COMUNICATO 10 MARZO 2026
Potrebbe sembrare un argomento scontato quello concernente l’influenza negativa delle guerre in relazione alla sanità, in quanto un conflitto, in sé, non è mai indice di prosperità in nessun ambito sociale, politico o culturale, ma la sproporzione diventa notevolmente superiore quando si parla di sanità. I conflitti in corso in Medio Oriente sono un esempio eclatante di questa osservazione: mostrano come la guerra produca crisi a più livelli in campo sanitario, a partire dalle vittime dirette, per passare all’assenza in alcuni casi di assistenza sanitaria (a causa della distruzione degli ospedali), allo sviluppo di epidemie, alla malnutrizione e quando si sopravvive, alle gravi conseguenze psichiche e psicologiche.
Dunque le problematiche non sono soltanto dovute al rapporto causa-effetto, cioè alle conseguenze immediate, rappresentate dal numero delle vittime rimaste uccise nel corso dei conflitti, ma influenzano svariati aspetti della vita sanitaria di un paese. Gli ospedali delle zone di guerra riportano aumenti della domanda di chirurgia d’urgenza e di terapia intensiva, reparti che invece sono quasi azzerati a causa di danni strutturali, di interruzioni delle forniture e di mancanza di carburante. A tutto ciò deve aggiungersi la distruzione delle reti idriche, di quelle fognarie ed energetiche da cui proviene il dilagare di epidemie, malattie infettive che gravano ancor più sulle carenze igienico-sanitarie.
A tale proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha verificato 13 attacchi all’assistenza sanitaria in Iran e uno in Libano, stimando che la guerra sta causando un notevole numero di sfollamenti. Finora, secondo i dati a disposizione dell’OMS: circa centomila persone hanno lasciato la capitale dell’Iran, mentre in Libano sono state sfollate più di sessantamila persone; un milione di persone circa potrebbero essere in fuga a seguito di ordini di evacuazione, mettendo a rischio i sistemi sanitari e, dunque, le vite delle persone. Rischio anche per gli impianti nucleari, fatto assolutamente da scongiurare, come è facilmente comprensibile per i danni che l’esplosione delle centrali potrebbe provocare. Secondo i dati verificati dall’OMS gli ordini di evacuazione hanno determinato la chiusura di più di quaranta centri di assistenza sanitaria di base e di due ospedali. La violenza ha colpito anche i primi soccorritori, con la morte di alcuni paramedici, tanto è vero che le stesse organizzazioni internazionali di aiuti umanitari non riescono a raggiungere le zone di guerra e prestare assistenza sanitaria. Lo stesso centro logistico dell’Oms per le emergenze sanitarie globali a Dubai è sospeso a causa della mancanza di sicurezza e della chiusura dello spazio aereo.
Il blocco interessa anche la striscia di Gaza poiché le numerose forniture di medicinali, inviate da più di venticinque paesi sono bloccate e dunque gli aiuti umanitari non riescono a raggiungere i siti.
Altro aspetto mediato della guerra riguarda le conseguenze psichiche sulla popolazione e sui militari, con incremento dei disturbi da stress post traumatico, tendenze suicidarie tra i soldati. Altri studi dimostrano che l’esposizione mediatica, le notizie e le immagini di guerra provocano insonnia, ansia, aumento della pressione sanguigna fra la popolazione civile che attende la fine della guerra e il ritorno a casa dei propri cari.
Obbligo del diritto internazionale sarebbe la protezione delle strutture sanitarie, del personale e dei pazienti, ma dai dati raccolti dagli organismi internazionali ciò non è reso possibile dai numerosi attacchi militari che colpiscono proprio le strutture e travolgono la possibilità degli aiuti umanitari. Un altro problema è rappresentato dalla impossibilità di gestire i malati cronici, i disabili e i traumatizzati, con la conseguenza di possibili effetti letali indiretti.
a cura dell’avv. Maria Antonella Mascaro

