutazioni di competenza.

Da ultimo, come accennato di sopra, in caso di interruzione, temporanea o definitiva, della commercializzazione di una confezione del medicinale nel territorio nazionale, il titolare della commercializzazione dovrà dare comunicazione all’Aifa, non meno di due mesi prima dell’interruzione della commercializzazione del prodotto.

avv. Maria Antonella Mascaro

De Luca e il fondo sanitario nazionale: «Campania pronta a fare la guerra»

Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, rivolge un appello ad Annarita Patriarca e a Beatrice Lorenzin, rispettivamente presidente Intergruppo per le Neuroscienze e l’alzheimer della Camera e del Senato. E lo fa in merito al riparto del fondo sanitario nazionale che “vede la Campania ultima tra le regioni”. “Chiedo alle onorevoli Patriarca e Lorenzin, perché se ne facciano carico con le rispettive forze politiche – ha detto De Luca – dovremmo approvare il nuovo riparto. Ci rapinano ogni anno di 300 milioni di euro, tenendo conto come unico criterio l’età anagrafica, sono stati cancellati i criteri come l’aspettativa di vita, parametro vero e deprivazione sociale. Qui la miseria non è un concetto letterario, è una dimensione di vita”.

Quando c’era il “valoroso Speranza”, ha aggiunto, “abbiamo fatto ricorso al Tar che ha detto: siete scorretti, dovete usare tre criteri, Speranza ha integrato la spesa storica con altri due criteri, attribuendo lo 0,5 ai due criteri”. 

“Dopo una lunga battaglia abbiamo ottenuto lo 0,75. Siamo ancora ultima regione d’Italia, faremo battaglia per far pesare altri due criteri almeno per il 2% ma dovremo fare la guerra anche quest’anno nell’indifferenza di tutte le forze politiche – ha concluso – Oggi siamo a meno 40 euro pro capite per cittadino campano. In queste condizioni cosa vogliamo chiedere ai nostri dipendenti?

Viviamo in un Paese di opportunisti nel quale nessuno vuole farsi nemici, la battaglia per affermare valori di equità nel nostro Paese lascia del tutto indifferenti. C’è da vergognarsi di vivere in questo Paese”.

OMS: il rapporto che lega la tassazione sull’alcol alla salute

Le problematiche relative all’uso e abuso di sostanze alcoliche sono aspetti trattati quotidianamente dai mass media perché molto spesso legati a fatti di cronaca che coinvolgono vari strati sociali della popolazione, anche molto giovane.

Da questa forma di abuso spesso sono generati episodi di violenza e spesso è causa di incidenti stradali, anche mortali, per non parlare della degenerazione cellulare, malattie gastriche, cardiologiche e molto altro.

La questione si lega anche alle cattive abitudini alimentari, dal momento che la pubblicizzazione di diete che “fanno i miracoli” fa sì che ci si alimenti spesso nel modo più sbagliato. Tanto è vero che si assiste, anche in fasce di età molto giovane, ad un aumento delle malattie legate al sistema gastrointestinale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un manuale tecnico sulla politica di somministrazione fiscale degli alcolici. Il manuale è frutto di uno studio che propone di tassare le bevande e i prodotti alcolici al fine di rendere più sani i cittadini, con una notevole diminuzione di malattie e maggiori entrate per le casse dello Stato da impiegare nei servizi pubblici. Insomma una vera e propria rivoluzione sociale.

Secondo gli studi e l’osservazione dell’OMS, la maggior parte dei Paesi non utilizza le tasse per incentivare comportamenti più sani, relativamente all’uso di prodotti come alcol e bevande zuccherate. Eppure, nel mondo 2,6 milioni di persone muoiono ogni anno a causa del consumo di alcol e oltre 8 milioni a causa di una dieta non sana.

Citando sempre la fonte OMS, la Lituania, ad esempio, ha aumentato le entrate fiscali sull’alcol da 234 milioni di euro nel 2016 a 323 milioni di euro nel 2018 e ha visto i decessi legati all’alcol scendere da 23,4 ogni 100.000 persone nel 2016 a 18,1 ogni 100.000 persone nel 2018. La ricerca mostra che tassare alcol e bevande alcoliche aiuta a ridurre l’uso di questi prodotti e dà alle aziende un motivo per realizzare prodotti più sani. Allo stesso tempo, le tasse su questi prodotti aiutano a prevenire gli infortuni e le malattie non trasmissibili come il cancro, il diabete e le malattie cardiache.

L’autorità sanitaria ha pubblicato una serie di dati interessanti che vanno dalla tassazione dell’acqua, fatto non raccomandato dall’OMS, al posto di aumentare la tassazione sulle bevande alcoliche o su quelle zuccherate. Anche il vino è esente da accise e per la birra in media si applica un 17% in più, mentre sui superalcolici si tratta di circa un 26% in più.

Uno studio del 2017 dimostra che aumentando i prezzi dei superalcolici del 50% si eviterebbero oltre 20 milioni di morti in 50 anni con entrate di trilioni per lo Stato.

Dunque la raccomandazione dell’OMS è di applicare accise sugli alcolici ma anche su tutti i cibi e le bevande dolci, ovvero su quei cibi che possono portare le persone a nutrirsi in modo malsano.

Lo slogan è: “tassare i prodotti malsani crea popolazioni più sane. Nel caso dell’alcol le tasse aiutano anche a prevenire la violenza e gli incidenti stradali”. Ad affermarlo è il dott. Rudiger Krech, direttore della Promozione della Salute dell’OMS.

Sciopero personale medico indetto per il giorno 18.12.2023.

Si richiama la nota allegata, con riferimento allo sciopero del giorno 18 dicembre p.v.

Al fine di evitare disguidi e disagi agli utenti oltre che ai lavoratori stessi, così come successo in occasione del precedente sciopero indetto da CIMOP lo scorso 5 dicembre, le strutture sanitarie sono invitate a comunicare entro oggi (cioè entro cinque giorni dalla data di effettuazione dello sciopero) alle OO.SS. i contingenti minimi di personale esonerato dallo sciopero, che assicureranno, nella data prevista per lo sciopero stesso, la continuità delle prestazioni indispensabili e l’assistenza sanitaria d’urgenza.

La medesima comunicazione va inoltrata anche ai singoli interessati, come previsto dall’art. 3 dell’Accordo sui servizi pubblici essenziali e sulle procedure di raffreddamento e conciliazione in caso di sciopero della dirigenza medica e veterinaria del servizio sanitario nazionale del 26.09.2001.

Covid: attore non protagonista

Inizia il periodo invernale, ricomincia l’influenza, male di stagione, circola il virus da Covid 19 con le nuove varianti, di cui in piena pandemia si conoscevano tutti i codici e relativi nomi ed ora non più. Ma la ripresa della circolazione del virus è una realtà con la quale è sempre necessario fare i conti.

Secondo i dati della Fondazione Gimbe siamo passati da 27mila casi nella prima settimana si novembre a più di 50 mila casi nell’ultima settimana dello stesso mese. L’incidenza è salita da 46 casi ad 89 casi ogni 100mila abitanti.

Si parla tanto e si preannunciano campagne vaccinali e open day senza appuntamento, spronando le persone alla vaccinazione, ma in realtà l’approvvigionamento sembra non esserci. I medici di medicina generale possono scegliere se dotarsi di dosi di vaccino anti Covid o meno e molti scelgono di non farlo. Le farmacie hanno liste di attesa di richiesta di vaccino enormi: effettuano la vaccinazione, in media, una volta alla settimana e hanno un numero limitato di dosi.

Venendo al tipo di vaccino è solo uno quello in commercio somministrabile, ma non più monodose, come ai tempi della pandemia, ma da un’unica fiala, si ricavano 6 dosi, dunque se l’affluenza non è grande e contemporanea si possono sprecare dosi e di conseguenza notevoli costi.

Eppure si legge che ci sono 7 milioni e mezzo di dosi già disponibili da due mesi ma le vaccinazioni sono state solo un milione, con le Regioni del Sud e il Lazio che fanno registrare numeri molto bassi. Allora, non si spiega questa totale discrasia fra la ricerca del vaccino da parte di chi vuole vaccinarsi ed è costretto ad attendere e mettersi in lista, aspettando anche tre settimane e le notizie divulgate dai mass media che parlano di grandi quantità di dosi di vaccino pronte per essere somministrate.

Sono, infatti – così si legge – previsti open day senza appuntamento e campagne di informazione per spronare le persone, soprattutto quelle anziane e fragili, a vaccinarsi. Le Regioni hanno raccolto gli imput lanciati dalla direzione generale della prevenzione del Ministero della Salute, al fine, di dare nuovo slancio alla campagna anti Covid che finora è stata poco recepita, proprio per le prossime settimane.

Bisogna, però, segnalare e non si può tacere, l’aumento dei decessi, che è raddoppiato (da 148 a 291) nell’ultimo mese. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, si tratta quasi esclusivamente di persone al di sopra degli 80 anni. Infatti, l’appello alla vaccinazione è rivolto principalmente a loro e agli over 70, quelli che potrebbero presentare le conseguenze più pericolose. Solo i 7% si è vaccinato e i ricoveri sono aumentati, del 58,1%.

Seppur non si vogliono creare allarmismi, come mai quasi non si parla più di questo, come mai le campagne vaccinali non vengono più propagandate, come mai il vaccino che prima era unico mezzo salvifico, ora non viene menzionato, oppure viene nominato con circospezione, proprio dalla maggior parte dei medici che lo hanno proposto o, in alcuni periodi, imposto.

Gli interrogativi delle persone sono tanti e sono, attualmente senza risposta, ma se per tanto tempo il vaccino è stato il mezzo per salvarsi, perché oggi c’è tanta diffidenza, perché non si parla con chiarezza alla popolazione; forse il cittadino avrebbe una maggiore consapevolezza di fare la sua libera scelta e se le indicazioni sul vaccinarsi fossero più precise e dirette non ci sarebbe tanta indecisione o addirittura paura!

avv. Maria Antonella Mascaro

La sanità del futuro – Ministero della Salute

Evento promosso da Inrete, con il patrocinio del ministero della Salute, “La sanità del futuro. Un bene indivisibile da Nord a Sud”, ha visto la partecipazione di esponenti di governo, università, associazioni, istituzioni e clinici. Una vera e propria rivoluzione la riorganizzazione dell’intero comparto sulle prospettive future del settore, attraverso lo sviluppo della telemedicina e delle biotecnologie, per ottimizzare risorse e terapie sempre più personalizzate ed efficaci. Indispensabile, poi, l’investimento sulla prevenzione, intesa come unica strada capace di garantire una Sanità sana, sostenibile e vicina ai cittadini.

“L’invecchiamento della nostra popolazione, l’aumento di malattie croniche e di bisogni sanitari impongono un rafforzamento della sanità di prossimità e dell’integrazione sociosanitaria – commenta Orazio Schillaci, ministro della Salute -. Operiamo in un contesto complesso, con l’obiettivo di realizzare una importante trasformazione della sanità. I tagli al finanziamento del Ssn effettuati tra il 2009 e il 2019, senza dimenticare l’impatto della pandemia da Covid-19, hanno conseguenze significative con le quali dobbiamo quotidianamente confrontarci. Nonostante tutto siamo riusciti a invertire la rotta con un investimento di 18 miliardi di euro nel quadriennio 2023-2026. Due le priorità che guidano l’operato del Ministero: il miglioramento delle condizioni del personale sanitario pubblico, incluso un aumento salariale, e la garanzia di servizi sanitari efficienti e adeguati ai cittadini”. In questo scenario “assistiamo a un importante cambiamento culturale che interessa il concetto stesso di salute, con l’affermarsi dell’approccio ‘One Health’ che collega quella umana, con l’ambientale e l’animale. Un passo avanti fondamentale – sottolinea Schillaci – che pone l’accento sull’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute umana, imponendo una riflessione e la necessità di misure incentrate sulla valorizzazione della prevenzione. Un aspetto, quest’ultimo, che assume centralità anche in riferimento alla sanità sostenibile, con l’obiettivo di aumentare i fondi e le attività in questo settore. Il nostro proposito, guardando alla Sanità del futuro, è lavorare per rafforzare i principi di universalità, equità e uguaglianza nel servizio sanitario, anche per accrescere lo spirito e l’orgoglio nazionale nel lavoro nel settore”.

Tema caldo sono da un lato le nuove frontiere dell’oncologia, attraverso la chirurgia robotica e la medicina personalizzata, dall’altro il dibattito sulle prospettive in ambito neuroscienze.

Una delle tavole rotonde, inoltre, è stata dedicata al tema della cronicità, la cui gestione è argomento ormai nelle agende di tutte le Regioni. Secondo i dati Istat 2022 – conclude la nota – 4 italiani su 10 soffrono di almeno una malattia cronica e 2 su 10 di due o più malattie croniche. Nel corso dell’evento si è discusso in particolare dei nuovi modelli di cura incentrati sul binomio ospedale/territorio: per un accesso alle cure più equo e sostenibile. Infine, spazio anche a medicina predittiva, ancora una volta con uno sguardo alla sostenibilità e alla possibilità di accesso da parte dei pazienti alle nuove frontiere terapeutiche.

Bonus psicologico anche per il 2024, ma “ristretto”

La coperta sempre più corta di finanziamenti stanziati per giuste cause si restringe ulteriormente, anche quando si tratta di fare bene del bene. Sembra un gioco di parole, ma è ciò che sta accadendo in svariati campi dello Stato sociale.

Dunque, anche per l’anno in corso e per il 2024 è stato stanziato il bonus psicologico, l’incentivo che gli italiani potranno spendere per sessioni di psicoterapia per combattere stress, ansia e depressione del post pandemia.

L’iniziativa, non nuova, è certamente meritevole, anche se l’accesso sarà consentito in base al reddito, con un tetto Isee massimo che dovrebbe essere confermato a cinquantamila euro.

In sostanza i fondi stanziati per quest’anno sono solo 5 milioni (8 milioni nel 2024), fondi sufficienti per garantire il bonus a meno di ottomila italiani.   

Dai seicento euro previsti l’anno scorso si potrà richiedere fino a millecinquecento euro. Il decreto definirà anche le scadenze per la richiesta da inviare all’Inps e la modalità di pubblicazione della graduatoria dei beneficiari che potranno sfruttare il contributo presso gli specialisti privati.

Dunque, apparentemente sembrerebbe che il beneficio sia aumentato, in realtà nel 2022 i milioni stanziati per il bonus psicologico erano venticinque ed avevano soddisfatto quarantamila utenti su oltre quattrocentomila richieste, con il limite massimo di seicento euro. Oggi che i fondi si sono ridotti a cinque milioni, dunque un quinto rispetto al 2022, innalzando la soglia massima a 1.500 euro, si comprende che i beneficiari saranno molti di meno – al massimo ottomila – dunque un numero notevolmente inferiore rispetto ad un fenomeno in crescita.

Una riflessione, però, è d’obbligo, nella considerazione di quanto siano in aumento gli episodi relativi ai disturbi di natura psicologica.

Si assiste, purtroppo passivamente, alla chiusura di eccellenti consultori che fra i tanti servizi nell’ambito territoriale della Asl svolgono una funzione sociale talmente importante da non comprenderne il significato.

In questi luoghi fino a qualche anno fa si trovavano equipe di professionisti dediti alle terapie individuali, familiari, di coppia e dell’età infantile ed evolutiva. Tutto gratuitamente, grazie al sistema sanitario italiano. Oggi, per via dei tagli, degli accorpamenti, questi servizi sono spariti del tutto o in parte, facendo sopravvivere qualche raro presidio nelle città metropolitane e chiudendo battenti nei centri urbani più piccoli.

Dunque il bonus dà certamente un respiro ad una situazione di disagio che nel post pandemia si è acuita, ma i fondi sono molto, troppo limitati per un problema che ha coinvolto in modo molto preponderante i giovani, elevando notevolmente il numero degli adulti che da sempre combattono con problemi legati alla salute mentale.

La soluzione non può albergare nei continui “tagli”, soppiantati da mini bonus!

avv. Maria Antonella Mascaro

Campania ultima nel riparto del FSN

“I dati contenuti nel report dell’Agenas sono delle grandi palle, se non si parte dal presupposto degli strumenti, ovvero del personale e delle risorse economiche, con cui la Regione governa la sanità.

La Campania ha il livello più basso di personale e di risorse finanziarie trasferite dal fondo sanitario nazionale, la cui gestione da parte di tutti i Governi è delinquenziale; fare dunque raffronti con altre regioni è un atto di cialtroneria.
Anzi, in relazione a tali dati di partenza abbiamo fatto miracoli, come testimoniato durante la gestione del Covid, dove non abbiamo avuto i morti per strada o nelle residenze per anziani”.

Così il governatore Vincenzo De Luca, intervenuto a Castel Volturno (Caserta) al Pineta Grande Hospital (strutura associata ACOP) per un evento sui percorsi di cura del piede diabetico, ha commentato i dati diffusi ieri dall’Agenas sulla mobilità sanitaria regionale, che vedono la Campania tra le regioni da cui ci si sposta di più per curarsi.

“In Campania – ha aggiunto – abbiamo 10,9 dipendenti nella sanità pubblica ogni mille abitanti, in Emilia Romagna sono quasi il doppio, 18,2, in Veneto e Lombardia 15. Nel 2022 avevamo 60 euro procapite in meno per quanto concerne le risorse del fondo nazionale rispetto alla media nazionale, quest’anno abbiamo recuperato e stiamo a 30-40 euro, ma siamo sempre l’ultima regione per il riparto del fondo nazionale. Negli ultimi dieci anni la Campania e i suoi cittadini sono stati depredati per la sanità di 3 miliardi di euro, quasi 300 milioni di euro l’anno”.

I dati sulla sanità relegano la Campania in fondo alle classifiche nazionali. Secondo Svimez la Regione è quartultima per performance in Italia e al sedicesimo posto per prestazioni erogate. Per Agenas è la Regione in cui la mobilità sanitaria, in particolare verso Lazio e Lombardia, costa di più, oltre 222 milioni di euro e si conferma fanalino di coda per offerta di posti letto ospedalieri, circa 2,5 posti letto ogni 1000 abitanti. Ma c’è un altro dato che potrebbe spiegare questi numeri poco lusinghieri, come dice il presidente regionale Vincenzo De Luca che afferma come la Campania sia da dieci anni ultima per ripartizione dei fondi sanitari nazionali: “Ci derubano di 250 milioni di euro l’anno”, dice il governatore.

In un momento delicato per la sanità nazionale, che ieri ha scioperato per chiedere più tutele professionali, economiche e di sicurezza, la necessità è che vi sia un intervento legislativo che possa restituire dignità alle professioni sanitarie. In tal senso il rischio è che la competenza regionale sulla sanità possa essere minata dalla possibile approvazione della riforma sull’autonomia differenziata.

Malattie alimentari in continuo aumento: serve un numero maggiore di strutture specializzate

L’anoressia nervosa, la bulimia, il disturbo da alimentazione incontrollata, l’obesità, la night eating syndrome, la pica e il disturbo da ruminazione sono i più conosciuti fra i disturbi alimentari, ma certamente i casi di anoressia (con quelli di bulimia) sono quelli in aumento e rappresentano il male oscuro del momento. L’allarme è fra i giovani, ma anche i numeri fra adulti non sono da sottovalutare. L’anoressia ha avuto un notevole picco di aumento dopo la pandemia: il calo di peso, la tristezza, la mancanza di socialità, la maniacalità sono tutti segni da non sottovalutare.

La recente perdita della blogger manager Emanuela Perinetti è un esempio del tempo, cui si associa un importante senso del dovere e di perfezionismo ad una vera e propria malattia mentale.

Le ragazze affette da una grave forma di anoressia muoiono: rifiutano le cure ed entrano in un oblio in cui non riescono a immaginare che si possa stare meglio. I numeri sono impressionanti: circa cinquemila fra ragazze e ragazzi in un anno.

Il primo segnale è un radicale cambiamento delle abitudini alimentari, cui viene associato un grande sbalzo emotivo: isolamento, tristezza, depressione.

Al 31 dicembre 2021 la mappatura effettuata dalla Fondazione Veronesi prendeva in considerazione 91 strutture su tutto il territorio nazionale: 48 centri al Nord (di cui 16 in Emilia Romagna), 14 al Centro Italia e 29 tra Sud e Isole. In queste strutture lavorano circa mille professionisti, tutti formati e aggiornati: soprattutto psicologi, psichiatri o neuropsichiatri infantili, infermieri e dietisti. Sono inoltre presenti gli educatori professionali, i medici di area internistica, i pediatri, i medici specialisti in nutrizione clinica e scienza dell’alimentazione, i tecnici della riabilitazione psichiatrica, gli assistenti sociali e, non ultimi, i fisioterapisti e gli operatori della riabilitazione motoria. Il censimento, in continua evoluzione, consente anche di conoscere informazioni relative all’utenza assistita. Risultano in carico ai Centri censiti oltre 8.000 utenti. Poco meno di 3.000 sono in carico da più di 5 anni e soltanto nell’ultimo anno di riferimento (2020) hanno effettuato una prima visita circa 4.700 pazienti. L’utenza in carico è prevalentemente di genere femminile 90% rispetto al 10% di maschi. Il 59% degli utenti hanno tra i 13 e 25 anni di età, il 6% hanno meno di 12 anni. Rispetto alle più frequenti diagnosi l’anoressia nervosa è rappresentata nel 42,3% dei casi, la bulimia nervosa nel 18,2% e il disturbo di binge eating nel 14,6%.

I centri sembrano numerosi, ma in considerazione dell’elevata popolazione che si ammala di questi disturbi sono ancora pochi, anche in considerazione del fatto che l’utenza, spesso, necessita di una lunga degenza che difficilmente un ricovero nella struttura pubblica può soddisfare. In ogni caso sarebbe un bene creare una continuità fra la degenza della struttura pubblica e la lungo degenza delle strutture private, perché il paradosso del disturbo alimentare è che c’è alta mortalità, ma anche alta guarigione. La variabile è la tempistica della cura.

E’, pertanto, auspicabile la creazione di nuovi luoghi di cura.

avv. Maria Antonella Mascaro

I vaccini presto somministrati con una sonda ecografica

Le vaccinazioni possono essere somministrate senza aghi, attraverso la pelle utilizzando gli ultrasuoni, ovvero la stessa tecnologia innocua alla base delle ecografie.

Un metodo innovativo che non danneggia la pelle ed elimina la necessità dell’iniezione. Questa idea è stata messa a punto da Darcy Dunn-Lawless dell’Università di Oxford. Il principio si basa sulla miscelazione di molecole del vaccino con proteine minuscole. Questa miscela liquida è stata poi applicata sulla pelle dei topi e esposta agli ultrasuoni per circa un minuto e mezzo.

Secondo i risultati della ricerca presentati alla conferenza Acoustics 2023 a Sydney, grazie agli ultrasuoni negli strati superiori della pelle, si formano bolle riempite di vaccino. Man mano che gli ultrasuoni continuano a colpire la pelle, queste bolle scoppiano rilasciando il vaccino. L’azione dello scoppio delle bolle rende anche la pelle più permeabile e consente a tante molecole del vaccino di passare. 

Questo processo più superficiale è sufficiente per l’immunizzazione, afferma Dunn-Lawless. Nei test su topi vivi, i ricercatori hanno scoperto che gli animali producevano più anticorpi rispetto a quando il vaccino era trasferito con la tradizionale iniezione. I ricercatori sostengono che i topi non hanno mostrato segni di dolore e non c’erano danni visibili alla loro pelle. L’aumento della produzione di anticorpi potrebbe essere dovuto al fatto che ci sono più cellule immunitarie nella pelle rispetto al muscolo (dove finisce il vaccino quando viene iniettato), ma i ricercatori stanno ancora indagando, afferma Dunn-Lawless. 

Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, un quarto degli adulti e due terzi dei bambini hanno forti timori nei confronti degli aghi. 

Tuttavia, la salute pubblica dipende dalla disponibilità delle persone a ricevere i vaccini, che spesso vengono somministrati appunto con una iniezione. Ecco perché un vaccino senza aghi sarebbe una soluzione notevole ai fini della diffusione, evitando i rifiuti di quei pazienti che si sottraggono alla somministrazione per il timore degli aghi.

Regioni italiane con il cappio al collo.

I vari tagli alla sanità hanno determinato fra le altre cose una diminuzione dei posti letto di terapia intensiva entro il 2026.

La Commissione Ue promuove la nuova versione del piano che ha comportato oltre ai tagli noti, quelli delle case di comunità, degli ospedali di comunità e delle centrali operative.

Il problema si pone per le Regioni che ancora non conoscono la distribuzione territoriale dei tagli.

Anche se il governo sembra rassicurare che le strutture che dovrebbero essere “tagliate” rivivrebbero con altri finanziamenti, non conoscendo l’entità e soprattutto la matrice degli stessi, la preoccupazione delle Regioni aumenta.

L’allarme è accentuato dal fatto che ad oggi nessun Presidente di Regione, così come nessun assessore alla Sanità è in grado di conoscere a quante strutture del territorio dovrà rinunciare rispetto al piano iniziale, peraltro in molti casi in fase avanzata di realizzazione. E poco rassicura ciò che giunge dalla voce della Commissione UE che nel valutare la revisione del piano da parte dell’Italia, tra l’altro, scrive che “alla luce delle modifiche proposte dall’Italia la missione 6 continua a rafforzare la prossimità dei servizi e la digitalizzazione del sistema sanitario nazionale”.

I tagli sembrano necessari a fronte dell’aumento dei costi e dei ritardi accumulati e, dunque, alcune parti del Paese rischierebbero diarrivare alla scadenza del 2026 con un’attuazione solo parziale del piano, ponendo a rischio i finanziamentieuropei. In questo nuovo scenario sono previste altre riduzioni che rischiano di impattare su un sistemasanitario già messo a dura prova dal Covid e dalla carenza di personale.

Nella versione rivista delPnrr le riduzioni riguardano, come si diceva, i posti letto di terapia intensiva, l’edilizia sanitaria, ma soprattutto, la riduzione degli ospedali e case di comunità oltre che delle centrali operative. Pertanto è la medicina territoriale a farne maggiormente le spese.  

Nel piano è anche previsto un aumento dei pazienti che verranno seguiti con la telemedicina che, però, deve essere supportata da apparecchiature diagnostiche di livello.

Il grande timore è dato dal fatto che in regioni già sofferenti possano giungere ulteriori tagli che sarebbero disastrosi per la sanità locale, laddove si parlava di potenziamento per evitare il costoso esodo verso regioni più virtuose, esodo che ricadeva sulle casse della regione abbandonata.

Dunque, in attesa del disegno di una road map da parte del Ministero della Salute, si prefigura, ottimisticamente, il mantenimento dei livelli attuali delle strutture previste, al massimo con possibili lievi ridimensionamenti.

Certo è che si sperava i tagli potessero non riguardare la sanità!

avv. Maria Antonella Mascaro

La fuga di medici e infermieri dal pubblico verso l’estero non accenna a rallentare

Un medico ospedaliero di Genova (che vuole restare anonimo) lavora in ospedale da più di 20 anni anni e sta valutando di spostarsi in Bahrain: gli offrono 20mila euro al mese, che sono dieci volte di più di quello che prende nell’ospedale ligure dove lavora, una casa e un’auto.

A livello nazionale la fuga di medici e infermieri all’estero non accenna a rallentare, anzi: secondo l’associazione dei medici di origine straniera in Italia (Amsi) e dell’Unione medica euro mediterranea (Umem) se tra maggio e agosto le richieste sono aumentate del 40%, il dato è schizzato del 65% da settembre.

Negli ultimi cinque anni sono circa diecimila le richieste di informazioni da parte di professionisti della sanità sulla possibilità di lavorare nei Paesi del Golfo. Una media di duemila l’anno. In sei mesi del 2023, da maggio al 30 ottobre, siamo arrivati a quota 1.700, per l’80% appartenenti a strutture pubbliche.

Medici e operatori sanitari in cerca di uno stipendio migliore, ma soprattutto di una qualità di vita più alta tra tempo a disposizione e soddisfazione professionale.

I professionisti della sanità in fuga dal sistema sanitario nazionale sono diversi: dai chirurghi in burnout soprattutto dopo il Covid, allo specializzando che teme di non avere un contratto adeguato, al primario stanco di uno stipendio sempre uguale, tra loro anche la coppia medico-infermiere (il 25%) che vuole scommettere su un’altra vita.

A una lettura superficiale può sembrare sia solo una questione economica, che sicuramente conta, ma non è solo questo: chi vuole lasciare la sanità italiana e partire, lo fa anche per le aggressioni sempre più frequenti, stress e mancanza di valorizzazione, la sanità pubblica – per chi ci lavora – non mantiene le promesse e si perde in burocrazia e ‘si è sempre fatto così’ per non parlare di veri e propri settori e reparti intoccabili.

Quasi nessuno si ferma al mero nodo dello stipendio, che pure conta: chi vuole partire lo fa perché stanco, per mancanza di sicurezza e per le aggressioni sul lavoro, per sfiducia, stress e mancanza di valorizzazione da parte di una sanità, soprattutto pubblica, che non mantiene le promesse e si perde in una burocrazia desolante. Per i più giovani, c’è soprattutto la voglia di fare pratica ed esperienza altrove ma anche la paura di ‘non farcela’ qui da noi o di restare incastrati in un meccanismo che scoraggia carriere e legittime aspirazioni personali.

I provvedimenti della sanità per la Calabria

La Camera dei Deputati ha approvato il Decreto Proroghe che ora è legge. Fra le diverse le misure in tema di sanità, emergono quelle che riguardano la Regione Calabria.

In sintesi alcune importanti proroghe. 

Innanzitutto viene prorogato al 31 dicembre 2024 il periodo di applicabilità delle misure a sostegno del servizio sanitario regionale calabrese.

Inoltre gli effetti delle disposizioni operano limitatamente alle unità con contratto di lavoro flessibile in servizio alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, nel limite di spesa di 193.000 euro per l’anno 2024.

Ancora, i Commissari straordinari decadono, ove non confermati con le procedure particolari indicate, il sessantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

Viene eliminata definitivamente la disposizione che attualmente esclude, fino al 31 dicembre 2025, la possibilità di azioni esecutive nei confronti degli enti ed aziende del Servizio sanitario della Regione Calabria, al fine di agevolare la definizione della infrazione n. 2023/400, per presunta violazione della direttiva 2011/7/UE, in relazione ai pagamenti dovuti dal servizio sanitario della regione Calabria.

Ulteriore provvedimento riguarda il fatto che il Commissario ad acta potrà avvalersi, ai fini dell’affidamento di appalti, di lavori e di forniture, degli strumenti di acquisto e negoziazione messi a disposizione non solo dalla Consip S.p.a. o, in alternativa della Stazione Unica Appaltante della Regione Calabria, ma anche dell’“Azienda Zero”.

E’, infine, autorizzata la spesa di 19,4 milioni di euro per il 2024 e di 38,6 milioni per il 2025, ai fini del completamento dei piani di riorganizzazione e di quelli derivanti dall’adeguamento ai nuovi requisiti, imposti dalla pandemia dovuta al Covid-19, delle progettazioni di alcune strutture sanitarie.

avv. Maria Antonella Mascaro

Le molte facce della sanità privata

La sanità in Italia oggi è “accreditata” con il SSN, è “classificata” (ospedali religiosi) in accreditamento in base ai “Patti Lateranensi” tra Stato della Chiesa e Stato Italiano, è in “outsourcing” nella gestione di servizi e strutture ed è “integrativa” in base al “Jobs Act”. Poi abbiamo la sanità privata “privata”. La sommatoria di queste diverse presenze fa già sì che in diverse Regioni importanti sia costituisca la maggior parte dell’offerta di servizi sanitari ai cittadini residenti.

Ad esempio nel Lazio abbiamo una forte presenza di Ospedali “Classificati” (”Gemelli”, Fatebenefratelli”, “Campus Biomedico”, “Israelitico”, etc.), diversi ospedali e Case di Cura “accreditate”, come molte RSA, Residenze di vario tipo e genere, Ambulatori e Centri diagnostici, per non parlare di tutte le attività in “outsourcing” delle ASL e in più tutte le reti “convenzionate” con Assicurazioni e Mutue nell’ambito dei contratti di “sanità integrativa” rinvenienti nel tempo dall’applicazione del “Jobs Act”.

Il consumo di risorse socio-sanitarie per le persone di oltre i 75 anni è 11 volte superiore alla classe di età 25-34 anni e i pazienti cronici rappresentano il 25% della popolazione ed assorbono il 70% della spesa. Constatazione che implicava il tema non trascurabile delle risorse da dedicare ai “Fondi per la non autosufficienza”. Fondi su cui non c’è mai stato un dibattito adeguato e quindi non abbiamo visto scelte conseguenti. Di fatto ci si affida al mercato, ovvero, all’offerta assolutamente “privata” e alle capacità di spesa dei singoli.

Peraltro questo è un tema con una forte differenziazione di modelli di risposta da Regione a Regione. Oggi è sempre più chiaro che intorno alla questione delle malattie croniche si gioca in primo luogo la salute di centinaia di milioni di persone e subito dopo la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari. Il problema è in primo luogo politico. Pensare di contenere la spesa sanitaria attraverso risparmi/riduzioni degli sprechi (leggi ‘Spending review’), mantenendo lo stesso modello di organizzazione sanitaria (essenzialmente clinico-ospedaliera) è uno sforzo vano. Le soluzioni tecniche non mancano, e tra l’altro sono efficaci e relativamente poco costose, come descritto in numerosi documenti internazionali. Queste richiedono un netto cambiamento del modello di organizzazione sanitaria, più orientata alla prevenzione, centrata sulla persona, basata sulle Cure primarie e sulla sanità d’iniziativa.

Una idea ricorrente è quella che una “sana competizione” tra sanità pubblica e sanità privata avrebbe fatto crescere il livello di qualità della gestione delle strutture pubbliche.

L’assioma di partenza era che nei fondi a disposizione per il FSN avremmo dovuto recuperare per la “spesa buona” ben circa 25 miliari di euro che venivano sprecati in “inadeguato coordinamento” (mancanza di integrazione dei servizi), circa 2,97 mld, in “sovra utilizzo”, circa 7,42 mld, in “complessità amministrative”, circa 2,72 mld, in “sottoutilizzo”, circa 3, 45 mld, in “acquisti e costi eccessivi”, circa 3,21 md e, infine per “frodi e abusi” circa 4,95 mld [Il Sole 24 Ore-GIMBE]. In realtà non abbiamo visto adeguate politiche virtuose di successo su questi fronti. Peccato che pubblico e privato non hanno gli stessi vincoli gestionali e i manager pubblici non possono combinare i fattori produttivi in loro disponibilità come dovrebbero per raggiungere gli obiettivi a loro assegnati.

Inoltre secondo l’approccio/vulgata sulle leggi di mercato nel punto in cui la curva di domanda e offerta si incontrano il loro rapporto dovrebbe essere perfettamente bilanciato. Si dovrebbe produrre esattamente la quantità necessaria con il prezzo di mercato e il volume di produzione che rimangono stabili. Quanto sopra dovrebbe regolare le dinamiche anche del settore sanitario.

Invece si scopre che non esiste una concorrenza perfetta, ma anzi il mercato è dominato da concentrazioni finanziarie che inducono la domanda, la modificano e la orientano.

Intelligenza artificiale applicata al tumore della prostata.

Il tumore della prostata è il secondo più comunemente diagnosticato negli uomini. Gli studi mostrano che la prevalenza del tumore della prostata aumenta con l’età; la sua frequenza varia a seconda dei diversi contesti etnici e delle aree geografiche. Tra i fattori di rischio non modificabili ci sono: l’età, la genetica e la familiarità. Il tumore della prostata è tipico dell’età avanzata: più si invecchia e più si hanno probabilità che si sviluppi. Si stima che la maggioranza degli uomini di ottant’anni abbia una qualche forma di tumore della prostata, anche latente. I tassi di incidenza sono maggiori in Australia, Nord America, Europa occidentale, e Nord Europa, mentre sono minori in Asia orientale e centro-meridionale. La mortalità per tumore della prostata è diminuita nella maggior parte dei Paesi occidentali.

A tal proposito è stato istituito un consorzio di 11 partners internazionali: Francia, Belgio, Spagna, Gran Bretagna e Italia, per applicare l’intelligenza artificiale alla diagnosi precoce del tumore alla prostata, evitando biopsie inutili.

Il progetto si chiama FLUTE (Federate Learning and multi-party computation Techniques for prostate cancer). Fra gli undici partners internazionali uno è italiano. Il federate learning è una tecnica di machine learning collaborativo che sfrutta le conoscenze presenti in più banche dati, senza immagazzinarle. In questo modo i dati rimangono protetti nei centri, legittimi possessori e vengono usati per elaborare un algoritmo che può essere condiviso fra tutti, senza che vengano violati dati sensibili  

Il progetto è finanziato dalla Commissione Europea per circa sette milioni di euro, nell’ambito del programma quadro Horizon Europe ed è volto a promuovere l’assistenza sanitaria basata sui dati.

Il progetto FLUTE promuove lo sviluppo globale dello standard HL7 FHIR, standard di progettato per favorire lo scambio di dati sanitari clinici e amministrativi veloce ed efficiente. Il progetto definirà nuove linee guida per l’apprendimento federato (Federated Learning) transfrontaliero conforme al GDPR nel settore sanitario, assicurando la conformità normativa e la protezione dei dati.

avv. Maria Antonella Mascaro

La funzione sociale dei Pronto Soccorso e delle strutture sanitarie contro la violenza di genere.

La nostra è una società che avanza. Non si può negare che il progresso abbia fatto passi da giganti e nella sanità chi avrebbe mai pensato di parlare o di applicare l’intelligenza artificiale, ma purtroppo con il progresso e con la tecnologia tante forme di uso distorto della stessa avvengono anche per esercitare atti biechi e comunque vanno denunciati e condannati.

La statistica ci viene in soccorso anche se quello che elabora è un dato che non ci piace, ma ci può aiutare ad interpretarlo e a tentare di usarlo per tentare di cambiare la situazione.

Le forme più gravi di violenza contro le donne avvengono in ambiente familiare, da parte di partner, ex partner, amici, parenti. Dunque creare una rete di protezione è fondamentale, fondamentale segnalare alle prime avvisaglie.

I dati Istat dicono che prima di iniziare un percorso di uscita dalla violenza subìta il 40% delle donne si rivolge a parenti, il 30% alle forze di polizia e quasi il 20% fa ricorso al pronto soccorso e agli ospedali.

Il Ministro della Salute ha dichiarato che lo scorso anno, in Italia “sono stati 14.448 gli accessi di donne in pronto soccorso con indicazione di violenza, con un aumento del 13% rispetto al 2021. In Italia si stima che circa l’8,6 % delle donne vittime di violenza che si rivolge al pronto soccorso, accede più di una volta”.  

Ecco dunque che fra gli apparati di aiuto e sostegno quali misure sociali che siano degne e rispettose di uno stato di diritto, il pronto soccorso e le strutture sanitarie non hanno più soltanto una dimensione di cura, intesa come medicazione materiale, ma diventano un luogo dove è possibile accogliere la vittima e dove poterla indirizzare. La statistica è orrenda: i dati parlano di una donna su tre che ha subito violenza e in Italia il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito una qualche forma di violenza.

In ogni caso il Governo sta lavorando al decreto attuativo del bonus psicologico che deve essere esaminato in Conferenza Stato-Regioni nei prossimi giorni.

Le strutture italiane sono già abbastanza attrezzate, ma si dichiarano pronte a nuovi interventi per arginare il tremendo e dilagante fenomeno degli atti di violenza di genere. E’ allo studio un modo per creare un rafforzamento delle misure già in atto. Dunque, si vogliono realizzare in larga scala, nelle strutture, protocolli relativi a percorsi post-violenza; in quasi tutti i pronto soccorso misure diversificate e dimissioni protette nei casi di alto rischio; la figura di un referente del percorso e la creazione di un’equipe multidisciplinare dedicata; attività e percorsi di formazione sulla violenza per gli operatori sanitari. Inoltre, si tende di agevolare una tutela dei minori che accompagnano la vittima di violenza, già a partire dalla struttura alla quale la medesima si rivolge.

avv. Maria Antonella Mascaro

Accordo tra Regione e privati convenzionati: potenziare prestazioni e ridurre liste d’attesa

Accordo tra Regione e privati convenzionati per l’attribuzione di risorse, a valere sul 2023, per il potenziamento dell’offerta di prestazioni ambulatoriali finalizzate alla riduzione delle liste d’attesa. L’intesa è stata raggiunta nel corso di un incontro all’assessorato regionale della Salute, guidato da Giovanna Volo, tra il dirigente generale del dipartimento della Pianificazione strategica, Salvatore Iacolino, e le organizzazioni sindacali rappresentative del settore.

«Un ottimo risultato – commenta il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani – che ci permette di garantire la continuità assistenziale e soddisfare i bisogni di salute dei siciliani».

Secondo l’accordo, 11,3 milioni di euro, derivanti dalla sovrastima delle prestazioni di emodialisi per l’anno 2023, saranno così distribuiti: 5,2 milioni ai laboratori di analisi, 3,8 milioni agli ambulatori di fisiokinesiterapia, 2 milioni a quelli per l’emodialisi e 300 mila euro agli ambulatori di odontoiatria. Inoltre, 6,5 milioni di euro saranno distribuiti alle Asp per il rimborso in quota parte delle prestazioni realizzate in più nel 2023, nelle categorie ritenute “critiche” dal ministero della Salute, nell’ambito del piano regionale di abbattimento delle liste d’attesa voluto dal governo Schifani. 

«Rafforziamo così l’assistenza territoriale – dice Iacolino – con particolare riferimento alle prestazioni di area critica, tra cui oncologia, cardiologia, endoscopia, radiodiagnostica, fisiokinesiterapia, endocrinologia. Un ulteriore passo avanti per una sanità più efficiente e più vicina ai cittadini».

Rapporto OMS e cure dentali in Italia: la sanità privata può aiutare.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato alla fine dello scorso anno l’ultimo rapporto globale sullo stato di salute orale dopo circa 20 anni dalla sua ultima pubblicazione. Il documento fornisce un quadro completo sulla prevalenza delle malattie orali e include profili relativi a dati acquisiti in 194 paesi. La relazione è preziosa per promuovere una buona salute orale e l’accesso alle cure dentistiche nei rispettivi paesi.

Secondo i dati raccolti, circa la metà della popolazione mondiale, ossia 3,5 miliardi di persone, soffre di malattie orali e tre persone su quattro vivono in paesi a basso e medio reddito. L’incidenza globale delle malattie orali è superiore ai disturbi mentali, al diabete e al cancro. La carie dentaria, la parodontite grave, la perdita dei denti e il cancro orale sono tra le malattie orali più comuni. Ogni anno sono diagnosticati 380.000 nuovi casi di cancro orale.

Il rapporto ha, anche, rilevato grandi disparità nell’accesso ai servizi di salute orale, rilevando enormi sperequazioni fra le persone che hanno redditi bassi, persone con disabilità, anziani che vivono da soli o in case di cura, e persone che vivono in comunità rurali o appartenenti a gruppi minoritari. L’accesso alle cure è ostacolato dai costi elevati, nonché dall’inefficacia degli interventi e delle politiche in materia di salute orale.

Il rapporto ha evidenziato facilitatori per migliorare lo stato della salute orale globale, enucleando i fattori di rischio comuni, attraverso un approccio di sanità pubblica, rafforzando sistemi e modelli di organizzazione.

Quanto al nostro paese ogni anno 5 milioni di italiani rinunciano ad andare dal dentista mettendo così a rischio la salute. Ciò accade perché, come documentato nel rapporto dell’OMS, le malattie orali, non curate, fanno aumentare di cinque volte il rischio di ammalarsi di diabete, malattie cardiovascolari e tumori, oppure di avere complicanze quando si è malati già.  Uno dei problemi è rappresentato dalla quasi inesistenza della sanità pubblica nelle cure dentali. Basti pensare che della spesa di circa 8 miliardi all’anno sostenuta dagli italiani, solo lo 0,07% è coperta dal Servizio sanitario nazionale.  L’implantologia o le semplici otturazioni possono essere erogate solo a pazienti con particolari vulnerabilità sanitarie o sociali.  Per questo motivo molti rinunciano a curarsi e rinunciano anche a sottoscrivere una assicurazione sanitarie, la quale per avere la copertura delle cure dentali   deve spendere almeno mille euro all’anno. 

Da questo tremendo fenomeno quali sono gli escamotage adottati: uno illegittimo per chi esercita la professione, cioè affidarsi, come avviene secondo dati certi, ad odontotecnici, che esercitano abusivamente la professione di odontoiatra o medico chirurgo specializzato (vecchio ordinamento), oppure espatriare nei vicini paesi dell’Est Europa, quali: Slovenia, Croazia, Serbia, Romania e Albania, dove i costi sono notevolmente più bassi, in quanto la tassazione non supera il 15% e i costi vivi di struttura sono di circa due terzi più bassi di quelli italiani. A volte le prestazioni sono in linea con gli standard del nostro paese, anche perché molti chirurghi decidono di fare interventi in quei paesi, a volte i pazienti sono scontenti per uso di materiali scadenti, oppure si possono trovare degli standard di sicurezza più bassi, tanto che, a volte sono costretti a ripetere l’intervento chirurgico in Italia.

La problematica non è di poco conto se si pensa che ancora una volta la risposta si può trovare attraverso il ristabilire i servizi che uno stato di diritto deve concedere per lo sviluppo dello stato sociale. E quando uno stato fatica, il sostegno può arrivare solo dal suo immediato vicino che è rappresentato dalla sanità privata che ancora una volta viene in soccorso della sanità pubblica, ma che dovrebbe avere un posto sul suo stesso scranno, come si sente dire da lungo tempo.

Se gli ospedali non sono in grado, oggi più di prima, dopo la pandemia, di venire incontro al cittadino che deve curarsi, a maggior ragione quando le cure non presuppongono un ricovero, perché non fare in modo che le strutture private accreditate possano accogliere i tanti pazienti che devono sostenere cure dentali?

Questo ristabilirebbe i principi di sanità equa ed universale, anche in questo campo, quello odontoiatrico che, per la ragioni spiegate e per i dati scaturiti dall’OMS, è molto vasto dal punto di vista del numero delle richieste di cura.

avv. Maria Antonella Mascaro

In vista dello sciopero indetto per il prossimo 17 novembre 2023, ACOP ha richiesto un parere all’avv. Maria Luisa Bellini sul comportamento che le strutture sanitarie dovranno tenere nei confronti dei dipendenti che intendano aderire.

I medici in rivolta

I medici hanno preannunciato battaglia contro i provvedimenti inclusi nella legge di bilancio: il fenomeno è abbastanza inusuale.

Dopo le misure sulle liste di attesa e le scarse misure sui nuovi contratti, il Governo vuole colpire le pensioni.

La legge di bilancio, ancora in discussione presso il Parlamento, non soddisfa in alcun modo il mondo della sanità.

Nella manovra è prevista una indennità extraorario di cento euro lordi destinata al taglio delle liste di attesa, ma che, a parere del mondo sanitario, è soltanto un pretesto in quanto tre anni di pandemia e dunque l’accumulo delle liste di attesa non possono essere cancellati da una misura così ridotta. Si auspicava, invece, in aumenti degli stipendi maggiori, anche fra i dirigenti, in modo da evitare, o comunque, frenare l’esodo dei professionisti all’estero, o il dover ricorrere a strutture private.

Il personale sanitario accusa stanchezza di turni impossibili che si sono sopportati duranti il Covid, ma che continuano incessantemente ad esistere.

L’aspettativa del mondo sanitario è anche relativa a previsioni non realizzate e concernenti il blocco ulteriore delle assunzioni, dal momento che non vi è stato sblocco del tetto di spesa per il personale accompagnato da un piano straordinario.

I fondi previsti, cioè oltre due miliardi, riguardano tutto il comparto sanità, non solamente quello ospedaliero, dunque una ridistribuzione per tutti, con piccolissimi incentivi, venduti come aumenti.

Sul tema pensioni, si è già nello specifico detto e scritto, in quanto la norma modifica il rendimento della quota retributiva delle pensioni che verranno liquidate nel 2024. Vengono ridotte le aliquote di rendimento dei contributi versati dal 1981 al 1995, con una perdita stimata in percentuale fra il cinque e il venticinque percento dell’assegno di pensione. Ciò riguarderebbe secondo le stime delle associazioni di categoria e le sigle sindacali, oltre cinquantamila dipendenti.

Altra argomentazione la mancata depenalizzazione dell’atto medico. In realtà se ne era parlato molto nei mesi immediatamente precedenti alla presentazione della manovra di bilancio, anche in consessi convegnistici molto accreditati, e pur se, da parte di addetti al settore, appariva come una riforma importante che avrebbe dato un colpo importante alla cosiddetta medicina difensiva, nessuna notizia proviene dalla Commissione presso il Ministero della Giustizia a riguardo.

Era stato chiarito dal giudice di legittimità che il medico risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali nei casi in cui l’evento si è verificato per colpa anche lieve dettata da imprudenza, negligenza o imperizia, nelle ipotesi in cui il caso non è regolato dalle linee guida o, manchino le buone pratiche clinico-assistenziali; oppure in quello di errore nell’individuazione della tipologia di intervento e delle relative linee guida non adeguate al caso concreto.

Dunque, si era cominciato a delineare un perimetro più ristretto che aveva suscitato il dibattito sulla depenalizzazione dell’errore medico, in particolare si tentava di tendere verso un modello europeo cosiddetto senza colpa, che avrebbe risparmiato costi ed evitato la fuga dei medici che per paura di subire un processo, migrano in altri paesi.

Tutte problematiche che verrebbero notevolmente migliorate, se realmente avvenisse quella inclusione della sanità privata accreditata in quella pubblica, non frutto di qualche sporadico esempio regionale, ma vero adempimento, a livello nazionale, dei principi sanciti nella costituzione.

avv. Maria Antonella Mascaro

Audizione ACOP alla V Commissione Senato

Il giorno 10 novembre 8 u.s. si è tenuta in Commissione Bilancio del Senato l’audizione di ACOP sulla Legge Finanziaria 2024.

La Delegazione era composta dai componenti del Direttivo Nazionale Emmanuel MIRAGLIA e Vincenzo SCHIAVONE. 

Dopo aver ringraziato il Presidente Sen. Calandrini per l’opportunità concessa, la delegazione ACOP ha precisato di parlare per la Ospedalità Privata Accreditata che, rendendosi conto dei limiti posti dal Governo al Bilancio dello Stato, intende limitarsi ad un chiarimento ed a due richieste di precisazioni all’interno dei limiti di Bilancio.

Innanzitutto, ACOP vuole chiarire e respingere le ripetute affermazioni di alcuni organi di stampa e di autorevoli parlamentari, di “regali” all’Ospedalità privata. Si è addirittura affermato, in occasione della finanziaria 2024 di “due miliardi dati ai privati” quando invece è notorio che “per legge” (Decreto Monti) da 10 anni i finanziamenti nel FSN ai Privati sono “bloccati”, così come sono ferme da 20 anni le Tariffe dei DRG.

E tutto questo produce un costo per l’Ospedalità Accreditata all’interno del Fondo Nazionale Ospedaliero pari al 15% a fronte di una produzione addirittura del 25%.

Questo il ruolo dell’Ospedalità Privata accreditata che ha innegabilmente contribuito a garantire in tutti questi anni la sopravvivenza del Servizio Sanitario Pubblico nel nostro Paese.

Passando alla richiesta di precisazioni, Miraglia ha dichiarato:

1) sul piano dei rapporti di lavoro è necessario precisare che nel finanziamento del rinnovo contrattuale degli ospedalieri siano anche compresi gli “ospedalieri”delle Strutture Accreditate;

2) Deve essere eliminata l’illogica, iniqua ed illegittima prassi secondo la quale nelle Regioni del sud alle strutture private accreditate la remunerazione delle prestazioni rese in favore dei cittadini residenti in Regioni diverse viene compresa nei cosiddetti tetti di spesa. Al contrario nelle Regioni del nord l’attività resa ai cittadini residenti altrove viene liberamente consentita oltre i tetti e naturalmente remunerata. Ciò comporta un’inaccettabile disparità di trattamento sia sul versante delle aziende (quelle del nord godono della giusta apertura, mentre altre, in particolare quelle del sud, non possono lavorare per cittadini extraregionali e non ricevono  la dovuta remunerazione), sia sul versante dei cittadini, ai quali  viene inibita la libera scelta di ricoverarsi in Strutture Accreditate della propria Regione, mentre vengono indotti solo a ricoverarsi in Strutture Accreditate di altre Regioni, in qualità di “pazienti extra regionali”.

È un principio di equità a costo zero per le Casse Pubbliche e che invece depaupera le Regioni del sud da 20 anni di oltre un miliardo di euro l’anno.

E con gravi sacrifici per i pazienti ed i loro familiari.

In conclusione, il Presidente sen. Nicola Calandrini ha manifestato apprezzamento per la chiarezza dei problemi illustrati e la loro rilevanza sul piano sociale.

Le disposizioni anticipate di trattamento e il modello campione della città di Pisa.

Le disposizioni anticipate di trattamento, cosiddette DAT, comunemente definite testamento biologico o biotestamento, sono regolamentate dall’art. 4 della L. 219/2017.

In sostanza, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte, la Legge prevede la possibilità per ogni persona di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto su accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari che possono essere effettuate da persone maggiorenni e capaci di intendere e volere.

E’ fondamentale, prima di dare corso ad una DAT, acquisire adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle scelte relative al rifiuto o al consenso a determinati accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari (es. nutrizione artificiale e idratazione artificiale).

Non esistono moduli specifici, ma alcuni comuni hanno predisposto dei facsimili.

La redazione delle DAT può avvenire in diverse forme da quella presso un notaio (sia con atto pubblico, sia con scrittura privata in cui la persona scrive autonomamente le proprie volontà e fa autenticare le firme dal notaio), a quella presso l’ufficiale di stato civile del comune di residenza (con scrittura privata) che provvede all’annotazione in un apposito registro, ove istituito; ancora a quella  presso le strutture sanitarie competenti nelle regioni che abbiano regolamentato la raccolta delle DAT (con scrittura privata); da ultimo alla redazione presso gli Uffici consolari italiani, per i cittadini italiani all’estero.

Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, le DAT possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare.

Tutte le DAT, consegnate presso i notai, icComuni, le strutture sanitarie competenti e i consolati italiani all’estero sono trasmesse e inserite nella banca dati nazionale delle DAT istituita presso il Ministero della Salute dalla legge di bilancio 2018. La banca dati DAT è stata attivata a partire dal primo febbraio 2020.

La legge prevede la possibilità di indicare nella DAT un fiduciario, la cui scelta è rimessa completamente alla volontà del disponente. Il fiduciario deve essere maggiorenne e capace di intendere e di volere.  

Nessun trattamento sanitario può essere iniziato o perseguito senza il consenso libero e informato del paziente, il quale ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informato in modo completo e comprensibile sulla diagnosi, sulla prognosi, sui benefici e sui rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari che gli vengono proposti. Deve inoltre essere messo a conoscenza delle alternative e delle conseguenze di un rifiuto del trattamento sanitario o dell’accertamento diagnostico.

La novità in materia proviene dalla città di Pisa che ha proposto un modello campione, con l’inserimento delle DAT nella cartella sanitaria elettronica. In tal modo i medici curanti possano più facilmente consultare le Dat dei pazienti che non sono in condizione di esprimere le loro volontà. Dalla cartella sanitaria elettronica di ogni persona ricoverata sarà infatti possibile accedere direttamente alla banca dati del Ministero della Salute che, come detto sopra, conserva tutte le disposizioni registrate in Italia.

Si tratta, dunque, di una implementazione della cartella clinica elettronica dove, al momento del ricovero del paziente, si fanno confluire le disposizioni ai trattamenti dettate dal paziente.

Gli scopi più importanti riguardano l’obiettivo di rendere ai medici curanti più semplice il compito per accedere alla volontà dei pazienti e, forse prima ancora, contribuire a rendere effettivi i diritti costituzionali dei pazienti.

E’ auspicabile che questo modello campione venga adottato in tutto il paese quale presidio a tutela dei diritti del malato.

avv. Maria Antonella Mascaro

8 novembre 2023

La sanità calabrese avanza

La riflessione sulla sanità regionale calabrese effettuata sulla base di dati e di osservazione da parte del Vicepresidente di Acop, avv. Enzo Paolini, che spiega con chiarezza – in un’intervista al Quotidiano – come ai cittadini calabresi si stia restituendo dignità nelle cure, garanzia nella sostenibilità finanziaria dei livelli essenziali di assistenza, rafforzando la programmazione sanitaria nel pubblico e nel privato accreditato.

Due le novità speculari: l’arrivo di sessanta ambulanze ed altri presidi salvavita e le denunce di varie ruberie ad alcuni amministratori che hanno fatto tutt’altro che il loro dovere, ma che sono alcuni e non tutti.

Da due anni a questa parte le cose stanno cambiando con l’avvicendarsi di una classe dirigente competente che programma, rafforza le regole per l’accreditamento dei privati, stabilisce l’esclusività di rapporto dei medici con il servizio pubblico, rilancia l’integrazione socio-sanitaria, agendo in maniera da invertire la tendenza dell’emigrazione sanitaria.

La Calabria vuole e deve uscire dal Commissariamento, lo vuole il suo Presidente, lo chiedono a gran voce i cittadini e se il piano di programmazione continua ad andare nella direzione nella quale è stato indirizzato, molto presto potrà accadere.

Alcune iniziative del Presidente della Regione, prima criticate, come quello dell’introduzione dei medici cubani nella sanità calabrese, ora in totale controtendenza sono indicate come modelli da seguire.

Ancora la creazione del portale www.sanibook.it creato dalla Regione e attraverso il quale possono essere fatte segnalazioni e denunce dai cittadini calabresi, hanno fatto sì che si potesse dal piccolo verso il grande cominciare a risolvere le problematiche della sanità territoriale.

Per far questo, però, non si può dimenticare che si scontano anni nei quali si è assistito ad una deospedalizzazione e a varie chiusure di centri di eccellenza nella logica di tagli che nella realtà non erano tali.

Nessun senso ha avuto chiudere e degradare ospedali in territori isolati e difficili, demotivando gli operatori sanitari e costringendoli ad una vera e propria migrazione, prima di potenziare la medicina territoriale, la rete dei medici di famiglia e dei pediatri di base, la prevenzione, la specialistica ambulatoriale e il settore urgenze ed emergenze.

Oggi sembra che la classe dirigente sanitaria voglia invertire la tendenza e lasciare un segno positivo in un territorio che non ha più voglia di essere additato come il fanalino di coda della sanità.

avv. Maria Antonella Mascaro

7 novembre 2023

6 novembre 2023

Medici in fuga per le pensioni

Il primo problema del servizio sanitario pubblico – è oramai appurato – riguarda la carenza di personale. Per questo va scongiurata la corsa alla pensione anticipata, con un’azione trasversale per trattenere i medici senza penalizzarli con la norma introdotta nella finanziaria nazionale che taglia in maniera sostanziosa i futuri assegni. Dopo il taglio alla spesa del 2019 e quota 100 con la leva delle pensioni, ancora una volta si spingono i medici a lasciare anticipatamente il lavoro, indebolendo ulteriormente un sistema già sofferente da tempo. I medici non vanno penalizzati e lasciati scappare, ma piuttosto premiati e trattenuti. È opportuno che le Regioni intervengano sul governo per bloccare la riforma e si attivino per migliorare le condizioni di lavoro nelle aziende sanitarie.

Una sforbiciata maldestra, che rischia di avere contraccolpi anche sul numero di professionisti in forza al sistema sanitario regionale. Il presidente della Toscana Eugenio Giani suona un campanello di allarme riguardo alla misura sulla modifica dei rendimenti della quota retributiva delle pensioni dei dipendenti degli enti locali, degli ufficiali giudiziari, degli insegnanti di asilo nido e scuole elementari parificate e della sanità pubblica proposta dal Governo nazionale nella manovra di bilancio e che si applicherebbe sui trattamenti liquidati dal 2024 in poi.

La misura riguarda chi ha iniziato a lavorare tra il 1981 e il 1995.

Il provvedimento – comunque non ancora varato – riguarda chi lascerà il servizio con una quota di pensione retributiva inferiore ai 15 anni, ossia chi ha cominciato a lavorare tra il 1981 e il 1995. Che percepirà dai 4 ai 10 mila euro (e oltre: per taluni si toccheranno i 26 mila euro) all’anno in meno in base all’anzianità e al reddito. Una vera e propria stangata, insomma, che potrebbe innescare un effetto valanga: per evitare di subire almeno in parte le conseguenze dei tagli, infatti, migliaia di pensionandi potrebbero anticipare la quiescenza, rassegnandole dimissioni entro il 31 dicembre 2023. Cosa significa? Che alcuni settori già in crisi, come la sanità, subirebbero un esodo di professionisti.

2 novembre 2023

I tagli ai sanitari della manovra finanziaria

I sanitari italiani manifesteranno contro la proposta di legge sulle pensioni contenuta nella Manovra finanziaria.

Nella nuova Legge di Bilancio si prevedono tagli alle pensioni dei dipendenti pubblici che smetteranno di lavorare nel 2024 e non ci sono risorse sufficienti a sostenere il Servizio Sanitario Nazionale. I sindacati di categoria hanno dichiarato lo stato di agitazione e hanno programmato una giornata di sciopero nella prima opportunità disponibile. Saranno organizzate assemblee sindacali in tutte le strutture sanitarie, durante le quali verranno illustrate le conseguenze della manovra sulle pensioni. Si parla di una possibile riduzione dell’assegno pensionistico per almeno 50.000 persone, con un impatto che potrebbe raggiungere fino a 26.347 euro all’anno per il resto della loro vita. Un vero e proprio attacco ai diritti acquisiti, in quanto si ridurrebbero le aliquote di rendimento dei contributi versati prima del 1996, colpendo così quasi il 50% del personale attualmente in servizio con una perdita stimabile che varia dal 5% al 25%dell’assegno annuale.

Questa misura inferirebbe un duro colpo ai diritti sociali e condurrà all’organizzazione di uno sciopero generale, come è accaduto in altri paesi europei.

Peraltro i sindacati esprimono preoccupazione per la mancanza di investimenti adeguati per il Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto alla luce delle attuali esigenze e dell’incremento del tasso inflattivo. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2022-2024 comporterà ulteriori perdite del 10% del potere d’acquisto per i professionisti del settore sanitario.  

Insieme ai sanitari, le categorie più colpite sono gli insegnanti di asilo e delle scuole elementari parificate.

La manovra finanziaria abolisce quota 103 per quota 104, ovvero la possibilità di andare in pensione anticipata con almeno 63 anni di età (erano 62 nel 2023) e 41 anni di contributi, dunque più penalizzante per i lavoratori. Restano Ape sociale e Opzione donna ma con requisiti ancor più rigidi.

Quanto ad Opzione donna, le donne lavoratrici che hanno raggiunto almeno 35 anni di contributi entro il 2023, potranno accedere alla pensione purché abbiano compiuto 61 anni, requisito ridotto di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due.  

Sarà invece possibile accedere all’Ape sociale per tutto il 2024. Per i disoccupati, le persone con invalidità almeno del 74%, i lavoratori impegnati in attività gravose e i lavoratori che assistono persone con handicap in situazione di gravità si potrà accedere allo strumento con almeno 63 anni e cinque mesi.  

Il rischio è rappresentato dal fatto che dal 2025 potrebbero non bastare più 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 per le donne per andare in pensione. indipendentemente dall’età anagrafica.

Lo scotto lo pagheranno i giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, i quali potranno accedere alle pensioni a 64 anni con 20 anni di contributi, ma con assegni non proprio dignitosi.

avv. Maria Antonella Mascaro

31 ottobre 2023

L’applicazione dell’intelligenza artificiale alle neuroscienze e relativi disturbi

Sono rivoluzionari i progetti in atto in Italia per la convergenza del metaverso e dell’intelligenza artificiale. L’applicazione di questi sistemi modificherà il modo di curare alcuni disturbi e tenterà di porre rimedio ad alcune malattie che oggi sembrano incurabili.

Si assiste, pertanto, all’avvento di una nuova era di innovazione, efficienza e cura dei pazienti. 

Il cosiddetto metaverso si sta aprendo alla cura dei disturbi psicologici. Il meccanismo funziona come la nostra mente: il cervello viene descritto come un simulatore che ha sviluppato la capacità di prevedere eventi sensoriali prima che vengano realmente vissuti. Il metaverso funziona in modo simile, cioè cerca di prevedere le conseguenze sensoriali delle azioni degli utenti mostrando lo stesso risultato che il cervello si aspetta nel mondo reale.

Il primo progetto in tal senso si chiama “Covid feel good”, nato presso l’Università Cattolica e diventato, in poco tempo, un’applicazione tradotta in 19 lingue. Si tratta di una realtà virtuale in cui il paziente si immerge per ridurre l’ansia e la depressione che sono divenute patologie molto comuni dopo la pandemia. Dunque, si usa la tecnologia al fine di interiorizzare virtualmente le paure cui il paziente va incontro.

La psicologia clinica insegna che quando si ha paura di qualcosa, il modo migliore per riuscire a guarire è quello di essere esposto progressivamente allo stimolo pauroso in modo tale che il sistema emotivo riduca l’intensità della risposta, così da diminuire l’ansia.

Il metaverso può essere utilizzato come strumento per andare a impattare sulla dimensione emotiva dei soggetti, infatti l’area in cui questa realtà è più utilizzata è quella dei disturbi d’ansia, delle fobie e dei disturbi alimentari.

Funziona quasi come un gioco virtuale: nel metaverso si possono costruire delle esperienze virtuali su cui il soggetto ha il controllo totale e che si adattano alle sue caratteristiche, così da permettergli di gestire le situazioni che nella vita reale gli creano ansia.

Alcune applicazioni di questo “gioco virtuale” fanno parte di un progetto che ha l’obiettivo di effettuare diagnosi precoci per le malattie

neurodegenerative, come l’Alzheimer e la demenza.

Personalizzare sul singolo paziente è il primo grande vantaggio del metaverso. Portare il paziente in un mondo parallelo, non reale per insegnargli a gestire il momento di panico che lo assale, attraverso la raccolta di dati che riguardano il singolo e vengono elaborati da algoritmi.

Un lavoro di equipe che impegna medici, psicologi, ingegneri e informatici, ma certamente progetti che potrebbero rivoluzionare la cura dei disturbi e delle malattie mentali, nonché di quelle di natura neurologica e non solo.

Infatti, un altro progetto in comune fra le Università di Padova e Genova sta studiando le applicazioni del metaverso e intelligenza artificiale per la cura della ludopatia, che secondo dati ufficiali del Ministero della Salute, riguarda oltre un milione di soggetti nel nostro paese.

Ulteriore applicazione si sta studiando per diminuire il dolore nei malati terminali di cancro, insomma una vera rivoluzione.

avv. Maria Antonella Mascaro

30 ottobre 2023

Costituisce danno erariale non addivenire a una transazione palesemente vantaggiosa

Con la Decisione n. 9/2022 la Corte dei Conti dell’Umbria, Sezione Giurisdizionale, Perugia, ha stabilito che costituisce danno erariale non addivenire a una transazione palesemente vantaggiosa. Tale danno va determinato in misura pari alla differenza tra il costo complessivo sostenuto per la soccombenza e quello che sarebbe derivato dalla conciliazione.

La Corte dei conti, Sezione giurisdizionale regionale per l’Umbria, con la delibera pubblicata, decidendo con la massima indicata, si è pronunciata sul caso della asserita cattiva gestione di una vicenda contenziosa giuslavoristica, che aveva visto la soccombenza di un’Azienda U.S.L.

Le condotte contestate dalle Procura, produttive del danno erariale, sono state, in particolare, rimproverate ai direttori generali succedutisi nell’incarico nel tempo, per avere ritirato l’adesione a un accordo transattivo già raggiunto tra le parti, che avrebbe consentito un contenimento significativo e precisamente quantificato dei costi. Dopo avere ricordato che, secondo la giurisprudenza in materia, così come è sindacabile la scelta di addivenire a una transazione palesemente svantaggiosa per l’amministrazione, altrettanto sindacabile è la scelta di non concludere una transazione palesemente vantaggiosa, in applicazione del principio generale in base al quale il limite all’insindacabilità delle scelte discrezionali della Pubblica Amministrazione risiede nella “esigenza di accertare che l’attività svolta si sia ispirata a criteri di ragionevole proporzionalità tra costi e benefici”, il Giudice Contabile ha accolto la domanda della Procura regionale e condannato i soggetti imputati.

In tema di soluzioni transattive delle controversie di lavoro in ambito pubblico, la Corte dei Conti ha esaminato il caso in cui, a seguito del ricorso di alcuni infermieri dipendenti della Ausl per il riconoscimento della retribuzione per il c.d. “tempo tuta”, l’azienda aveva proposto un accordo transattivo, revocando poi tale disponibilità anche per effetto di un mutamento della dirigenza. Successivamente, l’Ausl era stata condannata dal giudice del lavoro a pagare una somma significativamente superiore. Il giudice contabile ha condannato due dirigenti al risarcimento, nei confronti della P.A., della somma pari al differenziale tra quanto l’Ente ha dovuto sostenere per la soccombenza in giudizio e l’importo precedentemente pattuito per definire la controversia.

Nel giudizio di merito, il Tribunale di Perugia aveva accolto le richieste dei ricorrenti, dichiarando che il tempo necessario ad indossare la tenuta da lavoro dovesse essere considerato come turno lavorativo e, per l’effetto, condannato l’azienda a corrispondere 117.954,44 Euro, quale sommatoria degli importi riconosciuti ai ricorrenti vittoriosi, delle spese di lite, di contributo unificato e dei compensi in favore del codifensore in appello.

La Procura aveva poi convenuto in giudizio i dirigenti, ritenendo che dai fatti rappresentati emergesse prova della cattiva gestione della vertenza del contenzioso lavoristico, dalla quale sarebbe derivato un danno per l’erario. Nello specifico, perché era stata ritirata l’adesione ad un accordo transattivo già raggiunto tra le parti, che avrebbe consentito un contenimento in misura pari a 87.854,44 Euro (pari al differenziale tra i 117.954,44 Euro che l’ente ha dovuto sostenere per la soccombenza ed i 30.100 Euro pattuiti per definire la controversia).

La Corte dei Conti ha rilevato che:

– la giurisprudenza ha più volte ritenuto sindacabile una transazione “ove irragionevole, altamente diseconomica o contraria ai fini istituzionali” (v., fra tante, Corte dei Conti, Sez. giur. Lombardia, n. 127/2016; Sez. giur. Campania, n. 250/2012 e Sez. giur. Abruzzo, n. 1/2012). Tale principio è applicabile alla fattispecie de qua “nel senso che, così come è sindacabile la scelta di addivenire ad una transazione palesemente svantaggiosa per l’Amministrazione, altrettanto sindacabile è la scelta di non concludere una transazione palesemente vantaggiosa, in applicazione dell’ancor più generale principio in base al quale il limite all’insindacabilità delle scelte discrezionali della Pubblica Amministrazione risiede nella esigenza di accertare che l’attività svolta si sia ispirata a criteri di ragionevole proporzionalità tra costi e benefici” (così, Corte dei Conti, Sez. III, n. 132/2019 e n. 147/2019; nonché Sez. II, n. 91/2017);

– nello specifico, il danno risarcibile va identificato nel differenziale tra il costo che l’ente ha dovuto sostenere a seguito della soccombenza e quanto avrebbe potuto essere pattuito per definire la controversia in via bonaria. Tale ammontare rappresenta il danno ingiusto e quindi risarcibile all’Amministrazione, “posto che si rileva irragionevole la mancata adesione alla soluzione transattiva”;

– il danno risarcibile complessivo, nel caso concreto, ammonta a 87.854,44 Euro, pari alla differenza tra il costo complessivo sostenuto per la soccombenza e quello che sarebbe derivato dalla conciliazione (la quota da addebitare alla condotta di ognuno dei convenuti, è stata poi parametrata in ragione dell’apporto causale fornito al realizzarsi dell’evento).

26 ottobre 2023

Manovra finanziaria: aumenti per cure palliative

Nella bozza della manovra finanziaria all’ art. 51 si legge: “Per garantire quanto previsto dalla legge 38/2010 in tema cure palliative e terapia del dolore, a decorrere dal 2024, l’importo è incrementato di 10 milioni di euro annui”.

Si tratta di un notevole impegno economico per l’accesso alla terapia del dolore e delle cure palliative.

Con la legge n. 38/2010 l’Italia ha adottato un quadro organico di principi e disposizioni normative per garantire un’assistenza qualificata appropriata in ambito palliativo e della terapia del dolore, per il malato e per la sua famiglia.
Si tratta di una legge quadro, tra le prime adottate in Europa, che ha incontrato il consenso dei professionisti, degli esperti, delle organizzazioni non profit e del volontariato, che hanno attivamente contribuito alla sua definizione e successivamente alla sua attuazione. La legge è posta a tutela della dignità della persona e sancisce il sacrosanto diritto di accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore di ciascuno, esplicitando un modo di intendere il diritto alla salute che guarda alla globalità della persona.

Per cure palliative si intende: “L’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici”.

La legge 38/2010 permette l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore in tutti gli ambiti assistenziali, in ogni fase della vita e per qualunque patologia ad andamento cronico ed evolutivo, per le quali non esistono terapie o, se vi sono, risultano inadeguate ai fini della stabilizzazione della malattia. Nella sostanza la sofferenza perde potenza nel percorso di una malattia, è assume una dimensione che ridona umanità alla persona ed ai care givers.

La legge ha introdotto profonde innovazioni, tra le quali: la ridefinizione dei modelli assistenziali, la creazione di specifiche reti assistenziali, l’attenzione alla specificità pediatrica e la semplificazione delle procedure di accesso ai medicinali impiegati nella terapia.

Pertanto, si auspica che il testo relativo all’art. 51 della bozza della manovra finanziaria venga approvato, in modo da rendere effettivo questo stanziamento di cui, purtroppo, c’è necessità, considerata la notevole richiesta, non accompagnata, al momento, da una copertura finanziaria adeguata.

avv. Maria Antonella Mascaro

25 ottobre 2023

Crisi del Pronto Soccorso: scenari apocalittici.

Secondo di dati Cimo-Fesmed oggi in Italia sono 111 gli ospedali chiusi, 38.684 posti letto persi, 29.284 professionisti in meno nel SSN, 282,8 milioni di prestazioni non erogate sul territorio e 2,8 milioni di ricoveri ospedalieri in meno.

Queste carenze strutturali hanno, via via, affollato i pronto soccorso.

Cosa accadrebbe se anche i pronto soccorso non fossero più in grado di offrire una risposta adeguata alle richieste di assistenza dei cittadini? “Di qui a poco – sottolineano gli esponenti Simeu  (Società italiana della medicina di emergenza-urgenza) – l’assistenza specialistica in urgenza potrebbe scomparire”.

Presto avremo un solo specialista ogni 125mila abitanti

A supportare il timore dei medici di emergenza-urgenza ci sono i recenti dati sugli ingressi nelle Scuole di specializzazione: sono oltre 6mila le borse andate perdute e il 76% dei posti di specialità per la Medicina d’emergenza-urgenza resteranno non assegnati.  Ma non è tutto: “Si è verificato un peggioramento del 15% rispetto ai bandi del 2022 che – aggiunge la Simeu -, sommato al rischio di abbandono storicamente registrato durante gli anni di specializzazione calcolato attorno al 20%, significa che nei prossimi 5 anni si avrà un solo specialista in medicina di emergenza-urgenza ogni 125mila abitanti. Il rischio vero – ammoniscono gli specialisti – è la scomparsa dell’assistenza specialistica in urgenza, garanzia insostituibile per la sopravvivenza stessa dei cittadini”.

Ad analizzare i complessi scenari che caratterizzano i Pronto soccorso e il 118 del nostro Paese saranno i primari di Medicina d’emergenza-urgenza italiani, ospedalieri e universitari dell’Accademia dei direttori Simeu, in una due giorni a Roma, in programma per il 16 e il 17 novembre. Secondo i vertici della Simeu, “chi pensava che la pandemia Covid-19 segnasse il momento di massima difficoltà del SSN purtroppo si sbagliava: dal mondo dell’emergenza urgenza risulta infatti che il momento di peggiore crisi è invece proprio quello in corso. La situazione – continuano – si correggerà solo con un deciso intervento che riveda ruolo e organizzazione del sistema extra-intra ospedaliero nella direzione della peculiarità e soprattutto delle ambizioni professionali dei giovani specialisti, a partire dalle motivazioni che generano questo dato”.

Per invertire la rotta è necessario che la medicina dell’emergenza-urgenza riconquisti la sua attrattività: “Un sistema che continua a impiegare in Pronto soccorso medici di varia provenienza, ma si priva del prezioso apporto di specializzandi degli ultimi anni di corso – sostengono i medici Simeu – rivela una stortura inaccettabile per la salute stessa dei cittadini, per la gestione economica della sanità, per la dignità di chi sceglie la professione”. A rincarare la dose ci sono i dati legati alle altre specialità mediche: il rischio di un Ssn ingestibile è reale.  In Chirurgia generale il 56% delle borse di studio non sono state assegnate, il 53% in Anestesia e Rianimazione, il 46% in Medicina interna, il 72% in Anatomia patologica.

“Senza un deciso intervento strutturale ci chiediamo chi, nei prossimi anni, manterrà in vita gli ospedali per acuti?”, chiede il past president Simeu, Salvatore Manca. Secondo Andrea Fabbri, che dirige l’Osservatorio nazionale Simeu, “gli investimenti annunciati non saranno incisivi, se non accompagnano progetti di riforma che possono cambiare la visione del futuro”. Ed è per questo che la Simeu chiede alla politica “segnali incisivi e coraggiosi”, tra i quali: riforme di contesto che permettano giusta dignità ai professionisti della salute, riforma delle Scuole di specializzazione che offra orizzonti dignitosi e attrattivi ai nuovi medici, azioni chiare e decise sul contenzioso medico-legale, riconoscimento delle nuove competenze degli infermieri e la riforma dell’intero sistema dell’emergenza-urgenza. Obiettivi per i quali l’Accademia dei direttori Simeu, oltre alla denuncia, è pronta ad offrire “un contributo fattivo nella direzione delle possibili soluzioni”.

24 ottobre 2023

Fuga dalle scuole di specializzazione

Oltre seimila posti vuoti nelle scuole di specializzazione. Sono tanti, troppi!

Nessun giovane laureato in medicina vuole più lavorare negli ospedali pubblici. Questo vale per la medicina di emergenza e urgenza, per anestesia e rianimazione, per anatomia patologica, per patologia clinica, per microbiologia.

Diversamente avviene per scuole di specializzazione come dermatologia, endocrinologia, cardiologia, chirurgia plastica e pediatria, perché riguardo a queste specialità ci sono prospettive per esercitare la libera professione, per inserirsi in strutture private, in sostanza per incrementare l’allontanamento dagli ospedali pubblici.

Proviamo a dare una giustificazione a questo depauperamento di frequenza e di richiesta. La risposta non è univoca. Le ragioni sono tante e più volte denunciate nei comunicati di Acop e risiedono nei contratti, nel mancato riconoscimento degli straordinari, nella turnazione troppo lunga e comunque troppo pesante a causa di carenze di organico, nel fenomeno dei medici “a gettone”, dunque nel carico di enorme responsabilità, nel pericolo di subire un procedimento civile, per non parlare di uno penale. In sostanza, tutti elementi che rendono poco accattivante la professione del medico, che dopo anni di studio, abbia il desiderio di avere il giusto riconoscimento per la sua professione e professionalità.

Riguardo ai posti messi a bando per il 2023, che sono circa diciassettemila, tra contratti statali, regionali o di altro tipo, più di seimila sono rimasti vuoti.

Per medicina di urgenza ed emergenza, cioè i pronto soccorso la percentuale di non assegnazione dei contratti è del 76%, segue radioterapia con l’87% di posti vacanti, farmacologia e tossicologia clinica: 88% e microbiologia e virologia 89%.

D’altronde come poter dare giudizi ai gettonisti che con un fine settimana di turno al mese (dunque due giorni e mezzo) guadagnano quello che normalmente si guadagnerebbe in due mesi.

Allora non si comprende perché su questo problema – se ne parla da due anni – dal post pandemia, il governo, o ancor meglio, il legislatore non prenda provvedimenti, in ordine ad una nuova regolamentazione del fenomeno gettonista, che, lo si ricorda, prima della pandemia era vietato. Si spendono milioni di euro per i gettonisti!

La risposta non è facile da trovare, ma certamente, oggi, il sistema non potrebbe fare a meno dei medici a gettone, perché, come si vede anche dalle scuole di specializzazione si sta assistendo ad una desertificazione degli ospedali pubblici.

Forse non basterebbe, ma intanto occorre riformare il sistema della formazione allineandoci al resto dell’Europa con i contratti di formazione-lavoro con i quali a una responsabilizzazione crescente corrisponde una retribuzione crescente.

Il settore privato va meglio, ma soffre, anch’esso, di una situazione pubblica che non va.

Servirebbe in tempi rapidi un tavolo interministeriale per contrastare carenze che si ripercuotono sulla qualità del servizio sanitario nazionale, evitando, magari, esodi delle nostre eccellenze italiane.

avv. Maria Antonella Mascaro

23 ottobre 2023

Rapporto annuale AGENAS sulla qualità del SSN

Presentato il Rapporto sulla Qualità degli Outcome clinici negli Ospedali italiani 2023, elaborato da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) e Aiop (Associazione italiana ospedalità privata), che propone una valutazione comparativa tra le strutture di diritto pubblico e le strutture di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale da cui si evince la qualità offerta dalla sanità italiana, con un focus sulla variabilità tra regioni e all’interno delle stesse, sulla base dei risultati del Programma Nazionale Esiti (PNE) 2022.

Dall’analisi del documento è evidente che le strutture siciliane operanti nell’area oncologica presentano risultati migliori rispetto a quelle delle regioni del Nord o del Centro Italia.

Chirurgia oncologica: in Sicilia le strutture con livello di qualità bassa/molto bassa raggiungono il 53% tra le pubbliche e l’11% tra le accreditate. Quelle che presentano un livello di conformità alto o molto alto rispetto allo standard sono il 42% nel pubblico e il 78% nel privato.

In Lombardia, per esempio, il 38% delle strutture di diritto pubblico e il 64% di quelle di diritto privato presentano un alto/molto alto livello di conformità agli standard, mentre, rispettivamente, il 56% e il 24% hanno livelli di qualità inferiori all’atteso.

Area di sistema cardiocircolatorio: in Sicilia la proporzione di strutture di qualità bassa o molto bassa è analoga tra pubblico e privato accreditato (13%) mentre le strutture che presentano un livello di conformità alto o molto alto rispetto allo standard raggiungono il 39% nel pubblico e il 69% nel privato.

Nella comparazione con regioni come il Lazio, emerge che 12 strutture laziali di diritto privato (41% delle accreditate) presentano una qualità alta o molto alta mentre lo stesso livello è raggiunto da 19 strutture pubbliche (61% del comparto).

In Lombardia, invece, il 45% delle strutture di diritto pubblico e il 74% di quelle di diritto privato presentano un alto/molto alto livello di conformità agli standard.

Area di sistema nervoso: ancora in Sicilia, delle 15 strutture pubbliche valutate, il 60% presenta uno standard di qualità basso o molto basso e solo il 15% un livello di qualità alta o molto alta. Diversi, invece, i numeri delle strutture di diritto privato: su cinque strutture valutabili, le quattro valutate presentano uno standard di qualità alta o molto alta, un dato che rappresenta l’80%.

In Lombardia invece il 59% delle strutture di diritto pubblico e il 67% di quelle di diritto privato presentano un alto/molto alto livello di conformità agli standard, mentre, rispettivamente, il 9% e il 7% hanno livelli di qualità inferiori all’atteso.

Nel Lazio due strutture pubbliche (17% del comparto) e tre di diritto privato (60% delle accreditate) presentano una qualità alta o molto alta, mentre, rispettivamente, il 17% e il 20% hanno livelli sub-standard.

Il quadro che emerge da questa fotografia è quello di una disomogeneità qualitativa tra strutture pubbliche e private accreditate nel Nord piuttosto che nel Sud Italia: qualità maggiore del privato accreditato nelle regioni meridionali, in particolare in Sicilia, contro qualità maggiore degli ospedali del settentrione rispetto alle strutture private. Il Mezzogiorno sconta l’inefficienza della sanità pubblica, senza riuscire a recuperare la migrazione sanitaria, a causa della gabbia dei tetti di spesa che affligge la sanità privata. Nessuna struttura privata riesce infatti ad intercettare i pazienti insoddisfatti delle cure ospedaliere per mancanza di fondi, già troppo esigui per soddisfare quella fetta di popolazione che storicamente si rivolge al privato accreditato per ottenere efficienti risposte di salute. Tante le occasioni di confronto sulla dialettica pubblico o privato, una dialettica che deve potersi sviluppare in una prospettiva che non è tanto quella della della competizione, della concorrenza, ma piuttosto deve essere quella della cooperazione, della corresponsabilità. Il pubblico e il privato accreditato sono due gambe dello stesso organismo, che ha la responsabilità di assolvere la funzione di tutela della salute della popolazione generale.

19 ottobre 2023

Liste di attesa: il ruolo paritario della sanità privata

Nella manovra finanziaria 2024 il governo ha deciso di portare avanti una battaglia contro le liste d’attesa per visite ed esami specialistici.
Il problema delle liste di attesa è pluridenunciato da oltre tre anni. Nel corso della pandemia si è più volte detto di come le diagnosi e gli accessi ad esami specialistici, terapie oncologiche e quant’altro siano stati quasi totalmente negati, anche e soprattutto per una questione di sicurezza dei pazienti, considerata la situazione di emergenza.
Ovviamente la ripresa della normalità ha condotto ad un accumulo ancora, tutt’altro che esaurito, di liste di attesa anche per visite ed esami specialistici di routine.
Ma oggi è impensabile morire perché non si può avere accesso a tac o risonanze magnetiche, o, a cure specialistiche che hanno sempre costituito un fiore all’occhiello del sistema sanitario italiano.
Ma i tempi si allungano, anche per la carenza cronica di infermieri e medici, a fronte di un quadro drammatico della sanità italiana, che segna un profondo rosso disperato, e si prepara a subire altri tagli, in particolare in alcune regioni.
Non è peregrino ricordare la fuga dei medici a “gettone”, in aumento insieme al vero e proprio esodo di tutto il personale sanitario (medici e infermieri) all’estero, soprattutto nei paesi arabi, dove la costruzione di grandi ed efficienti ospedali e le condizioni di vita molto agiata, attirino le grandi competenze sanitarie italiane. Pertanto, la risposta del governo, con la presentazione della manovra 2024, risponderebbe con lo stop ai tempi biblici che oggi ogni italiano deve attendere per poter effettuare un esame o una visita in una struttura sanitaria pubblica. La manovra aggiunge più di due miliardi di euro alla sanità, i quali serviranno al rinnovo dei contratti del comparto sanitario, alla detassazione degli straordinari e dei premi di risultato legati a obiettivi di abbattimento delle liste d’attesa.
Cosa cambierebbe dal 2024 per le liste d’attesa di visite ed esami?
Il governo intende risolvere l’annosa questione della sanità lenta e moribonda, attraverso la sanità privata accreditata (soprattutto), che, si spera finalmente possa trasparentemente affiancare, come garantito dalla carta costituzionale, la sanità pubblica. Le regioni insieme alle asl locali e agli ospedali devono stabilire i tempi massimi che intercorrono tra la richiesta della prestazione e la sua esecuzione.
Di fatto esiste una legge del 1998 che stabilisce che, se la lista di attesa per una visita medica specialistica o per effettuare esami diagnostici è troppo lunga, è possibile ricorrere al privato pagando solo il ticket. Quando i tempi sono lunghi, i pazienti si rivolgono alle strutture private. Ma anche lì, nel privato, che sia convenzionato o meno, l’abbattimento delle liste d’attesa avviene sempre attingendo a fondi del servizio sanitario nazionale.
Con la manovra 2024 il Fondo Sanitario nazionale, con 136 miliardi di euro, raggiunge il più alto investimento mai previsto per la sanità.
Con l’auspicio che le previsioni della manovra saranno realizzate, la sanità privata diventerà a pieno titolo e, non più solo a parole, l’altra metà della mela del servizio sanitario italiano.

avv. Maria Antonella Mascaro

18 ottobre 2023

Gentile associato,
Fondazione E.N.P.A.M. con delibera n. 64 del 7 luglio 2022 ha introdotto, a partire dall’anno di
fatturato 2023, un contributo specifico del 4% a carico degli iscritti beneficiari del versamento di cui
all’art. 1, comma 39 della legge 23 agosto 2004 n. 243.
Tale contributo “è commisurato alla quota di fatturato annuo, ascrivibile all’attività professionale degli
iscritti, prodotto dalle strutture accreditate con riferimento alle prestazioni specialistiche rese nei
confronti del SSN, al netto degli abbattimenti previsti”.
Dalla lettura del testo che precede, è pacifica l’interpretazione da dare al fatturato di riferimento, che
sarà quello prodotto dal medico libero professionista presso la struttura accreditata.
Assodata questa interpretazione, della quale attendiamo la conferma di ENPAM per il quesito posto
in maniera specifica, resta da affrontare la scottante tematica della trattenuta di tale contributo.
Con successiva delibera n. 23 del 16 marzo 2023 E.N.P.A.M. ha individuato termini e modalità del
versamento di detto ulteriore contributo.
In particolare, la struttura accreditata effettuerà, entro il 31 marzo di ciascun anno, la consueta
dichiarazione del fatturato prodotto nell’anno precedente, indicando i nominativi dei singoli
beneficiari del contributo del 2%. Una volta ripartito il contributo del 2%, la procedura individuerà – in
automatico- la base imponibile di fatturato ascrivibile a ciascun professionista e determinerà l’entità
del contributo del 4% a carico di ogni singolo medico.
Tale contributo ENPAM chiede che venga trattenuto dalla struttura sanitaria e versato entro il 31
marzo dell’anno successivo.
È chiaro l’intento di E.N.P.A.M. di interporre la struttura sanitaria tra sé e i medici, avendo a che fare
con un unico interlocutore che funga da raccoglitore, piuttosto che con una pletora di iscritti.
ACOP ha già comunicato le proprie perplessità su due tematiche fondamentali:

  • Anzitutto la funzione di sostituto d’imposta che non trova alcun fondamento e/o legittimità
    nella unilaterale disposizione della Fondazione con la delibera di marzo 2023;
  • Inoltre, la trattenuta che si richiede alle strutture sanitarie sull’anno 2023 dovrebbe partire da
    una data successiva alla comunicazione fatta da E.N.P.A.M. alle strutture sanitarie della
    delibera di marzo. Per effetto di tale ultima considerazione, trattandosi di trattenuta annuale,
    non potrebbe che partire (la trattenuta) dall’anno 2024 e portata in dichiarazione nell’anno
    2025.
    ACOP ha perciò comunicato alla fondazione E.N.P.A.M. la disponibilità ad una collaborazione nel
    sollecitare gli associati alla trattenuta delle somme relative al contributo 4%, nei confronti di quei
    professionisti che prestino il loro consenso, a partire dal 01.01.2024, in considerazione dell’annualità
    del contributo deliberato secondo le modalità stabilite nel 2023.
    Si allega lo schema di trasmissione ai medici della circolare E.N.P.A.M., con cui farsi autorizzare alla
    trattenuta.

ACOP

Il Direttore Generale

           dott. Gianluca Maccauro

17 ottobre 2023

Decreti attuativi della legge Gelli-Bianco

Dopo sei anni dall’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco forse vedrà la luce il primo decreto attuativo della stessa. Riguarderà due temi: quello assicurativo e quello relativo alla tabella unica nazionale che, già prevista dall’art 138 del Codice delle assicurazioni, dovrebbe consentire una valutazione più sicura, in termini di certezza, dei danni gravi da responsabilità sanitaria

Si tratta di due tematiche centrali, finora non ancora trattate per la intuibile difficoltà di conciliare diverse esigenze e diverse voci, spesso divergenti, dei protagonisti del complesso mondo sanitario: strutture sanitarie, professionisti, compagnie assicurative e pazienti.  

E’ importante sottolineare come i due temi siano stati annunciati nello stesso tempo, trattando materie tra loro fortemente connesse come quella del danno risarcibile e quella della copertura del rischio.

Il regolamento assicurativo, aveva superato il vaglio del Consiglio di Stato già nello scorso aprile.

Il provvedimento – che mette in atto l’articolo 10 comma 6 della legge Gelli-Bianco  che (“Con decreto del Ministro dello sviluppo  economico,  da  emanare entro centoventi  giorni  dalla  data  di  entrata  in  vigore  della presente legge, di concerto con il Ministro della  salute  e  con  il  Ministro dell’economia e delle finanze,  previa  intesa  in  sede  di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le  regioni  e  le province  autonome  di  Trento  e  di   Bolzano,   sentiti   l’IVASS, l’Associazione nazionale fra  le  imprese  assicuratrici  (ANIA),  le Associazioni nazionali rappresentative delle  strutture  private  che erogano  prestazioni  sanitarie  e  sociosanitarie,  la   Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli  odontoiatri,  le Federazioni nazionali degli ordini e dei  collegi  delle  professioni sanitarie e le organizzazioni sindacali maggiormente  rappresentative delle categorie professionali interessate, nonchè le associazioni di tutela dei cittadini e dei pazienti,  sono  determinati  i  requisiti minimi delle  polizze  assicurative  per  le  strutture  sanitarie  e sociosanitarie pubbliche e private e per gli esercenti le professioni sanitarie, prevedendo l’individuazione di classi di rischio a cui far corrispondere massimali differenziati. Il medesimo decreto stabilisce i requisiti  minimi  di  garanzia  e  le  condizioni   generali   di operatività delle altre analoghe misure, anche di assunzione diretta del rischio, richiamate dal comma 1; disciplina  altresì  le  regole per il trasferimento del rischio nel caso di subentro contrattuale di un’impresa di assicurazione nonchè la previsione nel bilancio  delle strutture di un fondo rischi e di un fondo costituito dalla  messa  a riserva  per  competenza  dei  risarcimenti  relativi   ai   sinistri denunciati.  A tali fondi si applicano le disposizioni di cui all’articolo 1, commi 5 e 5-bis, del decreto-legge 18 gennaio 1993, n. 9, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 marzo 1993, n.67”) – disciplina le modalità di copertura del rischio da responsabilità civile sanitaria. In particolare, il decreto attuativo stabilisce i requisiti minimi tanto delle polizze assicurative (delle strutture sanitarie e dei professionisti) che delle altre misure analoghe di copertura del rischio da parte degli enti che intendano seguire la via della cosiddetta “autoritenzione”.

La promulgazione della tabella unica nazionale dovrebbe, invece, colmare il vuoto normativo protrattosi da quasi vent’anni (legge delle Assicurazioni) e divenuto a maggior ragione inaccettabile dopo che la legge 24/2017 (si riporta l’art. 7 della l. 24/2017: “Responsabilità civile   della   struttura   e   dell’esercente   la professione sanitaria

 1. La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorchè non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose.

 2. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero nell’ambito di attività di sperimentazione e di ricerca clinica ovvero in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale nonche’ attraverso la telemedicina.

3. L’esercente la professione sanitaria di cui ai commi 1 e 2 risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, salvo che abbia agito nell’adempimento di   obbligazione contrattuale   assunta   con   il   paziente.   Il   giudice, nella determinazione del risarcimento del danno, tiene conto della condotta dell’esercente la professione sanitaria ai sensi dell’articolo 5 della presente legge e dell’articolo 590-sexies del codice penale, introdotto dall’articolo 6 della presente legge.

4. Il danno conseguente all’attività della struttura sanitaria  o sociosanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente  la  professione sanitaria e’ risarcito sulla base delle tabelle di cui agli  articoli 138 e 139 del codice delle assicurazioni private, di cui  al  decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, integrate, ove necessario,  con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri  di  cui  ai  citati  articoli,  per  tener  conto  delle fattispecie da esse non previste, afferenti alle attività di cui  al presente articolo.

5.  Le disposizioni del presente articolo costituiscono norme imperative ai sensi del codice civile”).

Con l’entrata in vigore delle due misure annunciate la legge 24/2017 acquisirà dunque maggiore profondità, colmando lacune improrogabili e rendendo ancora più concreta la propria azione. L’auspicio è che i principi e i valori di fondo che la animano – sicurezza delle cure e prevenzione – possano ritrovarsi nelle regole di copertura delle responsabilità descritte nell’emanando decreto assicurativo. Regole che sono state scritte anche con l’obiettivo di valorizzare il contributo degli operatori della sanità alla creazione di un modello virtuoso di gestione del rischio.

Dunque, strutture sanitarie, veri e propri enti, nei quali il risk assestment, diventa perno sul quale ruota e si incardina tutta la catena di responsabilità, sempre che questa esista, in linea con tutte le normative di matrice nazionale e sovranazionale che impongono la valutazione del rischio sulla organizzazione dell’azienda.

La tabella unica di valutazione dei danni gravi da lesione, dovrebbe essere utile alla tenuta finanziaria del sistema, rendendo più prevedibili e chiare le ricadute economiche dei risarcimenti, almeno questo è l’auspicio, e, comunque rappresenta un incipit da cui partire per definire una materia molto controversa che, come più volte si è detto, porta ad un eccessivo contenzioso, non più facilmente gestibile.

avv. Maria Antonella Mascaro

16 ottobre 2023

ENPAM – Sindacato radiologi

Facendo seguito al nostro comunicato del 20 settembre, col quale esprimevamo le nostre perplessità sul contributo ENPAM recentemente deliberato, che è stato oggetto di incontro con la Fondazione, in attesa di chiarimenti, Vi trasmettiamo anche il comunicato del sindacato dei radiologi, col quale rappresentano la loro doglianza a Enpam, dimostra come non ci sia acquiescenza all’imposizione così come notificata.

“Il giorno 11 u.s. la delegazione SNR formata dai dottori Accarino, Mandoliti e dal segretario Pinto, assistiti dagli avvocati Rossano e Villani, sono stati ricevuti a seguito di formale richiesta formulata il 13 luglio u.s. e successiva sollecitazione del 14.09 u.s. dal dr. Pulci e dai suoi collaboratori presso l’Enpam, per discutere dell’introduzione del nuovo contributo previdenziale pari al 4% a carico degli specialisti convenzionati esterni.

Nel corso della riunione il Sindacato ha rappresentato l’assoluta assenza di comunicazione nei confronti degli specialisti destinatari dell’imposizione, che è stata diretta solo alle associazioni e alle società professionali e/o di capitali operanti in regime di accreditamento con il SSN nella qualità di datori di lavoro.

La discussione ha riguardato le motivazioni di tali imposizione – che si aggiunge a quella del 2% (unica prevista da una Legge dello Stato)- e la scelta di individuare le società presso le quali opera lo specialista  libero professionista quale sostituto di imposta.

I rappresentati dell’Enpam hanno esposto che la necessità dell’ulteriore prelievo previdenziale si sarebbe resa necessaria a causa di un deficit del Fondo di previdenza a favore degli specialisti esterni e che la percentuale del 4% consentirebbe un ripiano del fondo nel giro di qualche anno.

Quanto all’indicazione delle società operano in accreditamento con il SSN quali soggetti tenute ad operare il prelievo e rimetterlo all’ENPAM, pare che tale scelta sia stata determinata da una maggiore comodità nell’interloquire con un numero minore di soggetti, pur non essendo questi i reali destinatari del provvedimento.

L’incontro avvenuto e le tematiche dibattute sembrano essere solo un primo passo verso ulteriori interlocuzioni, che, comunque, non escludono altre e diverse azioni da parte del Sindacato tese anche ad avere contezza del ruolo dei Ministeri vigilanti sulla scelta operata dall’ENPAM.

A tal proposito è stata richiesta tutta la documentazione a corredo della disposizione per valutarne la portata.

Vi terremo informati sui passi successivi allo stato in corso di elaborazione.”

12 ottobre 2023

6° Forum Giuridico in Sanità

Molto interessante il 6° Forum Giuridico in Sanità, tenutosi lo scorso 9 ottobre, presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Tor Vergata, al quale ha partecipato ACOP con il Vicepresidente, avv. Enzo Paolini.

Le tematiche dibattute sono state suddivise in diverse sessioni che si sono svolte nel corso della mattinata e del pomeriggio.

Innanzitutto la depenalizzazione dell’atto medico, argomento molto discusso negli ultimi mesi.

Molti dei presunti errori medici che sfociano in un processo penale, si concludono con un nulla di fatto, cioè con un’assoluzione del medico, dopo che un meccanismo poco virtuoso viene messo in moto dalla denuncia di un paziente che mira ad un risarcimento. Questo genera, in ogni caso, un meccanismo perverso, a volte prodotto a causa di professionisti che mal consigliano il loro cliente, e che, in effetti potrebbe essere risolto con un buon sistema preventivo di gestione del rischio, poi del sinistro e infine, se possibile un accordo transattivo.

L’intervento dei relatori di prestigio, giuristi e medici, ha enfatizzato e auspicato una soluzione in tal senso, che, però, è stata mitigata dall’intervento in collegamento on line del Vice Ministro Senatore Francesco Paolo Sisto, il quale ha realisticamente escluso una totale depenalizzazione dell’atto medico, ma ha dichiarato l’intenzione del Governo circa la limitazione degli atti rilevanti (con interventi di modifica dell’attuale legge Gelli-Bianco cui la Commissione da lui presieduta sta lavorando) ai casi di colpa grave con l’introduzione di una causa di esclusione della punibilità del medico qualora, in caso di imperizia, il sanitario abbia, comunque, seguito le linee guida.

Si è, pertanto, fatto richiamo alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che  hanno chiarito che il medico risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali nei casi in cui l’evento si è verificato per colpa anche lieve dettata da imprudenza, negligenza o imperizia nelle ipotesi in cui il caso non sia regolato dalle linee guida o manchino le buone pratiche clinico-assistenziali; oppure in quello di errore nell’individuazione della tipologia di intervento e delle relative linee guida non adeguate al caso concreto. Una delle ipotesi che è emersa è che le linee guida debbano riguardare ogni singola struttura ed essere ritagliate addosso come un vestito su misura.

Dunque la necessità sempre più sentita di un aggiornamento della legge n. 24/2017 sul punto e in relazione agli obblighi assicurativi con l’emanazione dei decreti attuativi che ancora non sono entrati in vigore e si attendono dal 2017.

Il primo dei decreti attuativi stabilisce i requisiti minimi tanto delle polizze assicurative (delle strutture sanitarie e dei professionisti) che delle altre misure analoghe di copertura del rischio da parte degli enti che intendano seguire la via della cosiddetta autoritenzione. Ma, anche su questo punto, si registra grande disagio da parte degli stakeholders interessati (strutture sanitarie, professionisti della sanità, Compagnie assicurative e, non ultimi, i pazienti).

Nelle altre sessioni si è parlato oltre che di rischio da valutare dal punto di vista civilistico e penalistico, anche di quello amministrativo che obbliga i dirigenti sanitari alla denuncia presso la Procura Generale della Corte di Conti nel caso in cui si tratti di risarcire con soldi pubblici un danno “clinico”.

I numeri dei contenziosi in campo civile e penale sono ormai da anni rilevantissimi e si concorda da parte di tutte le forze in campo sull’idea di riformare.

Nel corso di una tavola rotonda pomeridiana sono stati enunciati anche i dati dell’esperienze dei centri regionali di gestione del rischio clinico.

avv. Maria Antonella Mascaro

11 ottobre 2023

Intelligenza artificiale A.I. e Telemedicina

L’intelligenza artificiale (AI) è al centro della rivoluzione digitale che stiamo attraversando. Nato nei laboratori di ricerca, si è ormai affermato in quasi tutti i settori ed è diventato parte integrante della nostra economia e della nostra vita. Comprendere l’intelligenza artificiale è un compito complesso, poiché implica l’utilizzo di concetti come mente, intelligenza, “intelligenza non umana”, razionalità, adattività e autonomia, e persino il concetto di cosa significhi essere un essere umano. Oggi ogni settore, azienda e persino professione ha una propria comprensione e definizione di AI, una circostanza che crea confusione e rende difficile la necessaria discussione sull’AI.

L’intelligenza artificiale (IA) ha fatto grandi progressi negli ultimi anni, aprendo nuove possibilità in diversi settori, tra cui la telemedicina.

La combinazione di queste due tecnologie sta rivoluzionando il modo in cui i pazienti accedono alle cure mediche, migliorando l’efficienza e l’accessibilità dei servizi sanitari. In questo articolo, esploreremo come l’IA sta trasformando la telemedicina e quali benefici può offrire ai pazienti e ai professionisti sanitari.

L’IA nell’analisi dei dati medici.

L’IA può analizzare grandi quantità di dati medici in modo rapido ed efficiente, consentendo ai medici di ottenere diagnosi più accurate e tempestive. Grazie all’apprendimento automatico e all’elaborazione del linguaggio naturale, l’IA può analizzare i sintomi dei pazienti, confrontarli con database di casi precedenti e fornire raccomandazioni diagnostiche. Questo aiuta i medici a prendere decisioni informate e a fornire cure personalizzate.

Monitoraggio remoto dei pazienti.

L’IA può anche essere utilizzata per il monitoraggio remoto dei pazienti, consentendo ai medici di tenere traccia delle loro condizioni di salute senza la necessità di visite fisiche frequenti. Attraverso dispositivi indossabili e sensori intelligenti, l’IA può raccogliere dati vitali come la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e i livelli di glucosio. Questi dati vengono quindi analizzati dall’IA per identificare eventuali anomalie o segnali di avvertimento, consentendo ai medici di intervenire tempestivamente.

Assistenza virtuale e consulenza medica.

Grazie all’IA, i pazienti possono accedere a consulenze mediche virtuali, riducendo la necessità di spostarsi fisicamente presso uno studio medico. I chatbot alimentati dall’IA possono rispondere alle domande dei pazienti, fornire informazioni sui sintomi e consigliare azioni appropriate da intraprendere. Questo non solo migliora l’accessibilità alle cure mediche, ma riduce anche il carico di lavoro dei professionisti sanitari, consentendo loro di concentrarsi su casi più complessi.

Privacy e sicurezza dei dati.

Nonostante i numerosi vantaggi offerti dall’IA nella telemedicina, è fondamentale garantire la privacy e la sicurezza dei dati dei pazienti.

Le informazioni mediche sono estremamente sensibili e devono essere protette adeguatamente. Gli sviluppatori di IA e i fornitori di servizi sanitari devono adottare misure di sicurezza robuste per garantire che i dati dei pazienti siano protetti da accessi non autorizzati.

In conclusione, l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando la telemedicina, offrendo nuove opportunità per migliorare l’accessibilità e l’efficienza delle cure mediche. Dall’analisi dei dati medici al monitoraggio remoto dei pazienti e all’assistenza virtuale, l’IA sta trasformando il modo in cui si pratica l’assistenza sanitaria, in continua evoluzione.

10 ottobre 2023

La parità di generi in sanità

Dopo i progetti “Alias” avviati nelle scuole e tesi a mettere a proprio agio gli orientamenti di genere degli studenti che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita e che consiste nella possibilità di utilizzare in classe il nome scelto, anche nel mondo sanitario si adottano accortezze e regole.

A questo proposito l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un vademecum per gli operatori sanitari dal titolo “Linee di indirizzo per la comunicazione del personale sanitario con i/le pazienti lgbt+”.

Il documento, approvato dall’osservatorio di medicina di genere, contiene le linee guida per consentire ai medici di avere gli strumenti per comunicare con i pazienti lgbt+.

Il protocollo riguarda, in parte, le medesime cautele che si stanno adottando in virtù dell’applicazione dei progetti Alias nelle scuole e si concentra sull’eliminazione degli ostacoli nell’accesso e nell’utilizzo dei servizi sanitari e, più dettagliatamente, sull’uso di pratiche inclusive per la cura dei pazienti.  

Dunque, il personale sanitario dovrebbe creare un ambiente accogliente a partire dall’utilizzo di cartelli, e brochure accoglienti negli studi e nelle sale d’aspetto. Un altro suggerimento è quello di affiggere, una dichiarazione di non discriminazione in cui si affermi che le prestazioni sanitarie erogate presso il Servizio sono uguali per tutti i pazienti a prescindere dall’età, dall’etnia, dalla religione, dall’orientamento sessuale e dall’identità/espressione di genere.

Sul piano pratico dovrà essere utilizzato un linguaggio neutro e si dovrà prevedere un servizio igienico non destinato ad uno specifico genere (come è attualmente dove è indicato solo quello femminile e maschile)

Nel caso di ricovero in una struttura sanitaria di una persona transgender, ove possibile, sarà necessario verificare la disponibilità dell’uso di una camera singola, a garanzia della privacy della persona interessata.

Dunque, uso di un linguaggio assolutamente neutral e disuso dei termini come madre/padre, semmai sempre sostituiti con quello di genitore.

Per quanto riguarda i minori e la comunicazione da adottare non si potrà dire ai giovani pazienti che stanno attraversando una “fase”, un periodo della loro giovane vita, in quanto l’orientamento sessuale lesbico/gay/bisessuale/asessuale, così come quello eterosessuale, è una variante naturale della sessualità umana.    

Il documento termina con un glossario che comprende termini come trigender (chi si identifica non con due ma con tre identità di genere), pangender, eterosessuale e quant’altro.

avv. Maria Antonella Mascaro

9 ottobre 2023

Rapporto Crea – “miseria sanitaria”

Non può sfuggire a nessuno lo stato di rilevante sofferenza in cui versano molti ospedali e presidi accreditati, che erogano assistenza sanitaria sul territorio nazionale ed è sempre più drammaticamente reale l’aver raggiunto una situazione veramente pericolosa, un punto in cui la carenza di infermieri e medici minaccia seriamente la qualità dell’assistenza da garantire ai malati ricoverati e alle persone che necessitano di trattamenti ambulatoriali.

Secondo il recente Rapporto Crea, l’Italia è carente di 30mila medici e 250mila infermieri. Per colmare questo divario, sarebbe necessario assumere 15mila medici ogni anno per i prossimi dieci anni, solo per avvicinarci ai livelli di personale sanitario presenti nel resto d’Europa. Questa è una valutazione statistica che deve far riflettere su quella che è diventata una vera “miseria sanitaria” nel nostro Paese per il malsano esproprio finanziario attuato dai Governi che si sono avvicendati negli ultimi 30 anni e forse più, e che sarà un sicuro calvario per quei cittadini meno abbienti che, comunque, non potranno accedere ai costosi trattamenti erogati nelle più attrezzate e lussuose cliniche private.

È vero che, su iniziativa del ministro Schillaci, iniziano ad arrivare infermieri indiani per sopperire a queste carenze così vistose, ma quello che è ancora più grave è apprendere che molti dei pochi infermieri nostrani, che escono dal percorso di laurea breve, si trasferiscono all’estero, dove ricevono gratificazioni e paghe da professionisti, mentre qui in Italia si reclutano infermieri e medici stranieri che non conoscono la lingua ed è facile immaginare quante criticità si registreranno nelle corsie ospedaliere. 

Questa crisi non è sorta dal nulla. È il risultato della disattenzione e dell’indifferenza della classe politica alle esigenze degli operatori sanitari, che sono da troppo tempo sottopagati rispetto ai loro omologhi europei e sottoposti a turni fin troppo stressanti. È tempo che la Politica faccia il suo mestiere e riconosca che la salute dei cittadini non può essere sacrificata per risparmiare sul bilancio pubblico, così come imposto dai vertici europei. I nostri ospedali e il nostro sistema di assistenza territoriale, stanno crollando sotto il peso di questa indifferenza e accertata irresponsabilità.

Questo non è solo un problema degli operatori sanitari, è un problema che riguarda la popolazione, riguarda ogni singolo cittadino.

Nel riconoscere ancora una volta l’inservibilità dell’arruolamento di infermieri e medici stranieri, sarebbe oltremodo necessario comprendere l’urgenza di un vigoroso cambiamento su tutta la questione e riformare radicalmente il nostro sistema sanitario che, da subito, va urgentemente finanziato adeguatamente e che gli operatori sanitari siano retribuiti convenientemente per il loro lavoro professionale e specialistico per evitare che questa situazione agonizzante si trasformi in coma irreversibile per la nostra Sanità Pubblica.

5 ottobre 2023

La classifica delle regioni per i livelli essenziali di assistenza.

Si è stilato in questi giorni un confronto fra la spesa pro capite di ogni Regione e i risultati ottenuti dalla propria sanità territoriale nelle tre aree indagate dai Livelli essenziali di assistenza: qualità dei servizi negli ospedali, assistenza distrettuale (cioè sanità territoriale, dai medici di base alle cure domiciliari) e attività di prevenzione. Il tutto viene tradotto in un punteggio sintetico che va da 0 a 100 con sufficienza a 60, come negli esami di stato delle scuole secondarie di secondo grado.

I risultati sono interessanti, o forse sarebbe meglio dire preoccupanti.

Secondo i Livelli essenziali relativi al 2021, appena calcolati dal Ministero della Salute, sette Regioni e Province autonome su 21hanno servizi insufficienti in uno o più settori.

Il quadro meno rassicurante arriva dagli estremi del Paese: la Valle d’Aosta e la Calabria, dove tutti e tre gli ambiti indagati si fermano largamente sotto la sufficienza, in Sardegna solo la prevenzione arranca poco sopra quota 60 punti.

Altre quattro regioni mancano il target in una sola area: la Sicilia e la provincia di Bolzano nella prevenzione, il Molise nell’area ospedaliera, la Campania nella sanità territoriale.

Diversamente l’Emilia Romagna primeggia ovunque anche nell’area distrettuale, pur spendendo meno della Sardegna che, invece, occupa il penultimo posto.

Umbria e provincia di Trento dispiegano le strategie più efficaci in termini di prevenzione, ma con differente spesa, molto inferiore quella della provincia autonoma.

In medicina territoriale Lombardia e Veneto spendono meno di Puglia e Sardegna con risultati migliori.

Insomma fanalino di coda invariato rispetto all’anno precedente, raggiunto tristemente dalla più piccola regione italiana, geograficamente ai poli opposti. Dunque se non divisa a metà, nord e sud, si tratta di un paese, l’Italia, a differenti velocità quanto ai livelli minimi per la sanità e, per alcuni versi, ancora più preoccupante: un paese a scacchiera per il cittadino che, almeno sulla salute (e sull’istruzione) non dovrebbe risentire di differenze territoriali.

avv. Maria Antonella Mascaro

4 ottobre 2023

Spaccatura interna a Confindustria Sicilia

Nelle scorse settimane si sono accavallate le notizie dell’acuirsi delle turbolenze interne alla confederazione regionale, come non se ne vedevano da anni.

Terreno di scontro Confindustria Catania che ha visto ritirare la propria iscrizione della quasi totalità delle imprese associate alla sezione Sanità.

Si tratta del Policlinico Morgagni, Centro Catanese di Medicina e Chirurgia, Istituto clinico Vidimura, Mater Dei, Casa di cura Valsalva, Sant’Agata e Gibiino, folto gruppo imprenditoriale, che conta circa 150 milioni di euro di fatturato, coprendo l’80% dei posti letto in accreditamento della provincia. 

La motivazione è stata dettata dalla elezione del dott. Domenico Musumeci, appoggiato dalla Cittadini di AIOP, come espressione dell’unico gruppo imprenditoriale rimasto nella Confindustria oggi presieduta dall’anziano imprenditore dei trasporti Angelo Di Martino, già fortemente contestato per aver scelto un board di presidenza dal quale ha tenuto fuori i settori del Turismo e, appunto, della Sanità.

Gli imprenditori del settore non hanno gradito le recenti modalità di elezione del vertice della sezione sanità e ancor meno le azioni di marginalizzazione subite nel corso degli ultimi mesi, con uno sbilanciamento di premialità di alcuni settori di maggiore interesse a scapito di altri.

3 ottobre 2023

Regione Marche: nasce un osservatorio per le violenze contro i sanitari

Nel Piano Socio Sanitario della Regione Marche si è voluto fortemente inserire il tema della sicurezza degli operatori sanitari, in linea con gli inasprimenti delle pene previsti dal codice penale. Attraverso una costante interlocuzione con i rappresentanti degli operatori sanitari è stata concordata una linea d’azione che procederà per step e che è confluita nel testo finale del Piano socio sanitario della Regione.

Il punto di partenza per la nascita di questo organismo è scaturito dai recenti avvenimenti che nella Regione, come in tutta Italia, hanno visto coinvolti in episodi di violenza alcuni operatori sanitari, in particolare dei Pronto Soccorso.

L’osservatorio regionale per la sistematica raccolta dei dati di rilevazione di episodi di violenza a danno degli operatori sanitari è un’iniziativa in linea con l’operato del Governo nazionale che ha proprio annunciato il ritorno del presidio delle forze dell’ordine all’interno degli ospedali.

Sulla base dei dati raccolti – nel secondo step di lavoro – saranno implementati specifici interventi per la tutela della sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie: azioni concrete e necessarie per porre fine agli episodi di aggressione e violenza nei confronti di medici, infermieri ed operatori in generale.

Accanto alla sicurezza degli operatori sanitari, attraverso il lavoro dell’Osservatorio e la presenza delle forze dell’ordine si potrà anche arginare un’ulteriore emergenza che, sempre più frequentemente, è stata segnalata dai pazienti e da eventuali accompagnatori, quali episodi di furti e borseggi avvenuti nella sala d’attesa del Pronto soccorso dei presidi ospedalieri regionali.

Per quanto inaccettabile che in un momento di angoscia per la salute del malato, ci si debba anche preoccupare di difendere i propri oggetti personali, queste segnalazioni allarmano gli utenti e i lavoratori del settore.

Dunque l’attenzione che si pone al fenomeno che fa capo ad una campagna di potenziamento della sicurezza, non può non far riflettere sui cambiamenti del nostro sistema che si è sempre basato sulla prevenzione e non sulla difesa, ma è necessario che si possa andare sul luogo di lavoro senza la preoccupazione che svolgendo la propria attività lavorativa si corra un rischio ulteriore, diverso da quello, ad esempio, di contrarre infezioni e cioè subire lesioni volontarie da terzi: pazienti, loro accompagnatori o altri ancora.

Sarà necessario un giusto bilanciamento di interessi, ma è importante verificare l’incidenza del rischio anche per comprendere se occorre tutelarlo.

Un ennesimo problema che non va al passo con i tagli alla sanità.

avv. Maria Antonella Mascaro

2 ottobre 2023

Ministero della Salute 2023-2025 Stato di Previsione – nota integrativa

Con riguardo alla programmazione strategica, per il periodo 2023-2025, si è tenuto conto delle manovre di contenimento della spesa pubblica attuate negli ultimi anni nonché della circolare n. 22 del 18 maggio 2022 della RGS recante le previsioni di bilancio per l’anno 2023 e per il triennio 2023-2025.

Inoltre, il percorso di programmazione strategica è stato caratterizzato anche dall’applicazione delle modifiche introdotte dai due decreti legislativi del 12 maggio 2016: il n. 90, sulla riforma della struttura del bilancio dello Stato e il n. 93 sul rafforzamento del bilancio di cassa, così come modificato dal d. lgs. n. 29/2018, nonché da quelle intervenute con l’approvazione della legge 4 agosto 2016, n.163, di modifica della legge n.196 del 2009 in tema di contenuto della legge di bilancio. 

In merito al funzionamento dell’apparato amministrativo saranno implementate azioni volte a perseguire le finalità del d.lgs. n. 150/2009, recentemente modificato dal d.lgs. n.74/2017 e della legge n. 190/2012, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza, integrità, anticorruzione e trasparenza delle pubbliche amministrazioni, con l’obiettivo di incidere sulla qualità ed efficienza dell’azione pubblica, in termini di miglioramento dei servizi resi agli stakeholder. Nel triennio 2023-2025 l’amministrazione curerà la realizzazione dei seguenti obiettivi: 

  • Miglioramento dell’azione amministrativa attraverso un più efficace coordinamento anche in materia di formazione del personale sanitario, e interventi in materia di emergenze sanitarie internazionali; 
  • Miglioramento dell’efficacia degli interventi e delle procedure in materia di dispositivi medici (DM), medicinali ed altri prodotti di interesse sanitario e servizio farmaceutico; 
  • Miglioramento dell’efficacia degli interventi e delle procedure in materia di organizzazione delle risorse umane; 
  • Valorizzare le competenze dei professionisti sanitari e vigilare sul corretto esercizio delle loro attività, favorendo la crescita professionale e la collaborazione sinergica tra le categorie, nell’ambito dei nuovi modelli organizzativi del servizio sanitario nazionale;
  • Sviluppo di metodologie per migliorare il monitoraggio e la programmazione degli interventi da adottare in materia di assistenza sanitaria in ambito europeo ed internazionale; 
  • Migliorare la conoscenza dei Servizi sanitari regionali ai fini della programmazione del Servizio sanitario nazionale per promuovere l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza in condizioni di efficacia e di efficienza; 
  • Potenziamento di prevenzione e sorveglianza epidemiologica; 
  • Ottimizzazione del percorso di individuazione dei fabbisogni informativi in materia di tutela della salute e di realizzazione dei connessi sistemi informativi; 
  • Promuovere il ruolo dell’Italia per la tutela della salute in ambito internazionale, anche in coerenza con le linee strategiche definite a livello comunitario e internazionale; 
  • Garantire il ristoro ai danneggiati da emotrasfusione, emoderivati, vaccinazioni e assicurare le attività in materia di vigilanza sugli enti e consulenza medico-legale; 
  • Rafforzare la tutela della salute attraverso interventi di comunicazione nelle aree di preminente interesse; 
  • Migliorare la vigilanza, la prevenzione e la repressione nel settore sanitario tramite l’attività istituzionale del Comando Carabinieri per la tutela della salute 
  • Ottimizzare gli interventi a supporto del funzionamento degli organi collegiali consultivi operanti presso il Ministero e per la valutazione del rischio fisico, chimico e biologico; 
  • Benessere animale e regolazione dei farmaci veterinari; 
  • Miglioramento della capacità di attuazione delle disposizioni legislative del Governo; 
  • Consolidamento e potenziamento degli interventi e programmi nazionali, intersettoriali e multidisciplinari in nutrizione e sicurezza alimentare;
  • Miglioramento dell’efficacia degli interventi in materia di ricerca sanitaria e riqualificazione della spesa nell’ottica dell’incremento qualitativo dell’attività scientifica realizzata dagli enti di ricerca finanziati dal Ministero; 
  • Garantire una sanità pubblica veterinaria efficiente e rispondente ai reali fabbisogni operativi del Servizio Sanitario Nazionale;
  • Miglioramento degli interventi a supporto delle attività di valutazione e controllo strategico;
  • Ottimizzazione degli interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria nei confronti di individui e collettività, presenti nel paese a qualsiasi titolo, in tutte le età della vita;
  • Ottimizzazione degli interventi in materia di materia di igiene, sicurezza e adeguatezza nutrizionale degli alimenti;
  • Miglioramento degli interventi e delle relative procedure nell’ambito delle attività in materia di prevenzione e promozione della salute, in particolare ai fini del potenziamento delle attività connesse all’assistenza sanitaria al personale navigante e dell’efficacia dei controlli igienico-sanitari di pertinenza degli Uffici USMAF-SASN; 
  • Garantire una efficiente gestione della spesa per beni e servizi attraverso lo strumento della gestione unificata delle spese strumentali.

28 settembre 2023

Ok all’India

Ormai, sembra invalsa la pratica che ogni volta che si cercano soluzioni per fronteggiare l’emergenza nella quale ancora oggi si trova l’Italia, i più sono scontenti ed è subito polemica.

Ci si riferisce alla novità, che novità non è, secondo la quale il Ministro della Salute Schillaci, avrebbe chiuso un accordo con l’India per impiegare diverse migliaia di infermieri di nazionalità indiana nel territorio italiano.

La novità non c’è, poiché da mesi si parla della chiusura di accordi internazionali fra Italia e Tunisia, Etiopia, Cuba, India, per il reperimento di forza-lavoro in ambito sanitario, ma gli infermieri professionisti italiani, attraverso la voce dei sindacati, esprimono preoccupazione e disapprovazione.

E’ chiaro che la sanità pubblica e privata accreditata stia vivendo un prolungato periodo di vera e propria emergenza; ogni giorno si legge dei Pronto Soccorso “in codice rosso”, di liste di attesa infinite, di carenza di farmaci, di mancanza dei livelli essenziali di assistenza, ma un rimedio o, comunque, un tentativo in tal senso deve essere attuato.

Ed allora si deve guardare ad altre realtà che al momento stanno funzionando. Per esempio i medici cubani in Calabria hanno, inizialmente, scatenato grandi polemiche, poi, rientrate perché funzionano.

Dunque, senza enfatizzare alcuna parte o opinione politica, e senza pensare a chi fa bene e a chi fa male, se la soluzione definitiva tarda ad arrivare, più che altro perché non esiste una soluzione tombale al momento, allora bisogna cercare i rimedi immediati che possano far rimettere in moto il sistema.

Se vi è carenza di medici, di infermieri e di operatori sanitari, la preoccupazione non è quella che vengano chiamati, formati e assunti altri cittadini del mondo, anche lontani, ma quello di rendere di nuovo efficiente e ben funzionante il sistema sanitario nazionale.

Si potrebbe obiettare alla polemica sulle nuove eventuali assunzioni che c’è un esodo, come sottolineato nei nostri comunicati della settimana scorsa, di medici ed infermieri non solo con spostamenti da sud a nord e con inversione di tendenza per il personale infermieristico, ma verso l’estero, fenomeno se vogliamo ancora più grave, perché più difficilmente reversibile.

Dunque, si ritorna alla spiacevole questione dell’aumento salariale e della detassazione dello stipendio. Quindi le problematiche legate al gap linguistico dell’infermiere estero, facilmente superabile dalla somministrazione di corsi in lingua italiana accelerati, unitamente alla falsa questione della diminuzione dei posti di lavoro per gli italiani, si risolve, con tutto il rispetto, al giusto riconoscimento in busta paga di un lavoro che è diventato raro e prezioso.

Riportato a questa giusta ottica, però, e salvaguardando il sacrosanto e costituzionalmente garantito diritto al lavoro dignitoso, rimane il problema della mancanza di personale che deve essere reperito.

L’unica soluzione immediata non può che essere quella di assunzioni di cittadini esteri, in attesa che si attui una definitiva apertura alle specializzazioni.

A tale proposito stop definitivo al numero chiuso!

Il diritto all’istruzione, anche nelle formazioni universitarie è anch’esso costituzionalmente garantito, pertanto si allarghi la maglia, come nei tempi passati. Se questo dovesse avvenire, l’Italia deve comunque prepararsi ad una decina di anni, o forse più, di carenze di assunzioni, pertanto assumere e prima formare personale estero vuol dire cercare di trovare una soluzione.

Nel frattempo occorre stabilizzare i contratti, migliorarli e porre fine ai fenomeni “a gettone”, con una stringente regolamentazione, avendo sempre in mente come guida ispiratrice la Costituzione ed in questo caso il lavoro dignitoso.

avv. Maria Antonella Mascaro

27 settembre 2023

Da ottobre vaccini gratuiti in Puglia

Il vaccino anticovid sarà disponibile gratuitamente per tutti, anche per chi non rientra nelle fasce di età per cui è raccomandato. La fine dell’emergenza pandemica apre una pagina nuova, ma da lunedì anche in Puglia riparte la campagna vaccinale che riguarderà, oltre che il Covid, anche l’influenza. Ieri Pfizer ha confermato alla Regione la prima consegna del vaccino Comirnaty, nelle varie concentrazioni in base alle fasce d’età (neonati, bambini e over 12): in tutto arriveranno circa 40mila dosi, di cui 9.600 per uso pediatrico.

La campagna vaccinale – sulla base delle indicazioni del ministero della Salute – si basa sulla volontarietà. Per questo non ci saranno liste d’attesa, né gli accessi prioritari che tante polemiche hanno causato durante la pandemia: chi vuole potrà presentarsi nei centri vaccinali (sulla base delle indicazioni che arriveranno dalle singole Asl) oppure dai medici di famiglia. In un caso e nell’altro la somministrazione del vaccino avverrà volontariamente previo controllo della data dell’ultima vaccinazione o del tempo trascorso dall’ultimo contagio registrato.

Ieri il dipartimento Salute guidato da Vito Montanaro ha inviato alle Asl e alle associazioni di categoria la circolare con le indicazioni operative per gestire la campagna vaccinale relativa a Covid e influenza. Si prevede, tra l’altro, che le Asl dovranno garantire entro lunedì la consegna dei vaccini ai medici di famiglia e ai pediatri di libera scelta, e dovranno far partire la nuova piattaforma informatica Valore che sostituirà il Giava utilizzato durante la pandemia. Ai medici di famiglia dovrebbe inizialmente essere riservata una quota di dosi di antinfluenzale pari ad almeno il 30% degli assistiti over 65 in carico. Per i bambini sarà disponibile il nuovo vaccino spray (ne sono state comprate 50mila dosi), in alternativa al quadrivalente tradizionale. A differenza dell’anticovid, l’antinfluenzale sulla carta è gratis soltanto per le fasce a rischio che sono però estremamente ampie.

La Regione ha dato anche indicazioni relative agli operatori sanitari. Anche in questo caso le regole appaiono meno stringenti rispetto al passato. Resta sempre in vigore l’obbligo vaccinale (previsto dalle norme regionali): chi si sottrae potrà essere dichiarato non idoneo alle mansioni svolte normalmente. La novità è che i positivi asintomatici possono rimanere in servizio, ma se lavorano in reparti sensibili «devono essere adibiti temporaneamente» ad attività a basso rischio, mentre in tutti gli altri casi «devono evitare tassativamente il contatto diretto con tutti i pazienti e gli ospiti e con i colleghi». La vaccinazione deve essere effettuata anche dal personale delle strutture private e delle farmacie.

I dati aggiornati segnalano un aumento dei contagi Covid in tutta Italia, ma con numeri assoluti estremamente bassi. In Puglia risultano al momento 51 ricoveri, di cui due in terapia intensiva. Non c’è dunque alcun tipo di pressione sul sistema ospedaliero. Ma i medici consigliano comunque la vaccinazione in particolare per gli anziani, per i malati cronici e per chiunque si trovi in situazioni di rischio.

26 settembre 2023

Nuovo codice di comportamento dei dipendenti pubblici

Da oltre un ventennio la legislazione italiana sta orientando i propri principi verso la codificazione dei comportamenti etici. Eppure da sempre professionisti autonomi e dipendenti pubblici sono obbligati, anzitutto moralmente, a tenere comportamenti che non avrebbero bisogno di essere etichettati o stigmatizzati in vere e proprie leggi. Se così il legislatore ha ritenuto di fare, ciò può significare soltanto che il buon comportamento del lavoratore non è tale, o, si potrebbe avere un’altra chiave di lettura e cioè che nella gestione della cosa pubblica le cose non vanno come dovrebbero andare e dunque, da qui, la necessità di dover codificare ulteriormente ciò che dovrebbe essere la luce che guida qualsiasi professione: l’etica.

Nel luglio di quest’anno è entrato in vigore il nuovo codice di comportamento dei dipendenti pubblici con alcune importanti modifiche del D.P.R. del 2013.

Il testo ha avuto un iter un po’ travagliato: dopo una prima approvazione nell’aula dei ministri lo scorso dicembre era stato successivamente rigettato dal Consiglio di Stato. I giudici amministrativi, tra le varie obiezioni, avevano espresso riserve in merito alle nuove regole di condotta dedicate rispettivamente all’utilizzo delle tecnologie informatiche e all’utilizzo dei mezzi di informazione e dei social media. Norme che, per il CdS, si caratterizzavano per una “indeterminatezza delle condotte sanzionabili, favorita anche dall’utilizzo di espressioni linguistiche, molte delle quali tratte dal linguaggio tecnico e lasciate prive di definizioni atte a esplicitarne il significato”.

Tuttavia, dopo l’intesa in sede di Conferenza unificata e un nuovo parere positivo della Sezione consultiva per gli atti normativi del Consiglio di Stato, il Consiglio dei ministri ha approvato lo scorso 7 giugno, in esame definitivo, il nuovo Codice, poi entrato in vigore nel luglio.

Il nuovo Codice adatta all’attuale contesto socio-lavorativo quello del 2013. Innanzitutto promuove il divieto di ogni forma di discriminazione legata alle “condizioni personali del dipendente”, dall’orientamento sessuale al genere, passando per disabilità e differenze etniche e religiose. Concetto, questo, che viene codificato, ma che in realtà è mutuato dalla nostra Costituzione, scritta nel 1946.

In ogni caso, da un lato, l’Amministrazione garantisce ad ogni dipendente il diritto alla tutela da qualsiasi atto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole e discriminazioni di genere, anche in via indiretta. Dall’altro spetta ai dipendenti, nei rapporti interpersonali, contribuire alla promozione e al mantenimento di un ambiente e di una organizzazione del lavoro che siano ispirati e fondati su principi di correttezza, libertà, dignità ed uguaglianza.

Quale novità e forma ulteriore di controllo, si introduce un richiamo all’utilizzo responsabile degli strumenti informatici, attraverso un corretto utilizzo di tecnologia, mezzi d’informazione e social media.

Per quanto riguarda gli strumenti di proprietà dell’ente pubblico possono essere usati per incombenze personali, ma senza doversi allontanare dalla sede di servizio e purché l’attività sia contenuta in tempi ristretti e senza pregiudizio per i compiti istituzionali.

Inoltre si vieta di diffondere e pubblicare, anche tramite social network, notizie ed informazioni di cui sia a conoscenza per ragione del proprio ufficio. Ugualmente, ci si deve astenere dal pubblicare dichiarazioni offensive nei confronti dell’amministrazione, dei colleghi e collaboratori. Anche le opinioni del dipendente nei semplici post social devono essere espresse a titolo personale e senza coinvolgere la Pa di appartenenza. Lo stesso vale per i messaggi di posta elettronica che, sia all’esterno che all’interno dell’ente, non potranno contenere frasi minacciose, oltraggiose o discriminatorie.

Nel nuovo Codice, adottato in attuazione di quanto previsto dal PNRR 2 (D.L. n. 36/2022), si sottolinea anche il nuovo ruolo cruciale del dirigente pubblico.

Questa figura ha la responsabilità diretta per la crescita professionale dei collaboratori: deve, dunque, favorire la formazione e le opportunità di sviluppo di tutte le posizioni organizzative; spetta a lui curare il benessere organizzativo nelle proprie sedi, favorendo l’instaurarsi di rapporti cordiali e rispettosi tra i collaboratori.

Inoltre, si pone attenzione al testo all’espressa previsione della misurazione della performance dei dipendenti anche sulla base del raggiungimento dei risultati e del loro comportamento organizzativo. Una misurazione che passa anche da un altro tassello fondamentale: quello di garantire al personale della PA continue opportunità di formazione e crescita professionale e umana, da cui emerge la valorizzazione anche delle cosiddette soft skills (capacità relazionali e comportamentali).

Infine i comportamenti dei dipendenti pubblici dovranno essere in linea con le logiche di contenimento dei costi, in particolare, sul consumo energetico e della sostenibilità ambientale, in linea con gli obiettivi dell’agenda 2030. Pertanto i dipendenti dovranno in prima persona contribuire alla riduzione del consumo energetico e della risorsa idrica, ma la misura è adottata anche  per limitare i rifiuti e incentivarne il riciclo.

avv. Maria Antonella Mascaro

25 settembre 2023

Rivoluzione Emilia-Romagna per i pronti soccorso.

Fortissimamente voluta dall’assessore regionale alla sanità, Raffaele Donini, e da tutta la giunta guidata da Stefano Bonaccini, la riforma sanitaria prevede la nascita dei CAU (Centri di Assistenza per l’Urgenza) formati da un’equipe medica non specialistica, che dovrà occuparsi dei casi meno gravi (codici bianchi e verdi) lasciando le emergenze vere e proprie ai pronto soccorso (codici gialli e rossi: esempi infarti, ictus, traumi). Attorno ai CAU sono nate mille polemiche, sopratutto in merito alle modalità di accesso, e sono stati definiti anche pronto soccorso di serie B.

I CAU dovrebbero nascere all’interno di Case della Comunità, presso le attuali sedi dei punti di primo intervento o anche nelle strutture ospedaliere in prossimità dei pronto soccorso, con percorsi di accessi ben definiti. Sono in corso in questi giorni incontri presso le Ausl della regione per ascoltare i vari professionisti e definire anche il numero dei CAU e dei pronto soccorso.

La prima obiezione è che il cittadino si faccia la diagnosi da solo e decida se andare al pronto soccorso o al Cau.

Tutto sommato già oggi sono i cittadini ad identificare un bisogno, che può andare dalla più banale puntura d’insetto al più importante dolore toracico. Nel 75% dei casi si presentano nel luogo di cura che ritengono più adeguato, che di solito è il punto di soccorso più vicino alla propria residenza.

Degli oltre 200 accessi all’ora che oggi vengono effettuati nei pronto soccorso dell’Emilia-Romagna, almeno 140 sono composti da bisogni che le persone percepiscono come importanti e vorrebbero risolvere velocemente ma che non costituiscono un pericolo di vita e non hanno i caratteri della tempo-dipendenza. Così facendo, si rischia di innescare, nei grandi numeri, un meccanismo di intasamento del sistema.

Per tale motivo, se non si corre pericolo di vita, al Pronto Soccorso si rischia di fare code infinite.

La trave del progetto è superare l’impasse del paziente che si fa l’autodiagnosi. Non deve essere il cittadino a scegliere una delle due vie.

La soluzione prospettata è rendere disponibile, 24 ore su 24, un sistema di risposta telefonica in grado di indirizzare il cittadino nel luogo più consono al suo bisogno.

Il numero di telefono sarà 116117. Il cittadino verrà orientato da un operatore rispetto al proprio bisogno. Nel corso del tempo ci aspettiamo che tutti i cittadini chiamino questo numero e che quindi l’auto presentazione al pronto soccorso o nei CAU si riduca sino ad azzerarsi. Ovviamente esisterà pur sempre la chiamata diretta al 118.

L’operatore specializzato che risponde sarà un operatore tecnico selezionato mediante una procedura selettiva concorsuale. Serve almeno un diploma di istruzione secondaria di secondo grado e bisogna superare tre prove di selezione su argomenti specifici elencati nel bando.

Tuttavia, oggi al pronto soccorso il primo controllo lo fa un infermiere al triage, non un operatore.

Nel progetto invece la struttura è ben definita. L’operatore tecnico attraverso un algoritmo di intervista predefinito determina l’esigenza e l’eventuale bisogno di approfondimento con professionisti sanitari. In continuo contatto con gli operatori ci saranno un medico e un infermiere. Qualora dall’intervista derivi che il bisogno riguarda una condizione di emergenza sanitaria, la richiesta viene passata al 118. È una procedura che funziona già, e benissimo, in Danimarca e Regno Unito.

Il rischio di questa iniziativa è che la medicina, sempre più difensiva, può comportare che gli operatori rimandino tutti ai pronto soccorso e saremmo punto e accapo.

Vedremo i risultati di questa iniziativa e manterremo aggiornati gli associati.

21 settembre 2023

Il fenomeno dei medici a gettone dilaga anziché essere fermato

Se ne è parlato numerose volte nel corso di questo lungo anno, ma lungi dal diminuire, il fenomeno “medico a gettone” ha preso piede spostandosi geograficamente dal solo nord anche al centro del paese.

Indicati anche come medici a chiamata,si tratta di dottori che vengono richiesti per svolgere un singolo turno di lavoro, generalmente non superiore alle 12 ore, ma ormai, a seconda delle richieste e delle organizzazioni che effettuano un vero e proprio smistamento, anche per un intero fine settimana. In caso di assenze improvvise o mancanza di personale, in periodi intensi, rappresentano l’ancora di salvezza per ambulatori e reparti ospedalieri. 

Dunque, professionisti che non esercitano un servizio continuativo, ma vengono semplicemente chiamati all’occorrenza, motivo da cui deriva l’espressione. Un metodo di lavoro che può apparire disorganizzato, ma curiosamente molto redditizio.

I medici a gettone sono generalmente iscritti a delle cooperativeche fanno da intermediarie fra le aziende ospedaliere e i professionisti. Non c’è distinzione di età: si pesca fra i giovani e i meno giovani, anche medici in pensione; l’importante è l’iscrizione all’Ordine dei Medici e quindi l’abilitazione allo svolgimento della professione.

Il turno canonico per questi dottori è in giornata piuttosto che in orario notturno e copre dodici ore. Considerate le esigenze degli ospedali vengono chiamati più di frequente nel fine settimanae durante i periodi di festa. In generale dunque quando una parte del personale è assente e si occupano soprattutto di situazioni di emergenza.

Se è vero che a risaltare è più la cooperativa responsabile che il singolo medico, è vero che i turni singoli propongono una retribuzione di tutto rispetto. Si arriva a circa 1.000 euro per le 12 ore (più di 80 euro l’ora), ma se si arriva a 48 ore con il turno accoppiato il guadagno può superare i 3.000 euro. Il compenso orario però dipende anche dal reparto in cui è richiesto.

Guardando alle regioni italiane pare che i medici a gettone siano richiesti soprattutto in Veneto, dove l’80% degli ospedali fa ricorso a questi dottori. Anche in Liguria sono un fenomeno diffuso anche se si scende leggermente al 70%. Il Piemonte pare che vi ricorra nel 50% delle aziende ospedaliere, almeno per lo scorso anno, ma quest’anno il fenomeno è ancora mutato: per esempio le Marche, in particolare la provincia di Pesaro-Urbino fa frequentemente ricorso ai medici a gettone.

Il quadro descritto sopra appare preoccupante soprattutto considerato che i medici a chiamata hanno meno responsabilità rispetto al personale fisso. Esiste il rischio che alcuni si adagino e non svolgano il proprio lavoro al meglio. Oltre al fatto che si occupano spesso di pazienti che vedono per la prima volta, si può creare un disagio per chi è ricoverato, considerato che il professionista disponibile può variare ogni giorno. Il problema, però, è generato anche dal fatto che molti medici a chiamata sono giovani e hanno poca esperienza. Impreparati e magari destinati subito al Pronto Soccorso, magari abilitati da poco, possono peggiorare situazioni già difficili, senza volerlo. Un rischio davvero grosso per chi arriva in condizioni gravi nel nosocomio.

Peraltro, questi dottori, se sono iscritti da un tempo breve ad una cooperativa, potrebbero conoscere poco la struttura in cui andranno a fare i turni, non orientarsi bene, non capire a chi rivolgersi e dove trovare il necessario per l’assistenza che devono prestare. Tutti aspetti che rallentano il lavoro e mettono a rischio la salute del paziente e la responsabilità della struttura. 

Si è già detto dei numeri, anche se si tace il guadagno delle cooperative, che crescono a dismisura. Valga aggiungere il dato che in generale per il Pronto Soccorso un turno di 12 ore viene retribuito circa900 euro, considerando, però, solo i codici bianchi e verdi, ma si arriva fino al doppio di questa tariffa se i medici a gettone si dirigono al reparto di rianimazioneo se devono operare come anestesisti.

Se da una parte, dunque, i dottori in questione servono a “tappare” i buchi di un sistema in grave difficoltà, dall’altra si denota un divario poco professionale e assai poco morale fra i contratti nazionali e le prestazioni a gettone, cui la politica continua a non porre rimedio. Se il fenomeno non si ferma con una regolamentazione, se non si torna ad una legislazione pre-pandemia che non consentiva questo tipo di prestazioni, si assisterà ad un esodo sanitario verso questo tipo di prestazioni para-legalizzate che inevitabilmente porterà, insieme agli altri fattori critici, molto spesso denunciati, anche in questa sede, alla fine del sistema sanitario nazionale.

avv. Maria Antonella Mascaro

20 settembre 2023

Pronto soccorso in affanno in tutta Europa

Inadeguati per lavorarci e forse anche per essere curati, secondo la Società europea di medicina d’emergenza i pronto soccorso sono in affanno in mezza Europa.

I reparti di pronto soccorso sono attualmente luoghi non sicuri sia per i professionisti che per i pazienti, non solo in Italia ma in tutta Europa, secondo i risultati di un’indagine internazionale realizzata per conto della Società europea di medicina d’emergenza (Eusem) e pubblicato sullo European Journal of Emergency Medicine.
Le ragioni principali sono attribuite alle carenze di personale e al sovraffollamento, dovuti alla non disponibilità di posti letto nei reparti. Gli intervistati al sondaggio hanno anche ritenuto di non avere un supporto sufficiente da parte dei responsabili della gestione ospedaliera.

Circa il 90% del personale sanitario interpellato denuncia che a volte il numero di pazienti nei centri di emergenza-urgenza supera la loro capacità di fornire cure sicure e che questo sovraffollamento è un problema regolare. È ben noto che, oltre a causare disagio ai pazienti e ai professionisti e ostacolare la loro capacità di fornire assistenza, il sovraffollamento comporta un rischio sostanziale di danni per la salute degli assistiti e un aumento della mortalità.

Un analogo sondaggio è stato condotto tra i pazienti: i risultati sono ancora da pubblicare ma gli autori anticipano che sono ancora più allarmanti. Gli intervistati hanno dichiarato che al pronto soccorso erano stati assistiti da personale “arrabbiato” o “scortese”. «È probabile che questo sia dovuto a esaurimento e frustrazione – ha affermato in un editoriale James Connolly, presidente dell’Eusem – dato che la stragrande maggioranza di coloro che hanno risposto al sondaggio tra i professionisti ha dichiarato di essere orgoglioso di lavorare in un reparto di emergenza-urgenza».

Gli infermieri, rispondendo al sondaggio, hanno evidenziato una maggiore insicurezza rispetto ai medici, specie quando si trovano a dover trattare con pazienti con problemi di salute mentale. «Dal momento che in generale restano a contatto con i pazienti per periodi di tempo più lunghi, questo è comprensibile – hanno commentato i ricercatori – ma comunque preoccupante».

I giovani medici sono i più vulnerabili

Del resto, già un’indagine svolta lo scorso anno dall’Eusem, che si era focalizzata sul burnout tra gli operatori sanitari dei pronto soccorso europei, aveva fornito risultati allarmanti, mostrando che i professionisti più giovani e meno esperti avevano maggiori probabilità di esserne colpiti rispetto al personale più anziano ed esperto e avevano subito in modo più marcato l’impatto della pandemia di Covid-19.
«È preoccupante la scoperta che il burnout colpisce gli specialisti e i tirocinanti in medicina di emergenza più giovani in misura maggiore rispetto a quelli più anziani e con più esperienza – aveva commentato Abdo Khoury dell’Università di Besançon, in Francia –. Le esperienze negative durante la formazione possono portare al burnout e alla depressione più avanti nella carriera. Eppure questi saranno i professionisti di domani. Sempre che non decidano di abbandonare: i giovani colpiti da burnout sono infatti più propensi a pensare di lasciare il posto di lavoro. E, naturalmente, la carenza di personale che ciò potrebbe provocare non farebbe che peggiorare le cose».

Lontani anni luce dalla situazione ideale

«È inquietante vedere che questo schema di cattiva organizzazione si ripete – ha dichiarato Connolly – ed è inaccettabile che si siano intraprese così poche iniziative per porvi rimedio. Anzi, la situazione sembra ancora peggiore rispetto al passato».

Il 54,2% dei professionisti ha dichiarato di essere costantemente sotto pressione esterna e di temere che questo potrebbe avere conseguenze nell’assistenza ai pazienti. Il supporto della direzione dell’ospedale è stato percepito come inadeguato: il 35% ha risposto che i dirigenti ospedalieri non hanno mai proposto né supportato l’introduzione di miglioramenti e il 47% ritiene che le procedure implementate per migliorare il flusso di lavoro nel reparto non siano mai state realmente efficaci.

«I professionisti dedicati avrebbero bisogno del supporto e dell’ambiente adatti a svolgere al meglio il proprio lavoro e i pazienti dovrebbero sentirsi fiduciosi di ricevere il trattamento migliore, ma attualmente siamo lontani da questa situazione ideale. I governi e le autorità sanitarie devono rimediare subito, prima che la situazione peggiori ulteriormente e diventi troppo tardi per arrestare la spirale di declino», ha concluso Connolly.
Certamente il tema non è nuovo, ma evidentemente le richieste di intervento non hanno finora trovato soluzioni soddisfacenti.

In Germania, risale a otto anni fa un position paper in cui medici del settore segnalavano problemi finanziari e organizzativi nei reparti di pronto soccorso tedeschi e sollecitavano un maggior riconoscimento dell’importanza delle cure di emergenza nel sistema sanitario. Le proposte comprendevano un cambiamento del finanziamento ospedaliero in direzione di un sistema maggiormente basato sul budget, una migliore pianificazione strutturale per le cure di emergenza regionali, una cooperazione intensificata dei medici di medicina generale con i servizi di emergenza, una migliore rappresentanza organizzativa delle cure d’urgenza all’interno degli ospedali e un avanzamento della medicina d’urgenza nell’istruzione medica post-laurea.
Il tema tocca evidentemente tutti i sistemi sanitari europei. Le soluzioni da adottare sono in gran parte note, ma le risorse economiche, e non solo in Italia, prendono un’altra strada.

19 settembre 2023

Scadenza dei contratti: non si pone rimedio

Contratti scaduti da anni e stipendi ridotti ai minimi termini dall’inflazione. La situazione è al collasso. Più di sette milioni di lavoratori nel settore privato si trovano in questa situazione. Nel corso dei comunicati, Acop ha già affrontato il problema, parlando delle trattative del rinnovo dei contratti dei medici e del personale sanitario, ma la situazione è preoccupante. In pratica più di un lavoratore su due ha il contratto scaduto: questo è quanto hanno rappresentato i dati ufficiali del CNEL a fine giugno.

Molti contratti sono scaduti da anni e ai ritardi ordinari si è aggiunta la difficile congiuntura iniziata nel 2020. La pandemia ha congelato la contrattazione per due anni e l’esplosione dei prezzi ha acuito la distanza tra le richieste – legittime – dei lavoratori e la disponibilità delle aziende, preoccupate per il rallentamento dell’economia a livello globale.

Il risultato è una paralisi che si ripercuote sull’intero sistema produttivo con i consumi in forte calo perché le famiglie si vedono costrette a procurarsi lo stretto necessario e non possono investire, poiché non rimane nulla per il risparmio.

A fronte di un’inflazione all’8,7% gli stipendi in Italia sono cresciuti appena del 2% nel 2022. E se quest’anno la forbice è destinata con ogni probabilità a ridursi, il potere d’acquisto perso in questi anni non verrà recuperato.

Continuano le trattative per il rinnovo del contratto privato della sanità che coinvolge circa centocinquantamila persone e che potrebbe essere firmato entro fine mese. Il contratto triennale è scaduto nel 2018 e si prospetta un aumento medio di 241euro lordi al mese oltre ad arretrati compresi tra i seimila e i diecimila euro. Ma i medici chiedono soprattutto il potenziamento degli organici e un tetto alle ore extra in ospedale.

Si assiste ad una nuova e negativa tendenza del fatto che alcuni contratti collettivi nazionali vengono contrattualizzati da sigle sindacali fantasma con condizioni peggiorative. Si tratta dei cosiddetti contratti “pirata” che apparentemente professano condizioni più favorevoli ed, in realtà, prevedono situazioni peggiorative.

Per questo motivo le più note sigle sindacali stanno cercando in tutti i settori, ma nei più colpiti a maggior ragione, di far approvare un meccanismo di incentivazione che promuova il rinnovo a scadenza, per arginare quella che è, ormai, una vera e propria emergenza salariale.

La pandemia e la crisi energetica non possono diventare alibi per non rinnovare i contratti e le conseguenze dell’inflazione non possono essere pagate sempre dai lavoratori che hanno visto ridotto il loro potere d’acquisto.

La situazione più spinosa riguarda i lavoratori del terziario, dei servizi e dello spettacolo con un potere contrattuale debole.

Un esempio virtuoso, invece, è arrivato dall’industria che ha rinnovato in pratica tutti i contratti con aumenti significativi, superiori ai 130 euro in più in busta paga. Nell’industria metalmeccanica si è attuato un meccanismo con una clausola che lega gli aumenti all’aumento dell’inflazione nei casi di scostamento notevole.

Un esempio che potrebbe essere di emulazione per tutti gli altri casi.

Uno dei pericoli, in questa situazione incerta e frammentata, è che si allarghi nuovamente la piaga del lavoro irregolare nei settori più deboli, faticosamente e gradualmente portati ad emergere negli ultimi anni come nel caso del settore dei servizi.

D’altronde il problema riguarda anche il settore sanitario, se si pensa al fenomeno dei “medici a gettone”, che, lungi dall’essere sradicato, è in continuo aumento.

avv. Maria Antonella Mascaro

18 settembre 2023

Carenza infermieri: “Vanno presi dall’estero”

Il Ministro della Salute presente alla festa nazionale di Italia Viva: “Entro l’anno firmeremo un nuovo Piano pandemico e faremo una campagna perché soprattutto le persone fragili devono vaccinarsi. Però non ci vuole terrorismo la malattia è diversa da prima e soprattutto mi dispiace che spesso anche sui media si parla tanto di COVID lasciando da parte tanti altri problemi importanti della sanità italiana penso alla prevenzione”.

“Il covid – ha specificato il Ministro – è stata un’esperienza tragica, sono morte tantissime persone e tante famiglie hanno sofferto, ma credo che l’unica cosa positiva del COVID sia che ha rimesso al centro dell’attenzione politica l’importanza della salute. Proteggiamo i fragili, proteggiamo gli anziani, proteggiamo gli operatori sanitari però guardiamo anche a non lasciare indietro tutto ciò che c’è penso agli screening, alla prevenzione che è mancata in questi anni con un aumento tragico dell’incidenza delle neoplasie anche nel nostro paese quindi non facciamoci distrarre dal covid”.

Il Ministro ha parlato anche della manovra assicurando che le risorse “arriveranno” ma che “non è solo un problema economico è anche un problema di organizzazione”. E sul punto si è focalizzato sul problema delle liste d’attesa: “Dobbiamo intanto far sì che i medici che operano nel sistema pubblico siano pagati di più per le ore in più che fanno in modo tale che le ore in più siano finalizzate all’abbattimento delle liste di attesa”. E ancora: “Molte prestazioni non sono messe nei cup regionali e noi dobbiamo costringere tutte quante le aziende pubbliche e tutti gli operatori del privato convenzionato a mettere dentro le agende al servizio dei cittadini gli esami che possono erogare”. E poi la riduzione delle liste d’attesa dev’essere anche “uno degli obiettivi dei direttori generali”. Tema caldo anche l’appropriatezza delle cure: “Abbiamo un 20-30% di inappropriatezza. Se uno ha mal di schiena non si deve fare la risonanza magnetica, deve andare dal medico che lo visiti e capisca quale sia l’esame da fare”.

E poi sulla carenza di personale il Ministro ha specificato: “Il vero problema è che i giovani, e ormai questo è abbastanza chiaro a tutti, non vogliono purtroppo più fare alcune specializzazioni e, se andate a vedere le specializzazioni che i giovani non vogliono fare, sono tutte quelle specializzazioni nelle quali purtroppo, mi dispiace dirlo, non è possibile fare facilmente un’attività privata e questo è un qualcosa sulla quale io credo che anche a livello di università di comunità medica bisogni agire”.

Ma il Ministro ha sottolineato che la vera emergenza sia la carenza di infermieri: “Non ce ne sono e questo è un problema di molti paesi europei”. Per questo occorre “rivalutare la professione dell’infermiere. Oggi gli infermieri hanno percorsi di studio che durano 5 anni ed è chiaro che rivendicano giustamente anche delle competenze professionali diverse rispetto a quelle che hanno avuto fino adesso, però nell’immediato noi non possiamo pensare di avere subito un numero congruo di infermieri, se vogliamo veramente rafforzare la medicina territoriale. Dobbiamo far sì che la professione diventi più appetibile, con nuovi modelli organizzativi e con incrementi salariali e stipendiali. D’altro canto però, nel breve periodo di tempo, le case di comunità vanno completate entro il 2026 e noi dobbiamo avere accordi con paesi stranieri, per far sì che ce ne sia un numero adeguato”. A tal proposito il Ministro ha confermato che è in corso un’interlocuzione con l’India.

14 settembre 2023

Tamponi Covid 19: nuove regole

La nuova circolare del Ministero della Salute non prevede più tamponi per gli asintomatici che entrano in Pronto Soccorso, diversamente per i sintomatici si eseguono test anche per ricerca altri virus. 

Dunque, per i pazienti che non presentano sintomi compatibili con COVID-19 al triage, effettuato all’accesso al Pronto Soccorso, non è indicata l’esecuzione del test per SARS-CoV-2.

Differentemente, per quelli che presentano sintomi con quadro clinico compatibile con COVID-19 è indicata l’effettuazione di test diagnostici per SARS-CoV-2.  In questi casi è opportuno attivare un percorso più ampio di sorveglianza e, dunque, di ricerca di altri virus, quali ad esempio: virus influenzali A e B, VRS, Adenovirus, Bocavirus, Coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2, Metapneumovirus, virus Parainfluenzali, Rhinovirus, Enterovirus.

Per i pazienti che all’anamnesi dichiarano di aver avuto contatti stretti con un caso confermato COVID-19 e, in particolare, siano stati esposti al contagio nei cinque giorni precedenti, permane l’indicazione dell’effettuazione di test diagnostici per SARS-CoV-2.

Per i pazienti, pur asintomatici, che devono effettuare ricovero o un trasferimento (sia programmato che in emergenza) in reparti o , comunque, strutture ad alto rischio (es. reparti nei quali sono presenti pazienti immunocompromessi e fragili, strutture protette, RSA, etc.) è indicata l’effettuazione di test diagnostici per SARS-CoV-2.

Il tampone, invece, sarà effettuato per il paziente che deve essere trasferito da una struttura all’altra.  Il test è, altresì, necessario anche per l’ingresso nelle Rsa.

Se, chiunque, presenta sintomi quali febbre, raffreddore, mal di gola, tosse ecc. è espressamente e, comunque, fortemente caldeggiato di evitare l’ingresso nelle strutture sanitarie.

Fermo restando il rispetto delle misure di igiene e protezione personale, utili alla riduzione del rischio di trasmissione dei virus respiratori, come previsto dalle ordinanze del Ministro della Salute e dalla Circolare n. 25613 dell’11 agosto 2023, si precisa che i visitatori/accompagnatori che presentano sintomi compatibili con COVID-19 devono evitare di accedere nelle strutture sanitarie; gli operatori addetti all’assistenza sanitaria e socio-sanitaria che presentano sintomi compatibili con COVID-19 devono evitare di accedere in setting assistenziali, sia di degenza che ambulatoriali, dove sono presenti pazienti immunocompromessi e fragili, secondo le modalità e le procedure adottate dalle direzioni delle strutture.

In ogni caso, resta ferma la responsabilità e la possibilità da parte del direttore sanitario della struttura o del clinico che ne ravvisi la necessità, di definire ulteriori indicazioni per l’effettuazione dei test e misure di prevenzione e protezione aggiuntive rispetto a quelle di seguito riportate.

avv. Maria Antonella Mascaro

13 settembre 2023

Ministero della Salute e Fondazione CDP insieme per i progetti del PNRR nella ricerca scientifica

Siglato il primo Memorandum d’Intesa tra le due istituzioni sul bando della Fondazione per facilitare la realizzazione di iniziative di ricerca in ambito sanitario.

Le risorse, fino a 1 milione di euro, sono destinate agli Istituti di Ricerca italiani già destinatari di fondi PNRR

Roma, 12 settembre 2023 – Collaborare al raggiungimento degli obiettivi del bando “In Sistema Ricerca”, lanciato da Fondazione CDP e dedicato ai progetti già destinatari di fondi PNRR nel settore della ricerca scientifica sanitaria. Questo il principale scopo del primo Memorandum of Understanding (MOU) siglato tra il Ministero della Salute e Fondazione CDP.

Il bando “In Sistema Ricerca”, aperto fino al 29 settembre, prevede una dotazione fino a 1 milione di euro a sostegno di richieste di finanziamento addizionali per iniziative di ricerca che siano già sovvenzionate da fondi PNRR da parte del Ministero della Salute. Le risorse messe a disposizione da Fondazione CDP saranno infatti finalizzate a coprire spese diverse da quelle già finanziate dai fondi PNRR, ma comunque fondamentali per il completamento del progetto di ricerca, con una soglia massima che non superi i 100.000 euro. In base alle graduatorie del Ministero della Salute, sono circa 170 i progetti di ricerca attualmente in corso in tutta Italia che potranno partecipare al bando.

Rivolto a ricercatori operanti presso istituti italiani pubblici o privati non-profit e Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), il bando vuole contribuire a sostenere il raggiungimento degli obiettivi che il Paese si è fissato in questo settore, in un’ottica di addizionalità rispetto ai fondi già messi a disposizione dalla Commissione Europea attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Secondo quanto stabilito nel MoU, il Ministero della Salute e Fondazione CDP collaboreranno anche nel processo di valutazione e assegnazione dei fondi del bando, al fine di selezionare le richieste di finanziamento a più alto potenziale, in un’ottica di sinergia che vede per la prima volta le due istituzioni lavorare congiuntamente.

“Attraverso il bando In Sistema Ricerca, Fondazione CDP conferma la propria volontà di svolgere un ruolo addizionale rispetto al sistema per sostenere la ricerca, in linea con uno dei pilastri fondamentali del nostro Piano Strategico. Con questa iniziativa ci proponiamo infatti di portare a completamento progetti importanti per il settore. La collaborazione instaurata con il Ministero della Salute conferma che le sinergie tra attori diversi possono essere una chiave per affrontare le complesse sfide del Paese, soprattutto in ambiti di importanza strategica come quello della ricerca sanitaria, su cui l’Italia può giocare un ruolo da protagonista”, ha dichiarato la Direttrice Generale della Fondazione CDP, Francesca Sofia.

“Il sostegno alla ricerca è una delle priorità del Ministero della Salute e l’impegno della Fondazione CDP contribuisce alla piena realizzazione di uno degli investimenti del PNRR relativo alla valorizzazione e potenziamento della ricerca biomedica del servizio sanitario nazionale. Il protocollo siglato per l’attuazione del bando ‘In Sistema ricerca’ rappresenta un ulteriore strumento per il rafforzamento della ricerca sanitaria, leva strategica per il miglioramento delle cure e dell’assistenza delle persone” le parole di Marco Mattei, Capo della Segreteria tecnica del Ministero della Salute.

12 settembre 2023

La sanità digitale in Europa

Alla vigilia di una rivoluzione come quella cui si sta assistendo nella sanità si deve, assolutamente, evitare di incorrere in disuguaglianze.

Le persone con competenze digitali limitate o inesistenti sono quelle che possono trarre i maggiori vantaggi dagli strumenti e dagli interventi sanitari digitali: gli anziani, i disabili. Così si è visto, ad esempio, per l’applicazione della telemedicina.

La pandemia ha accelerato l’adozione di strumenti sanitari digitali, ma questa adozione è stata disomogenea.

E’ l’OMS Europa a porsi il problema rispetto ad un nuovo rapporto di riferimento sullo stato della salute digitale nel nostro continente. Il rapporto afferma che, sebbene negli ultimi anni siano stati compiuti notevoli progressi nel campo della salute digitale, esistono sfide e lacune significative che devono essere affrontate per liberare il pieno potenziale degli strumenti e degli interventi digitali al fine di migliorare la salute e il benessere generale, ridurre l’onere per il personale sanitario e salvaguardare la privacy delle persone.

L’Europa parte avvantaggiata ma l’adozione di strumenti sanitari digitali è stata disomogenea e spesso su uno o più casi specifici, piuttosto che strategica e a lungo termine. Una tendenza ricorrente è stata la mancanza di risorse finanziarie per finanziare l’indispensabile monitoraggio e valutazione degli interventi di salute digitale.

Solo 19 Paesi hanno sviluppato una guida su come valutare gli interventi di salute digitale e solo il 60% dei Paesi ha sviluppato una strategia sui dati nel settore sanitario. Ma l’ascesa e l’adozione dell’intelligenza artificiale devono essere attentamente regolamentate e gestite per garantire equità e trasparenza.

Quindi, innanzitutto, si deve garantire che la banda larga sia affidabile, a basso costo e possa raggiungere ogni famiglia e ogni comunità presente sul territorio. In secondo luogo, i governi e le autorità sanitarie devono iniziare a considerare la salute digitale come un investimento strategico a lungo termine, e non un vantaggio per pochi.

Ancora, bisogna creare fiducia nella sanità digitale, in modo tale da avere una maggiore collaborazione e condivisione delle conoscenze a livello internazionale. Gli strumenti di sanità digitale, comprese le cartelle cliniche elettroniche, devono essere in grado di comunicare tra loro attraverso i confini nazionali e internazionali – devono essere interoperabili – per essere efficaci dal punto di vista dei costi e dell’impatto.

Quindi, in sintesi: connettività, investimenti, fiducia e cooperazione.  

avv. Maria Antonella Mascaro

11 settembre 2023

Conferenza Stato Regioni chiede la proroga

Con una nota del 7 settembre 2023 indirizzata al Ministro della salute Orazio Schillaci, avente ad oggetto il Decreto Ministeriale 19 dicembre 2022 “Valutazione in termini di qualità, sicurezza ed appropriatezza delle attività erogate per l’accreditamento e per gli accordi contrattuali con le strutture sanitarie”, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha riferito una serie di perplessità emerse nella seduta del 6 settembre precedente, con riguardo all’attuazione della nuova disciplina che richiederebbe una completa revisione dei sistemi regionali dall’autorizzazione all’esercizio all’accreditamento fino agli accordi contrattuali.

La preoccupazione emersa in Conferenza, è riferita al rischio che strutture private accreditate già appartenenti a reti e/o PDTA regionali possano perdere l’accreditamento o non riescano ad accedere al contratto attraverso la procedura prevista.

Per tale motivo Massimiliano Fedriga ha rappresentato, attraverso la nota allegata, la necessità di prevedere una proroga di sei mesi del termine fissato al 30 settembre 2023 entro il quale le Regioni e le Province autonome devono adeguare il proprio ordinamento alle disposizioni di cui all’articolo 8-quater, comma 7 e all’articolo 8-quinquies, comma 1-bis del decreto legislativo n. 502 del 1992 e il proprio sistema di controllo, vigilanza e monitoraggio delle attività erogate.

Inoltre è stato anche richiesta l’istituzione di un Tavolo di confronto con le Regioni e le altre Amministrazioni centrali interessate, al fine di individuare soluzioni condivise alle problematiche attuative della normativa vigente.

07 settembre 2023

Realtà Aumentata, impatto sulla sanità

Nell’era digitale, la tecnologia gioca un ruolo sempre più centrale in ogni aspetto della nostra vita, e il settore sanitario non fa eccezione. Una delle innovazioni tecnologiche più rivoluzionarie degli ultimi anni è senza dubbio la Realtà Aumentata.

Questa tecnologia, che sovrappone informazioni digitali al mondo reale, sta cambiando il modo in cui medici e pazienti interagiscono, offrendo nuove opportunità per migliorare la formazione medica, gli interventi chirurgici, le terapie e il supporto ai pazienti.

La Realtà Aumentata offre ai medici la possibilità di visualizzare e interagire con rappresentazioni tridimensionali dei pazienti, migliorando la precisione e l’efficacia delle diagnosi e degli interventi chirurgici.

Ma la Realtà Aumentata può anche rivoluzionare la formazione medica, offrendo agli studenti di medicina e ai professionisti sanitari la possibilità di apprendere e praticare procedure complesse in un ambiente sicuro e controllato, azzerando i rischi per i pazienti.

Realtà Aumentata, il nuovo volto della formazione medica

La formazione medica è uno dei campi in cui la Realtà Aumentata può avere un impatto considerevole. Gli studenti di medicina, medici e chirurghi possono impiegare la Realtà Aumentata per apprendere e praticare procedure mediche in un ambiente simulato, contribuendo a ridurre gli errori e migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria.

Attraverso l’impiego della Realtà Aumentata, è possibile addestrare il personale sanitario, permettendo agli operatori di testare pratiche e strumenti e disporre di feedback in tempo reale dei risultati delle proprie azioni. Questo tipo di formazione immersiva può accelerare il processo di apprendimento e migliorare la competenza del personale sanitario.

Inoltre la Realtà Aumentata semplifica l’aggiornamento delle competenze del personale per quanto riguarda il training su nuove apparecchiature diagnostiche e l’addestramento per la visualizzazione sui dataset di immagini diagnostiche, ad esempio quelle relative alla risonanza magnetica e tomografia. Queste tecnologie semplificano la formazione e l’apprendimento delle risorse, oltre che la comunicazione con il paziente.

In ambito pre-chirurgico, la simulazione immersiva in una sala operatoria virtuale sulla strumentazione e sulle procedure chirurgiche per gli infermieri strumentisti è un altro esempio di come la Realtà Aumentata può migliorare la formazione medica, migliorando l’assistenza e il servizio offerto ai pazienti. Allo stesso modo, la simulazione realistica di scenari è un altro strumento efficace per il training di medici e infermieri, ad esempio per quanto riguarda la stabilizzazione di pazienti in condizioni critiche.

Realtà Aumentata al servizio della chirurgia di precisione

La Realtà Aumentata avrà un impatto decisivo anche sulle pratiche chirurgiche, offrendo nuove opportunità per migliorare la precisione e l’efficacia degli interventi. Ma non solo: la possibilità di replicare e visualizzare modelli 3D dei pazienti e delle loro problematiche cambieranno sensibilmente le procedure pre operatorie e di ricovero.

La visualizzazione in Realtà Aumentata di modelli 3D può migliorare sensibilmente la capacità degli operatori di diagnosticare e visualizzare eventuali criticità, oltre a migliorare la precisione e l’efficacia degli interventi chirurgici, riducendo gli errori e l’invasività delle procedure.

Infine, la Realtà Aumentata potrebbe offrire ai medici uno strumento per ottenere in tempo reale un supporto remoto “live” da altri colleghi e collaboratori. Attraverso l’impiego di Smart Glasses, le equipe mediche potranno condividere visivamente lo stesso teatro operativo e partecipare da remoto alle attività svolte sul campo.

06 settembre 2023

Emergenza infermieri

Il fenomeno di esodo che ha riguardato e continua a riguardare i medici si sta verificando con dati peggiori nella preziosa categoria degli infermieri.

In questo caso si assiste, però, a due differenti tipi di esodo.

Gli infermieri fuggono dagli ospedali del nord verso quelli del sud, con una sorta di inversione di rotta rispetto ai medici.

A lanciare l’allarme è il sindacato nazionale Nursing up, che spiega il fenomeno con l’aumento del costo della vita, insostenibile nelle regioni del nord Italia. Pertanto si assiste ad un fenomeno di migrazione di ritorno nei paesi o nelle città di origine.

A causa di questo particolare effetto migratorio, i pronto soccorso e i reparti nevralgici degli ospedali, in special modo nelle regioni della Liguria e dell’Emilia-Romagna, stanno perdendo infermieri che si dimettono per tornare a Sud. 

Svariate decine di operatori sanitari, dal 2022 a oggi, hanno scelto di dimettersi, con rinuncia a contratti a tempo indeterminato nella sanità pubblica. 

Certamente influisce su questo esodo il costo della vita; anche se va sottolineato l’enorme caos degli ospedali del sud con situazioni di violenza perpetrate nei confronti del personale sanitario molto frequenti.

Il problema, però, è che, a parità di condizioni, lo stipendio medio di un infermiere si aggira intorno ai millequattrocento euro, a volte neanche netti, che non consente ad un giovane infermiere di mantenersi in città come Bologna, Genova, ma anche Rimini, Forlì o La Spezia.

Il secondo tipo di esodo, cui si accennava di sopra, è ancora più impegnativo, in ordine ad una vera e propria emigrazione in paesi lontani.

Ad esempio ad Abu Dhabi il Cleveland Clinic Abu Dhabi figura tra i primi 250 ospedali al mondo in termini di qualità, grandezza, professionalità e ricchezza nella classifica stilata da Newsweek che rivela anche che entro il 2030, in Arabia Saudita serviranno quattrocentoquarantaquattromila medici e ottantacinquemila infermieri. 

Negli Emirati Arabi i compensi includono servizi e casa, inserimento scolastico per i figli e agevolazioni fiscali. Un infermiere può guadagnare fra i tremila e seimila dollari al mese.

Come poter contrastare questo doppio esodo è piuttosto problematico, in un sistema nel quale vengono immessi pochi finanziamenti o, comunque, insufficienti a far rimanere il personale e a creare incentivi di studio per la specializzazione.

Innanzitutto va segnalato che il numero di coloro che in Italia scelgono di diventare infermiere è inferiore alla necessità.  Vi sono alcune proposte tese alla formazione di nuove figure, che dovrebbero in qualche modo andare a compensare questa carenza, ma sono poco chiare e non spiegano di cosa dovrebbero occuparsi. Ad esempio c’è una proposta di legge tesa al varo di una figura detta dell’assistente alla salute, ma nel testo non è spiegato quale sia il livello di intervento di questa figura.

Nel 2001 venne introdotta la figura dell’operatore socio sanitario che oggi opera con buona disinvoltura, appropriatezza e competenza nell’area medica e chirurgica. Ma non si può pensare di tappare buchi con figure non altamente specializzate, oppure senza delineare il perimetro di azione.

Dunque si ritorna sempre al problema dell’investimento sulla salute e probabilmente il governo italiano non ha saputo sfruttare al meglio nel settore salute la grande opportunità del PNRR.

Rimane il fatto che è una sconfitta generale, e quindi anche della politica, mettersi a costruire una figura alternativa all’infermiere con meno formazione e con meno competenze, come le proposte di legge attuali vorrebbero fare.

avv. Maria Antonella Mascaro

05 settembre 2023

Regione Abruzzo: via alla digitalizzazione sanitaria

L’Abruzzo ha aderito al Polo Strategico Nazionale, rivoluzionando, in tal modo, la programmazione sulle scelte amministrative.

Il Polo Strategico Nazionale è una società di nuova costituzione partecipata da Tim, Sogei, Leonardo, Cassa Depositi e Prestiti, che ha sottoscritto con il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Convenzione per l’affidamento della progettazione, realizzazione e gestione dell’infrastruttura per l’erogazione di servizi cloud per la pubblica amministrazione.

La giunta regionale abruzzese, su proposta dell’assessore alla Salute, ha approvato l’adesione della Regione al Polo Strategico Nazionale (Psn) nei giorni scorsi con un provvedimento che segna un ulteriore punto di svolta nell’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche al servizio del sistema sanitario digitale per i servizi della sanità.

Il percorso era iniziato già con il governo regionale del 2021, attraverso un imponente processo di adeguamento sul fronte dell’innovazione.

L’Abruzzo scontava anni di ritardi legati a scelte del passato non propriamente innovative, anni recuperati con una serie di atti iniziati con il piano della sanità digitale, cui sono seguite iniziative specifiche di qualificazione tecnologica, come ad esempio i servizi on line, l’anagrafe vaccinale, il sistema di gestione degli screening, la cartella unica regionale, il fascicolo sanitario.

Sul Psn sarà possibile migrare tutti i dati sanitari su un sistema cloud avanzato, che garantisce maggiore sicurezza, stabilità e operatività dei sistemi della pubblica amministrazione.

Il progetto è finanziato con la rimodulazione delle risorse gestite per questi scopi dalle Asl territoriali e consentirà di potenziare i servizi sanitari in ambito vaccinale, oncologico, sportivo, farmaceutico, veterinario e della salute mentale. Un’attenzione particolare sarà dedicata all’evoluzione dei servizi on line al cittadino.

Inizialmente il polo affiancherà gli uffici regionali nella fase della transizione al cloud, fornendo tutto il supporto necessario alla migrazione verso il nuovo sistema. Questo permetterà all’amministrazione regionale di disporre di un flusso di informazioni utili anche per rafforzare i servizi sanitari sul territorio, garantire equità dal punto di vista dei diritti e degli interessi della comunità territoriale.

avv. Maria Antonella Mascaro

04 settembre 2023

Modifiche alla dirigenza sanitaria pubblica e Piano oncologico nazionale e Registro Tumori

La legge 10 agosto 2023, n. 112, avente a oggetto “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 22 giugno 2023, n. 75, recante disposizioni urgenti in materia di organizzazione delle pubbliche amministrazioni, di agricoltura, di sport, di lavoro e per l’organizzazione del Giubileo della Chiesa cattolica per l’anno 2025”, è stata pubblicata nella GU Serie Generale n. 190 del 16-08-2023, entrando in vigore il 17/08/2023.

I provvedimenti normativi in evidenza recano importanti novità in materia sanitaria. Le più rilevanti sono di seguito sintetizzate:

  • Articolo 6 (Incremento del Fondo risorse decentrate del Ministero della salute)
  • Articolo 6-bis (Norme in materia di accesso ai concorsi per la dirigenza chimica)

L’articolo disciplina in via transitoria i requisiti di accesso ai concorsi per la dirigenza chimica fino al 31 dicembre 2025. Mediante l’inserimento del comma 7-bis all’articolo 8 delle Legge 11 gennaio 2018, n. 3, in alternativa alla specializzazione, è requisito di accesso l’aver maturato, sei mesi prima rispetto alla scadenza del bando, almeno tre anni di servizio anche non continuativo, con contratti a tempo determinato o indeterminato, con esercizio di funzioni proprie della professione sanitaria di chimico presso le agenzie per la protezione dell’ambiente o presso le strutture del SSN.

  • Articolo 7 (Ente Strumentale alla Croce Rossa Italiana in liquidazione coatta amministrativa).
  • Articolo 8 (Disposizioni in materia Piano oncologico nazionale e per l’attuazione del Registro tumori)

L’articolo 8 disciplina la normativa vigente in materia di riparto delle risorse già stanziate per l’operatività delle reti oncologiche regionali. L’articolo prevede l’intesa in sede di Conferenza Stato-regioni sul decreto di riparto delle risorse, ammettendo al finanziamento tutte le regioni e le province autonome, in deroga alle disposizioni legislative vigenti in materia di compartecipazione della spesa sanitaria.

  • Articolo 8-bis (Disposizioni in materia di dirigenza sanitaria, amministrativa, professionale e tecnica del SSN)
  • comma 1: in ragione del perdurare delle necessità organizzative e funzionali conseguenti alla cessata emergenza epidemiologica da Covid-19, nonché dell’esigenza di garantire il raggiungimento degli obiettivi del PNRR, anche al fine di non disperdere le competenze e le professionalità acquisite, fino al 31 dicembre 2025, è elevato a 68 anni il limite anagrafico per l’accesso all’elenco nazionale e agli elenchi regionali dei soggetti idonei alla nomina di direttore generale di Asl, Ao (aziende ospedaliere) ed altri enti del SSN. Inoltre, fino al termine di validità degli elenchi pubblicati ai sensi della presente disposizione, non si applicano i limiti anagrafici attualmente previsti, per il direttore sanitario ed amministrativo dall’articolo 3, comma 7, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502;
  • comma 2: dispone l’abrogazione del comma 687, art. 1, della L. di Bilancio 2019 (L. n. 145/2018).
  • Articolo 8-ter (Disposizioni in materia di procedure elettorali e di composizione del consiglio nazionale e dei consigli territoriali, nonché dei relativi organi disciplinari, dell’Ordine degli psicologi)

Si prevede una nuova disciplina per il procedimento elettorale degli organi dell’ordine degli psicologi e le specifiche modalità per l’integrazione degli organi disciplinari anche istruttori, mediante apposito decreto di natura regolamentare del Ministro della salute, sentito il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi.

  • Articolo 43, commi 4-bis e 4-ter (Adeguamento strutture sanitarie di emergenza per il Giubileo 2025)

Anche per l’accoglienza dei pellegrini in occasione del Giubileo 2025, oltre che per dare immediata attivazione alla procedure di affidamento per i lavori di adeguamento e di ristrutturazione, oltre che alle annesse tecnologie sanitarie, dei presidi sanitari sede di DEA (dipartimenti di emergenza e accettazione) e Pronto Soccorso che fanno parte della rete del sistema di emergenza del Servizio sanitario della regione Lazio, è autorizzato un progressivo aumento di spesa complessiva (anni 2023, 2024, 2025, 2026), di cui si prevede specifica copertura. Per le predette finalità, entro 90 giorni a far data dall’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge, il Commissario straordinario per il Giubileo, sentito per gli aspetti di competenza il Ministero della salute, propone l’aggiornamento del DPCM e dei relativi allegati adottati ai sensi dell’art. 1, comma 422, della legge di bilancio per il 2022 (L n. 234 del 2021).

31 agosto 2023

Il rinnovo del contratto dei medici e il miglioramento del personale infermieristico

Nel mese di luglio scorso le due principali sigle sindacali della dirigenza medica e sanitaria si erano rifiutati di firmare la nuova proposta contrattuale.

Le trattative riprenderanno a partire dal 5 settembre, ma proprio i due maggiori sindacati che si erano opposti: ANAAO-ASSOMED e CISMO-FESMED, hanno stilato un accordo con proposte congiunte che, in caso di accoglimento, consentiranno di arrivare rapidamente alla firma di un nuovo contratto con grande attesa della categoria dei sanitari interessati.

I punti principali riguardano alcuni temi fondamentali sui quali non si era trovata una sintesi nei mesi scorsi, tanto è vero che l’accordo non era stato siglato e il testo proposto a luglio non era stato accettato. Per questo motivo si era proposto di rimandare la discussione a settembre.

Quali i nodi da sciogliere: l’orario di lavoro, i fondi contrattuali, il servizio fuori sede, la rappresentatività ed il patrocinio legale.

Se si vuole tentare di frenare la fuga dei professionisti dalla sanità pubblica occorre migliorare le condizioni di lavoro e la qualità della vita di medici e dirigenti sanitari, impedendo alle Aziende di pretendere gratuitamente centinaia di migliaia di ore di lavoro extra-orario, anche attraverso l’utilizzo improprio delle risorse stanziate per ciascun fondo contrattuale.

Peraltro, la questione va al passo con le anticipazioni sulla prossima manovra finanziaria, che non solo continuerà ad ignorare la grande crisi del Servizio sanitario nazionale negando oltre quattro miliardi necessari a garantirne la sopravvivenza, ma che non sarà nemmeno in grado di adeguare all’inflazione gli stipendi dei dipendenti della Pubblica amministrazione nei contratti relativi al triennio 2022-2024.

Il discorso va a braccetto con la carenza del personale infermieristico sul quale FNOPI proponealcune le priorità che dovranno trovare spazio nelle prossime leggi, a partire da quella di Bilancio e che riguardano la valorizzazione della formazione infermieristica e delle specializzazioni universitarie; la previsione di lauree magistrali a indirizzo clinico, in risposta ai bisogni del sistema salute e della popolazione; la correlazione strutturale dei posti del corso di laurea abilitante e delle lauree specialistiche adeguandoli al fabbisogno del sistema salute.

avv. Maria Antonella Mascaro

30 agosto 2023

Ministero della Salute – Report sul personale SSN

Nel 2021 sono 617.246 i dipendenti del Servizio sanitario nazionale, personale delle Asl e degli Istituti di ricovero pubblici ed equiparati (Asl, Aziende ospedaliere, Aziende ospedaliere universitarie integrate con il SSN, Aziende ospedaliere integrate con Università). Nel 2019 erano in totale 603.856.

In particolare, nel 2021 lavorano per il SSN 102.491 medici e odontoiatri (erano 102.316 nel 2019) e 264.768 infermieri (256.429 nel 2019). Il rapporto fra infermieri e medici, a livello nazionale, si attesta sul valore di 2,6 infermieri per ogni medico.

È quanto si legge nella monografia Personale delle ASL e degli Istituti di ricovero pubblici ed equiparati – Anno 2021, a cura dell’Ufficio di statistica – Direzione generale della digitalizzazione del sistema informativo sanitario e della statistica.

Nel 2021, il 69,1% del personale del SSN è composto da donne, contro il 30,9% degli uomini.

Il 72,5% (447.359 dipendenti) appartiene al ruolo sanitario, il 17,7% al ruolo tecnico (analisti, statistici, sociologi, assistenti sociali, etc.), il 9,6% al ruolo amministrativo e lo 0,2% a quello professionale (avvocati, ingegneri, architetti, etc.).

Con particolare riferimento al ruolo sanitario, il 59,2% è rappresentato da infermieri, il 22,9% da medici e odontoiatri e il 17,9% da altre figure professionali sanitarie (dirigenti professioni sanitarie, personale tecnico-sanitario, personale funzioni riabilitative, personale vigilanza e ispezione).

“Niente di nuovo dal fronte della sanità. Il Report che il Ministero della Salute ha reso pubblico sul personale in servizio per il SSN con contratti a tempo indeterminato presso le Asl e gli istituti di ricovero pubblici ed equiparati tra il 2019 e il 2021 dimostra che neppure l’emergenza covid è servita a dare impulso alle assunzioni per fronteggiare le croniche carenze d’organico”. Queste le parole del Segretario Nazionale della UGL Salute Gianluca Giuliano. “L’incremento è irrisorio e sconfortante perché si è passati da 603.856 unità del 2019, distribuiti tra operatori sanitari, tecnici ed amministrativi, ai 617.246 del 2021. Un quadro desolante con percentuali vicine allo zero per i medici e odontoiatri, con un misero + 0,17%, e poco più alte per gli infermieri che hanno visto aumentare i contratti a tempo indeterminato del 3,2%. Le conseguenze di queste politiche del passato sono sotto gli occhi di tutti, con un SSN che oggi arranca sempre di più non riuscendo a soddisfare le minime esigenze in termini di assistenza ai cittadini. Il Ministro Schillaci sta combattendo una dura battaglia per aumentare le risorse per la sanità in modo da poter avviare una nuova stagione con stabilizzazioni e nuove assunzioni. Ci preoccupa però verificare come dopo l’ottimismo di qualche mese fa, si era addirittura parlato di 4 miliardi per il 2024, all’approssimarsi della discussione sulla Legge di Bilancio il rischio che la sanità, nonostante gli sforzi del Ministro Schillaci, sia ancora la grande penalizzata aleggia nell’aria.  Per rilanciare il SSN non basta inseguire la chimera del rafforzamento della medicina del territorio”.

29 agosto 2023

Il Covid non è ancora un sogno

Tamponi in aumento, tasso di positività salito al 9,2%, sintomi simili all’influenza, anche con febbre molto alta; in conclusione il covid che sembrava scomparso dal panorama delle notizie italiane, con il suo odioso bollettino quotidiano sul numero degli infettati, dei malati, dei decessi, fa parlare di sé e non è nell’oblio.

Dal 17 al 23 agosto più di undicimila casi, quasi il doppio rispetto alla settimana precedente. Certamente può aver influito il fatto che nella settimana di mezzo agosto i flussi di gente che si è spostata per le vacanze sia stata molto superiore, ma i dati preoccupano e pertanto il passaggio dal 6,5 al 9,2 di percentuale di casi positivi è un fatto non trascurabile.

Se è vero che il virus appare meno aggressivo, da nord a sud della Penisola arrivano diverse segnalazioni di sintomi simili a una pesante influenza con febbre a 38-38 e mezzo e tosse persistente che si risolvono, in genere, nel giro di 5 giorni.

I livelli di incidenza dell’infezione sono bassi, così come il numero dei ricoveri, ma come sempre ci si trova all’inizio delle prossime attività scolastiche che ospitano gli studenti nelle stesse strutture di sempre e non adeguate a seguito dell’emergenza e con il timore per le persone fragili, gli anziani, le donne in gravidanza che dovranno osservare le cautele di sempre.

Stesso discorso per gli operatori sanitari che non hanno mai abbassato la guardia.

Intanto novità sul fronte dei vaccini: i booster contro il Covid saranno disponibili a metà settembre negli Stati Uniti, secondo fonti di agenzie del governo americano comunicate alla Cnn.

In arrivo per ricevere il sì definitivo della Food and drug administration (Fda) e, subito dopo, dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie(Cdc). Si tratta di due richiami dei vaccini mRna della Pfizer e di Moderna, che dovrebbero ottenere l’autorizzazione piena, con doppi controlli.

I due vaccini con licenza piena verranno consigliati alle persone dai 12 anni in poi. Per i bambini al di sotto degli 11 anni, la Novavax prevede autorizzazione tradizionale.

I booster sono formulati per contrastare le nuove versioni della variante Omicron del virus del Covid: tutti e tre i prodotti hanno dimostra-

to di essere un buon match contro le varianti più recenti: la XBB.i.5. ed

anche la EG.5.

avv. Maria Antonella Mascaro

28 agosto 2023

Scomparsi i 4 miliardi previsti per la sanità

Alla fine, il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, lo ha fatto capire chiaramente: i 4 miliardi di euro che il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiesto per cercare se non di sollevare, quantomeno di evitare il rischio di sprofondamento della sanità pubblica non saranno previsti nella manovra finanziaria che il governo si appresta a mettere nero su bianco. Nonostante le rassicurazioni di Giorgetti sul fatto che la sanità sia una “priorità” per l’Esecutivo, il pressing del titolare della Salute è stato arginato: Schillaci, se tutto andrà bene, potrà portare a casa poco più della metà di quanto richiesto.

Il governo, infatti, sembra avere ben altre priorità. Martedì scorso lo stesso Giorgetti, in occasione del Meeting di Rimini, ha messo le mani avanti, annunciando che la legge di Bilancio – su cui pesa anche il tema delle nuove regole del Patto di stabilità -, sarà estremamente “complicata”. Il Ministro ha offerto pubblicamente una serie di anticipazioni sui contenuti del provvedimento: “Certamente dovremo intervenire a favore dei redditi medio-bassi” e “usare le risorse a disposizione per promuovere la crescita e premiare chi lavora, siano essi gli imprenditori o i lavoratori”, ha detto, riproponendo anche il tema della natalità, ritenuto fondamentale poiché, con i numeri che ha oggi l’Italia, “non c’è nessuna riforma o misura previdenziale che tiene nel medio e lungo periodo”. Insomma, chiosa il Ministro, il governo è chiamato “a decidere delle priorità: non si potrà fare tutto”. E infatti il tema della Sanità, almeno in questa occasione, non è stato menzionato e per un settore in grande difficoltà sarà sempre più difficile assicurare un’assistenza di qualità, tra liste di attesa, servizi territoriali deboli, ospedali da rimodernare. Intanto, difficilmente si risolverà il problema del personale. In molti reparti e servizi territoriali mancano medici e infermieri. Il lavoro è sempre più duro e lo stesso Schillaci ha più volte detto che bisogna dare compensi migliori ai professionisti. “Siamo stanchi di essere mortificati professionalmente ed economicamente, di garantire assistenza in condizioni precarie e disumane, per il malato e per noi stessi”: sono parole dei medici del Cardarelli di Napoli, che hanno deciso di lavorare con il lutto al braccio. Solo uno dei tanti segnali del disagio che attraversa il mondo sanitario. 

Più soldi vorrebbero dire anche compensi migliori per i professionisti. Stipendi o comunque progressioni di carriera più frequenti ridurrebbero (azzerarle è difficilissimo) le uscite verso l’estero di giovani neo laureati ma anche di figure più esperte, così come gli spostamenti nelle strutture private e pure il fenomeno dei gettonisti. Questi liberi professionisti, che si spostano da una struttura all’altra, tengono ancora in piedi i pronto soccorso in molte Regioni. Nel decreto “Bollette” di fine maggio era stato inserito un articolo per ridurre il fenomeno, ma per ora non se ne vedono gli effetti. Si dava alle Asl un ultimo anno di tempo per arruolare i gettonisti, ma solo in casi di emergenza. E soprattutto si prevedeva la stesura di un tariffario per evitare sfide al rialzo tra le Asl per accaparrarsi i medici. Per ora il tariffario non c’è. 

Ma il governo Meloni non ha intenzione di aumentare i soldi destinati alla spesa sanitaria, che secondo le previsioni dell’esecutivo arriverà addirittura al 6,2%, dato tra i più bassi di sempre. Per chiedere più fondi e addirittura promuovere una legge che porti il rapporto spesa/Pil al 7% (vorrebbe dire 16-17 miliardi in più) si è mossa l’Emilia-Romagna, che potrebbe essere seguita dalla Toscana. Intanto, però, ci vorrebbero almeno quei 4 miliardi. L’assessore alla Salute dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini, spiega di aver organizzato una mobilitazione con tutti i sindacati e le società scientifiche dei medici, gli Ordini e i Comuni, anche quelli amministrati dalla Lega. “Il ministro dell’Economia Giorgetti — dice — è apparso timido rispetto alle richieste del suo collega Schillaci, ma una volta fatta la Finanziaria sarà troppo tardi. Bisogna muoversi subito, questa è una battaglia bipartisan”.

3 agosto 2023

Ecoansia

I tremendi e repentini cambiamenti climatici che si manifestano attraverso forti temporali, nubifragi, alluvioni, così come la siccità che facilita gli incendi, non sono solo situazioni critiche dal punto di vista ambientale, ma hanno ripercussioni sulle persone, sulla loro psiche. Questo fenomeno si registra ancor più fortemente nella popolazione giovane.

La crisi climatica sta generando quella che gli psicologi definiscono “ecoansia”, la cui catalogazione proviene nel nostro paese da un gruppo di studiosi della regione marchigiana.

Il fenomeno non è peregrino e non va sottovalutato: le catastrofi climatiche si riflettono sulle persone determinando stati di stress, ansia, tristezza ma anche di paura per il futuro e, di conseguenza, di mancanza di progettazione.

Questi episodi, come l’alluvione in Romagna, gli incendi in Sicilia e in Calabria, i temporali e nubifragi nelle Marche e in Lombardia – per citarne alcuni – irrompono, improvvisamente nella vita quotidiana degli esseri umani, lasciandoli letteralmente annichiliti e, dunque, generando stati di ansia e di tristezza che si tramutano in vera e propria depressione.

Questo tipo di disturbo, ancora poco noto, affligge diverse persone, soprattutto quelle che vivono in zone facilmente soggette a problemi idrogeologici, con variazioni climatiche estreme che oscillano tra siccità e nubifragi, talvolta nel corso della stessa stagione. Anche una semplice avvisaglia meteorologica può provocare uno stato di stress che scatena stati di ansia e di paura. Paura per il pericolo imminente di perdere tutto: casa, beni, affetti ed effetti personali, ma anche paura per il futuro, nel senso di vivere alla giornata, al momento, rinviando decisioni importanti, come ad esempio nei giovani di decidere per il loro futuro: scegliere o no l’università, sportarsi o meno per motivi di lavoro, acquistare o non acquistare casa.

A questo proposito, dal momento che la problematica, il disturbo connesso alle intemperie non è proprio nella sua fase embrionale, ma, anzi, sta acquisendo connotazioni sempre più importanti ed evidenti, anche perché i fenomeni metereologici sono in continuo aumento, i suggerimenti provenienti dagli psicologi sono quelli di chiedere aiuto, di confrontarsi anche con persone vicine: familiari e amici, fino a rivolgersi a persone specializzate, al fine di non sottovalutare questo tipo di disturbo che ha assunto la connotazione ed il nome di ecoansia.

Dunque: confronto, supporto di amici e familiari, attività fisica, meditazione, limitazione di essere esposti a news negative e finanche dispensare il proprio aiuto in attività che si occupano proprio del cambiamento climatico, possono essere dei validi aiuti da porre al fianco dell’aiuto specialistico, che, in ogni caso, deve essere ricercato e mai rifuggito nel momento del bisogno.

avv. Maria Antonella Mascaro

2 agosto 2023

d.m. 70/2015 e del d.m. 77/2022

Oggi si tenuta presso il Ministero della Salute la prima convocazione del tavolo tecnico per lo studio delle criticità emergenti dal d.m. 70/2015 e del d.m. 77/2022.

Il coordinamento è stato affidato al Direttore Generale della Programmazione presso il Ministero della Salute dott. Lorusso. Presenti le associazioni di categoria maggiormente rappresentative del comparto della sanità privata sia ospedaliera, sia territoriale.

ACOP è intervenuta con il Direttore Generale dott. Gianluca Maccauro, che ha presentato spunti di riflessione per una revisione del d.m. 70/2015 alla luce del d.m. 77/2012, che ha riscritto l’organizzazione della sanità territoriale all’interno del SSN.

Sono intervenuti anche il dott. Andrea Piccioli per ISS, Mons. Bebber per ARIS, il dott. Cicchetti per l’Università Cattolica, il dott. Mantoan per AGE.NA.S. Ancora presenti Anisap, Unindustria, Cittadinanza Attiva, Aiop, Federsanità, Fiaso, Areu.

ACOP ha espresso

la necessità di superare la contraddizione tra contingentamento della spesa sanitaria (budget di struttura) e l’indice di occupazione minimo di posti letto che potrebbe non essere raggiunto per il blocco delle attività in concomitanza con il raggiungimento del limite di spesa attribuito;

la necessità di superare il disallineamento tra rete ospedaliera dell’emergenza -che presenta i diversi livelli di operatività- e le strutture private che, pur inserite in tutte le reti tempo-dipendenti, sono classificate ci ne presidi ospedalieri di base. Occorre pertanto una definizione più dettagliata ed organica delle strutture ospedaliere, ancor più di quelle appartenenti alla rete ospedaliera dell’emergenza;

la necessità di superare le criticità in tema di volumi ed esiti: ad esempio nel caso degli interventi chirurgico per frattura di femore, l’indicatore dovrà necessariamente tener conto della differenziazione tra struttura dotata di presidio di pronto soccorso e struttura non dotata di tale presidio;

Infine la soglia minima di efficienza ospedaliera (prevista dall’art. 8-quater comma 3 lettera “b” del D. Lgs. 502/92), quindi della classificazione della struttura, non può essere verificata sull’anacronistico requisito del numero di posti letto, ma deve essere esaminata rispetto al setting assistenziale, al tasso di occupazione del posto letto, alla durata della degenza media e al case mix medio delle prestazioni erogate (come del resto è riconosciuto nello stesso Regolamento ed in tutte le recenti normative nazionale e regionali).

Questo primo appuntamento si è concluso con un aggiornamento al 6 settembre prossimo, data nella quale si analizzerà la sintesi delle istanze che ciascuna associazione datoriale presenterà al Ministero entro il giorno 16 di agosto, per procedere agli approfondimenti del caso.

1 agosto 2023

Anziani fragili e soli: i rimedi ad hoc

Dopo il codice calore che si è aggiunto ai codici bianco, verde, azzurro, arancione e rosso nei pronto soccorso ospedalieri, il potenziamento delle guardie mediche, ambulatori territoriali operative 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno, vengono riattivate in alcune regioni le Unità di continuità assistenziali (USCAR), impiegate durante il Covid.

Queste sono le decisioni di alcuni provvedimenti adottati dalle regioni per far fronte alle ondate di calore e mettere in sicurezza soprattutto i più fragili, le persone anziane, come indicato nella circolare del Ministero della Salute diffusa il 17 luglio 2023.

Il personale medico sanitario non si pone ovviamente in contrasto con queste disposizioni, che comunque, al momento si riferiscono a poche regioni, ma fanno rilevare che la situazione non può essere risolta nell’immediato e da provvedimenti di urgenza, ma deve essere frutto di azioni programmate e valide nel lungo periodo. 

Non è facilissimo ripristinare le unità di continuità assistenziali – non a caso la parla continuità fa pensare a periodi lunghi –  in breve tempo, in luogo di creare ambulatori sul territorio.

In Italia ci sono più di quattro milioni di persone non autosufficienti, pertanto l’ottica del governo, pur se territoriale, deve essere quella della programmazione anticipata e non quella dei provvedimenti ad hoc.

Intanto riaprono le Uscar nelle Marche e nel Lazio, appositamente per favorire l’assistenza domiciliare ed evitare accessi impropri nei Pronto Soccorso.

avv. Maria Antonella Mascaro

31 luglio 2023

Il federalismo può distruggere il Sistema Sanitario Nazionale

Il principio della sussidiarietà ha mostrato tutti i suoi limiti.

Tre gli aspetti qualificanti dei cambiamenti avvenuti nel corso degli anni nel SSN: il decentramento delle responsabilità; l’introduzione del concetto di mercato e di competitività tra strutture sanitarie; il passaggio da un’assistenza sanitaria uniforme su tutto il territorio a una limitata solo ai Lea, i Livelli essenziali di assistenza.

Tutto questo ha generato un’autonomia imperfetta. La legge 56/2000 ha introdotto il federalismo fiscale, che in ambito sanitario non ha (ancora) avuto la sua piena attuazione perché le Regioni continuano ad avere numerosi vincoli, come quello sull’assunzione del personale o sui posti letto ospedalieri. Inoltre, al momento le Regioni non possono aumentare l’imposizione fiscale.

Il 22 ottobre 2017, in Lombardia e Veneto si sono tenute due consultazioni sull’autonomia. Ai cittadini venne chiesto se volessero che la propria Regione si impegnasse nel richiedere allo Stato centrale maggiore autonomia, di fatto dando gambe a quanto previsto dalla riforma del Titolo V che prevedeva, tra le altre cose, che le Regioni con i conti in ordine potessero vedersi assegnare maggiori competenze.

Benché previsto dalla Costituzione, il passaggio non è tuttavia automatico.

Dopo un lungo periodo di stop legato prima all’arrivo del Movimento 5 Stelle al Governo e poi alla pandemia, negli ultimi mesi sono ripresi gli incontri per concretizzare l’autonomia regionale. A fine 2022, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli ha presentato un disegno di legge sull’autonomia differenziata. Il documento è stato approvato dal governo nel mese di febbraio, ma l’iter legislativo che dovrebbe portarlo a diventare legge appare in salita, anche per la quantità di passaggi da compiere.

Sebbene l’autonomia si stia perfezionando, è chiaro che i tempi non saranno brevi. Si creerebbero 21 sistemi sanitari regionali diversi, con il Mezzogiorno sicuramente indietro.

Proprio per tutelare tutte le aree del Paese, è stato previsto il fondo di perequazione, che tuttavia non appare sufficiente.

Il tema cruciale è il finanziamento al Servizio sanitario nazionale: in Italia quest’anno è stato destinato poco più del 6% del Pil, una delle percentuali più basse all’interno dell’Unione europea. La sanità è un settore altamente tecnologico e l’innovazione nel breve e medio periodo è molto costosa. Difficilmente in futuro riusciremo a finanziare farmaci e servizi destinando una percentuale così bassa del Pil.

La sanità del futuro non potrà prescindere dall’integrazione pubblico-privato, con l’auspicata parità di trattamento nell’economia del quasi mercato introdotta con la riforma della sanità del 1992.

Il quadro attuale non fa loro che premiare le aree del Paese che già stanno meglio, acuendo le disuguaglianze.

In Campania la popolazione sta significativamente peggio rispetto al resto del Paese. Solo dopo aver risolto il nodo delle risorse, si potrà agire sul problema dell’organizzazione.

È stato osservato che per molti tumori, per esempio, la mortalità diminuisce laddove funzionano di più gli screening. La via della prevenzione è sicuramente vincente. Inoltre occorre mettere le persone giuste al posto giusto, quindi maggiore efficienza organizzativa.

27 luglio 2023

Sicurezza e rischi specifici in sanità

La sicurezza sul lavoro è un tema di fondamentale importanza in ogni settore lavorativo, ma diventa ancora più cruciale quando si deve applicare al settore sanitario. Medici e infermieri, infatti, sono esposti a rischi specifici legati alla loro attività quotidiana, rischi che possono portare a gravi conseguenze per la loro salute e per quella dei pazienti. 

Il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro è disciplinato dal D.lgs n. 81/2008 e prevede l’obbligo di valutare preventivamente i rischi presenti in azienda. In campo sanitario la legge ha avuto come obiettivo quello di fissare regole, procedure e misure di prevenzione da adottare per rendere più sicuri gli ambienti lavorativi, quali essi siano. Lo scopo è quello di evitare o comunque minimizzare il livello di esposizione dei lavoratori a rischi correlati alla mansione svolta per evitare infortuni o incidenti o, contrarre una patologia professionale. Il D.lgs. 81/08 si concentra sulla prevenzione, definendo gli obblighi dei Datori di Lavoro, Dirigenti, Preposti, lavoratori e del Medico competente aziendale.

Di fondamentale importanza la formazione e informazione dei lavoratori per la prevenzione dei rischi sul lavoro. I lavoratori devono frequentare corsi obbligatori per la salute e la sicurezza.

In particolare è di rilievo evidenziare una novità legislativa che comporta modifiche al Testo Unico sulla Sicurezza del lavoro (L. n. 81/2008): l’obbligo di formazione anche per il datore di lavoro, così come previsto dalla legge n. 215/2021.

Secondo il Decreto Legislativo 81/2008, ogni lavoratore deve impiegare correttamente i DPI messi a disposizione dal datore di lavoro, evitando di rimuoverli o modificarli senza autorizzazione. Inoltre, è importante adottare comportamenti adeguati a prevenire la contaminazione da contatto.

I Datori di Lavoro devono destinare ogni DPI ad uso personale.

Altra figura di rilievo è il Medico Competente aziendale, che è un professionista in possesso dei requisiti previsti dalla legge per collaborare alla valutazione dei rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori. Ha la responsabilità della sorveglianza sanitaria, che include la visita medica periodica per controllare lo stato di salute dei lavoratori e la valutazione dell’idoneità del lavoratore alla propria mansione. Il medico competente deve riportare i risultati delle sue valutazioni e visitare almeno una volta l’anno i luoghi di lavoro per valutare l’assenza di rischi ambientali. Inoltre, ha il compito di istituire e custodire le cartelle sanitarie dei lavoratori con salvaguardia del segreto professionale.

I rischi specifici per medici e infermieri nell’ambiente sanitario includono il rischio biologico, chimico, fisico. Il principale rischio nelle strutture sanitarie è quello biologico che si concretizza contraendo malattie infettive con epatite B, epatite C, HIV e TBC. L’esposizione a germi patogeni attraverso lesioni o microlesioni durante procedure che generano aerosol rappresenta un rischio biologico significativo. Le punture di aghi e le ferite da taglio sono i rischi maggiori presenti in ambito sanitario.  Nel corso di un prelievo di sangue il sanitario si può infettare e molti incidenti accadono quando si smaltiscono aghi e oggetti taglienti contaminati.  L’esposizione a sostanze chimiche come anestetici per inalazione, chemioterapici, disinfettanti e composti chimici usati nei laboratori di analisi patologica e ricerca costituiscono il rischio chimico. Invece, il rumore, le radiazioni ionizzanti, i campi elettromagnetici e l’elettricità rappresentano il rischio fisico. Lo stress correlato al lavoro: il rischio psico-sociale. Il personale turnista si stanca prima degli altri. Il personale sanitario è esposto frequentemente ad episodi di aggressione fisica e verbale e per questo sono state varate norme che inaspriscono le pene.

La somministrazione di farmaci comporta sempre un certo rischio per il paziente, ma spesso questo aspetto viene trascurato per quanto riguarda gli effetti che possono avere sull’operatore sanitario addetto alla preparazione. L’esposizione professionale ai farmaci può provocare effetti allergici o iatrogeni, come dermatiti, asma bronchiale, rinite e congiuntivite.

Dunque, è fondamentale una corretta e accurata informazione sui rischi specifici del settore per prevenire incidenti sul lavoro. Inoltre, le normative e le procedure di sicurezza dovrebbero essere costantemente aggiornate e rispettate per garantire un ambiente di lavoro sicuro.

Informazione, formazione, individuazione dei presidi di controllo e aggiornamento sono alla base della prevenzione e della evitabilità dei rischi.

A questo proposito le varie strutture devono dotarsi obbligatoriamente di presidi e di figure quali quelle indicate nel testo unico della sicurezza sul lavoro, e possibilmente integrarle con quelle previste dal D.lgs 231/2001 che concerne la responsabilità amministrativa degli enti, per mettere in atto tutti i mezzi che evitino i rischi da incidente e da commissione di reati.

avv. Maria Antonella Mascaro

26 luglio 2023

Certificazione delle strutture sanitarie per l’eccellenza, l’Italia si allinea all’Europa

Arriva anche in Italia il modello EFQM per la certificazione d’eccellenza delle strutture sanitarie pubbliche, private o private accreditate che mirino all’eccellenza e vogliano che questa sia riconosciuta. A favorirne l’applicazione nel nostro Paese è l’azienda italiana Nomos, che ha realizzato una pubblicazione finalizzata a facilitarne l’interpretazione dei criteri e soprattutto a definirne l’adattabilità al SSN italiano, che presenta le sue specificità. L’Italia così si mette in corsa per eguagliare altri Paesi europei che già adottino questo modello; in termini pratici, visti gli obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica e il coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti, si potrà realizzare un miglioramento delle performance: le strutture sanitarie impegnate in questo percorso si doteranno di tecnologie all’avanguardia, sviluppo della ricerca, assistenza ai pazienti, supporto a famiglie e caregiver, solo per citare alcuni esempi.

Il Modello EFQM si sviluppa attraverso una sorta di “roadmap di domande e idee” su come si possano realizzare progressi, affrontare il cambiamento, rispondere ai bisogni della società. In ambito sanitario, si riferisce a una prospettiva olistica, all’ampia visione dell’ecosistema e degli stakeholder, all’attenzione ai processi operativi e al forte orientamento a risultati eccellenti; non è prescrittivo, ma orientato alle opportunità di miglioramento.

Per avviare questo percorso, è necessario “interpretare” i criteri, i sotto-criteri e i punti di attenzione del Modello EFQM, considerando i processi delle strutture sanitarie e utilizzando un linguaggio adeguato alle caratteristiche del settore. A farsi portatori del modello sono i vertici di ogni azienda sanitaria, che può applicare queste buone pratiche al proprio management sanitario e amministrativo.

Per un’applicazione efficace e un’interpretazione corretta dei criteri del Modello EFQM in Sanità, è appena stato pubblicato il volume ‘Il Modello EFQM per l’eccellenza in sanità’: un insieme di testi esplicativi che facilitano l’interpretazione rispetto al settore sanitario con particolare riferimento a quello italiano. Il Modello assicura il principio di terzietà mediante certificazione da Ente terzo indipendente; non è ispettivo, ma collaborativo e tra pari; propone una diagnosi (di adeguatezza, di livello, di performance, ecc.) che si estrinseca in un rapporto con punti di forza e aree di miglioramento, arricchito di considerazioni critiche e di proposte. Lo schema di certificazione prevede un percorso dinamico e flessibile, con un livello di entrata e più livelli di eccellenza, il cui raggiungimento è legato a parametri di sostenibilità che coinvolgono tutti gli attori della filiera: pazienti, familiari, caregiver, personale, partner, fornitori, società, organismi di governo. Una visione collettiva confermata dal fatto che i test della percezione coinvolgono questi stessi interlocutori.

L’azienda romana Nomos che ha curato la pubblicazione è partner tecnico-commerciale privilegiato, riconosciuto dal Consorzio SCIRE per il settore Sanità sull’intero territorio nazionale. Nomos è impegnata da decenni a diffondere la qualità eccellente in sanità e ha rilevato nell’incontro con il Modello EFQM un’ulteriore opportunità per la creazione di valore sostenibile con le organizzazioni sanitarie, nei percorsi di miglioramento e cambiamento verso l’eccellenza.

25 luglio 2023

Estate e crisi dei pronto soccorso

Le ferie del personale sanitario che lavora nei Pronto Soccorso e nei reparti di Emergenza-Urgenza stanno acuendo la situazione già drammatica che vivono questi reparti della sanità ospedaliera, provati dall’atavica carenza di personale e dal burnout. E a farne le spese sono i cittadini, ma anche gli stessi operatori, come sottolineano dalla Società italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza.

“Nei Pronto Soccorso italiani si continua a operare come sempre. Eroghiamo le stesse prestazioni del periodo non estivo. L’unica vera differenza è l’organico, assai ridotto perché anche noi cerchiamo di prendere le due settimane consecutive di ferie estive”, previste dal contratto di lavoro, “che sono una piccola boccata d’ossigeno per riprenderci dallo stress e dai turni massacranti che abbiamo sostenuto nei mesi precedenti”, così il presidente della Società italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza (Simeu) Fabio de Iaco.

Che però evidenzia come il prezzo del riposo di soli 15 giorni è molto alto. “Per arrivare alle tanto agognate ferie estive i medici di Pronto Soccorso hanno lavorato indefessamente per mesi, su turni molto impegnativi e spesso facendo anche tanti straordinari per coprire almeno in parte la carenza di personale che da anni caratterizza questo tipo di reparto ospedaliero. E che oggi è divenuta, se possibile, ancora più pesante a causa del burnout che porta gli specialisti alle dimissioni e talvolta al lavoro privato nelle cooperative”.

I cosiddetti medici gettonisti, a cui la sanità pubblica è costretta sempre più spesso a rivolgersi per tappare le falle. Ma che, a detta dei diretti interessati, non è efficace per il raggiungimento dello scopo: in effetti i gettonisti assoldati dai pronto soccorso pubblici non sono medici in più che entrano di turno, ma sono sostanzialmente quelli che se ne sono andati. Tirata la riga dei più e dei meno il risultato delle teste che lavorano nelle Emergenze Urgenze è sempre lo stesso.

Diversamente da quanto accade in alcuni reparti di chirurgia e internistica dove d’estate si riduce molto e talvolta si sospende l’attività perché non ci sono medici a sufficienza, nei pronto soccorso le prestazioni erogate, che per definizione rispondono alle situazioni emergenziali, non si possono tagliare. Il che implica che chi resta mentre altri colleghi sono in ferie deve sobbarcarsi il relativo carico di lavoro. Che va così ad aumentare la stanchezza e lo stress, già a livelli oltre la soglia di guardia.

Si potrebbe pensare però che d’estate i pronto soccorso registrino un minor afflusso di ‘clienti’, giacché i cittadini vanno anch’essi in vacanza. E invece no: nelle città gli accessi al pronto soccorso restano invariati perché a quelli dei cittadini partiti per la villeggiatura si sostituiscono quelli di coloro che restano. E che spesso sono persone sole, anziane, pazienti cronici privi dell’usale assistenza dei caregiver familiari. E che non vedono dove altro andare per ricevere assistenza sanitaria se non da noi. Talvolta anche rappresentando accessi inappropriati, identificabili più come richieste di assistenza sociale che vere e proprie domande di salute insoddisfatta di tipo urgente.

Diversa la situazione nelle località di vacanza. Qui infatti il numero di accessi aumenta moltissimo rispetto al resto dell’anno soprattutto per la piccola traumatologia. E va comunque gestita. Mentre in alcune zone come sulla costa emiliano-romagnola gli ospedali riescono ad aumentare l’organico almeno un po’ delocalizzandolo da altre strutture meno sotto pressione, in altre regioni come la Liguria ciò non è possibile. Conseguenza: altro lavoro e altro stress per i pochi medici che restano in corsia. Di conseguenza allungamento delle liste d’attesa al triage.

Nuove leve che non possono essere prese dalle cooperative, perché non vanno a cambiare il conto complessivo delle teste. Ma che potrebbero invece derivare da serbatoi diversi come le scuole di specialità. Da pochi mesi è possibile che i medici entrino in corsia prima del termine della specializzazione come liberi professionisti. È un primo piccolo sblocco della situazione, che però non è ancora risolutiva perché i numeri da coprire sono molto elevati. Tuttavia questa nuova opportunità non è ancora andata a regime.

24 luglio 2023

Regione Calabria: proroga per infermieri e operatori socio sanitari

A proposito di carenze e di problemi relativi a nuove assunzioni o stabilizzazioni nel reparto sanitario, la Giunta Regionale della Calabria ha approvato il disegno di legge 204/12 che concerne le misure di proroga delle graduatorie in scadenza nel 2023 relative alle professioni di infermiere e operatore socio sanitario del servizio sanitario regionale.

In tal modo il reclutamento di personale sanitario sarà più veloce e si adeguerà ai tempi attuali nei quali la carenza di personale sanitario è diventata una piaga del paese.

La proroga riguarda la graduatoria degli operatori socio sanitari pubblicata nel 2021 e in scadenza nel mese di luglio 2023, e quella degli Infermieri in scadenza a dicembre 2023.

In virtù della proroga si dà la possibilità alle aziende sanitarie regionali di attingere nell’immediato e direttamente dalle graduatorie esistenti senza dover attendere le procedure e i tempi lunghi per bandire nuovi concorsi. Dunque un notevole risparmio di tempo al fine reperire immediatamente personale sanitario nelle due categorie espresse con ricadute positive in termini di prestazioni delle strutture ospedaliere e di mantenimento dei livelli occupazionali.

In questo modo la Calabria tenta di sopperire all’immediato reperimento del personale sanitario che certamente va in regime di proroga e non conduce ad una stabilizzazione immediata, ma risolve parzialmente l’urgenza ormai dilagante.

In pratica la Calabria si pone all’avanguardia per questi provvedimenti. Il Presidente della Regione sta cercando di intervenire anche sull’immissione e dunque la proroga dei medici cubani, al fine del potenziamento degli organici.

Certamente, in un futuro non troppo lontano, si seguirà la stessa linea di prorogatio anche per la categoria dei medici venuti dall’estero che, dopo un corso di formazione, sono stati assunti a tempo determinato.

Dopo iniziali critiche, il modello calabrese è stato esportato in varie regioni del paese e presto diventerà provvedimento del governo dal momento che medici e personale sanitario estero si integrerà con quello italiano. Ci sono accordi dell’Italia già con diversi paesi europei come Albania, Grecia, Cipro e extraeuropei, fra cui alcuni stati dell’Africa e ovviamente dell’America centrale e meridionale.

Dunque un provvedimento importante che afferma sempre più fortemente il ruolo del Presidente della regione quale commissario con delega alla sanità sulla scia di un percorso di riorganizzazione di questa difficile materia.

avv. Maria Antonella Mascaro

20 luglio 2023

L’unione farà la forza?

Sembra, ormai, una cantilena: sanità pubblica e privata accreditata sono la stessa cosa: due facce della stessa medaglia, due metà di una mela, un tutt’uno.

L’ulteriore intervento del Ministro della Salute all’assemblea di Acop, ha nuovamente confermato la sua vicinanza alla sanità privata accreditata e tutte le agenzie di stampa e le più importanti testate giornalistiche hanno ribadito questo concetto nel corso della passata settimana.

Al di là di ogni irrigidimento e al di fuori di ogni polemica è stato più volte sostenuto in questi mesi che entrambe le componenti svolgano un ruolo cruciale nel sistema sanitario complessivo, meritando perciò attenzione e sostegno.

La sanità pubblica è il fiore all’occhiello della società moderna. Nel sistema sanitario nazionale italiano, non ci sono altri scopi che quelli di promuovere e proteggere la salute della popolazione attraverso l’educazione, la prevenzione delle malattie e comunque di curare i cittadini. Dunque la promozione di un diritto universale, costituzionale che contribuisce all’equità della salute.

Dall’altra parte, la sanità privata svolge un ruolo importante nell’integrazione dei servizi sanitari offerti dal settore pubblico. Le strutture sanitarie private accreditate offrono vantaggi notevoli. Hanno dato enormi contributi durante la pandemia e contribuiscono, oggi, alla diminuzione delle liste di attesa e alla garanzia dei livelli essenziali assistenziali. Inoltre, garantiscono maggiore flessibilità nelle scelte del medico, tempi di attesa ridotti e servizi di alta qualità. Peraltro, l’integrazione del settore privato nel sistema sanitario oltre ad alleviare la pressione sul settore pubblico, crea concorrenza tra fornitori privati che, a sua volta, genera miglioramento della qualità delle prestazioni e promuove innovazione e miglioramento.

Dunque, appare assodato che sussista un binomio fra pubblico e privato, apparentemente indissolubile, ed è altrettanto chiaro che la sanità pubblica non possa più fare a meno di quella privata, dal momento che il sistema da solo è in codice rosso, ma occorrono provvedimenti che consentano di rivolgersi all’una o all’altra indifferentemente, garantendo la salute del cittadino e la sua libera scelta senza aggravarlo da costi in spese sanitarie.

È quindi di fondamentale importanza garantire una regolamentazione adeguata per mantenere l’equità per l’accesso alle cure mediche e assicurare che tutti possano beneficiare di servizi sanitari di alta qualità.

E allora perché non iniziare dal nome? Per esempio perché non chiamare le cliniche private o le case di cura: ospedali? I pazienti si sentirebbero più rassicurati. Potrebbe essere un’idea per cominciare, un segnale che la sanità privata accreditata è uguale o molto vicina a quella pubblica. In fin dei conti alcune realtà già applicano questa nomenclatura, magari occorre adottarla con un provvedimento nazionale.

avv. Maria Antonella Mascaro

19 luglio 2023

Codice Calore nei Pronti soccorso e negli ambulatori

Il Ministero della Salute ha istituito il codice calore in Pronto Soccorso per chi presenta malesseri e malori legati al caldo.

Il codice calore è un percorso assistenziale preferenziale e differenziato, destinato a tutti coloro che manifestano segni e sintomi causati da malesseri e malori legati alle elevate temperature, di gravità ed intensità variabili, che stanno colpendo molte persone in queste settimane di caldo intenso.

Poiché secondo le previsioni metereologiche tali condizioni climatiche potrebbero durare ancora a lungo, si è reso urgente inserire, all’interno del piano caldo per l’estate 2023, ulteriori provvedimenti invitando le Regioni a valutare la predisposizione di azioni organizzative così da rafforzare la risposta ordinaria alla richiesta di assistenza sanitaria, soprattutto da parte delle persone più vulnerabili.

Oltre al nuovo codice, il Ministero esorta ad aprire ambulatori territoriali dedicati aperti 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno, a potenziare il servizio della Guardia Medica e a riattivare le USCAR per favorire l’assistenza domiciliare ed evitare l’accesso improprio in Pronto soccorso.

Le USCAR sono le Unità Speciali di Continuità Assistenziale Regionali, nate inizialmente come USCA per fronteggiare la pandemia di Covid-19 e poi estese anche a piccole comunità residenziali e alle carceri per prevenire i focolai infettivi di Sars-CoV2. Istituite nel 2020 con il decreto legge n.14, queste unità speciali, fatte di uomini e donne della sanità e mai del tutto dismesse, possono ora essere riattivate per far fronte all’insidia del grande caldo.

Il codice calore si affianca agli altri cinque – di colore e numerici – in vigore dal 9 gennaio 2023 secondo le nuove linee di indirizzo nazionale per il triage intraospedaliero, emanate dalla Direzione Generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute.

Si tratta di 5 codici di priorità che permettono di valutare il livello di criticità del problema di salute, la complessità clinico organizzativa e l’impegno assistenziale. Assegnati al momento del Triage, tali codici consentono di attivare un adeguato percorso di presa in carico del paziente, ottimizzando la cura sia nei modi che nei tempi.

Ogni codice già noto ha la sua linea preferenziale e differenziata.

Codice 1 – Rosso, è la massima criticità nell’urgenza ed emergenza medica. Identifica tutte quelle condizioni pericolose per la vita in cui una o più funzioni vitali sono interrotte o gravemente compromesse. Niente passa davanti ad un codice rosso.

Codice 2 – Arancione, indica un paziente acuto in cui le funzioni vitali sono a rischio.

Codice 3 – Azzurro, viene assegnato a tutte le urgenze differibili ossia a tutte quelle condizioni di sofferenza ma stabili che richiedono approfondimenti diagnostici e visite specialistiche complesse che possono tuttavia essere eseguite in un secondo momento dalla presa in carico.

Codice 4 – Verde, urgenza minore, in cui le condizioni sono stabili senza rischio evolutivo.

Codice 5 – Bianco, non dovrebbe nemmeno accedere in un Pronto soccorso, poiché non presenta nessun carattere di urgenza e dovrebbe pertanto essere valutato in un contesto diverso dall’area critica.

18 luglio 2023

Nuovo documento per la cura della persona e del lavoro nella sanità

Parte dall’accordo delle più importanti sigle sindacali la redazione di un documento per affrontare le emergenze e le altre necessità della sanità.

Riassuntivamente le proposte riguardano:

  1. Assicurare sostegno economico alla crescita del FSN per rafforzare il Servizio sanitario nazionale;
  2.  Intervenire sulle carenze degli organici per garantire servizi di qualità alle persone;
  3.  Rinnovare i contratti nazionali di lavoro sia per il settore della sanità pubblica che per quello della sanità privata;
  4.  Risorse PNRR e medicina territoriale;
  5.  Adeguamento delle retribuzioni alla media di altri Paesi europei;
  6.  Ripristino del tavolo tecnico Agenas;
  7.  Ristabilire un corretto rapporto tra i posti letto pubblici e privati;
  8.  Depenalizzazione dell’atto medico;
  9.  Sicurezza nei posti di lavoro;
  10. Rafforzamento della formazione del personale sanitario;
  11.  Revisione dei criteri di cui al DM 70/2015;
  12.  Incremento delle risorse per l’assistenza intermedia post acuzie;
  13.  Integrazione sociosanitaria e riforma della non autosufficienza.

Sostanzialmente una riforma che tocca tutti i punti trattati in questi anni post pandemia, periodo nel quale il paese ha retto la pressione e ha fatto sforzi sovraumani, presentando attualmente un conto troppo alto.

Dunque, innanzitutto, tentare di dare dignità al lavoro e dunque alle persone del sistema sanitario, con rinnovi di contratti e nuove assunzioni, investimenti nella formazione, sicurezza del posto di lavoro, potenziamento della medicina territoriale e livelli essenziali di assistenza garantiti, anzi potenziati.

Solo così si può ridare dignità ad un paese sul suo territorio, ma anche secondo quanto richiesto a livello internazionale dalla Unione Europea.

avv. Maria Antonella Mascaro

17 luglio 2023

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è sottofinanziato, soprattutto in confronto al resto d’Europa

L’analisi parte dal PNRR, nasce come strumento di breve-medio periodo e di certo rappresenta una grande opportunità perché stanzia delle risorse che rispetto al finanziamento ordinario del SSN sono aggiuntive. È questo il nodo centrale: il PNRR stanzia delle risorse che si aggiungono e sono da spendere nel breve-medio periodo, con scadenze controllate e monitorate dalla Commissione Europea necessarie affinché questo finanziamento possa effettivamente avvenire, entro il 2026.

Il SSN è sottofinanziato.

I problemi ci sono ed è inutile cercare di nasconderli. Uno è legato alle risorse e al regime del finanziamento ordinario, che, al di là dell’ammontare più o meno ingente, consiste di risorse pubbliche che per definizione sono vincolate. Con questo dovremo fare i conti sempre e per fortuna, perché il nostro SSN è costruito per essere pubblico, universalistico, equo e accessibile a tutti i cittadini. Un altro grande problema è legato anch’esso alle risorse, ma in misura maggiore alla governance e al personale: la carenza di medici di medicina generale, specialisti e infermieri,  testimoniata dai dati del ministero della Salute, che fa venire anche delle preoccupazioni per il futuro per il turnover, visto che la differenza fra professionisti del SSN in uscita e in entrata nei prossimi anni è un rapporto negativo.

Per quanto riguarda la messa a terra proprio della Missione 6 del PNRR – perché al di là delle strutture sono le persone, le competenze e le funzioni che svolgono a poterne garantire l’operatività e il raggiungimento degli obiettivi – questi sono degli scogli e non possiamo far finta che non esistano, così come un altro problema è l’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA), perché una riforma più di lungo periodo del SSN non può prescindere dalla capacità di aggiornare in maniera flessibile e tempestiva le prestazioni e servizi che vengono erogati ai cittadini; altrimenti si va verso uno scollamento fra la domanda di cure delle persone e quello che il SSN è capace di erogare, indipendentemente dal fatto che costruiremo o meno delle strutture diverse o daremo a esse un’organizzazione diversa. Però c’è da dire che siamo abbiamo appena cominciato.

Il PNRR non va visto come qualcosa che dall’oggi al domani stravolgerà il sistema, bensì come un processo da accompagnare passo passo e che deve essere partecipato. Nel PNRR, così come nel DM 77, che poi è la vera riforma della parte quantomeno di assistenza territoriale, ci sono delle  linee guida che, giuste o sbagliate che possano sembrare, di fatto indicano degli standard; ma questo non significa che il relativo processo di attuazione, che deve avvenire piano piano nel tempo, non possa essere partecipato. Tutti coloro che sono coinvolti in questo processo devono continuare a contribuire e a collaborare l’uno con l’altro per trovare soluzioni fino a dove possono essere individuate.

Questo vale anche per tutti gli spazi di collaborazione fra pubblico e privato, che poi oggi non è più solo una collaborazione ma una partnership cross settoriale. Al processo di decisione e anche di investimento allora devono partecipare il pubblico, il privato, il terzo settore, i cittadini, la politica, gli amministratori locali: in un contesto di risorse pubbliche comunque limitate, la compartecipazione del livello sia decisionale che operativa deve essere tra tutti gli stakeholder del settore.

Ci si aspetta un grande sforzo da parte delle Regioni, che sono i primi soggetti attuatori del PNRR. Questo sforzo deve essere di avere una visione sulla pianificazione sanitaria e sulla programmazione che va oltre la mera attuazione della Missione 6 e deve essere accompagnato da un intervento a livello centrale che renda possibile innanzitutto l’aggiornamento dei LEA, perché senza di esso non avremo prestazioni e servizi adeguati alla domanda di salute.

L’altro sforzo enorme che serve a livello centrale è quello rivolto a rendere veramente possibile la raccolta e l’utilizzo dei dati sanitari per la stratificazione della popolazione e il monitoraggio dei bisogni di salute per guidare la pianificazione sanitaria. Oggi siamo pieni di dati e la possibilità di raccoglierli c’è. C’è una tema di tutela di privacy molto importante perché i dati sanitari sono particolarmente sensibili, però si può gestire nei confini della normativa europea e nazionale. Anche questa, insieme ai LEA, è una conditio sine qua non per poter rispondere in maniera adeguata alle esigenze della popolazione e sapere chi bisogna andare a prendere in carico, dove e perché.

13 luglio 2023

Chiarimenti per l’Iva agevolate delle strutture sanitarie

Dopo il Decreto Semplificazioni, l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti sulle novità in materia di IVA in sanità con la circolare n. 20/E del 7 luglio ultimo scorso, dopo circa un anno dal decreto.

Viene confermata l’esenzione IVA per le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione del paziente, rese nell’esercizio delle professioni e arti sanitarie, in linea con l’orientamento della Corte di Giustizia UE.

L’agevolazione viene estesa anche alle prestazioni nell’ambito di ricoveri o di cura presso strutture private, qualora a fornirle sia un terzo professionista.

Nel rapporto trilaterale tra paziente, struttura privata e professionista, l’esenzione IVA si applicherà alla prestazione di ricovero. Ciò vuol dire che, qualora la prestazione sanitaria sia fornita al paziente nell’ambito di un ricovero in una delle strutture, appositamente individuate, avvalendosi di un professionista, in un rapporto trilaterale, che veda detta prestazione fatturata dal professionista alla struttura e da quest’ultima al paziente, l’esenzione si applicherà per entrambi i rapporti, nel limite normativamente previsto.

Le novità in materia di esenzione IVA si applicano, dunque, anche alle strutture sanitarie diverse dagli enti ospedalieri, cliniche e case di cura convenzionate, società di mutuo soccorso con personalità giuridica ed enti del terzo settore di natura non commerciale.

Rientrano nell’ambito di applicazione della norma anche le cliniche e case di cura convenzionate che operino anche fuori convenzione, per le prestazioni rese in regime privato.

Le novità introdotte dal Decreto Semplicazioni evitano che, in caso di ricovero presso strutture private, il costo previsto per il paziente sia gravato da un’imposta che non sarebbe invece dovuta in caso di prestazioni presso strutture pubbliche, convenzionate o direttamente presso medici.

Questo l’obiettivo della norma indicato dall’Agenzia delle Entrate, la quale spiega quindi che qualora un professionista esegua una prestazione sanitaria nei confronti di un soggetto ricoverato, ad esempio, presso una casa di cura non convenzionata, e tale prestazione venga dallo stesso fatturata alla struttura medesima in esenzione da IVA, la casa di cura sia tenuta a rendere esente al soggetto ricoverato la prestazione di ricovero e cura alla concorrenza del corrispettivo dovuto al professionista.

Questo rapporto trilaterale agevola senza dubbio il paziente, ma l’esenzione è subordinata alla condizione che la struttura acquisti la prestazione di cui ha bisogno il paziente da un professionista terzo, dunque l’agevolazione non opera per le prestazioni effettuate da professionisti dipendenti dalla struttura.

L’obiettivo è quello di far sì che il malato non sia onerato di costi che non pagherebbe nel ricovero presso una struttura pubblica.

Meno imposte sulla sanità privata anche per le prestazioni diverse da quelle totalmente esenti, per le quali la normativa prevede l’applicazione dell’IVA al 10%.

Inoltre, l’estensione dell’IVA agevolata è rivolta anche nei confronti degli

accompagnatori dei soggetti ricoverati.

avv. Maria Antonella Mascaro

12 luglio 2023

Nuove farmacie dei servizi

Con i progressi della telemedicina e il know-how dei distributori, le farmacie ampliano l’offerta di prestazioni mediche, dalla diagnostica per immagini al consulto in tempo reale.

Solo quattro persone su dieci, tra quelle che si recano in farmacia, vanno esclusivamente per comprare i medicinali prescritti. Solo quattro anni fa, nel 2019, erano la metà degli utenti, mentre nel 2006 erano il 69%. Il superamento della concezione della farmacia come semplice distributore di farmaci è stato uno dei temi più importanti trattati durante la terza edizione di Retail4Pharma, una serie di incontri organizzati da iKN Italy e dal Retail Institute per approfondire l’evoluzione del rapporto tra cliente e farmacista. 

Si parla allora dell’utilità già raggiunta dalla farmacia per tanti servizi, come la farmaco sorveglianza, o la somministrazione dei vaccini. Ma, secondo Stefania Fregosi, Head of Healthcare di Ipsos Italia, l’elenco di nuove prestazioni potrebbe presto arricchirsi. Sempre più farmacisti chiedono di poter implementare la loro offerta con nuove attività, come la fisioterapia o i consulti psicologici.

Questo ruolo della farmacia era, in realtà, già stato definito da una legge del 2009, per favorire l’integrazione tra le prestazioni mediche e quelle farmaceutiche. Ma è stato con la pandemia di Covid che si è diffuso davvero su larga scala il modello di “Farmacia dei servizi”. Oggi nel nostro paese settemila farmacie offrono servizi di telemedicina, e per il territorio circostante sono ormai simili a dei veri presidi medici, capaci di alleggerire il carico del sistema sanitario nazionale e di ridurre i suoi tempi di attesa.

Il ricorso agli strumenti digitali sta cambiando profondamente anche le relazioni tra clienti e brand. Il report “Keys Pharma Trends Italy 2023” pubblicato da Captify, una società specializzata in market research, indica tra gli autori di questa trasformazione, insieme alla digitalizzazione, anche la personalizzazione dell’offerta, l’utilizzo dei dati e la nuova importanza della prevenzione. In rete le ricerche sui temi sanitari riguardano problematiche specifiche e personali, ed è spesso possibile avere una risposta su misura, come succede con le diete personalizzate. I nuovi dispositivi indossabili, come gli smartwatch, permettono, inoltre, l’osservazione costante del proprio stato di salute, fornendo una quantità enorme di dati, che facilitano, in caso di necessità, un intervento tempestivo. Ma l’immediata disponibilità di tutti i parametri vitali può aiutare anche ad evitare una richiesta di cure o di trattamenti, se i consumatori sono abituati a controllare autonomamente il loro stato di salute.

Oggi, secondo alcuni osservatori, la stessa importanza del farmacista è messa in discussione dall’arrivo dell’intelligenza artificiale. Nemmeno l’alto livello di specializzazione della professione sembra davvero indispensabile, se si considera che chatGPT, testata in campo medico, è riuscita superare con ottimi risultati l’esame di ammissione a Medicina e Odontoiatria. Ma, secondo Francesco Zaccariello, il fondatore di eFarma, non è davvero possibile sostituire la figura del farmacista. L’AI può essere di grande aiuto in diverse fasi dell’attività, come la gestione degli ordini, o l’organizzazione dei turni. Nella relazione con il cliente, tuttavia, rimane centrale l’aspetto umano.

Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (farmacista) ha sostenuto che per abbattere le liste d’attesa in Sicilia bisognerebbe garantire le analisi di base, in accreditamento con il Servizio sanitario nazionale, anche nelle farmacie, presentando l’impegnativa del medico di medicina generale.

Un “no” convinto e totale alle analisi cliniche nelle farmacie è stato espresso dal presidente Acap Salute Sicilia, Salvatore Pizzuto, il quale ha dichiarato: “Noi laboratori di analisi da anni abbiamo abbattuto le liste di attesa e siamo presenti in tutto il territorio regionale siciliano, soprattutto nelle zone disagiate. I laboratori analisi hanno tutti i requisiti e hanno ottenuto l’accreditamento e la contrattualizzazione. Ritengo quindi fuori luogo questa ipotesi di fare gli esami nelle farmacie”.

8 luglio 2023

Impiego di infermieri esteri: può diventare una realtà

Il Ministro della Salute ha incontrato alcune importanti associazioni di categoria con l’obiettivo di reperire all’estero infermieri da destinare alle strutture socio sanitarie.

Il futuro dell’assistenza ai più fragili passa per la disponibilità di personale motivato e formato: al riguardo alcune delle associazioni di categoria più in vista dell’ospedalità privata, quali ARIS e UNEBA hanno evidenziato la necessità di semplificare l’iter di accesso.

Si ripercorre, in tal senso, un modello inizialmente criticato, poi seguito da diversi territori locali, come quello che alcuni Presidenti di Regione, in primis il Presidente della Regione Calabria, hanno adottato, assumendo i medici provenienti da paesi esteri.

Il progetto presentato al Ministro Schillaci mira ad agevolare l’inserimento di infermieri professionali laureati, esteri, nelle strutture sanitarie e sociosanitarie. Certamente il personale da assumere andrà adeguatamente formato, secondo la legislazione italiana, ma, come si vuole ribadire, il modello è già stato testato e, per quanto si possa trattare di soluzioni provvisorie, certamente con la situazione sanitaria attuale dove il primo problema è rappresentato dalla mancanza di personale, questo vuole rappresentare un primo aiuto al funzionamento del sistema nazionale.

E’ stato sottolineato che è necessario finalizzare l’assistenza sanitaria, definendo i requisiti strutturali e gestionali a livello nazionale per le nuove strutture residenziali, stabilendo percorsi per la transizione delle strutture esistenti.

 Vi è la necessità di attivare il processo per la sottoscrizione dei contratti sullo stile di quelli collettivi nazionali del lavoro, ma è necessario un accordo fra stato, associazioni e sindacati.

Puntare ai nuovi contratti è fondamentale onde evitare che il personale lasci le strutture per andare a lavorare altrove, nonché per favorire un clima aziendale migliore, prendendo in carico realmente il personale sanitario infermieristico.

L’esigenza, dunque, di stipulare un nuovo contratto socio sanitario è molto sentita, anche se all’orizzonte ci sono alcuni importanti problemi da risolvere, come, ad esempio, l’assoluta garanzia di copertura dei maggiori oneri, che esiste per le strutture pubbliche, mentre per le strutture private non ancora e, comunque, non totalmente.

Si rende assolutamente necessario che venga introdotto un riconoscimento anche a favore delle strutture sociosanitarie private, in modo tale che la copertura parziale dei maggiori oneri diventi un finanziamento strutturale e non solo episodico.

A tal proposito deve farsi riferimento ai decreti delegati della Legge Anziani e alla legge di Bilancio 2024 per l’avvio di finanziamenti concreti verso il settore in considerazione.

avv. Maria Antonella Mascaro

7 luglio 2023

Campania la più efficiente e virtuosa, nonostante manchino 320 milioni di euro.

Il direttore generale Age.Na.s, Domenico Mantoan, intervenuto al Laboratorio Sanità 20/30 a Città della Scienza, ha sottolineato quanto la regione CAMPANIA abbia messo in campo “la maggiore quantità di investimenti per tecnologia e innovazione di tutto il Paese mettendosi così in pari con le altre regioni e potendo così giocare un ruolo determinante nelle politiche sanitarie in Italia”. A tirare la volata sul fronte dei successi ospedalieri è l’Università Federico II e l’Ospedale del mare, che è il primo ospedale d’Italia per tempi di intervento nell’area cardio vascolare. 

“Tutto questo – ha continuato Mantoan – accade in una fase importante per il Paese che dopo il periodo di crescita degli investimenti in sanità dovuto all’emergenza covid, vede una continuità di fase espansiva con una crescita prevista di oltre 2 miliardi l’anno per il prossimo triennio (fonte legge bilancio Nel periodo 2018-2021 il fondo nazionale sanità è cresciuto da 111 miliardi a 123 miliardi, ma sono rimaste le dise nella ripartizione anche della crescita, infatti il fondo nazionale è cresciuto del + 10% mentre il riparto ha portato in Campania 881 milioni in più cioè solo l’8%, il che significa che mancano all’appello come importo di crescita 220 milioni solo per la crescita e 331 milioni per il dislivello dovuto ai criteri. Nel periodo 2018/2021 in Italia si osserva un aumento del valore pro capite del finanziamento ordinario. La Regione CAMPANIA si attesta sempre su valori sotto la media, nonostante gli incrementi di valori al pari di tutte le regioni. Ancora nello stesso arco temporale si è visto un aumento del finanziamento ordinario pro-capite 240,00 euro mentre per la Campania è stato di 221,00 euro”. 

Nelle tabelle presentate dal direttore Age.Na.S Mantoan si dimostra che se tra i criteri di riparto venisse utilizzato il criterio “popolazione secca” (UNO vale UNO) – come accade nella maggior parte dei paesi europei – anziché quello in uso in Italia cioè dell’85% popolazione pesata e del 15% popolazione secca, la Campania salirebbe nel contributo del fondo sanitario indistinto da 11,046 miliardi a 11,367 miliardi, con un incremento fisso annuale di 321 milioni di euro registrando così allo stato un minor finanziamento per ogni cittadino campano di 57,00 euro. La classifica delle diseguaglianze per regioni vede – con questi vecchi criteri – Liguria +76 euro, Friuli +45 euro, Umbria +40 euro, Piemonte + 36 euro e agli ultimi posti Campania -57 euro, Sicilia -29 euro, Calabria – 19 euro , Puglia -16 euro. E anche se dovesse utilizzare il criterio – più verosimile – 98% popolazione secca e indice di multicronicità e limitazioni gravi per maggiori di 75anni – la Campania recupererebbe 380 milioni di euro.

Nella relazione basata su oggetti dativi emergono la “virtuosità” della CAMPANIA e la si può leggere anche scorrendo i dati del biennio 2021-2022: l’incremento dei costi di produzione pro capite della Campania è tra i più bassi d’Italia con un meno 3 euro per cittadino spesi, una percentuale di riduzione del costo del personale del 3.32% mentre in Italia il costo del personale è sceso nello stesso periodo solo dell’1.29%. Infine sempre in tema di personale mancano all’appello migliaia di infermieri medici e altro personale, registrando numeri ancora di svantaggio per la Campania: in Emilia Romagna e in Toscana ci sono 35 medici specialisti ogni 10.000 abitanti, in CAMPANIA come anche in Lombardia appena 31.

6 luglio 2023

La Regione Liguria capofila per la “Farmacia dei Servizi”

E’ da tempo che l’Acop offre uno spaccato importante del territorio locale, regionale. Questa volta le novità arrivano dalla Regione Liguria, la quale si presenta come territorio che sperimenta per primo la cosiddetta “Farmacia dei Servizi”.

Si tratta di un programma di attività sperimentali che si svolgeranno in farmacia, iniziato da lunedì 3 luglio. In sostanza i cittadini hanno la possibilità di effettuare un elettrocardiogramma o un holter cardiaco o pressorio, recandosi in farmacia.

La Giunta regionale, su proposta dell’assessore alla Sanità della Liguria, ha approvato il programma delle attività sperimentali delle farmacie.

Molti servizi, come quelli citati e non solo, si potranno effettuare in farmacia e saranno finanziati da un apposito fondo nazionale, volto a trasformare le farmacie in veri e propri presidi sanitari territoriali.

La maggior parte del fondo è stato destinato, di comune intesa tra farmacie e Regione Liguria, alle prestazioni di telecardiologia, con l’obiettivo di ridurre le liste d’attesa. Le prestazioni, con alcune distinzioni, sono a carico del servizio sanitario regionale e nazionale dietro presentazione della ricetta medica. Ovviamente le prestazioni sanitarie non sono infinite e sono limitate dalla disponibilità del budget finanziato dal fondo.

Si tratta di migliaia di esami fino ad esaurimento delle risorse disponibili, con l’obiettivo di rendere questo servizio convenzionato, non solo presso le strutture pubbliche o i centri accreditati, ma anche in farmacia.

Dopo la distribuzione dei farmaci salvavita, la dematerializzazione della ricetta, la distribuzione dei presidi per il monitoraggio della glicemia, la Liguria si presenta come regione capofila per i servizi in farmacia.

Oltre, però, a quanto segnalato va ricordato che nuovi esperimenti sono in atto su vari territori locali, non tutti ancora convenzionati o convenzionabili, ma certamente numerosi.

Per esempio in alcune farmacie, in via sperimentale, viene messo a disposizione uno psicologo professionista, iscritto all’Albo, che offre aiuto e sostegno o valutazioni, al fine, poi, di intraprendere un eventuale percorso, a prezzi molto basici o comunque concorrenziali.

Lo scopo è sempre quello di offrire un maggior numero di presidi territoriali, soprattutto dove alcuni servizi sono stati soppressi o diminuiti. Si pensi ai consultori delle aziende sanitarie locali, che offrono servizi pubblici di ostetricia- ginecologia, psicoterapia da quella infantile, a quella di coppia o familiare e altro, i quali hanno sofferto un notevole dimensionamento.

avv. Maria Antonella Mascaro

5 luglio 2023

Il 4,7% degli italiani con diabete, ma si spende di più in ricoveri e complicanze

Gli odierni sistemi innovativi di monitoraggio del diabete possono consentire la presa in carico del paziente, riducendo gli accessi in pronto soccorso.

In Italia il 4,7% della popolazione fra i 18 e i 69 anni riferisce di una diagnosi di diabete. La prevalenza cresce con l’età (è inferiore al 3% nelle persone con meno di 50 anni e supera il 9% fra quelle di 50-69 anni). La patologia è più frequente fra gli uomini che fra le donne (5,3% vs 4,1%), e nelle fasce di popolazione più svantaggiate per istruzione o condizioni economiche. Tuttavia il 50-70% della spesa va in ricoveri e complicanze.

Secondo i dati dell’ISS, si stima che almeno un diabetico su sei venga ricoverato in ospedale almeno una volta all’anno. Un tasso che è doppio rispetto alla popolazione normale (235 ogni mille persone contro 99). Inoltre, questi pazienti rimangono in ospedale in media una giornata e mezza in più rispetto agli altri, con un evidente aggravio di costi per il SSN. Se la spesa attribuibile al diabete mellito nel Sistema Sanitario Nazionale si colloca attorno ai 10 miliardi di euro, la quota più importante della spesa (50-70%) è legata proprio ai ricoveri ospedalieri e alle complicanze.

In particolare, i pazienti una volta dimessi hanno bisogno di un percorso assistenziale. Ne hanno parlato ieri in Senato specialisti, Istituzioni e soprattutto pazienti. L’obiettivo è realizzare un network tra territorio, rete di assistenza e paziente diabetico per prevenire le complicanze croniche dei malati. Oltre al miglioramento dello stato di salute, si ridurrebbero anche i costi per il Servizio Sanitario Nazionale, liberando le strutture del Pronto Soccorso dai casi non urgenti ed evitabili.

La tecnologia viene in aiuto, perché i sistemi innovativi di monitoraggio del diabete possono consentire una presa in carico del paziente. Ciò ridurrebbe il rischio di eventi acuti e complicanze croniche, e quindi di accessi in pronto soccorso. L’idea è passare “da un concetto di sanità d’attesa, e quindi di cura della malattia, ad un concetto di sanità di iniziativa, e quindi di formazione e prevenzione di pazienti e caregivers”. 

Le raccomandazioni sono emerse da uno studio realizzato da Bhave su oltre 100 strutture ospedaliere in tutta Italia e su circa 300mila accessi in Pronto Soccorso. I risultati sono stati presentati in Senato nell’incontro dal titolo “Diabete in pronto soccorso: e dopo?”. Politici e tecnici del settore hanno fatto il punto sul follow up di coloro che accedono alle strutture in situazioni di emergenza.

Il Senatore Mario Occhiuto, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare qualità di vita nelle città, ha dichiarato: “bisogna potenziare i pronto soccorsi nelle realtà urbane, come presidi sanitari indispensabili per le comunità locali. Se oltre il 70 per cento degli accessi presso queste strutture di emergenza è definito codice bianco o verde, ossia non urgente, significa che i cittadini hanno perso punti di riferimento territoriali e si riversano negli ospedali, dove l’attenzione è focalizzata verso le urgenze. Il sovraffollamento dei pronto soccorsi – ha concluso il Presidente Occhiuto – è il sintomo di una malattia più grande, che possiamo fermare solo attraverso azioni concrete e strutturali.”

“I cittadini hanno diritto ad un adeguato servizio a tutela della salute – ha sottolineato la Senatrice Daniela Sbrollini, Vice Presidente della 10ª Commissione permanente del Senato e Presidente dell’Intergruppo parlamentare obesità, diabete e per le malattie croniche non trasmissibili –.

L’organizzazione della medicina sul territorio deve liberare il Pronto Soccorso dai casi che non sono urgenti e che sono gestibili al di fuori dei presidi ospedalieri. Sono due punti fermi sui quali la sanità Nazionale sta mostrando seri limiti di efficienza. Sono estremamente preoccupata – ha proseguito la parlamentare – perché questi servizi stanno mostrando ogni giorno carenze che non possono essere imputate agli operatori sanitari. La cronicità e il diabete in particolare rappresentano casi emblematici di come il territorio deve interfacciarsi con le strutture specialistiche, per ridurre al minimo le problematiche relative agli accessi ai pronto soccorsi, relative alle urgenze per ipo e iperglicemie gravi”.

“I pronto soccorso sono uno snodo vitale della nostra sanità e devono essere posti dove l’operatore sanitario deve poter svolgere la propria attività con serenità e nel rispetto delle vere urgenze – ha affermato il Senatore Guido Quintino Liris, Intergruppo Parlamentare per la prevenzione delle emergenze e l’assistenza sanitaria nelle aree interne, componente 5ª Commissione permanente del Senato – rafforzando l’organico del personale sanitario, soprattutto nei servizi di emergenza/urgenza, rendendo più attrattivo e sicuro il lavoro nei reparti di pronto soccorso. Nel contempo, non bisogna dimenticarsi delle urgenze sanitarie nelle aree interne marginali, dove spesso il ricorso al pronto soccorso è difficile e complesso. Vogliamo lavorare per consentire a tutti un accesso alle cure, nel rispetto del lavoro degli operatori sanitari – ha concluso il senatore Liris – e potenziando la presa in carico del paziente cronico e diabetico”.

Presentando i dati principali dello studio, il Dott. Francesco Pugliese, Direttore del Dipartimento Emergenza presso l’Ospedale Pertini di Roma, ha sottolineato una non adeguata gestione del paziente diabetico ospedalizzato. Ha affermato che il Pronto Soccorso molto spesso si deve occupare di complicanze relative a patologie croniche non adeguatamente gestite dalla medicina territoriale. Questo fenomeno, grava pesantemente su queste strutture anche in termini di efficienza della spesa sanitaria. “La soluzione può venire solo da un percorso diagnostico terapeutico assistenziale specifico ed efficiente – ha continuato il Dott. Francesco Pugliese – che veda un’adeguata formazione del personale ospedaliero e territoriale, l’informazione del paziente/caregiver e degli operatori sanitari, oltre ad una reale presa in carico del paziente diabetico che deve prevedere un percorso assistenziale multiprofessionale, multidisciplinare, condiviso con tutti gli attori, compreso il paziente stesso e senza discontinuità. Un percorso oggi più agevolmente perseguibile anche con l’ausilio delle nuove tecnologie”.

4 luglio 2023

La Regione Piemonte crea l’Osservatorio per le risorse della sanità

Il Piemonte sigla un accordo fra la dirigenza medica e sanitaria e le varie sigle sindacali dei medici fra cui CGIL, CISL e Uil medici, nonché le rappresentanze degli infermieri, degli operatori socio sanitari e dei  tecnici amministrativi, al fine di creare il primo Osservatorio regionale per le risorse umane.

Lo scopo è innanzitutto quello di definire il piano di potenziamento del personale sanitario per il biennio 2023/2024, utilizzando tutti gli strumenti finanziari disponibili, nonché quelli legislativi, offerti dal Decreto Calabria e dal D.L. n. 34/2023. In virtù delle disposizioni citate la regione ha stabilizzato oltre la metà del personale che è stato impiegato a tempo determinato durante la pandemia, oltre ad impiegare risorse aggiuntive.

L’Osservatorio, che si insedierà nel mese corrente, è presieduto dal Presidente della Regione, con la partecipazione dell’assessore alla sanità, unitamente ad un gruppo di persone provenienti dal mondo sanitario e coinvolgerà nelle sue attività le direzioni delle aziende sanitarie. Si riunirà a cadenza mensile per il monitoraggio continuo del trend occupazionale del personale in sanità e l’analisi e l’avanzamento degli obiettivi occupazionali.

In base all’accordo tra Regione e sindacati, l’Osservatorio opererà in materia di politiche rivolte alle assunzioni e ai percorsi di valorizzazione del personale medico. In particolare si occuperà di analizzare tutte le risorse economiche-finanziarie stanziate e impiegate relativamente ai tetti di spesa sia riferiti al Decreto Calabria, oltre che  a quelle extra tetto previste dal D.L. 34, finalizzate alla assunzione del personale sanitario. Ancora prenderà in considerazione progetti di internalizzazione dei servizi sanitari da parte delle aziende sanitarie, di procedure di stabilizzazione del personale avente i requisiti richiesti dalla normativa, del mantenimento del trend di crescita occupazionale, del miglioramento delle graduatorie in essere e del loro utilizzo.

avv. Maria Antonella Mascaro

3 luglio 2023

Il progetto “Le Performance Regionali”, promosso da C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità), sin dal 2012 si è proposto di fornire un contributo alla definizione delle politiche sanitarie e sociali, con la finalità ultima di promuovere miglioramenti nelle opportunità di tutela socio-sanitaria (intesa in senso lato) offerte nei diversi luoghi di residenza regionale.

L’affinamento della metodologia, come anche il sistema di valutazione è supportato da un Expert Panel multistakeholder (Istituzioni, Management Aziendale, Professioni sanitarie, Utenti e Industria medicale) a cui, nel 2023, hanno aderito oltre 100 componenti.

L’indice unico di Performance viene determinato sulla base della metodologia sviluppata da C.R.E.A. Sanità, che assegna un ruolo centrale al Panel, chiamato a:

  • Individuare le aree “qualificanti” nella valutazione dei servizi socio-sanitari;
  • Individuare le Dimensioni di Performance (ad oggi Equità, Esiti, Appropriatezza, Innovazione, Esiti e Sociale)
  • Individuare gli indicatori che le rappresentano
  • Esprimere (mediante un processo di elicitazione) le proprie preferenze (ovvero i “pesi” attribuiti ai singoli indicatori e Dimensioni di valutazione, nonché le possibilità di “scambio” fra di essi).

In particolare, fanno parte del Panel:

  • 18 rappresentanti delle Istituzioni: 5 nazionali e 8 regionali e 4 locali
  • 10 rappresentanti degli Utenti/Cittadini: fra questi 9 Presidenti/Coordinatori nazionali di Associazioni dei pazienti
  • 35 rappresentanti delle Professioni sanitarie: tutti Presidenti Nazionali di Società Scientifiche.
  • 33 componenti del Management di aziende sanitarie: 29 Direttori Generali di aziende sanitarie, 5 Direttori Sanitari di aziende sanitarie, 1 Presidente di fondazione sicurezza in Sanità.
  • 9 rappresentanti dell’Industria: 8 Dirigenti di aziende medicali (farmaci e dispositivi medici) e 1 Presidente di Associazione di categoria.

L’approccio metodologico adottato, operativamente, ha previsto cinque fasi:

  • individuazione delle aree di valutazione della Performance
  • individuazione delle Dimensioni della Performance
  • individuazione di un set di indicatori di Performance
  • elicitazione del “valore” che i componenti del Panel attribuiscono alle determinazioni degli indicatori
  • elicitazione del “valore relativo” attribuito dai componenti del Panel ai diversi

indicatori.Nella edizione 2023 (XI) il Panel si è anche interrogato sulla possibilità in futuro di estendere la metodologia ai fini di monitorare gli effetti dei processi di eventuale implementazione di forme di autonomia differenziata in Sanità.

La valutazione 2023 delle Performance regionali, in tema di tutela socio-sanitaria offerta ai propri cittadini residenti, oscilla da un massimo del 59% (fatto 100% il risultato massimo raggiungibile) ad un minimo del 30%: il risultato migliore lo ottiene il Veneto ed il peggiore la Calabria.

Dalle valutazioni, quindi, si evince come, a parere del Panel, le Performance regionali risultino ancora significativamente distanti da una Performance ottimale.

Il divario del ranking fra la prima e l’ultima Regione è rilevante: quasi un terzo delle Regioni non arriva ad un livello pari al 30% del massimo ottenibile.

Tre Regioni (verde nella mappa), tutte del Nord-Est, sembrano avere livelli complessivi di tutela significativamente migliori dalle altre: Veneto, P.A. di Trento e P.A. di Bolzano superano la soglia del 50% (rispettivamente 59%, 55% e 52%).

Nel secondo gruppo (verde chiaro), troviamo cinque Regioni, con livelli dell’indice di Performance compresi tra il 47% e il 49%: Toscana, Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia e Marche.

Nel terzo gruppo (arancione) troviamo Liguria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Umbria, Molise, Valle d’Aosta e Abruzzo, con livelli di Performance abbastanza omogenei, ma inferiori, compresi nel range 37-43%.

Infine, 6 Regioni (rosso), Sicilia, Puglia, Sardegna, Campania, Basilicata e Calabria, hanno livelli di Performance che risultano inferiori al 32%.

Osserviamo come la composizione del gruppo delle Regioni che si situano nell’area dell’”eccellenza”, come anche quella del gruppo, numericamente rilevante, delle Regioni (tutte meridionali) che purtroppo rimangono nell’area intermedia e critica, rimane pressoché costante negli anni.

Analizzando i risultati per Dimensione, osserviamo come le tre Dimensioni Appropriatezza, Equità e Sociale contribuiscano per oltre il 60% alla Performance: 24,9%, 22,6% e 15,6% rispettivamente; segue la Dimensione Esiti (13,9%); le Dimensioni Economico-finanziaria ed Innovazione, contribuiscono rispettivamente per il 12,1% e l’11,5%.

Sebbene con alcune apprezzabili differenze quantitative, l’Equità e l’Appropriatezza (quest’ultima con l’eccezione dei rappresentanti delle Istituzioni) sono nelle prime tre posizioni per tutte le categorie di stakeholder; la Dimensione Sociale anche, ad eccezione dei rappresentanti dell’Industria Medicale.

Indice di Performance (0 Perf. peggiore -1 Perf. ottima).

28 giugno 2023

I numeri per le future professioni sanitarie

Come preannunciato dal Ministro della Salute e dalle emergenze nazionali, è previsto l’aumento dei posti per entrare al corso di laurea in Medicina a numero chiuso. Per l’anno accademico 2023.2024 saranno messi a disposizione più di diciottomila posti, duemila in più dell’anno precedente. Anche per gli infermieri i numeri sono notevolmente migliorati, quasi ventisettemila.

Un aiuto per la soluzione al gravoso problema della carenza di medici e del personale sanitario in generale che non potrà bastare, ma che offre un contributo per un futuro non immediato.

Questi i numeri che necessitano di conferma di pubblicazione ufficiale: innalzare la soglia degli accessi alla facoltà di Medicina e Chirurgia del 20/30%, dunque oltre diciottomila ingressi, cui si aggiungono oltre milleduecento per la Facoltà di Veterinaria e oltre millecinquecento per quella di Odontoiatria. I numeri dovrebbero essere replicati ogni anno almeno fino al 2030, in tal modo si arriverebbe a trentamila ingressi in più del previsto in sette anni. 

I test per l’ammissione alla facoltà, non più quiz, ma tolc potevano essere eseguiti una sola volta su base nazionale, attualmente lo si può effettuare, fino a due volte e a partire dal quarto anno della scuola superiore di secondo grado. Partecipando alle due sessioni, i candidati raddoppieranno le chance, poiché si entrerà con il punteggio migliore. Successivamente andrà riformata la seconda parte che subentra dopo la laurea in Medicina e cioè la scuola di specializzazione, che non può fungere da imbuto sostitutivo rispetto alle iscrizioni alla facoltà.

Venendo, poi, alle altre professioni sanitarie, in particolare gli infermieri i numeri sono notevoli: oltre ventisettemila i corsi di laurea. Nell’area della riabilitazione i posti sono oltre novemila di cui circa tremila in fisioterapia, circa duemila per educatori professionali e altre duemila circa per la formazione magistrale. Nell’area tecnico-diagnostica e tecnico-assistenziale i posti sono più di seimila, per quella della prevenzione più di duemila.

avv. Maria Antonella Mascaro

27 giugno 2023

Massima qualità delle strutture per le indagini cliniche

Il Decreto del Ministero della Salute del 20 marzo 2023, entrato in vigore il 15 giugno 2023, è stato emesso in relazione ai requisiti delle strutture idonee allo svolgimento di indagini cliniche nel rispetto del regolamento UE 2017/745.

Si ritiene sia di interesse per le strutture associate e a tal fine viene segnalato, in quanto prevede disposizioni concernenti la regolamentazione della effettuazione di esami o indagini cliniche da compiere con i dispositivi e le apparecchiature mediche con o senza dicitura CE.

Pertanto il decreto limita le indagini cliniche su menzionate alle sole strutture che rispettino determinate condizioni quali: una esperienza in materia di studi clinici e di sperimentazione, documentata da pubblicazioni in ambito scientifico e deposito di brevetti; utilizzo di dispositivi medici della stessa classe e tipologia da parte di personale qualificato, preso la struttura dove si svolge la sperimentazione.

Ancora viene disciplinata l’individuazione delle strutture idonee allo svolgimento delle indagini cliniche. Queste devono dimostrare la conformità del possesso dei dispositivi della classe terza o dei dispositivi ad alta classe di rischio. Dunque tra le strutture rientrano gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, gli istituti sanitari privati identificati quale presidio delle ASL (su tutto il territorio nazionale) e le case di ricovero e cura private accreditate purchè ci si attenga agli standard e alle prescrizioni che fanno parte dell’allegato 1, punto 2 del Decreto Ministeriale n. 70 del 2015; siano sede di UO di alta specialità, secondo quanto delineato dal Decreto del Ministro della Sanita del 29.1.1992; fonti normative, queste (D.M. 70/2015 e decreto 29.1.1992) che si invita a consultare.

Riguardo, invece, alle indagini cliniche volte a dimostrare la conformità dei dispositivi di classe prima o di cosiddetta bassa classe di rischio, queste possono essere effettuate anche presso presidi specialistici o polispecialistici ambulatoriali delle ASL (del territorio nazionale) e presso le strutture territoriali ricomprese nel D.M. n. 77 del 2022.

Altra importante novità è rappresentata dal fatto che il rappresentante legale della struttura deve attestare il possesso dei requisiti richiesti dalla legge, mediante una dichiarazione redatta secondo il modello pubblicato sul sito del Ministero della Salute.

Ovviamente si deve fare notevole attenzione nella compilazione della suddetta dichiarazione, poichè avrà la valenza di un atto attestativo, dunque con potere certificatorio, con le relative conseguenze in caso di falsa dichiarazione.

Nelle ipotesi di indagini cliniche, da effettuare con dispositivi digitali esterni alla struttura interessata, devono essere garantiti i livelli di qualità e di sicurezza.

avv. Maria Antonella Mascaro

26 giugno 2023

Incentivi di pronto soccorso – Lazio apripista

Incentivi ai medici del pronto soccorso, 100 euro in più all’ora (lordi) per scongiurare la fuga dalla medicina di emergenza. È il contenuto dell’accordo raggiunto tra Regione Lazio e sindacati e accolto con soddisfazione dalla categoria. La situazione dei pronto soccorso è allo stremo: personale carente, turni massacranti e crescenti aggressioni per i sanitari, file per i pazienti e servizi essenziali di assistenza spesso non garantiti – il quadro delineato dal presidente Francesco Rocca – .

Diverse le firme sindacali che hanno siglato l’accorso, Anaao, Fp CGIL, UIL Fp e Cisl Medici. Ricordiamo che i recenti concorsi per primario di pronto soccorso sono andati quasi deserti. Due esempi per tutti, quello della Asl Roma 2 e del San Giovanni. 

Il compenso aggiuntivo per i medici dell’emergenza parte da un minimo di 340,00 euro per 65 ore mensili con almeno un turno notturno o un festivo, fino a un massimo di 1.040,00 euro per almeno 150 ore con cinque notturni o festivi.

Gli incentivi valgono ovviamente solo per gli ospedali pubblici, in quanto il decreto ministeriale non prevede alcuna copertura finanziaria per il settore privato accreditato, a differenza di quello ospedaliero. Al momento a Roma, il 40% delle richieste di accoglienza in pronto soccorso vengono assorbite dal Policlinico Casilino, dal Gemelli, e, dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

La direzione assunta dal governo centrale e regionale, stimolerà sicuramente una fuga di medici dalle strutture private verso il settore ospedaliero, attratti dagli incentivi economici previsti.

Acop ha sollevato le perplessità al Ministero della Salute sule scelte messe in piedi per arginare le difficoltà del servizio sanitario nazionale. Si tratta di scelte che generano una sperequazione a totale danno dei contribuenti, i quali si troveranno a finanziare le coperture per lo straordinario dei medici in area di emergenza urgenza, al fine di risolvere unicamente il problema della presenza dei medici nelle strutture ospedaliere. Questa soluzione infatti si tradurrà in un travaso di medici dal settore privato a quello ospedaliero, anziché incrementare il numero assoluto di medici, con un reclutamento ad esempio dalle scuole di specializzazione nella fase formativa, scelta che potrebbe generare i medesimi risultati senza aumento di costi.

22 giugno 2023

Dalla Intelligenza artificiale all’avatar

I modelli basati sull’intelligenza artificiale che vengono utilizzati per creare nuovi contenuti hanno fatto registrare una crescita esponenziale.

Per avvicinarsi un po’ a questo mondo, che tempo fa si sarebbe considerato più vicino alla fantascienza, si deve far riferimento ai modelli generativi che sono quelli che permettono di creare immagini partendo da un testo in linguaggio naturale. Questi modelli sfruttano due reti, la prima funziona, sostanzialmente in questo modo: il modello riceve tramite un input una descrizione di testo e da questa genera un’immagine che corrisponde alla descrizione testuale; la seconda rete invece valuta la qualità dell’immagine prodotta. In pratica le due reti lavorano in contrasto con lo scopo di migliorare il prodotto finale.

Con la funzione text-to-image un’applicazione diventa un generatore di avatar installabile e utilizzabile sui dispositivi Android e iOS.

Incredibilmente, almeno così fino ad una decina di anni fa, queste applicazioni stanno trovando spazio e possibilità di successo anche nel mondo sanitario.

A tal proposito la Regione Toscana si è proposta come antesignana nella creazione dell’avatar “Sara”, che risponde a chi prenota una visita o paga un ticket.

E’ una guida digitale che aiuta i pazienti a prenotare visite mediche, verificare esenzioni. Con sembianze umane, in realtà si tratta di un assistente digitale virtuale che con l’applicazione della intelligenza artificiale interagisce con i pazienti, rispondendo ai quesiti.

Pur essendo un primo approccio, l’avatar in parola è soggetto a miglioramenti, soprattutto perché non è immaginabile, almeno al momento, la risposta a troppi quesiti, ma è già in atto un upgrade del prototipo.

La risposta è rivoluzionaria, ma scatena diversi problemi in ordine a protezione dei dati, privacy e tutto il mondo legato a queste importanti tematiche.

Tutto ciò è rivoluzionario, ma deve osservarsi che alcuni modelli predecessori degli avatar, ancora molto elementari, quali gli assistenti digitali via chat, collocati al posto di esseri umani in carne ed ossa nei call center o digitando un numero verde, hanno, in realtà, avuto scarso successo. Si pensi all’assistente digitale delle banche o istituti di credito on line con i quali è impossibile, o quasi, avere delle risposte che non siano già preconfezionate e che, nella realtà dei fatti, non danno risposta al quesito specifico proposto dall’utente.

Pertanto, grande fiducia alla tecnologia, ma l’essere umano deve ancora molto guidare la mano virtuale.

Inoltre non bisogna dimenticare che l’utente, quando è un paziente, necessita del contatto umano e questa non è una considerazione di scarso rilievo.

avv. Maria Antonella Mascaro

21 giugno 2023

Il Ministro della Salute ha incontrato le parti sindacali.

Si è temuto ieri l’incontro tra il Ministro della Salute Orazio Schillaci, il Sottosegretario Marcello Gemmato e i sindacati confederali e di categoria Cisl, Fp Cisl e Cisl Medici, per affrontare tematiche urgenti come il rinnovo dei contratti pubblici e privati, l’integrazione tra sistema ospedaliero e territoriale, una valutazione sulle risorse disponibili nel Fondo Sanitario Nazionale.

“Oggi è stata una riunione importante, abbiamo avviato un tavolo permanente di consultazione e di confronto con le più importanti sigle sindacali. Vogliamo continuare in questo confronto con loro, credo che sia importante ribadire che non abbiamo nessun interesse e nessuna voglia di definanziare la sanità pubblica, una sanità che abbiamo trovato ingolfata e con tanti problemi”.

Così il ministro della Salute, Orazio Schillaci, parlando con i giornalisti al termine dell’incontro.

“Vogliamo investire sul capitale umano e dare ai cittadini una sanità migliore. Per fare questo, oltre ad avere più risorse – ha proseguito il ministro – è necessario ristrutturare completamente il sistema che abbiamo trovato, incentivare gli operatori e superare il grave problema delle liste d’attesa. Siamo pronti per questa sfida, che comprende anche la medicina territoriale, investire bene i fondi del PNRR, tra tante difficoltà, e riuscire finalmente ad avere anche una sanità territoriale e di prossimità che permetta di superare i problemi che causano per esempio l’ingolfamento che quotidianamente vediamo nei Pronto soccorso”.

Il Ministro ha sottolineato la perdita del Fondo Sanitario Nazionale nell’ultimo decennio di oltre 35 miliardi, che ha contribuito a indebolire il sistema sanitario. “Nonostante i 15 miliardi individuati dal PNRR – ha aggiunto – siamo ancora lontani dal compensare questa storica emorragia e la pesantezza dei tagli lineari operati dai precedenti Governi”.

In ogni caso al tavolo il Ministro ha annunciato la volontà di individuare in Legge di Stabilità le dotazioni necessarie a rinnovare i contratti pubblici e l’intenzione di costruire insieme ai sindacati alcuni percorsi tematici: il primo sui contratti settoriali pubblici, l’altro, unitamente a Regioni, Associazioni Datoriali di settore e OO.SS, sui rinnovi di quelli privati.

Le rappresentanze sindacali Cisl UGL Confsal e Cisl, presenti hanno valutato positivamente gli impegni assunti e la ripartenza di un dialogo, che deve però tradursi in fatti concreti. La ripartenza non può che fondarsi sulla valorizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, attraverso l’incremento del Fondo Nazionale, su di una massiccia campagna di nuove assunzioni e stabilizzazioni del precariato, superando vincoli e tetti di spesa.

Unica nota fuori dal coro è stata quella della CgiL con il suo segretario generale Maurizio Landini.

“L’unico risultato di questo incontro è nuovi tavoli che il governo intende convocare nel mese di luglio. È stato un incontro molto deludente perché sui punti di fondo non abbiamo avuto alcuna risposta, abbiamo chiesto l’aumento del fondo sanitario nazionale e il rinnovo dei contratti. Naturalmente saremo ai tavoli di confronto, ma il governo deve sciogliere il nodo se si apre o no una trattativa. Non siamo disponibili ad accettare una progressiva privatizzazione della sanità. Non abbiamo ottenuto risultati. Una ragione in più per manifestare e scendere in piazza sabato 24 a Roma per la difesa e il rafforzamento della sanità pubblica, aggiunge rimarcando la completa contrarietà all’autonomia differenziata, già vediamo i disastri di avere tante sanità regionali”.

20 giugno 2023

News Dall’Unione Europea

La Commissione Politiche UE, avvia l’esame del disegno di legge n.755 di conversione del decreto-legge n. 69/2023, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi derivanti da atti dell’Unione europea e da procedure di infrazione e pre-infrazione pendenti nei confronti dello Stato italiano”, annunciato in Aula nella seduta del 13 giugno.

Il decreto-legge è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 giugno 2023. Nasce dalla necessità ed urgenza di prevenire l’apertura di nuove procedure di infrazione e l’aggravamento di quelle pendenti, attraverso l’immediato adeguamento dell’ordinamento nazionale al diritto dell’Unione e alle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione Europea.

Pertanto, il provvedimento è volto a favorire la riduzione del numero complessivo delle procedure di infrazione avviate dalla Commissione europea nei confronti del nostro Paese che, ad oggi, è superiore alla mediadegli altri Stati membri dell’Unione Europea.

Per le strutture associate si segnala l’art. 6 che concerne le disposizioni in materia di pubblicità nel settore sanitario. Il decreto interviene al fine di arginare le informazioni che le strutture sanitarie private (e gli iscritti agli Albi professionali) possono fornire, limitando le comunicazioni alle informazioni previste dal I comma dell’art. 2 del D. L. n. 223/2006 e alla legge di conversione dello stesso/ l. n. 248/2006).

Per comodità espositiva si riporta il citato art. 6, che titola: Disposizioni in materia di pubblicità nel settore sanitario. Caso NIF 2020/4008:

1. All’articolo 1 della legge 30 dicembre 2018, n. 145,il comma 525 è sostituito dal seguente:«525. Le comunicazioni informative da parte delle strutture sanitarie private di cura e degli iscritti agli albi degli Ordini delle professioni sanitarie di cui al capo II della legge 11 gennaio 2018, n. 3, in qualsiasi forma giuridica svolgano la loro attività, comprese le società di cui

all’articolo 1, comma 153, della legge 4 agosto 2017, n. 124, possono contenere unicamente le informazioni di cui all’articolo 2, comma 1, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, funzionali a garantire il diritto ad una corretta informazione sanitaria, restando escluso, nel rispetto della libera e consapevole determinazione dell’assistito, della dignità della persona e del principio di appropriatezza delle prestazioni sanitarie, qualsiasi elemento di carattere attrattivo e suggestivo, tra cui comunicazioni contenenti offerte, sconti e promozioni, che possano determinare il ricorso improprio a trattamenti sanitari”

Il I comma dell’art. 2 del D.L.  n. 223/2006 recita: “In conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché al fine di assicurare agli utenti un’effettiva facoltà di scelta nell’esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali:

a) ((lettera abrogata dalla l. 21 aprile 2023, n. 49));

b) il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni secondo criteri di trasparenza e veridicità del messaggio il cui rispetto è verificato dall’ordine;

c) il divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che l’oggetto sociale relativo all’attività libero-professionale deve essere esclusivo, che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità”.

Pertanto, al fine di evitare procedure di infrazioni o aggravamento di quelle esistenti la pubblicità deve limitarsi a questi dettati normativi. Inoltre, come indicato nell’art. 6 del nuovo D.L. è categoricamente escluso che le pubblicità informative possano contenere elementi di alcun modo attrattivi o suggestivi, comprese offerte, sconti, promozioni o comunicazioni che possano determinare il ricorso improprio a trattamenti sanitari.

Tutto ciò in funzione di rendere le comunicazioni con carattere divulgativo degne di garantire una corretta informazione sanitaria, nel rispetto, sempre, della libera determinazione e libertà del paziente.

avv. Maria Antonella Mascaro

19 giugno 2023

PNRR e sanità territoriale

Con l’aumentare della popolazione anziana, la rete sanitaria sarà sottoposta a maggiore pressione. 
L’analisi di Openpolis rileva che in l’Abruzzo, l’età invecchia di più che nel resto del paese.

Per questo il Pnrr destina oltre 87 milioni di euro alla sanità territoriale in regione, prevedendo tra le altre cose 11 nuovi ospedali di comunità e 40 case di comunità. In questo numero, sono considerati 14 hub – quelle principali che erogano anche attività specialistiche e di diagnostica – e 26 spoke (65% del totale), che garantiscono solo l’assistenza primaria.

Sono 6 i comuni in cui dovrebbero arrivare risorse per oltre 3 milioni di euro per finanziare gli interventi previsti. Si tratta di Roseto degli Abruzzi, in provincia di Teramo, con una casa della comunità hub di nuova costruzione. Un intervento riguardante una superficie di 1.360 metro quadro per un finanziamento da circa 3,8 milioni di euro. 

Seguono Sulmona (L’Aquila), con 3,5 milioni di euro per l’abbattimento e la ricostruzione di una casa della comunità hub, Pescara (3,4 milioni) e Montesilvano (3,4 milioni), entrambe con un intervento ciascuno. Chieti è il quinto comune con più risorse complessive previste per le case della comunità, però ripartite su due progetti. Uno per una struttura di tipo hub, in via Valignani (2,4 milioni di euro), l’altro per una casa spoke per 810mila euro. Sopra i 3 milioni complessivi anche Teramo, dove è prevista la realizzazione di una casa hub del valore di 3,1 milioni di euro. Sono invece 11 gli ospedali di comunità previsti nella regione, sugli oltre 400 previsti per l’intero paese. Come già visto a queste piccole strutture, intermedie tra il ricovero a casa e quello in ospedale, il Pnrr destina 1 miliardo di euro. 

Mentre ammontano a poco meno di 26,2 milioni le risorse previste per la regione. In 8 casi si tratterà di interventi di ristrutturazione, mentre per 3 progetti è prevista una nuova costruzione o l’ampliamento di una struttura esistente. L’intervento più corposo previsto dal contratto di sviluppo della regione è quello di Teramo. Oltre 4 milioni di euro per una superficie di intervento di 1.140 metri quadri. Cifra comparabile per l’ospedale di comunità da realizzare a Chieti (3,9 milioni di euro).

15 giugno 2023

Salviamo la sanità pubblica

È lo slogan con cui oggi scendono in piazza medici, operatori sanitari e cittadini. In 34 città si stanno svolgendo sit-in, assemblee e incontri per denunciare i pericoli che minano la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e “sollecitare interventi per scongiurare il collasso del sistema”. A Roma è previsto un sit-in davanti al Ministero dell’Economia e delle Finanze a cui partecipano i segretari nazionali delle sigle promotrici: Anaao Assomed, Cimo- Fesmed, Aaroi-Emac, Fassid, Fp Cgil Medici, Federazione Veterinari e Medici, Coordinamento area medica, Uil Fpl e Cisl medici. Manifestazioni si terranno in tutte le regioni, in particolare nelle città di Pescara, Cosenza, Potenza, Bologna, Napoli, Udine, Genova, Milano, Ancona, Campobasso, Isernia, Termoli, Asti, Bari, Cagliari, Catania, Firenze, Trento, Bolzano, Bressanone, Brunico, Merano, Perugia, Aosta, Padova, Portogruaro, Conegliano, Legnago, Jesolo, Malcesine, Marzana, San Bonifacio, San Donà d Piave.

A motivare la manifestazione, spiegano i sindacati, la crescita delle liste d’attesa, con conseguente aumento della spesa privata e della rinuncia alle cure. Una tendenza che va di pari passo al calo di investimenti in sanità rispetto al Pil, la fuga dei medici e la scarsa assistenza sul territorio. Per questo, sindacati e associazioni chiedono a tutte le forze politiche “un chiaro impegno in difesa del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale”.

14 giugno 2023

Sanità pubblica e privata sempre più vicine

Una buona notizia: l’Italia si trova fra i primissimi posti al mondo per la qualità della sanità. Il risultato è stato ottenuto grazie anche al rapporto con la sanità privata e accreditata. I dati sono ufficiali

Ci sono, ovviamente, dei campanelli d’allarme all’orizzonte: primo fra tanti il problema delle liste di attesa, la carenza di personale sanitario, il divario sanitario che si crea a livello territoriale. Nonostante esistano questi problemi innegabili, la sanità italiana continua ad essere un’eccellenza, grazie anche alla presenza su tutto il territorio nazionale di centri di cura di eccellenza con esperti, medici e scienziati che sono apprezzati a livello mondiale.

La pandemia ha certamente scoperto i nervi su tutte le problematiche di sopra evidenziate, ma il progresso quotidiano, espletato anche attraverso la digitalizzazione ha permesso di valutare quali sono gli indicatori in grado di fotografare le esigenze più urgenti del sistema sanitario. Fra gli indicatori si può annoverare il precoce invecchiamento della popolazione e l’impatto che sul SSN hanno avuto le malattie croniche, come la demenza senile, il diabete, nonché i rischi emergenti come i disturbi psichici e alimentari nella popolazione giovanile. Tutto ciò deve essere collegato ad un potenziale peggioramento del quadro generale, anche dal punto di vista del carico economico, collegato ai costi delle prestazioni.  

Pertanto si assiste al fatto che i costi delle spese private per i soggetti che dovrebbero, invece, usufruire dei servizi coperti dal servizio sanitario nazionale sono in aumento.  

Allora ci si domanda quale senso abbia leggere quotidianamente che i territori e i Presidenti di alcune Regioni, che sono anche Commissari ad acta in materia sanitaria, due fra tanti: la Regione Lazio e la Regione Calabria, trovino un modo per integrare la sanità pubblica con la sanità privata.

La dizione non è necessariamente dicotomica, bisogna smetterla di pensare alle accezioni pubblico e privato come alternative, ma anzi guardare i numeri e rendersi conto che si tratta di una cooperazione, di una collaborazione, o, in termini attuali, un co-working che salverà il sistema sanitario nazionale.

Già dagli anni Novanta, una cosa è chiaro che i due sistemi non possono mai essere in netta contrapposizione. Questo grazie all’avvio di sperimentazioni gestionali che hanno portato il privato nel mondo pubblico e che hanno decretato uno scambio di conoscenze e piani per una maggiore efficienza del Sistema Sanitario nazionale.

Forse la pandemia, se ha avuto un merito, è quello di far capire dove si trovano le falle del sistema e chi ha operato per colmarle.

Infatti già il riconoscimento in una legge sostanziale di riconoscimento dei rimborsi ai privati accreditati che hanno gestito l’ordinario nel lungo periodo della pandemia esprime il senso di presa di coscienza che il governo nazionale ha cominciato ad avere nei confronti del privato.

Anche se il fenomeno può essere interpretato a doppio senso basta considerare la capacità di alcune regioni di attirare pazienti da altri territori che se da un lato è vista come una migrazione, cui si sta cercando di porre rimedio, dall’altra deve essere interpretata con un grazie al settore privato che porta efficienza e affianca il sistema pubblico, con costi da servizio pubblico e non privato, come piace scrivere ad alcuni per fare notizia.

Il pubblico e il privato sono due compartimenti stagni che dialogano ancora troppo poco. Un ospedale pubblico non può, infatti, stringere oggi un accordo con una struttura privata per condividere percorsi di cura cosiddetti di “specialità”.

Ma perché non farlo, perché non renderlo possibile, normarlo.

L’obiettivo di un imprenditore della sanità privata si può benissimo sposare con quello del benessere pubblico e dunque erogare il servizio sanitario come servizio pubblico, ma facendolo attraverso una struttura propria. Non è necessario demonizzare o criminalizzare il privato che deve fare profitto, se questo è raggiunto lo stesso, erogando servizi che non pesano sul paziente, ma che diventano parte della spesa pubblica, nella considerazione che pubblico e privato siano la stessa cosa e agiscano per un unico obiettivo: la salute del paziente.

L’erogazione dei servizi deve, infatti, essere sempre prevalentemente di tipo pubblico, ma la gestione delle strutture può essere anche di tipo privato, con un sistema che garantisce gli stessi standard qualitativi con risorse investite dai privati, diminuendo la spesa pubblica e agevolando, magari con notevoli sgravi fiscali, il privato.

avv. Maria Antonella Mascaro

13 giugno 2023

Novità fiscali dalla legge di conversione del Decreto Bollette per le start up e gli enti territoriali.

Ulteriori novità introdotte dalla L. n. 56 del 26.5.2023 che ha convertito il cosiddetto Decreto Bollette (D.L. n. 34/2023), di cui si era già parlato.

Le novità giungono ora sul fronte fiscale, in particolare dei crediti di imposta.

Per le start up operanti nei settori: ambiente, energia e fonti rinnovabili e sanità, che si sono costituite a partire dal primo gennaio del 2020 è previsto un credito di imposta per le spese sostenute per attività di ricerca e sviluppo che abbiano le caratteristiche di garantire la sostenibilità ambientale e la riduzione dei consumi energetici.

Il credito d’imposta viene riconosciuto in misura non superiore al 20% delle spese sostenute e documentate e comunque per un imposto non superiore ai duecentomila euro, da utilizzarsi in compensazione.

Pertanto si fa monito alle aziende interessate di essere molto caute nella progettazione della ricerca, onde non incorrere in controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate che possano indurre a ritenere le compensazioni non spettanti, o, addirittura, inesistenti ed in tal modo rischiare di incorrere nelle contestazioni di sanzioni tributarie e finanche di segnalazioni di natura penale.

Il credito, infatti, deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno di imposta nel quale il medesimo venga riconosciuto ed in quelle successive fino alla conclusione del suo utilizzo.

Per quanto riguarda le regioni e gli altri enti locali, nel caso di riscossione diretta e tramite concessionario del MEF, per le restituzioni a stralcio e le rottamazioni dei ruoli come previsto dalla legge di bilancio 2023 possono stabilire il numero delle rate in cui può essere ripartito il pagamento e le varie scadenze, le modalità con le quali il debitore manifesti la volontà di avvalersi della definizione agevolata, i termini per la presentazione dell’istanza nella quale il contribuente deve indicare: il numero di rate del pagamento, la pendenza dei giudizi cui la situazione debitoria fa riferimento, impegnandosi a rinunciare alle azioni (es: ricorso in commissione tributaria), da ultimo, enti o riscossore, possono stabilire il termine entro il quale venga trasmessa al debitore la comunicazione in cui è indicato l’ammontare complessivo e le singole rate delle somme relative  alla definizione agevolata.

Anche per le provincie autonome di Trento e Bolzano la disciplina è ammessa, nei limiti e secondo la compatibilità con quanto previsto dai loro statuti.

Con la presentazione della domanda sono, ovviamente, sospesi tutti i termini di prescrizione e di decadenza per il recupero delle somme. Il non pagamento, il pagamento tardivo, irregolare o insufficiente della rata unica, oppure di una delle rate previste nella domanda fa sì che i termini suddetti ricomincino a decorrere e la definizione non produca effetti. Le somme eventualmente versate fino a quel momento vengono trattenute quale acconto sul totale dovuto.

I provvedimenti adottati dagli enti territoriali hanno efficacia dalla pubblicazione sul sito istituzionale dell’ente di riferimento.

Infine, va segnalata una modifica dei termini in materia di definizione agevolata delle controversie tributarie, in quanto il debitore può scegliere, successivamente al versamento delle prime tre rate della somma oggetto della definizione, di effettuare il pagamento con un versamento mensile, fino ad un massimo di cinquantuno rate, tutte dello stesso importo. Le scadenze delle rate saranno l’ultimo giorno lavorativo di ciascun mese, a partire da gennaio 2024, ad eccezione del mese di dicembre per il quale il termine è il giorno 20.

avv. Maria Antonella Mascaro

12 giugno 2023

L’Italia ai primissimi posti al mondo per la qualità della sanità

Nonostante problemi innegabili, la sanità italiana continua ad essere un’eccellenza, grazie anche alla presenza su tutto il territorio nazionale di centri di rilevanza internazionale, con esperti, medici e scienziati che ci invidiano in tutto il mondo. La panoramica a livello internazionale è infatti per ora ottima, migliore addirittura di Paesi oltreoceano.

L’Italia ai primissimi posti al mondo per la qualità della sanità.

Il nostro sistema sanitario ha oggettivamente dei risultati ai primissimi posti a livello mondiale, migliori rispetto a quelli americani o a quelli dello stesso modello inglese al quale ci ispiriamo. I nostri principali competitors, a noi vicini e confrontabili, sono Svizzera, Spagna, Francia e Svezia, mentre oltre l’Europa, tra i paesi OCSE, possiamo annoverare il Giappone, l’Australia e la Corea del Sud, che negli ultimi è stata protagonista di notevoli miglioramenti. Purtroppo però si prevedono nubi all’orizzonte: Sicuramente controversa è invece la proiezione in futuro di alcuni indicatori che gettano già oggi forti preoccupazioni, parametri che riguardano in modo particolare l’invecchiamento, l’impatto per il Sistema Sanitario Nazionale delle malattie croniche, quali demenza senile e diabete, e i rischi emergenti per le categorie portatrici di fattori di rischio, quali i livelli di obesità infantile. Tutti questi fattori avranno un peso forte sulla futura erogazione dei servizi.

Si prevede quindi un potenziale peggioramento del quadro generale, anche dal punto di vista del carico economico collegato ai costi delle prestazioni. Questo è in particolare riferito alle persone fragili. Nei confronti internazionali, i costi delle spese private per i soggetti che dovrebbero invece usufruire dei servizi coperti dal SSN sono in forte aumento. Anche le liste d’attesa rappresentano un fattore di preoccupazione per il nostro sistema.

La pandemia ha scoperto questi nervi tesi e ha inevitabilmente suscitato nuove sfide da affrontare, legate anche alla crescente carenza di personale nel settore sanitario. La digitalizzazione, rispetto agli anni scorsi, ci permette di valutare con maggiore frequenza gli indicatori in grado di “fotografare” in tempo reale la situazione del nostro sistema, che sicuramente è sotto sforzo e che sta lanciando preavvisi di allarme.

Altro ambito particolarmente preoccupante è rappresentato dal divario tra regioni: non solo tra regioni, ma anche tra territori inseriti in una stessa regione. In Lombardia, ad esempio, abbiamo un’aspettativa di vita media di 81 anni, ma una variabilità tra province di 79- 82 anni, che può ulteriormente diversificarsi nelle aree più deprivate. Questa variabilità di risultati, che per molti indicatori possono comportare differenze di decine di punti percentuali, è estremamente preoccupante per il futuro della nostra sanità decentrata.

8 giugno 2023

Alcune novità legislative per le Regioni

Il 29 maggio 2023 è stato pubblicato il DL n. 57 che concerne le misure urgenti per gli enti territoriali e la tempestiva attuazione del PNRR per il settore energetico.

A questo proposito andrà segnalato un elemento importante per le strutture associate che riguarda, innanzitutto, gli enti del servizio sanitario della regione Calabria, i quali potranno adottare il bilancio d’esercizio 2023 entro il 30 giugno 2023 e deliberare i bilanci pregressi entro il 31dicembre 2024.

Tutto ciò sarà possibile in virtù delle informazioni contabili aziendali e di quelle depositate nel Nuovo Sistema Informativo Sanitario.

Per quanto concerne le regioni e le provincie autonome di Trento e Bolzano che per il 2021 non si siano avvalse della facoltà prevista dall’art. 1, comma 495, della Legge 178/2020 – il quale prevedeva che le stesse in funzione dell’andamento del Covid potevano sospendere le attività ordinarie e riconoscere alle strutture private accreditate destinatarie di apposito budget fino ad un massimo del 90% del budget assegnato nel 2021 nell’ambito degli accordi e dei contratti – possono concedere
un contributo una tantum alle strutture private accreditate, quale ristoro per i costi fissi sopportati a seguito delle eventuali sospensioni delle attività ordinarie.

Il contributo può essere concesso con alcune restrizioni in quanto può provenire solo da risorse presenti nel bilancio autonomo regionale e non può gravare sul SSN; è necessario uno specifico provvedimento regionale; non può superare il 90% del budget assegnato per l’anno 2021; se la produzione del volume di attività è superiore al 90%, non si da luogo al contributo e il riconoscimento si parametra all’effettiva produzione nell’ambito del budget assegnato per l’annualità.

Ancora per le regioni a statuto ordinario che hanno un disavanzo pro capite al 31.12.2021 superiore ad € 1.500 possono ripianarlo dal 2023.

A tal proposito è necessaria una delibera consiliare che preveda un piano di rientro, con parere del collegio dei revisori. La delibera andrà allegata al bilancio di previsione 2023/2025 unitamente all’impegno da parte della regione di evitare ulteriori disavanzi.

Se l’impegno non verrà rispettato il ripianamento pluriennale decadrà. Inoltre, il Presidente della Giunta Regionale dovrà trasmettere al Consiglio una relazione semestralmente concernente lo stato del piano di rientro.

avv. Maria Antonella Mascaro

7 giugno 2023

Mobilità sanitaria interregionale: pubblicati i dati aggiornati al 2020

Pubblicato dall’Osservatorio presso la Fondazione GIMBE, il Report dedicato al tema della mobilità sanitaria interregionale nell’anno 2020 (edizione marzo 2023).

Il documento introduce il tema della mobilità sanitaria interregionale, ricordando come il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) garantisca l’assistenza ai cittadini iscritti presso le strutture sanitarie della propria Regione di residenza. Tuttavia, ogni paziente può comunque esercitare il diritto di essere assistito anche in altre Regioni.

Il fenomeno si distingue in:

  •  Mobilità attiva: identifica l’indice di attrazione di una Regione, ovvero le prestazioni sanitarie erogate a cittadini non residenti.
  • Mobilità passiva: esprime l’indice di fuga da una Regione, ovvero le prestazioni sanitarie erogate ai cittadini in Regione diversa da quella di residenza.

Orbene, dopo una analisi accurata dei vari profili inerenti al tema, anche mediante l’ausilio di schede grafiche, il documento conclude che il valore della mobilità sanitaria interregionale nel 2020 è stato pari a € 3.330,47 milioni, ossia a una percentuale apparentemente contenuta (2,75%) della spesa sanitaria totale. Ciò nondimeno, essa assume particolare rilevanza perché:

  • impatta sull’equilibrio finanziario di alcune Regioni, sia in saldo positivo, sia in saldo negativo;
  • oltre il 50% dei ricoveri e prestazioni ambulatoriali in mobilità viene erogato da strutture private accreditate;
  • incide sui residenti nelle Regioni in cui la carente offerta di servizi induce a cercare risposte altrove.

I flussi economici della mobilità sanitaria si registrano, per lo più, da Sud a Nord e in particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il Governo per la richiesta di maggiori autonomie.

6 giugno 2023

Aggiornamenti ANAC per l’attestazione di assolvimento degli obblighi di pubblicazione

In continuità con quanto pubblicato nel mese di ottobre 2022 per gli adempimenti richiesti alle strutture dall’ANAC si deve far riferimento alla delibera n. 203 del 17.5.2023 che si allega al presente comunicato.

L’ANAC ha fornito indicazioni relative alla predisposizione dell’attestazione concernente l’assolvimento degli obblighi di pubblicazione dei dati.

In particolare, il documento illustra gli obblighi di pubblicazione oggetto di attestazione per le diverse tipologie di enti, pubblici e privati, e fornisce indicazioni sulle modalità di predisposizione delle
attestazioni da parte degli OIV, o degli organismi con funzioni analoghe.

La delibera contiene, inoltre, indicazioni sull’attività di vigilanza da parte dell’ANAC che sarà effettuata nel corso del 2023 anche a seguito
dell’analisi degli esiti delle predette attestazioni.  

Ciò riguarda la disciplina relativa all’accesso civico, agli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, contenuta nel D.Lgs. 33/2013, che è stata estesa, in quanto compatibile, alle associazioni, alle fondazioni e agli enti di diritto privato, anche privi di personalità giuridica, con bilancio superiore a 500.000,00 euro, che svolgono funzioni amministrative, erogano servizi pubblici, svolgono attività di produzione di beni e servizi a favore di pubbliche amministrazioni (secondo quanto previsto dall’art. art. 2-bis, comma 3, secondo periodo, D.Lgs. 33/2013).

Pertanto fra i soggetti tenuti all’attestazione di cui alla delibera rientrano anche le strutture private accreditate che presentino un bilancio superiore a 500.000,00 euro.   

Al fine di verificare l’effettiva pubblicazione dei dati previsti dalla normativa, l’ANAC ha individuato specifiche categorie di dati dei quali gli Organismi Indipendenti di Valutazione (OIV), o gli organismi con funzioni analoghe nelle amministrazioni e negli enti di diritto privato che non siano dotati di un OIV, sono tenuti ad attestare la pubblicazione entro il 30 giugno 2023, precisando che l’attestazione, completa della scheda delle verifiche di rilevazione, dovrà essere pubblicata sul sito web delle strutture entro il 31 luglio 2023.

Il documento dovrà contenere un’attestazione relativa all’assenza di filtri e/o altre soluzioni tecniche finalizzate ad impedire ai motori di ricerca web di indicizzare ed effettuare ricerche all’interno delle predette sezioni.

Di conseguenze gli OIV o i soggetti analoghi dovranno attestare che la pubblicazione dei dati sia avvenuta al 30.6.2023 in particolare per:

  1. Attività e procedimenti, ai sensi dell’art. 35 D.lgs. n. 33/2013;
  2.  i bilanci, ex art. 29 del D.lgs. n. 33/2013;
  3.  i servizi erogati, ex art. 32 del D.lgs. n- 33/2013 e, solo per il SSN, anche ex art. 41, comma 61 del D.lgs n. 33/2013.

Successivamente, entro il 31 luglio 2023, gli enti dovranno pubblicare le attestazioni e le schede delle verifiche di rilevazione predisposte sul proprio sito web, dandone specifica evidenza nella home page.  Nel caso in cui non esista un proprio sito, l’attestazione potrà essere pubblicata nella sezione “Amministrazione trasparente” dell’amministrazione per cui svolgono funzioni amministrative, erogano servizi pubblici e svolgono attività di produzione di beni e servizi.

Le verifiche sull’assolvimento degli obblighi di trasparenza dovranno essere effettuate tramite una applicazione web messa a disposizione da ANAC previa registrazione. Ciò permetterà di documentare la pubblicazione dei dati e la loro completezza.

Sempre attraverso applicazione si dovranno aggiornare le schede di monitoraggio aggiornate al 30.11.2023 (adempimento previsto già per l’anno precedente), scheda che andrà pubblicata per il 10.12.2023 nella sezione “Amministrazione trasparente”.

Acop monitorerà le evoluzioni per gli eventuali vari aggiornamenti.

avv. Maria Antonella Mascaro

5 giugno 2023

SICILIA: BONUS ENERGIA
Un importante risultato per ACOP Sicilia. L’Assessore alla Sanità Siciliana, la Dott.ssa Volo, con delibera n.460 del 2023 ha recepito quanto previsto dal decreto legge n. 144 del 23/09/23.

Nel decreto il Governo nazionale assegnava risorse aggiuntive alle regione a copertura dei maggiori costi sostenuti per l’energia.

Per l’Ospedalita’ Privata è previsto un contributo una tantum pari allo 0,8% del tetto di spesa del 2022.

Per le Case di Cura Siciliane il contributo complessivo è di oltre 4.4milioni di euro, sicuramente insufficiente a coprire gli incrementi stimati 5 volte superiori ma ancora una volta la Regione è si dimostrata sensibile alle problematiche del comparto ospedaliero sollevate da Acop come fu per il rinnovo del CCNL e dei rimborsi Covid.

31 maggio 2023

Illecito l’invio di una e-mail contenente dati sanitari a un indirizzo non appartenente all’interessata

Con Provvedimento, Registro dei provvedimenti n. 85 del 23 marzo 2023, il Garante della Protezione dei Dati Personali (GPDP) ha deciso su un reclamo relativo alla trasmissione, da parte di una ASL, di una e-mail rivolta alla reclamante a un indirizzo e-mail non appartenente alla stessa.

La comunicazione, oltre ai dati anagrafici della reclamante, affetta da patologie non curabili nel territorio della Regione, conteneva il provvedimento con il quale l’Ufficio ricoveri extra regione ne autorizzava il ricovero extra regione e, dunque, l’indicazione dell’Istituto ospedaliero presso il quale effettuare le cure mediche e una serie di altri elementi, come, a esempio, la presenza dell’accompagnatore.

Nel provvedimento, il GPDP ha, innanzitutto, ricordato la nozione di “dati relativi alla salute”, ossia dati personali attinenti alla salute fisica o mentale di una persona fisica, compresa la prestazione di servizi di assistenza sanitaria, che rivelano informazioni relative al suo stato di salute.

Successivamente, l’Autorità ha evidenziato che la disciplina di settore prevede – in ambito sanitario – che le informazioni sullo stato di salute possono essere comunicate a terzi sulla base di un idoneo presupposto giuridico o su indicazione dell’interessato stesso, previa delega scritta di quest’ultimo.

In ogni caso, peraltro, è obbligatorio il rispetto dei principi di integrità e riservatezza.

Sulla base delle premesse giuridiche, il GPDP ha giudicato la condotta della ASL, di comunicazione di dati relativi alla salute della reclamante, contrastante con i principi di base ricordati e, in definitiva, di trattamento illecito di dati personali, con conseguente condanna della ASL a sanzione amministrativa pecuniaria e a sanzione accessoria

30 maggio 2023

Le novità in “pillole” sulla sanità del DL Bollette.

Il Dl Bollette è diventato legge con l’approvazione definitiva in Senato.

In sintesi: mancano norme sulle misure strutturali per la sanità; si va verso una esternalizzazione dei servizi; è prevista una riduzione della base imponibile del contributo sugli extraprofitti energetici; scudo fiscale per omessi versamenti Iva.

Quali sono i risvolti per la sanità? Le novità più rilevanti riguardano, innanzitutto l’istituzione di un fondo per le regioni e le province autonome, cui poter attingere, in caso di superamento dei tetti di spesa dei dispositivi medici. Ai fini, poi, del ripianamento del fondo è prevista la possibilità di finanziamenti, assistiti da garanzia, del Fondo istituito presso il Mediocredito.

Viene disciplinato l’affidamento a terzi dei servizi medici ed infermieristici per sopperire alle carenze di organico con limiti e modalità. I medici “gettonisti” potranno essere impiegati nei servizi di emergenza-urgenza e anche negli altri reparti. È stato comunque previsto che i servizi potranno essere affidati ai gettonisti per un periodo non superiore a 12 mesi. Secondo il Ministro della Salute la misura era necessaria per disciplinare il settore evitando abusi.  A tale proposito le Asl e gli enti del SSN possono ricorrere alle prestazioni aggiuntive previste dalla contrattazione collettiva nazionale per il personale medico ed infermieristico.

Si stabilisce un regime temporaneo per l’ammissione ai concorsi per l’accesso ai concorsi dirigenziali della medicina di emergenza. La disciplina transitoria in tema di stabilizzazione viene estesa al personale tecnico e professionale.

Anche per i medici specializzandi e altri professionisti in corso di specializzazione vi è una modifica in tema di reclutamento che sarà possibile a tempo determinato e con orario a tempo parziale. La deroga riguarda anche coloro che intendano esercitare una professione medica, sanitaria o un’attività di interesse sanitario presso strutture sanitarie o socio-sanitarie pubbliche, o private accreditate o puramente private, in base a qualifiche professionali conseguite all’estero.

Particolare deregulation per il settore della medicina sportiva e per la professione di odontoiatra.

Per questi ultimi laureati, anche per i medici chirurghi abilitati alla professione di odontoiatria, viene abolito il requisito della specializzazione ai fini della partecipazione ai concorsi pubblici per dirigente medico odontoiatra e ai fini dell’accesso alle funzioni di specialista odontoiatra ambulatoriale del SSN.

Peraltro è consentito loro di esercitare alcune attività di medicina estetica e viene abrogata l’impossibilità di iscriversi in due diversi Albi.

Ulteriore introduzione di sanzioni per le lesioni non aggravate procurate agli esercenti le professioni socio-sanitarie nell’esercizio delle funzioni e la possibilità di istituire presidi fissi di Polizia di Stato presso le strutture ospedaliere pubbliche e convenzionate dotate di un servizio di emergenza-urgenza.

29 maggio 2023

Sanità e Metaverso

La pandemia di Covid-19 ha spinto il settore sanitario verso una rapida digitalizzazione grazie all’ascesa della teleassistenza, della diagnostica a distanza, dell’Intelligenza Artificiale predittiva e della tecnologia indossabile.

Le tecnologie emergenti ed immersive come la Realtà Aumentata e la Realtà Virtuale stanno diventando sempre più di routine per la formazione professionale, l’assistenza chirurgica e il trattamento di disturbi psicologici e neurologici. Nel settore farmaceutico e dei dispositivi medici queste tecnologie stanno accelerando la scoperta di farmaci e ottimizzando la produzione e l’efficienza della supply chain.

Quali sono gli altri vantaggi che queste tecnologie immersive potrebbero apportare?

Ad esempio il Metaverso potrebbe migliorare l’accesso alle cure per tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro ubicazione. L’uso della telemedicina ha avuto un’impennata di popolarità durante la pandemia di Covid 19 e da allora la domanda di soluzioni digitali per accedere ai servizi sanitari è rimasta elevata. L’accesso alle cure per le persone disabili o anziane potrebbe migliorare in modo significativo.

I consulti di telemedicina attraverso la Realtà Virtuale consentirebbero ai pazienti di accedere ai migliori specialisti ovunque, senza limitazioni legate alla posizione geografica. La holoportation – una nuova tecnologia per la “cattura” dei modelli 3D di individui, riprodotti con una qualità elevata – potrebbe potenzialmente permettere a medici e pazienti di condividere lo stesso spazio virtuale e persino di esaminare un paziente attraverso una proiezione 3D.

Le farmacie virtuali, inoltre, potrebbero consentire ai pazienti di ritirare le prescrizioni direttamente nel metaverso e di farsi consegnare i farmaci a casa. La catena di farmacie statunitense CVS ha già depositato nel Metaverso  il proprio marchio e quelli dei suoi prodotti virtuali e dei servizi sanitari.

Di contro, l’accesso da remoto ai servizi sanitari nel Metaverso è legato alla disponibilità tecnologica degli utenti, che non è uniforme.

Inoltre, non tutti i pazienti hanno già un atteggiamento positivo nei confronti di un eventuale trattamento online o a distanza. Le fasce di età più anziane hanno difficoltà ad adattarsi e ad abbracciare le moderne tecnologie.

Infine, l’uso della telemedicina e la realizzazione di ospedali virtuali comportano problemi di riservatezza dei pazienti. Saranno necessari sistemi di sicurezza avanzati per garantire che i dati dei pazienti siano accessibili solo al personale ospedaliero abilitato.

26 maggio 2023

Sanità e Metaverso

La pandemia di Covid-19 ha spinto il settore sanitario verso una rapida digitalizzazione grazie all’ascesa della teleassistenza, della diagnostica a distanza, dell’Intelligenza Artificiale predittiva e della tecnologia indossabile.

Le tecnologie emergenti ed immersive come la Realtà Aumentata e la Realtà Virtuale stanno diventando sempre più di routine per la formazione professionale, l’assistenza chirurgica e il trattamento di disturbi psicologici e neurologici. Nel settore farmaceutico e dei dispositivi medici queste tecnologie stanno accelerando la scoperta di farmaci e ottimizzando la produzione e l’efficienza della supply chain.

Quali sono gli altri vantaggi che queste tecnologie immersive potrebbero apportare?

Ad esempio il Metaverso potrebbe migliorare l’accesso alle cure per tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro ubicazione. L’uso della telemedicina ha avuto un’impennata di popolarità durante la pandemia di Covid 19 e da allora la domanda di soluzioni digitali per accedere ai servizi sanitari è rimasta elevata. L’accesso alle cure per le persone disabili o anziane potrebbe migliorare in modo significativo.

I consulti di telemedicina attraverso la Realtà Virtuale consentirebbero ai pazienti di accedere ai migliori specialisti ovunque, senza limitazioni legate alla posizione geografica. La holoportation – una nuova tecnologia per la “cattura” dei modelli 3D di individui, riprodotti con una qualità elevata – potrebbe potenzialmente permettere a medici e pazienti di condividere lo stesso spazio virtuale e persino di esaminare un paziente attraverso una proiezione 3D.

Le farmacie virtuali, inoltre, potrebbero consentire ai pazienti di ritirare le prescrizioni direttamente nel metaverso e di farsi consegnare i farmaci a casa. La catena di farmacie statunitense CVS ha già depositato nel Metaverso  il proprio marchio e quelli dei suoi prodotti virtuali e dei servizi sanitari.

Di contro, l’accesso da remoto ai servizi sanitari nel Metaverso è legato alla disponibilità tecnologica degli utenti, che non è uniforme.

Inoltre, non tutti i pazienti hanno già un atteggiamento positivo nei confronti di un eventuale trattamento online o a distanza. Le fasce di età più anziane hanno difficoltà ad adattarsi e ad abbracciare le moderne tecnologie.

Infine, l’uso della telemedicina e la realizzazione di ospedali virtuali comportano problemi di riservatezza dei pazienti. Saranno necessari sistemi di sicurezza avanzati per garantire che i dati dei pazienti siano accessibili solo al personale ospedaliero abilitato.

25 maggio 2023

L’OBLIO ONCOLOGICO

La Comunità Europea ha chiesto a tutti gli stati membri di avere entro il 2025 una legge che riguarda l’oblio oncologico, cioè il diritto soggettivo secondo il quale le persone guarite dal cancro possono scegliere di non fornire informazioni sulla loro malattia pregressa, evitando così di ricordare la propria storia clinica.

La legge dovrà riguardare il malato oncologico guarito da dieci anni e da cinque se si tratta di under ventuno.

L’emanazione di questa legge provocherà non pochi problemi, poiché si dovrà trovare un accordo con le Regioni e le associazioni dei malati per individuare le modalità per il rispetto del diritto all’oblio oncologico, coinvolgendo tutte le strutture interessate. Queste saranno obbligate dalla legge a non rendere disponibili i dati e le informazioni relative alla persona guarita dal tumore.

Il punto, come sempre, in campo di privacy e tutela dei dati sensibili, è assicurarsi che chi detiene le informazioni sugli ex pazienti neghi l’accesso a qualunque tipo di informazione sulle pregresse malattie.

Ci si potrebbe chiedere perché è così importante l’oblio, la cancellazione di questi dati. La risposta è più semplice di ciò che appare, perché l’interlocutore dell’ex paziente oncologico potrebbe essere condizionato dalla conoscenza di avere di fronte una persona che in passato era malata di cancro. Ad esempio un datore di lavoro, oppure un intermediario finanziario che deve erogare un mutuo o un prestito sarebbe certamente condizionato dalla persona che ha di fronte al punto tale di non assumerlo oppure di non fargli credito.

Questi pericoli devono essere scongiurati, come avviene già in alcuni paesi europei maggiormente antesignani e progressisti, ma il monito della Comunità Europea non è indifferente all’Italia, dove esistono già quattro disegni di legge che dovranno confluire in un testo unico.

Certamente la tecnologia immagazzina tutto ed è difficile cancellare completamente la memoria di un database.

Gli ex pazienti di tumore sono oltre un milione di persone. Ci sono ancora molte difficoltà sulla conoscibilità da parte di terzi del passato di una persona e anche il Piano Oncologico Nazionale prevede di rimuovere ogni ostacolo che possa generare disuguaglianze.

Il Ministro della Salute assicura che ci sarà convergenza fra le forze di maggioranza e di opposizione su un testo che accontenti tutti, ma intanto lo scetticismo è grande perché la tecnologia, grande agevolatore dei nostri tempi, non consente intimità, privacy, riservatezza.

avv. Maria Antonella Mascaro

24 maggio 2023

Il blocco della riforma delle specializzazioni sarà un danno per medici e pazienti

“Le pressioni di alcuni Universitari sul Governo italiano affinché revochi la riforma epocale del sistema formativo medico, rischiano di arrecare un gravissimo danno sia al diritto dei medici a una adeguata formazione sia a quello alla salute dei cittadini”

La Conferenza Permanente delle Facoltà e delle Scuole di Medicina e Chirurgia e la Conferenza Permanente dei Collegi di Area Medica presentano una mozione con modifiche al decreto Bollette di recente approvato in prima lettura dalla Camera.

Nel testo, in particolare, si esprime “forte preoccupazione” per gli effetti che il provvedimento potrebbe comportare sulla “corretta attuazione del percorso formativo degli assistenti in formazione delle Scuole di Specializzazione di area medica”. E questo perché ai fini di un’adeguata formazione, “la frequenza degli assistenti in formazione presso i presidi ospedalieri e le strutture territoriali del Servizio Sanitario Nazionale debba prevedere un’adeguata rotazione tra le strutture delle reti formative delle Scuole di Specializzazione accreditate in base ai requisiti strutturali e di qualità di cui ai citati D.I. 68/2015 e 402/2017, tra l’altro obbligatoriamente prevista dal DI 138/2023 e che tale rotazione sarebbe di fatto resa impossibile dall’assunzione dal medico in formazione specialistica presso una singola struttura dal terzo anno in poi”.

Viene ritenuto “legittimo e necessario” mantenere la possibilità per il SSN di assumere a tempo determinato i medici in formazione specialistica, secondo quanto già disposto dalla manovra 2019 e così come già previsto fino a tutto il 2025 ed “eventualmente prevedere un ulteriore proroga a tutto il 2026, anno in cui l’aumento delle borse per i contratti dei medici informazione specialistica messo in essere dal 2021 in poi produrrà i suoi effetti in termini di aumento reale del numero degli specialisti disponibile, ma che non esiste alcuna giustificazione ad ulteriori proroghe di una norma evidentemente emergenziale al momento che l’emergenza non è più presente”.

E, proprio alla luce di questo, viene evidenziata “l’irritualità dell’inserimento di una norma senza alcun carattere di urgenza, stante che ad oggi a possibilità per il SSN di assumere a tempo determinato i medici in formazione specialistica”.

Infine, un’ulteriore criticità riguarda l’abolizione del requisito della specializzazione per l’accesso ai ruoli della dirigenza medico in ambito odontoiatrico. Il timore è che questo “possa determinare un abbassamento del livello formativo dei dirigenti odontoiatri e degli specialisti ambulatoriali e come la normativa proposta possa mettere in dubbio il necessario e doveroso mantenimento dei dirigenti odontoiatri privi di specializzazione nell’ambito contrattuale della dirigenza medica”.

Alla luce di ciò si chiede in sede di conversione in legge del decreto che il comma 1 dell’articolo 14 sia eliminato o preveda in alternativa “una proroga, al massimo, fino a tutto l’anno 2026, ai fini della salvaguardia della qualità della formazione medica specialistica e dell’assistenza erogata dal nostro SSN; l’art 15-ter, ove mantenuto cosi come proposto dalle commissioni, preveda, ai fini concorsuali, un’adeguata valorizzazione dei titoli di specialista in disciplina odontoiatrica e l’esplicita ed inderogabile permanenza dei dirigenti odontoiatri nell’ambito della dirigenza medica”.

“Il decreto Calabria, pur garantendo adeguato spazio anche alla formazione teorica svolta presso le Università, che continuano a svolgere un ruolo di coordinamento delle attività didattiche e di ricerca, ha scardinato il vecchio paradigma formativo italiano, in precedenza polarizzato verso un insegnamento esclusivamente teorico, incentrando la formazione specialistica dei medici verso l’insegnamento pratico che in medicina appare di importanza imprescindibile”.

23 maggio 2023

Antibiotici a rischio

Il 29 maggio si terrà un vertice che vedrà coinvolte Farmindustria, Aifa e il Ministero della Salute sull’annosa questione farmaci e relative carenze di disponibilità.

I prezzi bloccati hanno eroso i margini della produzione industriale farmaceutica e, pertanto, come nel post Covid è accaduto per principi attivi come azitromicina e ibuprofene, ora è a rischio l’amoxicillina: un principio attivo fra i più noti e usati da tutte le fasce di età, soprattutto dai bambini.

La problematica riguarda un pò tutta la produzione di antibiotici, dal momento che le spese per le aziende produttrici sono aumentate del 50%, considerando packaging, distribuzione, costi energetici e non ultima l’inflazione.

Citando dati del Sole 24 ore: il maggiore produttore italiano di amoxicillina che deteneva il 40% delle quote di mercato ha interrotto la produzione per scarsa convenienza. L’antibiotico, in generale, l’amoxicillina, in particolare, è per il 90% a carico del SSN.

Il dato significativo è che da grossi produttori di questo principio attivo, le importazioni sono aumentate di oltre il 15% e la maggior parte provengono dalla Cina e dall’India, due paesi che stanno diventando leader nella produzione.

Quanto sta accadendo ha notevoli ricadute sulla nostra economia, non solo dal punto di vista del PIL, ma anche per l’aumento ponderale delle importazioni rispetto alle esportazioni su questo prodotto. Dunque si dovrebbero attuare politiche protezioniste, a favore delle industrie del farmaco, rendendole attrattive, poiché è ovvio che nella politica di mercato l’imprenditore agisce nella logica del profitto e questo viene meno con l’aumento vertiginoso dei costi.

Il rischio del blocco o del taglio del prezzo del farmaco per l’imprenditore comporta la diminuzione o l’annullamento della produzione, ma per le famiglie diventerebbe un sovraccarico, considerando che il costo aggiuntivo potrebbe ricadere su di loro.

Contemperare le diverse esigenze è sempre difficile, ma il problema non è piccolo considerato che è l’argomento cardine del summit del 29 maggio.

Si seguirà l’evento con grande attenzione. Nel frattempo i farmacisti ospedalieri e quelli preparatori (SIFO e SIFAP) hanno pubblicato utili istruzioni per la preparazione del farmaco amoxicillina, affinché il paese non ne rimanga privo, ma le preparazioni galeniche sono sottoposte a diverse procedure ed autorizzazioni.

avv. Maria Antonella Mascaro

22 maggio 2023

Prenotazioni scritte a mano

Esami che viaggiano su carta. Tempi dilatati. Dopo l’attacco ransomware di inizio maggio, l’Asl 1 dell’Abruzzo è tornata all’anno zero dell’informatica. La violazione perpetrata dalla cybergang Monti ha portato al furto di 522 giga di dati sanitari, tutti diffusi in rete, e al blocco degli apparati dell’azienda sanitaria locale di Avezzano, Sulmona e L’Aquila. A due settimane da quando i criminali hanno rivendicato online l’attacco, l’operatività quotidiana in Asl 1 arranca ancora.

Quella subìta dall’azienda sanitaria locale è una delle più gravi violazioni della privacy mai avvenute in Italia, come ha certificato l’Agenzia nazionale per la cybersicurezza, i cui esperti sono intervenuti a sostegno dell’azienda sanitaria. La gang Monti ha messo le mani su dati personali delicatissimi: analisi genetiche, valutazioni psicologiche di minori, cartelle cliniche di persone affette da Hiv, documenti del reparto di neonatologia o di quello di trapianti. E poi le informazioni dei dipendenti della Asl, documenti riconducibili ad appalti pubblici e acquisti, password e chiavi di accesso ai sistemi informatici. Un bottino che dal 15 maggio è stato diffuso in rete nella sua interezza, dopo che i criminali non hanno ottenuto il riscatto che reclamavano per decrittare i dati rubati. Un meccanismo chiamato doppia estorsione: i criminali sottraggono le informazioni, le esfiltrano e le mettono sotto chiave. A quel punto o la vittima paga o i dati finiscono in rete.

Oltre a questo danno la Asl 1 paga conseguenze sulla tenuta delle sue infrastrutture informatiche, messe ko dall’attacco. Il ripristino procede a rilento. Tra il 17 e il 18 maggio in parte è stata sbloccata la situazione dei centri unici di prenotazione, ma dentro i presidi ospedalieri e negli uffici amministrativi la situazione è bloccata.

La Asl 1 dell’Abruzzo impiega circa quattromila persone, tra personale medico, infermieristico, amministrativi e altre figure. Serve un bacino di 320mila persone nella provincia dell’Aquila, che da sola occupa circa la metà del territorio regionale. A essa fanno capo quattro ospedali e due presidi territoriali di assistenza (pta). Una macchina ferma da due settimane, che fatica a ripartire. “L’attacco ha messo in ginocchio il sistema.

Nemmeno i lavoratori dell’Asl 1 dell’Abruzzo hanno idea di quando la situazione tornerà alla normalità. I dipendenti della divisione informatica sono una decina e l’azienda sanitaria si è rivolta a una società di Roma per le attività di ripristino. Le ripercussioni del blocco comportano anche i mancati pagamenti ai fornitori, lo stop alle gare e agli appalti, difficoltà a processare i ticket dei pazienti. E poi ci sono i rischi, gravissimi, per i pazienti. Ricatti per non diffondere informazioni delicate, come una infezione da Hiv o un aborto. Oppure trappole costruite usando i documenti pre-compilati dalla Asl per mietere altre vittime.

18 maggio 2023

Dall’infermiere di famiglia alla intelligenza artificiale

Si è già affrontato da parte di Acop il tema: infermiere di famiglia e di comunità (acronimo IFeC), nuova figura professionale, introdotta nel 2020 per potenziare l’assistenza territoriale, da una legge dello
Stato che ha stanziato appositi fondi.

La nuova figura professionale dovrebbe fare da ponte fra la medicina territoriale esercitata dai medici e pediatri di base, dalle ASL o dagli ambulatori e il domicilio del paziente. In sostanza una figura di assistenza, di facilitazione, presente in ambito locale. Non si occupa unicamente di prestazioni di routine, ma anche del miglioramento dello stile di vita del paziente, letteralmente recandosi presso il suo domicilio.

Come avviene con il medico di famiglia, l’infermiere di famiglia e comunità dovrebbe essere in numero di uno ogni tremila abitanti, dunque la legge prevedeva l’assunzione di 9.600 persone, mentre i dati ufficiali di Agenas, di aprile/giugno 2021, riportano 1.062 infermieri di famiglia assunti sul territorio di 14 regioni. I dati sono sostanzialmente conferenti e si discostano di poco da quelli indicati dal Ministero, poiché si parla di 1.380 assunti, all’epoca, a fronte del 9.600 previsti e finanziati anche dal PNRR.

Ad oggi si stimano circa 3.000 infermieri di famiglia e comunità assunti, ma non in tutte le regioni, numero ben al di sotto di un terzo rispetto a quelli indicati e previsti dalla legge.

Un vero peccato, fra i tanti, se si pensa anche all’utilità della figura professionale, specialmente quando un paziente è in dimissione dall’ospedale, poiché, molto spesso ancora non autosufficiente e bisognoso di cure anche quotidiane che non gli permettono spostamenti e che devono essere rese a domicilio.

Nell’ambito dei LEA il DPCM 12.2.2017, all’art. 22 prevede che lo stato garantisca alle persone non autosufficienti e in condizioni di fragilità, con patologie in atto o esiti delle stesse, prestazioni domiciliari, anche infermieristiche, a seconda delle condizioni di salute.

Il medico di base, in genere, fa istanza alla ASL, ma la prestazione e/o l’intervento dell’infermiere di famiglia possono essere richiesti, anche, dal paziente stesso o da un suo stretto familiare.

La questione è di notevole pregio ed importanza per la somministrazione di cure palliative e della terapia del dolore, soprattutto in ambito oncologico.

In questo campo giova ricordare quanto l’uso della tecnologia abbia fatto passi da gigante. Dall’uso delle app ai computer, fino alla telemedicina, per non parlare dell’ascesa di ChatGPT, l’ondata tech può davvero dare una risposta concreta ai problemi dei pazienti domiciliati.

Sull’intelligenza artificiale applicata a questo campo è in atto uno studio presso l’Istituto Pascale di Napoli, dove un gruppo di
medici anestesisti esperti in terapia del dolore, sta offrendo ai pazienti affetti da dolore oncologico, il supporto dell’intelligenza artificiale per rendere oggettive le loro percezioni, attraverso la telemedicina.

E’ stato dimostrato, per esempio, come ansia, paura e stress possano aumentare la percezione del dolore, mentre altri soggetti tendono a sottovalutare l’entità del sintomo. In entrambi gli scenari la calibrazione della terapia diventa una problematica complessa.

Allora figure di collegamento, di facilitazione, ponte, se così si può definirle, come l’infermiere di famiglia possono non solo essere fondamentali per la cura del paziente a domicilio, ma diventare il collante fra l’applicazione della medicina tradizionale e quella “tecnologica”.

avv. Maria Antonella Mascaro

17 maggio 2023

Rottamazione quater

Con D.L. N. 51 del 10 maggio 2023, pubblicato il 10 maggio 2023 in Gazzetta
Ufficiale alla rubrica “Disposizioni urgenti in materia di amministrazione di enti
pubblici e società, di termini legislativi e di iniziative di solidarietà sociale” è stato prorogato il termine, stabilito legge di bilancio 2023 (n. 197 del 2022), concernente la presentazione delle domande relative alla cosiddetta rottamazione quater.

In particolare la domanda, per tutti coloro che intendano aderire alla definizione agevolata, dovrà essere presentata entro il 30 giugno 2023, anziché, come previsto precedentemente il 30 aprile 2023. La domanda è relativa ai carichi degli agenti della riscossione dal 1.1.2000 al 30.6.2022.

In altre parole tutti i debitori, destinatari di cartelle di pagamento entro il periodo indicato, possono, attraverso il portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione (www.agenziaentrateriscossione.gov.it), richiedere la definizione agevolata.

A sua volta l’Agenzia delle Entrate comunicherà la possibile definizione entro il 30.9.2023 (prima 30.6.2023).

Di conseguenza il pagamento potrà essere effettuato in un’unica soluzione entro il 31.10.2023 (prima 31.7.2023), oppure si potrà rateizzare l’importo fino ad un numero massimo di diciotto rate, di cui la prima e la seconda pari al 10% delle somme dovute con scadenza 31.10.2023, la prima e 30.11.2023, la seconda.

Le residue rate, di uguale ammontare, avranno scadenze 28 febbraio, 31 maggio, 31 luglio e 20 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2024, con pagamento dell’interesse del 2% a decorrere dal 1.11.2023 (prima 1.8.2023).

16 maggio 2023

Il modello calabrese esportato anche in Sardegna

Dopo una lunga critica al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, per aver assunto, attualmente 52 medici cubani, fatto sul quale anche trasmissioni di inchiesta come Report e Presadiretta, si sono ricredute, il modello Calabria viene imitato ed esportato fuori regione.

Il problema è che non ci sono altre soluzioni, in attesa che governo e parlamento attuino una vera e propria riforma sanitaria, se come declamano da mesi, questa diventerà l’unica possibilità da perseguire, nel frattempo i territori regionali devono trovare una soluzione, criticabile o meno.

E allora, occorre domandarsi, meglio essere curati da medici specializzati anche esteri, oppure non essere curati e nei casi più gravi perire? La domanda è retorica!

Anche la Regione Sardegna apre al reclutamento di medici e infermieri stranieri. L’assessorato regionale alla sanità sarda ha emanato un pubblico avviso per costituire un elenco regionale dei professionisti disponibili e in possesso dei requisiti per l’esercizio temporaneo delle professioni sanitarie di medico e infermiere che vogliano esercitare l’attività sul territorio sardo secondo le prescrizioni della legge.

I professionisti potranno prestare la propria opera tanto nelle strutture pubbliche, quanto in quelle private accreditate, comprese case di cura, strutture residenziali per anziani, per minori, psichiatriche e delle dipendenze che fanno parte della rete regionale.

Ovviamente gli incarichi sono provvisori e anche per la documentazione ci sono differenze fra i cittadini dell’Unione Europea e quelli extracomunitari che dovranno essere dotati di permesso di soggiorno che consenta di svolgere attività lavorativa, ma la procedura per accedere all’elenco è semplificata e basta un invio alla pec certificata della regione sarda per essere valutati.

Da questi esempi ci si devono porre tante domande prima di criticare asetticamente.

I territori regionali, quelli del sud, in particolare sono in grave difficoltà e la soluzione tarda ad arrivare.

Medici a gettone, numero chiuso alle facoltà universitarie, riforma delle specializzazioni sono tutte tematiche che devono essere risolte dall’alto, ma nel frattempo i territori non posso stare con le braccia conserte.

avv. Maria Antonella Mascaro

15 maggio 2023

DDL semplificazione approvato in Consiglio dei Ministri.

“Abbiamo reso strutturale la ricetta elettronica, sia quella rossa che quella bianca – ha affermato il ministro della Salute Orazio Schillaci – molto apprezzata da cittadini e medici. Abbiamo ritenuto che fosse giusto porre fine alla sperimentazione e alle proroghe per semplificare il lavoro dei medici di famiglia e la vita dei cittadini, che non dovranno recarsi negli studi medici ma potranno ricevere la ricetta tramite mail o altri canali sul proprio cellulare”. Allo stesso tempo, per i medici di famiglia si alleggerisce il carico di lavoro amministrativo a vantaggio della cura dei pazienti.

Annullate quindi le attese negli studi dei medici di medicina generale per ricevere la prescrizione di un farmaco. Entra infatti a regime, dopo un periodo di sperimentazione, la ricetta elettronica o dematerializzata. La si potrà ricevere direttamente sul cellulare. Con una novità importante per i malati cronici: la ricetta dematerializzata sarà valida per un anno e permetterà di fare scorta di farmaci per 30 giorni di terapia, sempre in base alle indicazioni del medico.

Ricetta elettronica «strutturale», misure per far fronte alle carenze di medicinali, semplificazione della pubblicità dei farmaci e possibilità, per i dentisti, di eseguire attività di medicina estetica in specifiche parti del viso.

Lo stesso provvedimento opera sul fronte delle carenze di medicinali agevolando l’approvvigionamento dei farmaci. In particolare il provvedimento uscito dal Consiglio interviene per rendere disponibili medicinali di rilevanza clinica non ancora dotati di autorizzazione all’immissione in commercio (Aic) in un contesto regolamentato e per semplificare la pubblicità legale relativa ai farmaci, eliminando gli adempimenti connessi alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e consentendo la pubblicazione sul sito dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Inoltre punta a semplificare le procedure autorizzative delle acque minerali naturali (destinate ad imbottigliamento e ad uso termale); ad «assicurare facilità di accesso dei cittadini ai servizi sanitari e sociali e garantire la presa in carico delle persone con cronicità»; e chiarisce alcune norme relative ai medicinali “transitati” dalla sezione A alla D del prontuario, all’obbligo per il farmacista di annotare sulle ricette la data di spedizione e il prezzo praticato e per prevedere l’obbligo di indicare sulla ricetta non ripetibile il codice fiscale del paziente solo ove lo stesso lo richieda.

Secondo quanto previsto nel disegno di legge per la semplificazione gli odontoiatri potranno effettuare anche le attività di medicina estetica non invasiva o mininvasiva, relative a specifiche parti del viso.

Maglie meno rigide rispetto alle previsioni iniziali per l’utilizzo dei medici gettonisti, possibilità di istituire posti di Polizia fissi negli ospedali e stabilizzazione dei ricercatori del Servizio sanitario nazionale. Arrivano invece dal decreto bollette, per il quale è stato completato l’esame degli emendamenti da parte delle commissioni riunite Finanze e Affari sociali della Camera, ulteriori cambiamenti in ambito sanitario. Il testo, con le modifiche apportate, approderà in Aula alla Camera il 17 maggio.

11 maggio 2023

Il ministero della Salute: sui medici a gettone nessun allentamento della stretta

È stato completato l’esame degli emendamenti da parte delle commissioni riunite Finanze e Affari sociali della Camera al testo del decreto bollette. Il testo, con le modifiche apportate, approderà in Aula alla Camera il 17 maggio per l’avvio della discussione generale. Confermata l?indennità per medici e infermieri dei servizi di emergenza-urgenza. L’indennità verrà coperta dall’1 giugno 2023 al 31 dicembre 2023 con un importo di 100 milioni di euro complessivi di cui 30 milioni per la dirigenza medica e 70 milioni per il personale del comparto sanità. È poi giunto il via libera alla possibilità di istituire postazioni fisse di Polizia nelle strutture ospedaliere per il contrasto degli episodi di violenza contro il personale sanitario, ciò in considerazione del “bacino di utenza e del livello di rischio della struttura”.

Sul fronte dei medici gettonisti, probabilmente la misura più attesa, si allenta la stretta inizialmente annunciata. Le aziende ospedaliere potranno infatti fare ricorso ai cosiddetti medici gettonisti non soltanto nei servizi di emergenza-urgenza ospedaliera, come si indicava nel testo iniziale del decreto, ma anche in altri reparti se necessario. I servizi potranno essere esternalizzati a medici a gettone solo per un periodo non superiore a dodici mesi, ed il personale medico e infermieristico utilizzato dovrà essere in possesso dei requisiti di professionalità contemplati dalle disposizioni vigenti. Non c’è alcun allentamento della stretta sui gettonisti. Questo governo, con la norma approvata nel decreto energia il 28 marzo, ha disciplinato in modo rigoroso il ricorso ai medici a gettone ponendo condizioni chiare per evitare l’abuso delle esternalizzazioni. È quanto precisa una nota del Ministero della Salute. L’emendamento approvato dalle commissioni riunite Finanze e Affari Sociali serve esclusivamente ad estendere la possibilità di deroga, per massimo 12 mesi, dell’attuale situazione anche agli altri reparti e non più soltanto ai Pronto soccorso. Con questa modifica si dà una risposta alle istanze arrivate dalle Regioni relative ad esternalizzazioni necessarie per fronteggiare le emergenze in tutti i reparti ospedalieri. Il ricorso ai gettonisti – continua la nota – sarà quindi consentito ormai per un periodo non superiore a 12 mesi, solo in caso di necessità e urgenza, verificata l’indisponibilità di personale interno e accertato il possesso dei requisiti professionali previsti per legge. Tale deroga di 12 mesi non avrà possibilità di proroga.

“Dovevamo mettere un freno a questa cosa e lo abbiamo fatto – ha commentato il ministro della Salute Orazio Schillaci – ora è chiaro che questo processo va portato a termine, ma con un minimo di attenzione. Se togliamo i gettonisti dall’oggi al domani, infatti, rischiamo di far franare qualche reparto e questo non lo vogliamo fare per i pazienti, ma è chiaro che il fenomeno dei gettonisti deve finire”. Critici i sindacati medici Cimo e Fp-Cgil, che parlano di “marcia indietro”.

Il decreto bollette emendato prevede, inoltre, che la tariffa oraria per le prestazioni aggiuntive sia aumentata fino a 100 euro anche al personale medico e infermieristico operante nei pronto soccorso pediatrici e ginecologici afferenti ai presìdi di emergenza-urgenza. Sul fronte delle aziende, poi, un emendamento approvato prevede che le industrie fornitrici di dispositivi medici che nell’ambito del payback sanitario non abbiano attivato contenziosi, possano estinguere il pagamento dovuto per gli anni 2015-2018 con “l’integrale e tempestivo versamento” della quota ridotta per loro prevista (pari al 48% dell’importo). Inoltre, sono previsti fino a 2 milioni di risorse per il 2023 per riconoscere alle start up innovative che si occupano di ambiente, energie rinnovabili e sanità un credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo.
Approvati anche gli emendamenti che prevedono la stabilizzazione dei ricercatori sanitari di Ircss pubblici e Izs. 

10 maggio 2023

Assemblea ACOP Calabria

Si è riunita oggi, presso la sede della Regione Calabria, l’Assemblea regionale di Acop Calabria.

Erano presenti tutte le case di cura e le strutture sanitarie calabresi. All’incontro ha partecipato anche il Governatore della Regione Calabria Roberto Occhiuto.

L’Assemblea è stata presieduta dal Presidente Nazionale on. Michele Vietti e, dopo una introduzione del Vicepresidente nazionale, avv. Enzo Paolini, l’on. Occhiuto ha illustrato il suo programma in materia di sanità regionale, con specifico riferimento ai rapporti con le case di cura private. In questo contesto, ha confermato la piena integrazione dell’ospedalità privata nell’ambito del SSN, ringraziando sia il Presidente Vietti, sia il Vicepresidente Paolini per il grande sostegno dato dalle case di cura private per il rilancio della Sanità nella regione calabrese.

In particolare ha ricordato la firma dei contratti triennali con l’impiego di risorse derivanti dal recupero della mobilità interregionale ed ha garantito il suo pieno sostegno a tutti gli interventi che la sanità privata calabrese sta mettendo in campo e continuerà a produrre sul versante della qualità.

Il Presidente Vietti ha ricordato che Acop nasce con una esplicita vocazione a collaborare con il SSN, in particolare in quelle regioni in difficoltà per carenze storiche, come la Calabria.

Il Presidente Vietti ha altresì confermato il convinto impegno di tutte le strutture private della Calabria per consentire la realizzazione degli ambiziosi programmi del Presidente Occhiuto, in termini di abbattimento delle liste di attesa e di recupero della migrazione sanitaria.

Il Vicepresidente Paolini ha sottolineato come, sulla base di un recente rapporto Innogea su dati Agenas, la Regione Calabria, da molti considerata la Cenerentola della sanità, è in realtà posizionata, per oltre il 50% degli indicatori, nella parte alta della classifica delle regioni.

In conclusione, dopo gli interventi di molti partecipanti, l’Assemblea ha confermato per acclamazione alla Presidenza regionale l’avv. Enzo Paolini, coadiuvato da un Consiglio di Presidenza composto dai cinque Presidenti delle relative provincie calabre, nonché dal direttore generale dott. Bernardino Scarpino.

Il Presidente Occhiuto e il Presidente Vietti si sono dati appuntamento per un nuovo incontro, nella seconda fase del percorso di giunta, nel quale potranno essere ulteriormente confermati i passi in avanti che la Regione Calabria riuscirà a realizzare sul versante sanitario.

9 maggio 2023

L’era del virus

Pur se l’Organizzazione Mondale della Sanità ha dichiarato da qualche giorno la fine dell’emergenza, con un bilancio di venti milioni di morti in tutto il mondo, di fatto decretando la sconfitta del virus, in realtà il virus persiste, evolve e mette a rischio le persone fragili, ma il livello di preoccupazione si è di molto ridotto.

Qualche studioso afferma che una pandemia finisce quando ne comincia un’altra. E in verità nella scorsa settimana ci sono state nel mondo tremila vittime di Covid, che comunque è un numero basso, così come basso si tiene l’indice. Ci sono di contro miliardi di persone non vaccinate, ma è indubbia la vittoria della scienza che ha elaborato e distribuito a livello mondiale più di un vaccino, permettendo alla popolazione mondiale di proteggersi, in soli otto mesi.

Dopo il vaccino che ha sconfitto la polio, nel dopoguerra, la diffidenza nei confronti dei vaccini è aumentata, tanti sono coloro che scelgono di non vaccinare i propri figli, eppure tanti bambini in quei tremendi anni erano letteralmente paralizzati da quella malattia, debellata, appunto, per l’avvento del vaccino.

Solo la spagnola aveva portato alla morte di oltre cinquantamilioni di persone, pertanto da allora i piani anti pandemia non sono stati attuati, ma probabilmente, anzi certamente, nessuno avrebbe previsto la totale clausura, il piano lockdown.

Oggi con l’esperienza, si spera irripetibile trascorsa, si va avanti e si studiano piani che non possano più permettere ai virus di confinarci fuori dal mondo. Inizialmente proprio organismi mondiali come l’OMS non avevano previsto neanche l’uso delle mascherine, diventate successivamente il primo presidio medico di salvezza, seguito, poi, dall’avvento dei vaccini, che solo un isolato e anche sparuto gruppo di persone ha permesso di contestare.

Il Covid è stato molto di più che una crisi sanitaria, ha causato una crisi economica di proporzioni gigantesche, gettando milioni di persone nella povertà, oltre che a cambiare il modo di vivere e di lavorare della gente.

Ma la comunità scientifica avverte che il rischio di nuove varianti o l’avvento di nuovi virus può essere vicino.

Un recentissimo studio di “Nature” ha parlato di un virus che circolerà in tutte e quattro le stagioni e che si rivelerà a piccole ondate di contagi e di morti.

Pertanto il Ministro della Salute ha firmato un decreto che rivede tutti i meccanismi del monitoraggio del Covid. Si è compreso, però, che il sistema della salute pubblica a livello nazionale e territoriale non può essere lasciato scoperto. Va, pertanto, sostenuto, potenziato, finanziato.

La verità è che la pandemia è stato un avvertimento che non deve essere dimenticato.

avv. Maria Antonella Mascaro

8 maggio 2023

AGENAS pubblica dati di approfondimento sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale

L’UOSD Statistica e flussi informativi sanitari dell’AGENAS svolge un ruolo di supporto tecnico-metodologico a favore delle strutture dell’Agenzia. In particolare predispone il report da inviare al Ministero della Salute. Le linee di attività maggiormente caratterizzanti la UOSD sono l’analisi della “Mobilità sanitaria interregionale” e il “Monitoraggio dei tempi di attesa in regime libero professionale (ALPI)”.

AGENAS pubblica sul Portale Statistico dati di approfondimento sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale richieste dai pazienti residenti nelle Regioni per gli anni 2019, 2021 e 2022, suddivise in:

Ecografia Addominale, Ecografia Ginecologica, Elettrocardiogramma, Prime Visite altre tipologie, Prima Visita Ginecologica, Prima Visita Neurologica, Prima Visita Oculistica, Risonanza Magnetica Muscoloscheletrica, TC del Capo e Visita di Controllo.

In particolare, nel Portale Statistico sono rappresentate le seguenti visite: numero di prestazioni per 100 abitanti richieste dai cittadini residenti nelle Regioni, variazione della domanda rispetto al 2019 e tra il 2022 e 2021, proporzione tra le Prime Visite e le Visite di Controllo e domanda delle prestazioni per Regione confrontate con il livello nazionale.

Di seguito la domanda di prestazioni di specialistica ambulatoriale (2022) per 100 abitanti a livello nazionale (tra parentesi le variazioni rispetto al 2019):

– Ecografia Addominale:             5,96 (-10,12%);
– Ecografia Ginecologica:            3,26 (-6,14%);
– Elettrocardiogramma:              6,75 (-22,73%);
– Prima Visita Ginecologica:       3,51 (-14,46%);
– Prima Visita Neurologica:        1,68 (-13,53%);
– Prima Visita Oculistica:            3,88 (-24,90%);
– Prime Visite altre tipologie:    31,03 (-14,43%);
– RM Muscoloscheletrica:          2,17 (+4,69%);
– TC del Capo:                                1,44 (+6,85%);
– Visita di Controllo:                     45,57 (-15,83%).

4 maggio 2023

Finanziare la sanità: contraddizioni fra governo centrale e territoriale

Nel Documento di Economia e Finanza le Commissioni Sanità di Camera e Senato hanno approvato pareri di maggioranza sull’incremento del Fondo Sanitario Nazionale, il tutto condito sempre da profonde critiche e divisioni dell’opposizione.

Si tratta, se ne era già parlato nelle newsletter di Acop, del progressivo potenziamento del Fondo sanitario nazionale.

La X Commissione alla Sanità del Senato si era già espressa sul rafforzamento dell’assistenza sanitaria con una riduzione delle differenze territoriali in ordine ai livelli di assistenza, prevenzione e cura.

Il DEF conferma l’intenzione del Governo di proseguire nei prossimi anni ad incrementare il su citato Fondo Sanitario Nazionale con una previsione di oltre due miliardi di euro per l’anno in corso, di 2,3 miliardi per il 2014 e addirittura di 2,6 miliardi per il 2025. A queste risorse si devono aggiungere quelle stanziate dal DL n. 34 del 2023, attualmente in fase di conversione, di 1,4 miliardi.

Ciò a dimostrazione del fatto che l’impegno del Governo è serio nell’assicurare una gestione efficace del servizio sanitario e soprattutto una compenetrazione fra relazioni finanziarie nel rapporto fra Stato e le Regioni, specialmente in tema di programmazione.

Il DEF delinea chiaramente l’intenzione del Governo di affrontare in modo decisivo la questione del personale sanitario, con l’indicazione di procedere ad una effettiva rivalutazione del trattamento economico che ha il duplice scopo di dare un maggiore riconoscimento e ristoro al lavoro in campo sanitario da una parte e attrarre nuovi professionisti e nuove assunzioni dall’altra.

Ma allora come è possibile dare una chiave di lettura così netta in questo senso e leggere sulle varie rassegne stampa di questi giorni di provvedimenti quantomeno curiosi di alcune autorità in ambito regionale e/o territoriale, siano presidenti, commissari straordinari o persone di importanza strategica nei vari territori del paese.

Nei giorni scorsi il Presidente della Regione Lazio ha deciso con ordinanza che le aziende sanitarie e ospedaliere dovranno richiedere una preventiva autorizzazione regionale per decretare nuove assunzioni e scorrimenti in graduatoria. Sembra che sia necessario valutare la coerenza con il Piano di fabbisogno approvato dalla Regione, con i vincoli economico-finanziari, con gli atti di pianificazione e di programmazione.

Ancora, il Commissario straordinario della AST di Macerata, ha prorogato fino al 30 giugno 148 contratti a tempo determinato che scadevano nei mesi di aprile e maggio, dunque soltanto di un mese, pur sottolineando e garantendo che i suddetti contratti verranno stabilizzati, in attesa dell’insediamento dei nuovi direttori generali.

Il Veneto dichiara di essere pronto alla collaborazione fra pubblico e privato per smaltire le liste di attesa, ma nel concreto non sembrano arrivare segnali dal governo centrale.

La Calabria, in positivo, ha messo in atto una serie di bandi per far sì che medici e personale sanitario non fugga in altre regioni.

Non si vuole trarre alcuna conclusione, ma solo fare una riflessione su quanto si legge in queste ultime settimane, con un governo che da una parte si mostra lavoratore indefesso, senza pause nei giorni festivi e dall’altro un territorio regionale che ha certamente autonomia e decentramento, costituzionalmente garantiti, ma che appare slegato, se non, a volte, in contraddizione con lo stato centrale, dalle cui decisioni non dovrebbe mai dstaccarsi.

avv. Maria Antonella Mascaro

3 maggio 2023

Scadenza del “Decreto Calabria”

La Calabria sta cercando faticosamente di rimontare la china. La sfida più importante è quella che si gioca in campo sanitario. Come è noto, dal suo mandato il Presidente della Regione è anche Commissario per la sanità calabrese e certamente gli impegni sono stati numerosi, anche in termini di rassicurazioni.

Nel mese di gennaio erano stati nominati e anche confermati i direttori-commissari delle varie ASP regionali, nonché delle Aziende Ospedaliere. Ma il Decreto Calabria ha i giorni contati.

Lunedì 8 maggio scadono i termini di efficacia del decreto che ha reso possibile un regime speciale per la sanità della Calabria.  La proroga doveva essere oggetto del Consiglio dei Ministri tenutosi il primo maggio, ma è stata stralciata dall’ordine del giorno per una sorta di disomogeneità con le altre materie da trattare e probabilmente anche per questioni temporali, dal momento che in quella data si sono prese decisioni riguardanti il cuneo fiscale e la defiscalizzazione nazionale.

Occorrerà un altro Consiglio dei Ministri che si spera possa essere tenuto entro la fine della settimana, anche perché l’8 maggio è lunedì prossimo.

Quali sono i maggiori timori del governatore-commissario, ma anche dell’assetto che si è dato in questi tempi alla regione.

Innanzitutto la decadenza, nella figura dello stesso Presidente, di quella di commissario alla sanità con i relativi poteri di attribuzione. In secondo luogo quella di tutti gli attuali commissari delle ASP e AO regionali citate e non da ultimo la ripresa di tutti i procedimenti esecutivi, contro le aziende sanitarie, sospesi dal decreto.

La disciplina relativa al decreto Calabria prevede moltissime competenze di spettanza commissariale, fra cui quelle di natura finanziaria, con previsioni di piani di rientro per il dissesto, poteri in relazione a bandi e concessioni di appalti, servizi e forniture per gli enti del servizio sanitario regionale.

Peraltro sul dissesto era già stato reso noto che i conti per quanto non a posto, prevedevano un debito di 1,2 miliardi che, in realtà, era stato riscontrato di molto inferiore.

avv. Maria Antonella Mascaro

2 maggio 2023

Le Corti di giustizia devono tutelare i diritti dei cittadini o i conti dello Stato?

­­­­­­­­­­­­­­­­La Corte Costituzionale ritorna sul campo del diritto sanitario ed in particolare sul principio di libera scelta e sul diritto/dovere delle strutture di erogare le prestazioni indifferibili ed ottenerne remunerazione.-

Lo fa con la sentenza n. 76/2023 dichiarando incostituzionale l’art. 13 comma 55 secondo periodo della legge reg. Sicilia che aveva “legittimato ex post trasferimenti extrabudget” (in maniera troppo ampia e generica ad avviso della Corte) “a copertura di prestazioni eccedenti il tetto contrattuale”.-

Nel ragionamento della Consulta si colgono però alcuni aspetti innovativi sul piano della chiara affermazione dei principi.-

In primo luogo pur ribadendo in vari passaggi l’obbligo, per la P.A., del rispetto del “limite di spesa globalmente determinato” (laddove l’avverbio “globalmente” è decisivo per far capire che il limite si riferisce non al budget singolo ma al fondo stabilito per l’assistenza erogata da strutture pubbliche e private), è significativo che – rimaneggiando la sentenza Corte dei conti Calabria  183/22 – la Corte riaffermi che “la pronuncia sottolinea altresì la necessità che il tetto di spesa massimo concordato sia sempre rispettato, anche ex post, grazie al meccanismo di “regressione tariffaria” ovvero di riduzione delle tariffe all’aumento delle prestazioni erogabili (art. 8-quinquies, comma 2, lett. e-bis)nonché che “le prestazioni eccedenti il programma preventivo concordato possono essere remunerate (sentenze n. 257 del 2007 e n. 111 del 2005), secondo il meccanismo della regressione tariffaria di cui sopra si è detto, per concludere sul punto che le norme del d. lvo 502/92 “si configurano alla stregua di norme di principio della legislazione statale dirette a garantire ad ogni persona il diritto alla salute come un diritto costituzionale condizionato dall’attuazione che il legislatore ordinario ne dà attraverso il bilanciamento dell’interesse tutelato da quel diritto con gli altri interessi costituzionalmente protetti”, tenuto conto dei limiti oggettivi che lo stesso legislatore incontro nella sua opera di attuazione in relazione alle risorse organizzative e finanziarie di cui dispone al momento (sentenza nn. 304 del 1994, 247 del 1992)” (sempre sentenza n. 200 del 2005).-

Dunque la “condizione” che, secondo il dictum esplicito dell’organo interprete della Costituzione, rende tutelabile il diritto alla salute, è quella della sua subordinazione o quantomeno del suo coordinamento con le “risorse organizzative e finanziarie di cui (lo Stato) dispone al momento”.-

La affermazione appare in contrasto con altre più nette della stessa Corte, come quella ad esempio contenuta nelle pronunce laddove è detto che “L’effettività del diritto alla salute è assicurata dal finanziamento e dalla corretta ed efficace erogazione della prestazione … Infatti, mentre di regola la garanzia delle prestazioni sociali deve fare i conti con la disponibilità delle risorse pubbliche, dimensionando il livello della prestazione attraverso una ponderazione in termini di sostenibilità economica, tale ponderazione non può riguardare la dimensione finanziaria e attuativa dei LEA, la cui necessaria compatibilità con le risorse è già fissata attraverso la loro determinazione in sede normativa” (sent. 62/2020) o anche, ancor più direttamente in sent. n. 275/2016è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione” e che quindi “non può essere condivisa la difesa formulata dalla Regione secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili della fattispecie in esame (l’attuazione dei LEA, n.d.e.), debbano essere sempre e comunque assoggettati ad un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili”.

Tuttavia non è andando contro la corrente imperiosa che ha assegnato all’aspetto finanziario il primato su ogni diritto che riusciremo ad affermare il contrario e cioè che il diritto alla salute dovrebbe – deve – prevalere su ogni altro in uno Stato democratico e volto al benessere dei cittadini.-

Prendiamo atto dell’ondivago atteggiamento della Corte e consideriamo come, pur in questo contesto, ci sta comunque lo spazio per garantire costituzionalmente il minimo della libera scelta e della libera impresa.-

La attuazione che talune Regioni o, meglio, talune burocrazie danno di questo principio quasi ovvio è quella della mera distribuzione dei soldi disponibili secondo criteri defatiganti quali la “spesa storica” (censurato dall’Antitrust) ovvero altri più o meno intellegibili o condivisibili.-

In realtà se si coniuga questo principio con il corpo normativo che regola il sistema – e cioè il d.lvo 502/92 (in particolare l’art. 8 quinquies I comma lett. D) – si realizza che la declinazione del diritto di cittadini e aziende è un po’ più complessa e, se ben applicata, sarebbe rispettosa degli interessi di tutti.-

Occorre cioè partire dal tetto contrattuale (quello “globalmente determinato”) come base e poi, in attuazione dei criteri fissati (per legge) per la remunerazione delle prestazioni eccedenti, stabilirne il corrispettivo con regressioni tariffarie per ciascuna struttura, in maniera tale da consentire l’erogazione delle prestazioni, garantire la libera scelta e remunerare le strutture sia pure con tariffe ridotte al fine di rispettare il “tetto di spesa globalmente determinato”.-

Un esempio semplice e lucidissimo – poco o affatto attuato – è contenuto nella delibera 361/2004 da noi proposta, concordata ed emessa dalla Regione Calabria, che alleghiamo e che potrebbe ancora essere la base per un confronto virtuoso a livello nazionale e regionale, partendo dalla sentenza costituzionale in commento.-

                                                                       il vicepresidente nazionale

                                                                             Avv. Enzo Paolini

27 aprile 2023

Il paziente psichiatrico: trovare una soluzione senza ritornare al passato

E’ doveroso parlare dello sconvolgimento che ha scosso in questi giorni il mondo sanitario e non solo, a causa dell’uccisione di una psichiatra da parte di un suo paziente.

Tutto ciò all’indomani dell’introduzione dell’art. 583 quater del c.p., che aveva previsto una specifica aggravante sulla violenza ai sanitari.

Un caso questa brutta concomitanza! Ma non è un caso, che la politica, dopo episodi così gravi, rimetta in discussione anni e anni di evoluzione legislativa.

Pertanto si legge di una riforma sulla psichiatria, nella quale il Ministro della Salute promette di cercare una seria soluzione per prevenire la violenza e garantire livelli di massima sicurezza per coloro, tanti, che si prendono cura della salute mentale dei pazienti.

Le soluzioni appaiono le più disparate e quando accadono fatti di cronaca così brutali e inenarrabili, molto spesso finiscono per avere quel carattere “contenitivo”, di restrizione, che, parecchi anni addietro, si era rivelato fallimentare.

Dunque, alcune forze politiche rimettono in discussione anni di studi che avevano condotto, con la legge Basaglia del 1978, alla chiusura definitiva dei manicomi e più recentemente anche a quella degli ospedali psichiatrici giudiziali.

Sicuramente le misure adottate successivamente a quegli anni, con la creazione delle residenze per le misure di sicurezza, cosiddette Rems, cioè strutture con pochi posti letto, si sono rivelate insufficienti, anche perché è difficile il contenimento di pazienti con gravi problemi psichiatrici.

Forse, però, occorre ascoltare chi è specializzato nel settore, che da anni studia ed indaga nel difficilissimo campo della mente umana.

Il problema sembra risiedere sempre intorno alle stesse tematiche quando si parla di sanità: i centri di cura delle malattie mentali sono pochi e mancano le risorse relative al personale, oltre che ai poteri di intervento, poiché la legge consente i trattamenti sanitari obbligatori in casi ben delimitati e non superiori ai quindici giorni.

E’ ovvio che la morte di una persona, peraltro serissima professionista, scateni le piazze ed è giusto mettere al centro la questione di riformare il sistema sanitario psichiatrico, ma, forse, senza rinnegare il passato, rischiando di tornare indietro, ma, anzi, cercando di affrontare il problema, affidandosi e fidandosi del giudizio delle parti in causa: medici specializzati in psichiatria, ordini, sindacati e associazioni di categoria, anche da parte del paziente. In sostanza, iniziare, come il Ministro ha annunciato, a formare un tavolo per trovare una soluzione. Una soluzione di riorganizzazione!

Per citare le parole del Prof. Vittorino Andreoli: “La chiave è dedicare tempo ai pazienti, legarli ai letti è assurdo, per i casi acuti ci sono i farmaci”.
E’ sotto gli occhi di tutti che la tematica ruota sempre intorno alla carenza di strutture e alla scarsità numerica del personale. Il problema, cioè, non va guardato in chiave specialistica, ma in un’ottica più grande che riguarda tutto il comparto sanità.

Vi è poi che il paziente psichiatrico presenta una difficoltà in più e cioè quella relativa alla diagnosi,  la quale può non essere immediata, ma aver bisogno di un maggior tempo di osservazione, rispetto ad un paziente di altra branca medica, soprattutto di quelle relative alle specializzazioni cliniche.

Dunque non si può emettere un parere su un paziente psichiatrico dopo soli venti minuti di osservazione – questo è il tempo massimo concedibile a livello ambulatoriale nel settore pubblico.

Peraltro, diversa è la somministrazione dei farmaci, i quali possono essere ritenuti efficaci o meno dopo un periodo che varia dalle due alle tre settimane e in molti casi bisogna cambiare dosaggio o passare ad altri farmaci. Sono tentativi tarati sul singolo paziente, dunque, che necessitano di maggiore tempo.

Ecco, dunque, che le problematiche che si sono sempre affrontate, tornano ancora più forti e pregnanti in questi casi, dove paziente e famiglie non sono, spesso, supportate perché non esistono strutture di cura e diagnosi, ma che siano veramente tali, che accolgano i casi gravi, ed altre diurne, come i centri di igiene mentale, potenziati, che seguano con cadenza settimanale, o quotidiana, se serve, il paziente psichiatrico, accompagnandolo in tutto il suo percorso, anche attraverso il lavoro dello psicologo e/o dello psicoterapeuta che, come è noto, non possono prescrivere farmaci.

Nel profondo dispiacere di questi orrendi fatti di cronaca, ci si augura lucidità nella soluzione, senza un bieco ritorno al passato.

Acop seguirà da vicino l’evoluzione di questa annunciata riforma.

Il paziente psichiatrico: trovare una soluzione senza ritornare al passato

E’ doveroso parlare dello sconvolgimento che ha scosso in questi giorni il mondo sanitario e non solo, a causa dell’uccisione di una psichiatra da parte di un suo paziente.

Tutto ciò all’indomani dell’introduzione dell’art. 583 quater del c.p., che aveva previsto una specifica aggravante sulla violenza ai sanitari.

Un caso questa brutta concomitanza! Ma non è un caso, che la politica, dopo episodi così gravi, rimetta in discussione anni e anni di evoluzione legislativa.

Pertanto si legge di una riforma sulla psichiatria, nella quale il Ministro della Salute promette di cercare una seria soluzione per prevenire la violenza e garantire livelli di massima sicurezza per coloro, tanti, che si prendono cura della salute mentale dei pazienti.

Le soluzioni appaiono le più disparate e quando accadono fatti di cronaca così brutali e inenarrabili, molto spesso finiscono per avere quel carattere “contenitivo”, di restrizione, che, parecchi anni addietro, si era rivelato fallimentare.

Dunque, alcune forze politiche rimettono in discussione anni di studi che avevano condotto, con la legge Basaglia del 1978, alla chiusura definitiva dei manicomi e più recentemente anche a quella degli ospedali psichiatrici giudiziali.

Sicuramente le misure adottate successivamente a quegli anni, con la creazione delle residenze per le misure di sicurezza, cosiddette Rems, cioè strutture con pochi posti letto, si sono rivelate insufficienti, anche perché è difficile il contenimento di pazienti con gravi problemi psichiatrici.

Forse, però, occorre ascoltare chi è specializzato nel settore, che da anni studia ed indaga nel difficilissimo campo della mente umana.

Il problema sembra risiedere sempre intorno alle stesse tematiche quando si parla di sanità: i centri di cura delle malattie mentali sono pochi e mancano le risorse relative al personale, oltre che ai poteri di intervento, poiché la legge consente i trattamenti sanitari obbligatori in casi ben delimitati e non superiori ai quindici giorni.

E’ ovvio che la morte di una persona, peraltro serissima professionista, scateni le piazze ed è giusto mettere al centro la questione di riformare il sistema sanitario psichiatrico, ma, forse, senza rinnegare il passato, rischiando di tornare indietro, ma, anzi, cercando di affrontare il problema, affidandosi e fidandosi del giudizio delle parti in causa: medici specializzati in psichiatria, ordini, sindacati e associazioni di categoria, anche da parte del paziente. In sostanza, iniziare, come il Ministro ha annunciato, a formare un tavolo per trovare una soluzione. Una soluzione di riorganizzazione!

Per citare le parole del Prof. Vittorino Andreoli: “La chiave è dedicare tempo ai pazienti, legarli ai letti è assurdo, per i casi acuti ci sono i farmaci”.
E’ sotto gli occhi di tutti che la tematica ruota sempre intorno alla carenza di strutture e alla scarsità numerica del personale. Il problema, cioè, non va guardato in chiave specialistica, ma in un’ottica più grande che riguarda tutto il comparto sanità.

Vi è poi che il paziente psichiatrico presenta una difficoltà in più e cioè quella relativa alla diagnosi,  la quale può non essere immediata, ma aver bisogno di un maggior tempo di osservazione, rispetto ad un paziente di altra branca medica, soprattutto di quelle relative alle specializzazioni cliniche.

Dunque non si può emettere un parere su un paziente psichiatrico dopo soli venti minuti di osservazione – questo è il tempo massimo concedibile a livello ambulatoriale nel settore pubblico.

Peraltro, diversa è la somministrazione dei farmaci, i quali possono essere ritenuti efficaci o meno dopo un periodo che varia dalle due alle tre settimane e in molti casi bisogna cambiare dosaggio o passare ad altri farmaci. Sono tentativi tarati sul singolo paziente, dunque, che necessitano di maggiore tempo.

Ecco, dunque, che le problematiche che si sono sempre affrontate, tornano ancora più forti e pregnanti in questi casi, dove paziente e famiglie non sono, spesso, supportate perché non esistono strutture di cura e diagnosi, ma che siano veramente tali, che accolgano i casi gravi, ed altre diurne, come i centri di igiene mentale, potenziati, che seguano con cadenza settimanale, o quotidiana, se serve, il paziente psichiatrico, accompagnandolo in tutto il suo percorso, anche attraverso il lavoro dello psicologo e/o dello psicoterapeuta che, come è noto, non possono prescrivere farmaci.

Nel profondo dispiacere di questi orrendi fatti di cronaca, ci si augura lucidità nella soluzione, senza un bieco ritorno al passato.

Acop seguirà da vicino l’evoluzione di questa annunciata riforma.

avv. Maria Antonella Mascaro

26 aprile 2023

Con il decreto Calderoli maggiori diseguaglianze nel SSN

Tutto ha inizio nel 2001, anno in cui viene approvata la riforma del titolo V della Costituzione, che ribalta il rapporto tra Stato Centrale e Autonomie Locali. Da quel momento in poi vengono elencate le competenze specifiche dello Stato Centrale e vengono invece definite le materie oggetto di legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Gli ambiti sono molteplici: sanità, istruzione, lavoro, rapporti internazionali e con la Ue, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Sono ormai anni che le regioni del nord chiedono di accelerare sul decentramento, invocando una sempre maggiore autonomia su quasi tutte le materie di legislazione concorrente, come assicurato dall’articolo 116 della nostra Costituzione.

La riforma promossa da Calderoli va incontro a questa richiesta, ma pone alcune problematiche sulla tenuta dell’unità nazionale soprattutto per quanto riguarda la sanità. È noto che il diritto alla salute debba essere garantito su tutto il territorio italiano, ricorrendo a parametri condivisi. Con questo scopo esistono gli standard di prestazioni minime da garantire su tutto il territorio nazionale sono definiti dai LEP (acronimo che sta per Livello Elementare delle prestazioni), così come per la Sanità venivano individuati con i LEA (Livello essenziale di assistenza). Tuttavia secondo la riforma questi livelli verranno stabiliti tramite DPCM governativi sulla base delle valutazioni di una commissione tecnica. E in quanto atti amministrativi potranno essere impugnati di fronte al Tar e non davanti alla Corte Costituzionale. Ma, cosa davvero essenziale, il testo non definisce le adeguate riforme finanziarie per raggiungerli, specificando però che non dovrà essere fatto deficit aggiuntivo.

Le alternative saranno: aumentare le tasse per i contribuenti oppure tagliare altre spese pubbliche.

Ancora, le funzioni attribuite alle autonomie locali, secondo il DDL, dovrebbero essere finanziate attraverso la compartecipazione al gettito di una o più entrate. Un’ipotesi in campo è che una parte di Irpef resti alle singole Regioni, una dinamica che potrebbe acuire fortemente le disuguaglianze fra le regioni del Nord e del Sud e indebolire la redistribuzione delle risorse su scala nazionale.

In tutto questo scenario il Parlamento è pressoché assente, in quanto le intese verranno siglate tra le Regioni e il Governo, mentre le Camere sono tenute ad esprimere solo un parere non vincolante.

Nella pratica le cose potrebbero andare anche peggio. Salari e contratti del personale potrebbero essere demandati alle singole realtà locali. Trattamenti salariali differenziati per quanto riguarda il personale medico e sanitario a livello regionale si tradurranno molto probabilmente nella migrazione dei professionisti verso le aziende sanitarie che offrono i migliori stipendi. La gestione regionale dei contratti potrebbe comportare invece un’accelerazione sulle collaborazioni a partita Iva, ad esempio, svuotando il gettito fiscale generale. A rischio c’è ovviamente la contrattazione collettiva nazionale in favore di una territoriale ad hoc che potrebbe favorire le aree più ricche.

“Concedere alle Regioni maggiori autonomie in materia di tutela della salute darà inevitabilmente il colpo di grazia ai principi di equità e universalismo che caratterizzano il DNA del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Aumenteranno le diseguaglianze regionali e verrà normativamente legittimato il divario tra Nord e Sud, in violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute. Peraltro, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) sono quelle che erogano i migliori servizi sanitari e hanno maggiore capacità attrattiva sui pazienti del Centro-Sud, alimentando il fenomeno della migrazione sanitaria”, come osserva Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.

Il tutto in una sanità che è già di per sé ampiamente decentrata e che, in molte aree dello Stivale, non garantisce più il diritto universale alla salute.

20 aprile 2023

Infermiere di famiglia

Questa nuova figura, di cui si è parlato nei comunicati di ACOP, è presente nell’ambito di un progetto sperimentale, in linea con l’attuazione degli interventi previsti dal Pnrr.

Il progetto è iniziato in Emilia Romagna ed è presente a Marina di Ravenna, per un accordo stipulato fra la AUSL Emilia Romagna e il colosso Eni, un progetto della durata di quattro anni e per il quale Eni ha stanziato un finanziamento pari a centoventimila euro.

L’obiettivo del progetto, sviluppatosi intorno alla nuova figura professionale dell’infermiere di famiglia, è quello di facilitare l’assistenza ai pazienti affetti da malattie croniche e degenerative, rafforzando il sistema assistenziale sul territorio e promuovendo una maggiore accessibilità all’assistenza sanitaria e socio-sanitaria.

 Non si tratta di una figura esclusiva ma, anzi, di collegamento e di integrazione con le altre figure professionali, quali, ad esempio, il medico di famiglia.

L’infermiere di comunità svolge la sua attività quotidianamente e ha effettuato, nell’esempio regionale preso in considerazione, un corso di formazione specializzante, frutto di un accordo fra l’Ordine degli infermieri e l’Università di Bologna.

Questo nuovo professionista sarà il riferimento per tutta la popolazione, operando attraverso interventi diretti e indiretti che hanno come destinatari la persona e la famiglia. La sua funzione è operare per una garanzia di continuità assistenziale, con attività dirette sulle persone assistite, in ambulatorio o a domicilio, favorendo la collaborazione tra le figure professionali e i servizi sociosanitari.

E’, a tutti gli effetti, un professionista inserito nel territorio regionale e locale, in grado di operare attraverso la sua professionalità, creando una relazione fiduciaria con i pazienti del territorio e fare da ponte con i medici di medicina generale e i medici di famiglia.

Inoltre attraverso questa figura professionale sarà possibile potenziare l’assistenza domiciliare e ambulatoriale, favorendo la sinergia fra più competenze nel settore sanitario.

Dal momento che il Pnrr ha stanziato diversi aiuti in merito a queste nuove figure professionali – si è parlato dell’infermiere, dello psicologo ecc. –  è auspicabile che, anche facendo a meno di aiuti e finanziamenti privati, queste figure possano nascere e svilupparsi in ogni territorio regionale e locale, specialmente in quelli più disagiati dal punto di vista della cura e assistenza sanitaria.

avv. Maria Antonella Mascaro

19 aprile 2023

LUCE ROSSA PER I MEDICI A GETTONE

Il nuovo governo comincia a porre un freno ai medici “a gettone”, il fenomeno di cui si è tanto parlato, anche nei comunicati di ACOP, che ha determinato una vera e propria migrazione di medici specializzati, anche in pensione dal sud-centro verso il Nord, dove la carenza dei sanitari viene sopperita con una sorta di mercimonio per via del quale un medico viene remunerato per un turno una somma che può raggiungere anche i 1.200/1.500 euro a turno.

L’esecutivo, appunto, lancia nuove regole per arginare le maxi spese degli ospedali, costretti a ricorrere a forze esterne per supplire alle carenze di organico che sono una delle cause che mandano i pronto soccorso in tilt.

Contro una domanda così forte di forza lavoro, sta corrispondendo un’offerta da parte dei medici specialisti, anche in pensione, che in realtà, sono stati in grado di sbilanciare completamente il mercato del lavoro, facendosi attirare dalle golose proposte degli ospedali e determinando un innalzamento del costo del lavoro con deficit della struttura sanitaria.

Inoltre è ormai un anno che le associazioni di settore denunciano il fatto e chiedono a gran voce di codificare la dilagante deregulation creata dalla pandemia.

Nei provvedimenti del governo sulla sanità si prevede che i servizi potranno essere affidati a terzi, solo e soltanto, per i pronto soccorso – l’area più critica della sanità al momento attuale – e per un massimo di un anno solo in caso di necessità e di urgenza e per una sola occasione, senza possibilità di proroga.

L’esternalizzazione potrà avvenire solo nel momento in cui l’impiego del personale in servizio sia impossibile, oppure non possa essere assunto personale medico idoneo in graduatoria o personale infermieristico con procedura autorizzata.

I prezzi per l’acquisto del servizio verranno fissati da un decreto del Ministro della Salute, ispirato alla garanzia dell’equità della prestazione rispetto a quelli che sono i contratti collettivi di lavoro.

Se il personale assunto dal Servizio Sanitario Nazionale dovesse dimettersi preferendo lavorate per il privato che lavora in appalto per il pubblico, non potrà sostanzialmente tornare indietro.

Per ridurre le esternalizzazioni è stata previsto un aumento della tariffa oraria per le prestazioni aggiuntive (lo straordinario) in pronto soccorso. Non è ancora stabilita la cifra. Inoltre i medici che hanno lavorato in pronto soccorso per almeno tre anni, anche con contratti non continuativi può partecipare ai concorsi per l’accesso
alla dirigenza medica del Servizio sanitario nazionale per l’area di Medicina e
chirurgia d’accettazione e d’urgenza, anche qualora non abbia svolto la
specializzazione.
Ancora, una possibilità per gli specializzandi, i quali potranno lavorare in pronto soccorso pubblici per 40 euro lordi all’ora per un massimo di 8 ore settimanali, oltre al fatto che già potevano sostituire i medici di base e svolgere le
guardie mediche. Per coloro i quali dovessero rendersi disponibili a lavorare in
emergenza-urgenza, sarà previsto un incentivo, in quanto questa attività diventerà un requisito per accedere ai concorsi.

Da ultimo, fino al 31 dicembre 2025, il personale di pronto soccorso che ha i requisiti per il pensionamento anticipato potrà chiedere il part-time.

avv. Maria Antonella Mascaro

18 aprile 2023

                                                                                   Cosenza, 17 aprile 2023

A tutte le strutture sanitarie
Loro Sedi

Sentenze Consiglio di Stato su mobilità attiva e prestazioni indifferibili

            Con separate sentenze (n. 3773 e 3775 del 2023) il Consiglio di Stato ha espresso una posizione netta, lucida e circostanziata su varie questioni di nostro interesse.

            Parto quasi dalla fine del ragionamento espresso dai Giudici di Palazzo Spada perché è perentoriamente detto ciò che noi auspichiamo da tempo e cioè una semplice dichiarazione di principio, a nostro avviso ovvia, in un sistema che prevede la separazione dei poteri e tuttavia declinata sinora al contrario.

            Sino ad oggi abbiamo letto, spesso, nelle sentenze che i pur giusti interessi delle strutture erogatrici di prestazioni non potevano trovare tutela giudiziaria perché lo impedivano “superiori esigenze connesse al contenimento della spesa dello Stato”.-

            Nelle suddette decisioni il Consiglio di Stato afferma che – perlomeno riguardo alle prestazioni indifferibili rese in regime di urgenza – emergenza “i provvedimenti impugnati non possono giustificarsi con l’esigenza del contenimento della spesa sanitaria”.-

            E’ insomma riaffermato, ripristinato il principio più volte espresso dalla Corte Costituzionale secondo il quale non è lo stanziamento economico a limitare il perimetro delle cure dei cittadini ma è il fabbisogno di cura a determinare il livello della spesa da impegnare.

            Ed è il primo fondamentale punto.

            Ma le sentenze si segnalano per tutta una serie di ragionamenti che qui in sintesi riepilogo.

            In primo luogo il Consiglio di Stato, affrontando il tema della radioterapia afferma chiaramente come l’erogazione di tali prestazioni “fornite in favore di pazienti extraregionali (essendovi carenza di centri abilitati a questo tipo di cure anche nelle zone extra regionali limitrofe), non avrebbe arrecato alcun danno alle finanze regionali, ledendo, invece, il diritto alle cure dei pazienti”.

            Ciò in quanto, continua il Consiglio di Stato “i punti critici dei DCA … riguardano la soppressione delle deroghe al principio dei limite del budget invalicabile…, introdotte per le prestazioni relative alla mobilità attiva: non hanno previsto un budget di spesa per le prestazioni integrative (di alta complessità); hanno sottoposto a budget anche le prestazioni di radioterapia (pur nella consapevolezza della inesistenza di strutture alternative all’interno della regione che erogano tali prestazioni) e quella salvavita, nonché quelle rese nell’ambito della rete di emergenza. Se si considera che le prestazioni extraregionali oggetto di decurtazione sono quelle consuntivate, transitate in compensazione interregionale e liquidate da altre regioni (di provenienza dei pazienti), per le quali la Regione… ha conseguito l’acconto come da intesa Stato Regione n. 152/2021, che non hanno comportato, quindi, per la Regione… (sottoposta a piano di rientro dal disavanzo sanitario) alcun onere, essendo pagate dalle altre regioni, risulta evidente l’irragionevolezza della previsione contenuta nei DCA impugnati in primo grado”.

            “L’appellante ha richiamato lo studio dell’AGENAS (Agenzia per i Servizi Sanitari Nazionali) secondo cui “la mobilità interregionale è un processo “a somma zero”, nel senso che la somma algebrica dei saldi tra le Regioni/Province autonome è sempre pari a zero, quindi non rappresenta mai un guadagno o una perdita per il livello nazionale”; da ciò si evince, in modo palese, che la scelta del Commissario ad acta di sottoporre a budget invalicabile anche le prestazioni eseguite in favore dei pazienti di altre regioni non può giustificarsi per ragioni di contenimento della spesa, atteso che il costo di tali prestazioni ricade sulle regioni di provenienza, e non sul bilancio della Regione…”.

            Privare tale struttura della possibilità di erogare, senza limiti di budget precostituiti, prestazioni di alta specializzazione nell’ambito della mobilità interregionale, prestazioni salvavita ad alta complessità (quali sono, ad esempio, quelle di cardiochirurgia), precludere l’accesso a prestazioni salvavita di radioterapia nei confronti dei pazienti oncologici, nella consapevolezza che non esistono nella Regione… altre strutture sanitarie in grado di fornirle, si appalesa del tutto illogico ed irragionevole, specie se si considera che tali prestazioni, se rese nei confronti dei pazienti di altre regioni, non comportano oneri a carico della Regione...

            Il Consiglio di Stato allarga poi l’analisi anche ad altri aspetti ulteriori rispetto alla mobilità attiva, e cioè le prestazioni urgenti rese in regime di emergenza ed afferma che analogo ragionamento deve applicarsi per le prestazioni c.d. salvavita e per le prestazioni integrative di alta complessità in quanto in merito alle prestazioni salvavita e della rete di emergenza, tra cui rientrano quelle di radioterapia, l’appellante ha fornito idonei elementi probatori a dimostrazione della illegittimità della previsione recata dai DCA impugnati: l’appellante ha chiarito, in merito alle prestazioni di emergenza fornite in seguito a ricoveri richiesti dalle strutture di emergenza/urgenza degli ospedali pubblici, che si tratta di prestazioni complesse (ad esempio, nel settore cardiochirurgico) che necessitano  dell’assistenza  immediata del

paziente, e che richiedono il ricovero presso un nosocomio dotato della necessaria attrezzatura per effettuare la terapia salvavita; ritiene dunque il Collegio che non possano valere, in questa particolare ipotesi, i principi già espressi nella propria giurisprudenza in merito alle prestazioni di pronto soccorso “ordinario”, che possono essere fornite da qualunque altra struttura pubblica.

            Insomma una decisione completa e esaustiva fondata sui principi basilari del sistema sanitario così come delineato nel corpo normativo vigente: solidaristico ed universale nel quale trovano tutela e garanzia anche i diritti fondamentali del cittadino: quello alle cure senza oneri e quello alla libera scelta.

            Principi indissolubilmente connessi alla libera impresa la quale, una volta verificati tutti i requisiti e gli standard necessari per entrare a far parte del  sistema pubblico con l’accreditamento non può subire compressioni inique e sopratutto retroattive come chiarito dalle sentenze in commento laddove è detto in maniera netta che “la fissazione di tetti retroagenti impone l’osservanza di un percorso istruttorio, ispirato al principio di partecipazione che assicuri l’equilibrato contemperamento degli interessi in rilievo”.

            Rimaniamo disponibili ad ogni approfondimento.       

            Cordialmente.

                                                                                              Il Vicepresidente nazionale

                                                                                                        Avv. Enzo Paolini

17 aprile 2023

I commenti dei Presidenti di Regione sullo stato della sanità pubblica

Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che si dice preoccupato per le mancate risorse alla “Sanità pubblica” e ha dichiarato che “La pandemia dovrebbe avere insegnato che serve sempre più assistenza territoriale e assistenza domiciliare, per dare una qualità sempre superiore all’assistenza e alla cura”. “Dopo anni e anni il rapporto tra il Pil del Paese e gli investimenti nella Sanità pubblica torneranno sotto il 7% Io mi auguro che il Governo ci rifletta e ci convochi come Regioni. L’idea è che un Paese è tanto più civile tanto più i servizi di cura siano garantiti dallo Stato”.

La regione Toscana annuncia gli interventi per la sanità territoriale: progetti edilizi finanziati con il fondo europeo PNRR e il PNC (ovvero il piano nazionale complementare). Il presidente  Eugenio Giani evidenzia come “entro la fine dell’anno apriremo una stagione di cantieri destinati a rinnovare profondamente le infrastrutture che ospitano i servizi sanitari sul territorio, in modo diffuso e profondo. Si tratta di interventi che puntano a valorizzare la Toscana diffusa e le cure a domicilio o comunque prossime al luogo di residenza, con una funzione di drenaggio dunque rispetto all’eccessivo affollamento di ospedali e pronto soccorso: in particolar modo per anziani e malati cronici”.

Il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, all’inaugurazione del Reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata a Roma, annuncia investimenti in ristrutturazioni nella sanità laziale: “i fondi che servono per il rinnovo strutturale ci sono”, e spiega che “il Lazio ha 1 miliardo di euro di fondi, ma serve capacità di progettazione da parte delle aziende e celerità amministrativa da parte della regione. Ho sottolineato come una delle carenze importanti che abbiamo nelle nostre strutture sono i sistemi antincendio che oggi sostituiamo con le squadre ma le squadre hanno un costo sulla spesa corrente. Quindi dobbiamo fare in fretta, con sistemi tecnologici e a norma, così da risparmiare sulla spesa corrente che è quella che genera il deficit”.

C’è una notizia molto importante che riguarda le liste d’attesa. Abbiamo lanciato due settimane fa l’obiettivo di svuotare completamente le liste d’attesa in Campania e di essere, anche in questo campo, la prima regione d’Italia. Già oggi se si va in una farmacia qualunque della regione è possibile collegarsi con l’app ‘Campania in salute’ e fare la prenotazione non solo nelle Asl di appartenenza, ma nelle Asl e negli ospedali di tutta la regione per evitare lunghi tempi di attesa”.

È quanto ha dichiarato Vincenzo De Luca, Presidente della Regione Campania, in merito alla problematica relativa alle liste d’attesa.

Entro quest’anno – ha aggiunto il Presidente  non ci sarà più nessun caso di attese a 6 mesi, a 10 mesi, ad un anno.

13 aprile 2023

Depenalizzare l’errore medico

Quando si ascolta il Ministro della Salute parlare di depenalizzazione dell’errore medico (citando la fonte de “Il Messaggero”, dove il Ministro Schillaci ha rilasciato un’intervista), ci si accorge che si tratta di un uomo che prova a dare una risposta al disagio che vivono molti professionisti del settore sanitario e non di meno delle strutture sanitarie stesse, ma soprattutto alla difficoltà dei cittadini.

Ci si rende conto, cioè, con uno sguardo al mondo esterno di quale sia la proliferazione di procedimenti penali e/o comunque civili di richiesta di risarcimento del danno.

Molti dei cosiddetti errori medici che sfociano in un processo penale, si concludono con un nulla di fatto, cioè con un’assoluzione del medico, dopo che un meccanismo poco virtuoso viene messo in moto dalla denuncia di un paziente che mira ad un risarcimento. Questo genera, in ogni caso, un meccanismo infernale, a volte prodotto a causa di professionisti che mal consigliano il loro cliente, e che, in effetti potrebbe essere risolto con un buon sistema preventivo, cercando, cioè, un accordo transattivo preliminare.

Questo eviterebbe notevoli costi per lo Stato, che, nel procedimento penale deve svolgere indagini a suo carico, dal momento che il cittadino/paziente/denunciante non anticipa spese, ma se la sua denuncia rimane senza colpevole non deve pagare alcunché.

La conseguenza, inoltre, è l’incremento della medicina difensiva con costi a carico dei pazienti e dei medici altissimi, poiché, diventa inevitabile, per paura, la sovrabbondanza di prescrizioni di esami e visite spesso inutili, che incidono sui costi sulla sanità pubblica e ingolfano le lunghe liste di attesa.

E’ ovvio che si debbano fare i conti con gli interventi legislativi che si sono succeduti nel tempo, la legge Balduzzi, prima, sostituita, poi, dalla Legge Gelli-Bianco.

Questa ha introdotto l’art. 590 sexies che elimina qualsiasi riferimento al grado di colpa del professionista come elemento soggettivo alla base dell’imperizia, i